Fondazione di Roma

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La data della fondazione di Roma è stata fissata al 21 aprile dell'anno 753 a.C. (Natale di Roma) dallo storico latino Varrone, sulla base dei calcoli effettuati dall'astrologo Lucio Taruzio.[1] Altre leggende, basate su altri calcoli indicano date diverse.

I Romani avevano elaborato un complesso racconto mitologico sulle origini della città e dello stato; il racconto ci è giunto con le opere storiche di Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Plutarco e le opere poetiche di Virgilio e Ovidio, quasi tutti vissuti nell'età augustea. In quest'epoca le leggende, riprese da testi più antichi, vengono rimaneggiate e fuse in un racconto unitario, nel quale il passato viene interpretato in funzione delle vicende del presente.

I moderni studi storici e archeologici, che si basano su queste e su altre fonti scritte, nonché sugli oggetti e sui resti di costruzioni rinvenuti in vari momenti negli scavi, tentano di ricostruire la realtà storica che sta dietro il racconto mitico, nel quale man mano si sono andati riconoscendo elementi di verità. Secondo la storiografia moderna, Roma non fu fondata con un atto volontario, invece nacque, come altri centri coevi dell'Italia centrale, dalla progressiva riunione di nuclei abitati sparsi, fenomeno detto sinecismo (ipotesi dell'origine per sinecismo).

La leggenda[modifica | modifica sorgente]

Il mito racconta di una fondazione avvenuta a opera di Romolo, discendente dalla stirpe reale di Alba Longa, che a sua volta discendeva da Silvio, figlio di Lavinia e di Enea, l'eroe troiano giunto nel Lazio dopo la caduta di Troia.[2] Plutarco racconta che:

« Il primo a diffondere tra i Greci la versione più attendibile sulle origini di Roma, la più degna di fede e meglio documentata, fu Diocle di Pepareto, con il quale concordò su molti particolari Fabio Pittore»
(Plutarco, Vite parallele, Romolo, 3, 1; trad. di Marco Bettalli.)

Il viaggio di Enea: da Troia al Latium vetus[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra di Troia e Eneide.

Come si racconta nell'Eneide, Enea, figlio della dea Venere, fugge da Troia, presa dagli Achei, con il padre Anchise e il figlioletto Ascanio.[3] Il viaggio che Enea percorre prima di raggiungere le coste del Latium vetus (antico Lazio) è lungo e pericoloso.[3] Egli, infatti, per volere di Giunone, che si era adirata con lui, è costretto ad approdare a Cartagine dove, accolto dalla regina della città, Didone, se ne innamora e rimane per un anno a regnare al suo fianco. Ma per ordine del Fato e di Giove, Enea è costretto a ripartire, prende la via dell'antico Lazio. La disperazione di Didone nel vedere l'amato allontanarsi la porta al suicidio.

Dopo varie peregrinazioni nel Mediterraneo, Enea approdò nel Lazio nel territorio di Laurento.[3] Qui, secondo alcuni, venne accolto da Latino, re degli Aborigeni,[3] secondo altri, fu costretto a battersi. Il destino vuole che il re italico fosse vinto in battaglia e costretto a fare pace con l'eroe troiano.[4] Si narra, inoltre, che una volta conosciuta la figlia del re, Lavinia, i due giovani si innamorassero perdutamente l'uno dell'altra, che era stata promessa in sposa a Turno, re dei Rutuli. L'amore dei due giovani costrinse Latino ad assecondare i desideri della giovane figlia ed a permetterle di sposare l'eroe giunto da Troia, pur sapendo che prima o poi avrebbe dovuto affrontare Turno, il quale non aveva accettato che lo straniero venuto da lontano gli fosse preferito.[5] Una volta sposati, Enea decise di fondare una città, dandole il nome di Lavinio (l'odierna Pratica di Mare), in onore della moglie.[4][3]

La guerra che ne seguì non portò nessuna delle due parti a rallegrarsi. I Rutuli furono vinti e Latino, re alleato di Enea, fu ucciso.[3]

« Allora Turno e i Rutuli, sfiduciati per l'esito delle cose, ricorsero all'aiuto degli Etruschi e del re della ricca città di Caere, Mesenzio. [...] Enea terrorizzato da una simile guerra, per accattivarsi il favore degli aborigeni e anche perché tutti fossero uniti non solo nel comando ma anche nel nome, chiamò entrambi i popoli [Troiani e Aborigeni] Latini. Da quel momento gli Aborigeni eguagliarono i Troiani in devozione e lealtà. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 2.)

Virgilio invece narra che la guerra tra italici e troiani ebbe inizio dopo che Giunone provocò tra le popolazioni rivali una rissa nella quale morì il giovane Almone, cortigiano del re Latino. Il conflitto vide il tiranno etrusco Mezenzio e la maggior parte delle popolazioni italiche correre in appoggio a Turno, mentre Enea ottenne l'alleanza dei Liguri, di alcune popolazioni greche provenienti da Argo e stanziate nella città di Pallante sul Palatino, regno dell'arcade Evandro[6] e di suo figlio Pallante[7], nonché degli Etruschi ostili a Mezenzio. Qui si inserisce l'episodio dei ragazzi troiani Eurialo e Niso che, uscendo nottetempo dal campo per andare incontro ad Enea, fecero irruzione in quello dei nemici, che giacevano addormentati, compiendo una strage culminata con la decapitazione del giovane condottiero Remo a opera di Niso:

« un valletto di Remo, e sotto a' suoi / destrier l'auriga trucidò: facea / col ferro a questo ciondolar la testa; / a Remo indi la spicca: il sangue a rivi / sgorga dal tronco. L'origlier, la terra / corrono sangue »
((Virgilio, Eneide, libro IX, vv.330-33, traduzione in versi di Stefano Stefani) )

Eurialo e Niso vennero scoperti e uccisi. La guerra riprese anche più cruenta: Pallante cadde nel duello contro Turno, che riuscì a spogliarlo della cintura. Ma Enea capovolse le sorti del conflitto uccidendo Mezenzio. In seguito per evitare altre vittime Turno si decise a sfidare Enea, che alla fine ebbe la meglio. Ferito Turno, Enea fu tentato di risparmiarlo, ma alla vista della cintura di Pallante non esitò ad ucciderlo, mettendo così fine alla guerra. Enea poté finalmente sposare Lavinia e fondare la città di Lavinio (l'odierna Pratica di Mare).[3]

Da Ascanio a Romolo e Remo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Re albani e Romolo e Remo.

Trent'anni dopo la fondazione di Lavinio, il figlio di Enea, Ascanio, fonda una nuova città: Alba Longa, sulla quale regnarono i suoi discendenti per numerose generazioni (dal XII all'VIII secolo a.C.) come ci racconta Tito Livio.[8] Molto tempo dopo il figlio e legittimo erede del re Proca di Alba Longa, Numitore, viene spodestato dal fratello Amulio, che costringe sua nipote Rea Silvia, figlia di Numitore, a diventare vestale e a fare quindi voto di castità per impedirle di generare un possibile pretendente al trono.[3][9] Il dio Marte però s'invaghisce della fanciulla e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo, quest'ultimo chiamato come il condottiero rutulo decapitato nel sonno da Niso nella guerra troiano-italica.[10] Il re Amulio, saputo della nascita, ordina l'assassinio dei gemelli per annegamento, ma il servo incaricato non trova il coraggio di compiere tale misfatto e li abbandona sulla riva del fiume Tevere.[3] Rea Silvia non subirà la pena di morte riservata alle vestali che infrangevano il voto di castità in quanto di stirpe reale, ma verrà confinata (messa in isolamento) dal re. La cesta nella quale i gemelli erano stati adagiati si arenerà presso la palude del Velabro, tra Palatino e Campidoglio, nei pressi di quello che sarà poi il foro romano, alle pendici di una cresta del Palatino, il Germalus, sotto un fico, il fico ruminale o romulare[11], nei pressi di una grotta detta Lupercale[12]. Lì i due vengono trovati e allattati da una lupa che aveva perso i cuccioli ed era stata d'altra parte attirata dal pianto dei gemelli[13][14] (secondo alcuni la lupa era forse una prostituta, all'epoca le prostitute erano chiamate anche lupae (si ritrova oggi traccia nella parola lupanare), e da un picchio (animale sacro per i Latini) che li protegge, entrambi animali sacri ad Ares[15]. In quei pressi portava al pascolo il gregge il pastore Faustolo (porcaro di Amulio) che trova i gemelli e insieme con la moglie Acca Larenzia (secondo alcuni detta lupa dagli altri pastori, forse in quanto dedita alla prostituzione) li cresce come suoi figli.[3][16][17].

Una volta adulti e conosciuta la propria origine, Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa, uccidono Amulio e rimettono sul trono il nonno Numitore.[3][18] Romolo e Remo, non volendo abitare ad Alba Longa senza potervi regnare finché era in vita il nonno materno, ottengono il permesso di andare a fondare una nuova città, nel luogo dove erano cresciuti. Lo stesso Tito Livio aggiunge che del resto la popolazione di Albani e Latini era in eccesso,[19] mentre Plutarco aggiunge:

« Decisero dunque di vivere per conto loro, fondando una città nei luoghi in cui erano cresciuti. Questa risulta la spiegazione più plausibile, ma nello stesso tempo la fondazione diventava una necessità, poiché molti servi e molti ribelli si erano raccolti attorno ad essi... »
(Plutarco, Vita di Romolo, 9, 1-2; trad. Marco Bettalli)

Morte di Remo e fondazione di Roma[modifica | modifica sorgente]

Romolo e Remo allattati dalla Lupa dipinto di Rubens, ca.1616, Roma, Musei capitolini.

Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole chiamare Remora e fondarla sull'Aventino. È lo stesso Livio che riferisce le due più accreditate versioni dei fatti:

« Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, interrogati mediante aruspici, chi avrebbe dato il nome alla città e chi vi avrebbe regnato. Per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoio, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi dodici quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re entrambi. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dallo scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette [più probabilmente il pomerium, il solco sacro] e quindi Romolo, al colmo dell'ira, l'avrebbe ucciso aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s'impossessò del potere e la città prese il nome del suo fondatore. »
(Livio, I, 7 – traduzione di G. Reverdito)

La versione di Plutarco è simile a quella di Livio, con l'eccezione che Romolo potrebbe non aver avvistato alcun avvoltoio. La sua vittoria sarebbe pertanto stata per alcuni frutto dell'inganno. Questo il motivo per cui Remo si adirò e ne nacque la rissa che portò alla sua morte.[3][20] La città, di forma quadrata,[21] fu quindi fondata sul Palatino, nella sesta Olimpiade, 22 anni che fu celebrata la prima[22], e Romolo divenne il primo Re di Roma.

Le figure di Enea e Romolo nelle fonti greche[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Enea e Romolo.

Nell'Iliade, Enea durante il duello con Achille viene salvato dal dio Poseidone, che ne profetizza il futuro regale. Questo vaticinio e il fatto che non ne sia narrata la morte nelle vicende della caduta della città di Troia, permise la creazione di leggende sulla sorte successiva dell'eroe.

Enea ferito da una fatale freccia, curato dal medico Iapige, sorretto dal figlio Ascanio e assistito da Venere, pittura parietale, I secolo a.C., da Pompei, Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Nell'Iliou persis di Arctino di Mileto, della metà dell'VIII secolo a.C., si racconta la sua partenza verso il monte Ida, mentre nell'Inno omerico ad Afrodite, della fine del VII secolo a.C., Enea viene visto regnare sulla nuova Troia ricostruita, al posto della stirpe di Priamo. Anche la città di Ainea nella penisola calcidica si riteneva fondata da Enea e una moneta cittadina della fine del VI secolo a.C. rappresenta la fuga dell'eroe da Troia. Con Stesicoro, nel VI secolo a.C., viene introdotto il viaggio di Enea verso l'Occidente. Il testo letterario non ci è giunto, ma ne rimane testimonianza nelle raffigurazioni con "didascalie" della Tabula Iliaca (rilievo proveniente da Boville nei Musei Capitolini di Roma, databile al I secolo d.C.).

Nel V secolo a.C. i Greci crearono quindi probabilmente la leggenda della fondazione di Roma da parte di Enea: Dionigi di Alicarnasso ci riporta il racconto di Ellanico di Lesbo e di Damaste di Sigeo che avevano preso a modello le altre fondazioni di città greche attribuite agli eroi omerici. Viene anche inventata un'eroina troiana che avrebbe dato il suo nome alla nuova città ("Rome").

La presenza di raffigurazioni del mito di Enea su oggetti rinvenuti in centri etruschi tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. ha fatto ipotizzare che il mito si sia sviluppato in realtà in quest'epoca in Etruria.

La relazione di Enea con Lavinia viene introdotta, alla fine del IV secolo a.C., da Timeo di Tauromenio, che, come testimoniato nuovamente da Dionigi di Alicarnasso, racconta di avervi visto i Penati troiani. Il legame con Lavinio è testimoniato anche dal poeta Licofrone. Si tratta forse di un mito di fondazione di origine latina o romana, attestato archeologicamente: un tumulo funerario, databile in origine al VII secolo a.C., mostra un adeguamento a funzioni di culto proprio alla fine del IV secolo a.C. e corrisponde a una descrizione di Dionigi di Alicarnasso del cenotafio dell'eroe, costruito nel luogo in cui era scomparso (rapito in cielo) nel corso di una battaglia.

A cavallo tra il VI e il V secolo a.C. lo storico siceliota Alcimo da Messina descrive per primo il mito della fondazione della città, con la lupa che salva e alleva i due gemelli discendenti di Enea.

Tra il IV e il III secolo a.C. infatti, dopo una lunga elaborazione di materiali tradizionali, tra cui ebbe forse particolare peso quello di origine gentilizia (le "storie di famiglia" del patriziato), viene a delinearsi il racconto della fondazione della città da parte di Romolo e Remo. Questa "gestazione" della leggenda e la selezione dei materiali della tradizione, fino a quel momento probabilmente trasmessi per via orale, dipende fortemente dal contesto contemporaneo: Roma deve poter essere accolta nel mondo culturale greco minimizzando l'apporto etrusco. La storia arcaica di Roma, a partire dalla fondazione viene quindi riferita da Fabio Pittore (che scrive in greco) e sarà ripetuta nelle Origines di Catone, negli scritti di Calpurnio Pisone e negli Annales di Ennio.

A Eratostene di Cirene si devono l'invenzione della dinastia regale di Alba Longa, l'eliminazione dello scarto cronologico tra la data della caduta di Troia, agli inizi del XII secolo a.C., e la data di fondazione della città, alla metà dell'VIII secolo a.C. Secondo Ennio, Romolo e Remo sono invece figli della figlia di Enea, di nome Ilia. Saranno infine Catone il Censore, Tito Livio, Dionigi di Alicarnasso, Appiano e Cassio Dione a narrare la leggenda come è conosciuta dell'Eneide di Virgilio. Questi aggiunge tuttavia alle peregrinazioni dell'eroe la sosta presso la regina Didone, che rappresenta la spiegazione mitica dell'ostilità tra Roma e Cartagine.

Altre leggende sulla nascita della città[modifica | modifica sorgente]

C'è un'altra tradizione, raccontata da autori antichi come Strabone o Tito Livio, secondo la quale Roma fu una colonia greca arcade, fondata da Evandro. A Pallante, la città sul Palatino sorta nel luogo in cui sarà fondata Roma, si colloca anche il regno di Evandro, citato nell'Eneide virgiliana. Evandro avrebbe dato ospitalità a Eracle che conduceva le mandrie sottratte a Gerione. Evandro, che aveva saputo dalla madre Nicostrata, esperta di divinazione, il destino dell'eroe greco, comprese le fatiche che avrebbe dovuto superare, gli dedicò un altare, facendovi un sacrificio secondo il rito greco, ancora presente ai tempi di Strabone.[6] Si racconta, inoltre, che durante il suo soggiorno, le mandrie gli furono rubate da Caco, figlio di Tifone, che egli schiantò con un colpo di clava mentre cercava di impedirgli di entrare per riprendersi la mandria.[23]

Ma il personaggio e la sua città rivestono anche un'importanza che probabilmente esula da quella esclusivamente mitologica. Dal nome di Pallante (secondo alcune versioni, Pallanteo) potrebbe infatti essere derivato lo stesso toponimo di Palatino. La coincidenza poi che le feste "Palilie" si celebrassero nella data della fondazione di Roma può far pensare a un'ipotesi di accordo e di spartizione del territorio tra la gente di Romolo, stanziata sul Germalo, altura settentrionale del Palatino, e quella di Evandro, stabilitasi sul Palatino vero e proprio, più a sud, riservando alla Velia, l'altura intermedia, il ruolo forse di area cimiteriale, come i reperti archeologici lasciano supporre. Non va neanche sottovalutato il rilievo che assume la figura di Ercole e l'ospitalità offertagli dallo stesso Evandro: Ercole, ladro e assassino (avendo ucciso Gerione per rubargli le mandrie), che cerca rifugio in una regione infestata da ladri (Caco aveva il suo rifugio nel vicino bosco della dea Laverna – vedi anche Porta Lavernalis) è molto simile ai proto-romani, pastori e personaggi comunque poco raccomandabili, riuniti sul Germalo in una comunità rozza e violenta che però è disposta a riconoscere il diritto d'asilo.

Altre varianti riguardano gli stessi Romolo e Remo, figli di Enea e Dessitea,[24] nati già a Troia, oppure di Latino, figlio di Telemaco e di Rhome, o ancora di una Emilia, figlia di Enea, e del dio Marte.

Una leggenda racconta infine una diversa versione: sul focolare della casa di Tarchezio, tirannico re di Alba Longa, era apparso un fallo, che un oracolo impose di far unire con una fanciulla vergine. La figlia del re si fece tuttavia sostituire da una schiava, ma venne scoperta dal padre: le due donne furono imprigionate e i gemelli nati da quell'unione furono esposti in una cesta lasciata nel Tevere.[25]

Anche la figura di Acca Larenzia compare in un diverso racconto che ci ha tramandato Plutarco: il guardiano del tempio di Ercole aveva perso una partita a dadi che aveva giocato contro il dio stesso e la cui posta era una donna. Il guardiano invitò dunque Acca Larenzia nel tempio e ve la richiuse. Dopo aver passato la notte con lei Ercole favorì le sue nozze con il ricco Tarunzio, che alla sua morte la lasciò erede delle sue ricchezze: Acca Larenzia le donò al popolo romano. L'episodio spiega in tal modo il culto che le veniva dedicato (festa dei Larentalia), che forse è dovuto all'antico carattere divino di questa figura.

Secondo Plinio il Vecchio e Aulo Gellio i dodici figli di Acca Larenzia e di Faustolo sarebbero stati all'origine del collegio sacerdotale dei fratres Arvales, caratterizzato dall'uso di rituali e formulari arcaici.

Origine del nome nella letteratura antica[modifica | modifica sorgente]

L'origine del nome della città era incerta anche in età arcaica. Servio, grammatico a cavallo tra il IV e il V secolo d.C., riteneva che il nome derivasse da un'antica denominazione del fiume Tevere, Rumon,[26] dalla radice ruo (a sua volta proveniente dal greco ρεω), scorro, così da assumere il significato di Città del Fiume. Ma si tratta di un'ipotesi che non ha riscosso successo.

Enea alla corte del re Latino, olio su tela di Ferdinand Bol, 1661-1663 ca, Amsterdam, Rijksmuseum.

Gli autori di origine greca, primo fra tutti Plutarco, tendevano naturalmente a celebrarsi come i civilizzatori e i colonizzatori del bacino del Mediterraneo e quindi insistevano sulla lontana origine ellenica della città. Una prima versione fornita da Plutarco vede la fondazione di Roma dovuta al popolo dei Pelasgi, i quali una volta giunti sulle coste del Lazio, avrebbero fondato una città il cui nome ricordasse la loro prestanza nelle armi (rhome).[27] Secondo una seconda ricostruzione dello stesso autore, i profughi troiani guidati da Enea arrivarono sulle coste del Lazio, dove fondarono una città presso il colle Pallantion a cui diedero il nome di una delle loro donne, Rhome.[28] Una terza versione, sempre di Plutarco, offre ipotesi alternative, secondo le quali Rome poteva essere un mitico personaggio eponimo, figlia di Italo, re degli Enotri o di Telefo, figlio di Eracle, sposò Enea o il figlio, Ascanio.[29] Una quarta versione vede Roma fondata da Romano, figlio di Odisseo e di Circe; una quinta da Romo, figlio di Emazione, giunto da Troia per volontà dell'eroe greco Diomede; una sesta da Romide, tiranno dei Latini, che era riuscito a respingere gli Etruschi, giunti in Italia dalla Lidia e in Lidia dalla Tessaglia.[29] Un'altra versione fa della stessa Rome la figlia di Ascanio, e quindi nipote di Enea. Ancora una Rome profuga troiana giunge nel Lazio e sposa il re Latino, sovrano del popolo lì stanziato e figlio di Telemaco, da cui ebbe un figlio di nome Romolo che fondò una città chiamata col nome della madre.[30] In tutte le versioni si ritrova l'eponima chiamata Rome, la cui etimologia è la parola greca rhome con il significato di "forza". Le fonti citano altri possibili eroi eponimi come Romo, figlio del troiano Emasione, o Rhomis, signore dei Latini e vincitore degli Etruschi.

Secondo altre interpretazioni di un certo interesse, il nome ruma sarebbe di origine etrusca, in quanto non è stato trovato l'etimo indoeuropeo e l'unica lingua non-indoeuropea della zona era l'etrusco. Il termine sarebbe entrato come prestito nel latino arcaico e avrebbe dato origine al toponimo Ruma (più tardi Roma) e a un prenome Rume (in latino divenuto Romus), dal quale sarebbe derivato il gentilizio etrusco Rumel(e)na[31], divenuto in latino Romilius. Il nome Romolo sarebbe quindi derivato dal nome della città e non viceversa.

In ogni caso la tradizione linguistica assegna al termine ruma, in etrusco e in latino arcaico, il significato di mammella, come è confermato da Plutarco il quale, nella "Vita di Romolo" racconta che:

Il fico ruminale sul retro di un denario del 137 a.C. circa.
« Sulle rive dell'insenatura sorgeva un fico selvatico che i Romani chiamavano Ruminalis o, come pensa la maggioranza degli studiosi, dal nome di Romolo, oppure perché gli armenti erano soliti ritirarsi a ruminare sotto la sua ombra di mezzogiorno, o meglio ancora perché i bambini vi furono allattati; e gli antichi latini chiamavano ruma la mammella: ancora oggi chiamano Rumilia una dea che viene invocata durante l'allattamento dei bambini »
(Plutarco, Vita di Romolo, 4, 1.)

Questa interpretazione del termine ruma è quindi strettamente collegata con i motivi che hanno portato alla scelta, come simbolo della città di Roma, di una lupa con le mammelle gonfie che allatta i gemelli fondatori.

Anche sulla lupa sono da fare delle considerazioni: posto che alcuni ritengono che ad accudire i gemelli sia stata effettivamente una lupa (in quanto mammifero in grado di avere gravidanze plurigemellari) la quale, avendo perso i propri cuccioli a causa di un predatore, aveva vagato fino a quando, trovati i due neonati, li aveva allevati, impedendone così la morte certa, occorre rilevare che il termine "lupa" in latino assume anche il significato di prostituta (da cui, "lupanare", luogo dove si svolge la prostituzione), ed è quindi abbastanza probabile che la "lupa" in questione sia stata una prostituta.

I tre nomi di Roma[modifica | modifica sorgente]

Secondo una tradizione diffusa nell'antichità, una città aveva tre nomi: uno sacrale, uno pubblico e uno segreto. Posto che al nome pubblico di Roma era unito il nome religioso di Flora o Florens, usato in occasione di determinate cerimonie sacre, quello segreto è rimasto sconosciuto. Il motivo e la necessità di questa segretezza riporta a un'altra tradizione diffusa presso gli antichi (ma anche in alcune culture contemporanee non occidentali) e che si ritrova anche nella storia dell'origine della scrittura: il nome di un oggetto o di una entità esprimeva l'essenza e l'energia dell'oggetto o entità che definiva. Nominare qualcosa equivaleva a renderlo vivo ed esistente e la conoscenza del nome significava, in pratica, avere il potere di influire, in bene o in male, sull'oggetto di cui si possedeva la conoscenza. Nel caso di una città il nome segreto corrispondeva, di fatto, al nome segreto del Nume tutelare e infatti i Pontefici romani, nelle invocazioni, si rivolgevano a "Giove Ottimo Massimo o con qualunque altro nome tu voglia essere chiamato". In base a questo principio negli assedi veniva evocato il dio protettore della città assediata, promettendogli riti e sacrifici migliori, affinché abbandonasse la tutela della città nemica, e per questo motivo i romani conservarono con estrema cura il nome segreto della loro città. Secondo il poeta e latinista Giovanni Pascoli, che ne parla nell'ode Inno a Roma, il nome segreto di Roma era il palindromo della stessa, Amor, cioè amore, il che significava la dedica segreta della città a Venere, dea dell'amore e della bellezza, ricollegandosi quindi al culto di Venere genitrice, madre di Enea e della stirpe romana. Molti storici hanno concordato con questa ipotesi.[32]

Teatro naturale: dove nacque Roma[modifica | modifica sorgente]

Lo scenario del septimontium dove nacque Roma antica.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Roma quadrata, Septimontium e Roma antica.

Certamente la natura del luogo dove sorse il nucleo iniziale di Roma, lungo la sponda sinistra del fiume Tevere, ai piedi di numerosi colli (in particolare Aventino, Palatino e Campidoglio) sulle cui sommità sorsero i primi abitati protourbani, non molto distante dal mare, fecero di questo centro il luogo adatto allo scambio di merci (tra cui il sale, di fondamentale importanza) e bestiame tra differenti culture. Coarelli, infatti, racconta del carattere "emporico" del luogo, frequentato da Fenici ,fin dai decenni finali dell'VIII secolo a.C. e (dal secondo quarto sempre dell'VIII secolo), da Greci (quest'ultimi identificabili probabilmente con gli Eubei di Cuma.) Il guado del Tevere, come pure le vie di transumanza delle greggi e mandria, oltre all'approvvigionamento del sale erano collegati al culto di un Ercole di origine sabina, che aveva nel foro Boario il centro del sistema emporico dell'area.[33]

Potremmo anche aggiungere che Roma sorse in una zona temperata dell'Italia centrale, non troppo lontana dal mare, nei pressi di una grande ansa del fiume Tevere adatta a costituire un buon approdo anche per la vicinanza di un ottimo guado costituito dall'isola Tiberina, la cui buona portata idrica favorì certamente il commercio di mercanzie, su colline salubri e convergenti che si allungavano da nord-est a sud-est come dita di una mano, e costituivano un valido sistema di difesa da attacchi nemici. Il Pallottino conclude sostenendo che condizioni così "privilegiate" non sono riscontrabili altrove.[34]Certamente la spinta all'aggregazione fu favorita dalla posizione della città, al crocevia di due importanti vie di comunicazione commerciali. La prima, che dalle città etrusche del nord, tra cui la vicina Veio, arrivava in Campania dove erano state fondate le polis greche, e utilizzata per lo scambio di materie prime presenti in Etruria contro prodotti lavorati dei greci; la seconda che dai monti della Sabina arrivava al mare, utilizzata soprattutto per il trasporto del sale (tramite la via Salaria e la via Campana).[35]

Roma negli anni prossimi alla sua "fondazione" (750 a.C. ca.)

Questo sistema collinare era per così dire costituito da tre lunghe "dita di una mano": a sud l'Aventino, al centro quella composta da Palatino, Velia ed Esquilino, e più a nord quella di Quirinale e Campidoglio. A queste andrebbero poi aggiunte alcune "lingue" o "dita" più corte del Celio (tra Aventino e Palatino-Velia-Esquilino), del Viminale e del Cispio (tra Esquilino e Quirinale), tralasciando più a nord i montes attuali di Pincio e Parioli. A questi rilievi si interponevano anche alcune valli come la Vallis Murcia (tra Aventino e Palatino, e occupata più tardi dal Circo Massimo[36]) e la valle del futuro Foro romano (tra Palatino, Velia e Campidoglio) che si allungava più a nord nella zona pianeggiante della Subura. In sostanza il primo centro "proto urbano" di Roma sorse dall'assorbimento di villaggi (pagi) pre-urbani attorno alla prima metà del IX secolo a.C. Questo centro che si era appena creato e darà origine alla città di Roma, era costituito dal Septimontium propriamente detto, formato inizialmente dai montes:[37] le due alture del Palatino, il Palatium e il Cermalus; la Velia, che collegava il Palatino con le pendici dell'Esquilino e che fu in parte spianato nel XX secolo per l'apertura di via dei Fori Imperiali; il Fagutal, l'Opius e il Cispius (tutte alture facenti parte dell'attuale Esquilino), e in mezzo la Subura.[38]

In un secondo momento, risalente sembra sempre all'VIII secolo a.C. ll Septimontium, fu allargato, dai soli montes anche ai colles (= Latiaris, Mucialis, Salutaris, Quirinalis e Viminalis).[39]

Il Tevere, inoltre, costituiva il confine naturale tra due differenti culture che, fin dalla fine dell'età del bronzo (attorno al 1000 a.C.), andavano ormai contrapponendosi anche etnicamente: la cultura protolaziale a sud (il Latium vetus dei Latini-Falisci) e quella protovillanoviana a nord (l'Etruria degli Etruschi).[40] E non fu probabilmente un caso che i villaggi della zona che sorsero sui colli attorno al guado dell'isola Tiberina, si aggregarono inizialmente intorno al colle Palatino; questo infatti è vicino al Campidoglio, colle strategico dal punto di vista militare, ma è anche vicino all'isola stessa, ottimo guado tra la riva etrusca e quella latina. Il Palatino era anche un ottimo punto d'osservazione sia verso l'Aventino, sia verso il Quirinale, sul quale erano stanziati i Sabini.

Documentazione archeologica e storica[modifica | modifica sorgente]

Media-tarda età del bronzo: XIV - XI secolo a.C.[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età del Bronzo e Area di Sant'Omobono.

Accanto alle fonti letterarie tramandateci, i moderni ritrovamenti archeologici hanno dimostrato la natura "emporica" del primitivo centro preurbano di Roma, trattandosi di un'area racchiusa da un lato dalla sponda sinistra del fiume Tevere e dall'altro dai tre vicini colli dell'Aventino, Palatino e Campidoglio, identificabile con il cosiddetto Foro Boario.[41]

I reperti più antichi, che appartengono alla media età del Bronzo, sono quelli trovati nei pressi della chiesa di Sant'Omobono, sotto al colle del Campidoglio, a ridosso dell'ansa del fiume Tevere nella zona del Foro Boario (all'incrocio tra l'odierna via L. Petroselli e il Vico Jugario). Si tratta di frammenti di ceramica appenninica, databili intorno al XIV-XIII secolo a.C.[42] e di ossa di animali. A partire da questo momento nuove tracce di vita andranno a estendersi prima nell'area del foro romano, dove sono stati trovati resti di insediamenti risalenti all'XI secolo a.C. e corredi funerari risalenti al X secolo a.C. Qui si formò, infatti, progressivamente nei pressi del guado del Tevere una struttura emporica (orrea ) di scambio e approvvigionamento, sotto la protezione dell'Ercole italico, protettore del bestiame transumante.[42]

La fase protolaziale e le comunità albensi: X-IX secolo a.C.[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Protolatini, Latini, Latium vetus e populi albenses.

Successivamente le testimonianze archeologiche si diffusero al vicino colle Palatino, dove sono stati rinvenuti i resti di una necropoli (risalenti al sempre al X secolo a.C.), nella sella compresa tra le due cime del colle, il Germalus e il Palatium. E ancora sul Palatino sono stati trovati resti di insediamenti che si riferiscono al IX secolo a.C.[43]. Attraverso lo studio[senza fonte] degli usi funerari dell'epoca, è stato rilevato che si è distinto tra inumintori e inceneritori, tra il rito della inumazione e dell'incinerazione. Questo testimonia che la popolazione non era indifferenziata, ma esisteva già una primitiva differenza di classi. L'incenerimento era praticato dalla classe più ricca, i patrizi. Mentre la forma a capanna delle urne testimonierebbe la forma a capanne delle abitazioni primitive.

Verso la nascita della città: VIII secolo a.C.[modifica | modifica sorgente]

Segni di capanne sul Palatino risalenti all'VIII secolo a.C.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Capanne del Palatino.

Un elemento di particolare rilievo nei ritrovamenti dell'area di S. Omobono è dato dal fatto che insieme ai reperti del XIV secolo sono stati ritrovati anche resti, di indubbia provenienza greca, risalenti all'VIII secolo, quindi esattamente coincidenti con l'epoca della fondazione di Roma secondo la tradizione letteraria latina.[44] Tale circostanza è pertanto una conferma archeologica della realtà storica degli indizi che hanno poi contribuito a generare la tradizione mitologica sulle origini leggendarie della città.

Diverse teorie e studi cercano di collegare questi reperti; si tratta di ritrovamenti in un'area molto ristretta e che attestano la presenza di abitati nella zona del Campidoglio, Foro, Palatino in un'età anche antecedente a quella che la tradizione tramanda come data di fondazione della città.

La tradizione che racconta che Roma fu fondata con un atto di volontà di Romolo, sembra avere un fondamento di verità soprattutto in seguito alla scoperta, a opera dell'archeologo italiano Andrea Carandini, di un'antica cinta muraria (che potrebbe essere l'antico "muro di Romolo") costituita da un muro a scaglie di tufo, con alla sommità incastri e tracce di una palizzata e vallo risalente al 730 a.C., eretto sul Palatino nel versante volto verso la Velia dietro la basilica di Massenzio alla base nord-orientale del colle Palatino.[45]

Tale cinta muraria potrebbe essere la conferma del tradizionale racconto sulla fondazione di Roma[46] ed è quasi contemporanea a una fibula di bronzo dell'VIII secolo, raffigurante un picchio che acceca Anchise, il padre di Enea, punendolo per essersi unito a Venere. Secondo lo storico Tacito, infatti, il "solco primigenio" tracciato da Romolo sul Palatino, primo nucleo urbano della futura città di Roma, avrebbe incluso l'Ara massima di Ercole invitto, monumento non solo già esistente attorno alla metà dell'VIII secolo a.C.,[23] ma costituente uno dei quattro angoli della città quadrata. E sempre Tacito aggiunge che il Campidoglio e la sottostante piana del Foro romano furono aggiunti alla Roma quadrata da Tito Tazio.[47].

Quest'ipotesi è stata ulteriormente confermata dalla scoperta nel 2005 di un grande palazzo ad architettura a capanna nell'area del tempio di Vesta che potrebbe essere il palazzo dei primi re di Roma. Muro, antico palazzo reale e primo tempio di Vesta fanno parte di un complesso architettonico risalente alla seconda metà dell'VIII secolo a.C. che sembra confermare l'esistenza di un progetto architettonico ben preciso già nella seconda metà dell'VIII secolo, data tradizionale della fondazione di Roma in questo periodo.[48]

Un altro gruppo di studiosi non ritiene che Roma sia nata da un atto di fondazione, sul modello delle polis greche nel sud Italia e in Sicilia, ma piuttosto che la fondazione della città storicamente debba attribuirsi a un diffuso fenomeno di formazione dei centri urbani, presente in gran parte dell'Italia centrale, e che nella fattispecie comprenda un periodo di diversi secoli: dal XIV secolo al VII secolo a.C. La città si venne quindi formando attraverso un fenomeno di sinecismo durato vari secoli,[49] che vide, in analogia a quanto accadeva in tutta l'Italia centrale, la progressiva riunione in un vero e proprio centro urbano degli insediamenti dispersi sui vari colli. In quest'epoca infatti i sepolcreti collocati negli spazi vuoti tra i primitivi villaggi furono abbandonati a favore di nuove necropoli poste all'esterno dell'area cittadina, in quanto tali spazi sono ora considerati parte integrante dello spazio urbano.

Ed è anche quello che verosimilmente può essere accaduto sul Palatino, che inizialmente era composto da vari nuclei abitativi indipendenti (Palatium e Cermalus) e che si concluse attorno alla metà dell'VIII secolo, corrispondente alla tradizionale data di fondazione del 753 a.C. Il Romolo della leggenda può essere stato, pertanto, il realizzatore della prima unificazione di questi nuclei in un'entità unica. Nei due secoli successivi, tale processo di unificazione fu probabilmente accelerato dall'occupazione etrusca della città andando a includere ora i famosi "sette colli".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 12.2 da LacusCurtius
  2. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 3, 2.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l Strabone, Geografia, V, 3,2.
  4. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 1.
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 2.
  6. ^ a b Strabone, Geografia, V, 3,3.
  7. ^ Sia Tito Livio (Ab urbe condita libri, I, 7) che Ovidio (I Fasti, I, 470 e sgg.) narrano di una migrazione dalla città greca di Argo, guidata da Evandro.
  8. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, I, 3.
  9. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 3, 3.
  10. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 3, 4.
  11. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 4, 1.
  12. ^ Varrone, De lingua latina, V, 54.
  13. ^ Il Lupercale era uno dei luoghi più sacri dell'antica Roma e il suo recente ritrovamento (da confermare) sotto il palazzo di Augusto ha grande importanza storica e archeologica
  14. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, I, 4
  15. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 4, 2-3.
  16. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 3, 5-6.
  17. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, I, 4, 5-7: Ita velut defuncti regis imperio in proxima alluuie ubi nunc ficus Ruminalis est—Romularem vocatam ferunt—pueros exponunt. Vastae tum in his locis solitudines erant. Tenet fama cum fluitantem alveum, quo expositi erant pueri, tenuis in sicco aqua destituisset, lupam sitientem ex montibus qui circa sunt ad puerilem vagitum cursum flexisse; eam submissas infantibus adeo mitem praebuisse mammas ut lingua lambentem pueros magister regii pecoris invenerit— Faustulo fuisse nomen ferunt—ab eo ad stabula Larentiae uxori educandos datos. Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent; inde locum fabulae ac miraculo datum.
  18. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 7-8.
  19. ^ Livio, Ab Urbe condita libri, I, 6.
  20. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 9, 5; 10, 1-3.
  21. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 9, 4; 11, 1.
  22. ^ Velleio Patercolo, Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo, Lib. I,8.
  23. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 7.
  24. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 2, 2.
  25. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 2, 4-8.
  26. ^ Pietro De Francisci, Sintesi storica del diritto romano, p.33.
  27. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 1, 1.
  28. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 1, 2-3.
  29. ^ a b Plutarco, Vita di Romolo, 2, 1.
  30. ^ Plutarco, Vita di Romolo, 2, 3.
  31. ^ Gentilizio Rumelna attestato dall'iscrizione sull'architrave della tomba 35 della Necropoli del Crocifisso del Tufo, a Orvieto. Iscrizione databile al VI secolo a.C.: Mi Velthurus Rumelnas.
  32. ^ Franco Bampi, Il nome di Roma
  33. ^ Filippo Coarelli, I santuari, il fiume, gli empori, vol. 13, pp. 129-134.
  34. ^ Massimo Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, pp. 61 e 65-68.
  35. ^ Filippo Coarelli, I santuari, il fiume, gli empori, vol. 13, pp. 132-134. La via Salaria era destinata a trasportare il sale dal guado del Tevere (dove erano presenti dei depositi chiamati Salinae) alla Sabina, mentre la via Campana dalla foce raggiungeva, costeggiando la riva destra del fiume, il guado nei pressi del Foro Boario. Una Via era il prolungamento e completamento dell'altra, costituendone un sistema unitario.
  36. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 1.19 e 1.37; Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I, 6.
  37. ^ Sesto Pompeo Festo, De verborum significatu, alla voce Septimontium vedi QUI.
  38. ^ Theodor Mommsen, Storia di Roma, Vol. I, Cap. IV, par. 4
  39. ^ Andrea Carandini, Roma il primo giorno, 2007, pp.22-24.
  40. ^ Massimo Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, pp.63-64.
  41. ^ Filippo Coarelli, I santuari, il fiume, gli empori, vol. 13, p. 127.
  42. ^ a b Filippo Coarelli, I santuari, il fiume, gli empori, vol. 13, pp. 135-136.
  43. ^ Renato Peroni, Comunità e insediamento in Italia fra età del bronzo e prima età del ferro, in Storia dei Greci e dei Romani, vol. 13, Einaudi, 2008, p. 11 ss.
  44. ^ Carandini, 2007, op. cit., Roma il primo giorno.
  45. ^ Carandini, 2007, op. cit., Roma il primo giorno.
  46. ^ Andrea Carandini Sulle orme di Schliemann a Roma: alle origini della Città e dello Stato su Archeologia viva, rivista bimestrale.
  47. ^ Tacito, Annales, XII, 24.
  48. ^ A. Carandini, "Palatino, Velia e Sacra via: paesaggi urbani attraverso il tempo'", in: Workshop di Archeologia Classica, Quaderni, 2004; Carandini, 2007, op. cit., Roma il primo giorno.
  49. ^ Massimo Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Milano 1993, pp.130.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Fonti storiografiche[modifica | modifica sorgente]

  • A.A. V.V., La grande Roma dei Tarquini, Roma, L'Erma di Bretschneider, 1990, ISBN 88-7062-684-9.
  • Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Bologna, Pàtron, 1997.
  • Andrea Carandini, La nascita di Roma: dei, lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà, Torino, 1998.
  • Andrea Carandini, Roma il primo giorno, Roma-Bari, Laterza, 2007.
  • Filippo Coarelli, I santuari, il fiume, gli empori, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol.13, Milano 2008.
  • Pietro De Francisci, Sintesi storica del diritto romano, Roma 1968.
  • Werner Keller, La civiltà etrusca, Milano, Garzanti, 1984, ISBN 88-11-76418-1.
  • Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, Firenze, Sansoni, 1972.
  • Massimo Pallottino, Origini e storia primitiva di Roma, Milano, Rusconi, 1993, ISBN 88-18-88033-0.
  • Renato Peroni, Comunità e insediamento in Italia fra età del bronzo e prima età del ferro, in Storia dei Greci e dei Romani, vol. 13, Einaudi 2008.
  • M. Quercioli, Le mura e le porte di Roma, Newton Compton, Roma, 1982.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]