Annales (Ennio)

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Annales
Giovanni Battista Tiepolo 038.jpg
Enea, con il figlio e il padre in un dipinto di Giambattista Tiepolo
Autore Quinto Ennio
1ª ed. originale II secolo a.C.
Genere poema epico
Lingua originale latino

Gli Annales sono un poema epico scritto dall'autore latino Quinto Ennio che racconta, come suggerisce il titolo, la storia di Roma "anno per anno", dalle origini fino al 171 a.C. Ci sono pervenuti in forma incompleta (circa 650 versi su 30.000).

Storia[modifica | modifica sorgente]

Quest'opera impegnò, secondo alcuni, gran parte della vita del poeta, dal suo arrivo a Roma (203 a.C.) fino alla morte (169 a.C.), mentre altri ritengono che essa sia stata composta in circa venti anni o anche meno.

Il fatto che gli Annales comprendessero ben diciotto libri e che il poeta li pubblicasse progressivamente a gruppi di sei (esadi) o di tre libri (triadi) indurrebbe ad accordare credito all'arco di tempo più esteso. Gli studiosi più recenti propendono invece per assegnare l'opus maximum di Ennio alla vecchiaia e ciò per vari motivi, tra i quali la maturità dello stile e della lingua.

Suddivisione[modifica | modifica sorgente]

Sul numero dei libri bisogna notare la somiglianza (pur non voluta, essendo il poema precedentemente conclusosi al XV libro. Lo provano le parole di Gellio e soprattutto Plinio, il quale ci dice che il poeta aggiunse il XVI libro impressionato dal coraggio di due fratelli durante la II guerra punica) con la tradizione omerica: sia l'Iliade che l'Odissea infatti sono composti da ventiquattro libri, un multiplo di sei appunto. Ennio con quest'opera voleva offrire alla letteratura di Roma un poema epico proprio, da opporre come contraltare a quelli omerici.

A causa delle mutilazioni di molti versi è difficile mettere in ordine la trama dell'opera e precisare il contenuto di ogni libro:

  • I libri I-III trattavano la preistoria di Roma, dalle origini troiane fino alla guerra tarantina. Comprendevano anche le istituzioni della res publica;
  • I libri IV-VI erano dedicati al racconto delle guerre contro i popoli italici e contro Pirro;
  • I libri VII-X contenevano la trattazione delle guerre puniche, di cui la prima, già narrata da Nevio, era molto sacrificata; la seconda riceveva invece grande risalto;
  • I libri XI-XVI contenevano i fatti concernenti la guerra siriaca contro Antioco e le vicissitudini romane in Etolia;
  • I libri XVII-XVIII giungevano fino alla guerra istriana del 178 a.C., narrando i fatti più vicini al tempo del poeta e alla sua morte.

Tutta l'opera era preceduta da un proemio, in cui Ennio invoca le Muse greche (che abitavano l'Elicona e il monte Olimpo) e non le Camene italiche. Nel proemio il poeta espone l'argomento dell'opera e racconta il sogno che lo ha ispirato.

Contenuto[modifica | modifica sorgente]

Il poeta narra che sul Parnaso gli apparve in sogno l'anima di Omero e che egli gli abbia detto di essersi incarnato prima nel corpo di un pavone (simbolo dell'immortalità dell'anima), poi nel corpo di Pitagora (ma è chiaramente un'interpolazione posteriore erroneamente aggiunta dal copista per meglio giustificare la reincarnazione dell'anima, secondo l'insegnamento pitagorico) e infine nel corpo del poeta, affinché come nuovo Omero cantasse ai Latini la vicenda epica di Roma. Nel sogno Omero espone ad Ennio il mistero della metempsicosi. Ennio ricalca l'utilizzo del sogno dal prologo degli Aitia del poeta Callimaco, ma in questo era adoperato semplicemente come espediente narrativo volutamente finto e labile poiché il suo scopo era solo tenere insieme i fili della narrazione; mentre nell'autore romano il sogno appare come reale, concreto. Ben più evidente è invece il richiamo al greco Esiodo e al proemio della sua Teogonia.
Al libro VII è presente un secondo proemio nel quale Ennio dava più spazio alle divinità della poesia, le Muse.

Esiodo e la Musa, dipinto di Gustave Moreau

Nel poema manca una connessione unitaria delle singole parti, perciò non è facile rintracciare un unico motivo ispiratore, anche se il filo conduttore di tutta l'opera è Roma.
È proprio sulla missione civilizzatrice di Roma che si incentra il patriottismo di Ennio, fondato sui valori dell'uomo e della civiltà prima ancora che sulla guerra. La romanità di Ennio non risiede soltanto nella celebrazione di Roma, bensì poggia anche sulla concezione dell'arte e sugli espedienti poetici. Nel proemio del libro VII (all'inizio della seconda esade) Ennio illustra gli ideali della sua arte e dice di essere superiore ai poeti che hanno scritto prima di lui e che avevano composto in saturni (allusione a Nevio).
Dunque il poeta dichiara di conoscere solo lui la vera arte, quella fondata sulla doctrina, ispiratagli dalle Muse e indicatagli in sogno da Omero, e si professa dicti studiosus, cioè quello che in greco si direbbe philologos, colui che ha una preparazione linguistica e letteraria.

Egli adottò un nuovo verso, l'esametro dattilico, utilizzato dall'epica greca in età omerica, ma sconosciuto alla poesia romana. Non furono pochi gli ostacoli da superare per piegare al nuovo metro la lingua latina, ma l'uso sapiente che Ennio stesso seppe fare del nuovo metro testimonia il suo desiderio di una spinta fortemente innovatrice nel gusto ancora rozzo dei Romani (il poeta è convinto che Roma meriti un canto altrettanto alto come i poemi omerici).

A noi sono rimasti solamente il verso iniziale e il proemio del primo libro e un secondo proemio posto all'inizio del VII libro. "Muse, che danzate sopra al grande cielo...": già dal verso iniziale si coglie una prima differenza con Livio Andronico, infatti si può notare come il popolo romano abbia accettato di "grecizzarsi" accettando così l'esistenza delle Muse e inoltre Ennio sostiene addirittura di aver incontrato il simulacrum di Omero che è entrato in lui mediante la metempsicosi. Il tema del sogno è un topos letterario molto ricorrente in Esiodo, storicamente esistito a differenza di Omero. Egli infatti nella Teogonia racconta di aver incontrato alle pendici dell'Elicona le Muse, che, dopo averlo istruito nell'arte del canto, gli hanno fatto dono di un ramo di alloro, proclamandolo poeta.
Con questo racconto, Ennio vuol far capire ai romani che:

  • in qualunque società l'arte deve essere sacra, intoccabile e autonoma;
  • l'intellettuale che la pratica è altrettanto sacro ed esige rispetto.

Ma il poemio del VII libro è più importante "Sull'argomento scrissero altri in versi con cui una volta cantavano i Fauni e i Vati, poiché né alcuno era salito sui colli delle Muse, né alcuno prima di me vi fu che fosse amante del sapere poetico...né alcuno ebbe mai il sogno, prima di averla appresa, la conoscenza della sofia, quella che da noi si chiama sapientia... noi abbiamo osato dischiudere...
Questi versi hanno un significato molto vincolante per tutti i letterati che sono venuti dopo:

  • Quando si dice che l'artista Ennio scrive in un modo nuovo e non come cantano i Fauni, si vuole criticare Nevio e il suo saturnio, considerato tecnicamente un metro inferiore all'esametro, adoperato da Ennio con grande perizia e diffuso da lui presso tutti gli intellettuali romani;
  • Anche il richiamo alle Muse e alla conoscenza della sapientia vogliono comunicare ai romani che anche nella loro società l'intellettuale dev'essere rispettato e che inoltre è giunto il momento di distinguere la prosa dalla poesia, cosa che a Roma non sarà mai accettata a fondo.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]