Velleio Patercolo

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Marco Velleio Patercolo (in latino: Marcus Velleius Paterculus; Aeclanum o Capua, 19 a.C. circa – 31 d.C. circa) è stato uno storico romano, autore di un'opera intitolata Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia della letteratura latina (14 - 68).

Il praenomen Marcus è attestato da Prisciano; alcuni storici moderni lo identificano però con Gaio Velleio Patercolo, il cui nome appare su una pietra miliare africana.[1]

Di origine campana, probabilmente vide i natali ad Aeclanum o a Capua in quanto discendente diretto - per parte materna - di Decio Magio, sannita, esponente di punta del partito fedele a Roma quando Capua passò ad Annibale e perciò inviato come ostaggio a Cartagine. Altro antenato fu Minato Magio, filoromano durante la "Guerra Sociale" (99 a.C. - 91 a.C.), che partecipò agli assedi di Ercolano e Pompei con un contingente di irpini, riuscendo per queste benemerenze a far iscrivere la sua gente alla ben più illustre tribù Cornelia anziché alla tribù Galeria come il resto del territorio. Il nonno paterno, Gaio Velleio Patercolo, fu comandante del genio con Gneo Pompeo Magno e aiutò, dando la vita, Tiberio Claudio Nerone (padre del futuro imperatore Tiberio) e la moglie Livia Drusilla durante la loro fuga. Il padre, Velleio, era stato il comandante della cavalleria di Tiberio mandato da Augusto in Germania fra il 19 a.C. e il 14 a.C.

Dopo un periodo di servizio in Tracia come tribunus militum negli anni successivi all'anno 1. Dal 4 al 6 anche Velleio Patercolo fu magister equitum di Tiberio. Nel 7, per rimanere con il suo comandante -come egli stesso racconta- rinunciò persino a diventare governatore di una provincia romana, di cui non ci è stato tramandato il nome. Inviato in Pannonia come legatus Augusti, alla guida di rinforzi a Tiberio, impegnato a sedare la rivolta, rimase con lui fino al 12. Fu eletto questore, poi pretore, e infine innalzato a senatore. Ebbe anche la carica di tribuno della plebe.

Nel 14, assieme al fratello Magio Celere Velleiano legatus al seguito di Tiberio nella guerra in Dalmazia, partecipò al trionfo di Tiberio per le vittorie sui Pannoni e sui Dalmati. Dall'anno 14, quando Tiberio lo nomina pretore, al 30 non si hanno più notizie di Velleio Patercolo.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo.

Nel 30, pubblicò la sua Storia romana (Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo) dedicata al Marco Vinicio console in quell'anno. Velleio conosceva bene Vinicio anche perché, con il grado di tribunus militum, nell'anno 1 aveva operato agli ordini di suo padre Publio Vinicio in Macedonia in Tracia e in una missione diplomatica presso i Parti. La nomina di Vinicio a console dovette essere piuttosto repentina o inaspettata e quindi Velleio fu probabilmente costretto a pubblicare la sua opera con dedica scritta ancora in modo sbrigativo e mancante di molti particolari. Lo stesso Velleio ci informa che il suo lavoro sarebbe continuato in modo più approfondito, ma questa revisione o non è stata pubblicata o non si è conservata.

Dopo il 30 Velleio Patercolo scompare nuovamente dalle cronache e se ne perdono le tracce definitivamente. Nessuno storico, nessun autore contemporaneo o di poco successivo lo cita, nonostante abbia condotto una vita brillante sia nell'esercito, sia nel campo della politica, sia come autore per 30-35 anni.

Le ipotesi che si possono proporre per questa scomparsa di Velleio Patercolo sono molteplici ma due sembrano essere più plausibili: la morte relativamente precoce (attorno ai cinquant'anni); i torbidi generati dalla lontananza dell'imperatore Tiberio, ritiratosi a Capri già dal 26, con conseguente gestione del potere da parte di Seiano contrastato da Agrippina, seguita dall'arresto di Agrippina (29), ed infine dalla caduta e morte (31) di Seiano (da Patercolo definito «uomo pieno di zelo e leale») a cui lo storico era probabilmente legato. Si intravede la possibilità per Henry Dodwell (1641-1711) che Velleio Patercolo sia rimasto coinvolto nella caduta di Seiano[2] o che, prudentemente, si sia limitato a condurre una vita ritirata di storico e letterato.

Età moderna[modifica | modifica wikitesto]

La sua opera fu rinvenuta nel 1515 nell'abbazia alsaziana di Murbach, dove Beatus Rhenanus, nome umanistico di Beat Bild, ne ritrovò i manoscritti, curando poi nel 1520 un'edizione approssimativa uscita a Basilea. Tuttavia «la fonte più autorevole per la critica del testo velleiano è costituita dalla copia dell'editio princeps in cui Alberto Burer, amanuense del Renano, inserì alla fine un'appendice di correzioni desunte da una sua più esatta collazione del codice Murbacensis, ora perduto».[3]

Nel XX secolo si è teso a rivalutare la figura di Velleio Patercolo, in precedenza visto come una sorta di storico cortigiano, come un adulatore di Tiberio. In realtà, molti entusiasmi e molti riferimenti poco obiettivi sono da ascriversi al fatto che Patercolo era stato per molti anni soldato, e Tiberio, suo comandante, l'aveva infine anche fatto eleggere alla pretura. Si è riconosciuta, inoltre, una humanitas non comune, evidente soprattutto nel modo di tratteggiare i personaggi.[4]

Fortuna[modifica | modifica wikitesto]

Semper magnae fortunae comes adulatio - (L'adulazione è sempre compagna di una grande fortuna)

Forse a causa di questa sua frase, o forse per l'impianto stesso della sua opera storica, tesa a difendere lo status quo (praticamente tutti i riformatori sono visti come delinquenziali sollevatori del popolo - i Gracchi, per esempio - mentre i personaggi legati alle istituzioni sono descritti come probi e disinteressati cittadini - Pompeo o Seiano siano esempio -), al conformista nome di Velleio Patercolo è stato dal Codacons intitolato un ironico "Premio di giornalismo a chi durante l'anno si è distinto in modo eccellente per servilismo al potere governativo o economico fornendo notizie false ai lettori".

La storiografia non è, però, unanime nel giudizio. Il nodo sta nel fatto che la valutazione totalmente negativa deriva dalla convinzione che quella di Velleio fosse solo adulazione nei confronti di Tiberio, giudicato da Tacito un pessimo imperatore. Gli storici contemporanei, invece, rivalutano in parte la figura di Tiberio [5] e quindi l'ammirazione di Velleio per l'imperatore può apparire in certi casi maggiormente fondata.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ CIL VIII, 10311.
  2. ^ Henry Dodwell, Annales Velleiani, Quintilianei, Statiani, 1698.
  3. ^ Ettore Paratore, Storia della letteratura latina, Firenze, Sansoni, 1967, p. 543.
  4. ^ Ettore Paratore, Storia della letteratura latina, Firenze, Sansoni, 1967, pp. 540-543.
  5. ^ Cf. Albino Garzetti, L'impero da Tiberio agli Antonini in Storia di Roma dell'Istituto Nazionale di Studi Romani, vol. 6, Bologna, Cappelli, 1960.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Italo Lana, Velleio Patercolo o Della propaganda, Torino, Giappichelli, 1952.

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