Guerra civile romana (68-69)
| Guerra civile romana (68-69) parte delle guerre civili romane
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|---|---|---|---|
| Data | 68-69 | ||
| Luogo | Impero romano | ||
| Casus belli | fine del principato di Nerone | ||
| Esito | Vittoria finale di Vespasiano, unico imperatore | ||
| Schieramenti | |||
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Anno dei quattro imperatori:
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L'anno dei quattro imperatori corrisponde, all'interno della storia romana, all'anno 69, così chiamato in quanto durante questo anno regnarono quattro imperatori: Galba, successore di Nerone in carica dal giugno 68, Otone, entrato in carica a gennaio, Vitellio, imperatore da aprile, e Vespasiano, che ottenne la porpora a dicembre per tenerla saldamente per dieci anni. Galba venne eletto in Hispania,[3] Vitellio dalle legioni germaniche,[2][3] Otone dalla guardia pretoriana a Roma[3] ed infine Vespasiano dalle legioni orientali e danubiane.[3]
Indice |
[modifica] Contesto storico
| Per approfondire, vedi Età giulio-claudia e dinastia giulio-claudia. |
All'inizio dell'anno 68 la rivolta incombeva su Nerone e sui suoi eccessi smisurati (ad esempio, proprio in quel periodo stava tornando da una visita puramente artistica in Grecia). Il governatore della provincia della Gallia Lugdunense, Gaio Giulio Vindice minacciava di entrare apertamente in rivolta contro l'imperatore.[4] Era anche riuscito a far aderire Servio Sulpicio Galba, il governatore della Tarraconense e uno degli uomini più leali dello stato, un servitore modello di Tiberio, Caligola e Claudio.
In Africa, un prefetto, Lucio Clodio Macro entrò anch'esso in rivolta contro Nerone, minacciando anche di fermare gli approvvigionamenti di grano per Roma.
Il 15 maggio 68 il prefetto delle legioni della Germania superiore, Lucio Virginio Rufo annientò con i suoi soldati le truppe di Vindice presso Besançon. In tal modo, Nerone poté disporre di un periodo di tregua.
In Spagna, Galba si era fatto acclamare "imperatore", ma non aveva, secondo Svetonio, che accettato un titolo più umile, quello di "Luogotenente del Senato e del Popolo Romano". Arruolò anche delle truppe per rinforzare la sua legione, la VII "Gemina".
[modifica] Casus belli: morte di Nerone
A Roma, il prefetto del pretorio Ninfidio Sabino, segretamente alleatosi a Galba, aumentò le paranoie di Nerone e lo riempì di menzogne, annunciandogli notizie l'una più orribile dell'altra. Riuscì perfino a convincerlo a chiudere la sua Domus Aurea per una casa nella periferia di Roma. Una volta allontanato Nerone, Sabino vendette la fedeltà dei pretoriani a Galba, mentre il Senato votava contro Nerone, dichiarandolo "nemico della patria". Nerone si suicidò poco dopo, poco fuori Roma grazie all'aiuto dei suoi quattro liberti,[1] il 6 giugno 68, abbandonato da tutti. Il Senato votò inoltre la damnatio memoriae di Nerone, e Galba venne eletto con un plebiscito.
[modifica] Forze in campo
| Per approfondire, vedi Esercito romano, Dislocazione delle legioni romane e limes romano. |
[modifica] Fasi della guerra
[modifica] Sollevazione di Galba (dal giugno 68)
| Cronologia del 68 | |
|---|---|
| aprile | Galba, governatore dell'Hispania Tarraconensis, e Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, si ribellano a Nerone |
| aprile – maggio | Le legioni del Reno sconfiggono ed uccidono Vindice in Gallia |
| giugno | Nerone viene dichiarato nemico pubblico dal Senato e si suicida il giorno stesso, Galba viene riconosciuto imperatore |
| novembre | Vitellio riceve la nomina di governatore della Germania Inferiore |
A questa notizia, Galba riunì le sue truppe e marciò su Roma. Egli, a dispetto di tutte le attese, impiegò circa quattro mesi per arrivare fino alla Città Eterna (vi entrò infatti nell'ottobre 68). Durante questo periodo la situazione a Roma era diventata difficile: la città era stata abbandonata infatti ai sostenitori di Nerone (di fatto, per lo più degli schiavi liberati dal precedente principe), che saccheggiavano, derubavano e terrorizzavano la popolazione. Ninfidio Sabino, deluso da Galba che aveva appena deciso di sostituirlo con Cornelio Lacone nel ruolo di prefetto del pretorio, tentò allora di sfruttare la situazione difficile per farsi nominare imperatore dai pretoriani, ma questi, temendo l'inevitabile reazione di Galba e non volendo perdere l'enorme ricompensa da lui promessa al suo arrivo a Roma, rifiutarono la proposta di Ninfidio Sabino e lo uccisero nel Foro romano[2] (gennaio del 69).
Se l'autorità di Galba a Roma era più o meno riconosciuta, essa lo era interamente nelle province. Solo le legioni della Germania, quelle che avevano battuto Gaio Giulio Vindice, protestavano nel vedere che i pretoriani approfittavano dell'ascesa al trono di Galba.
L'arrivo a Roma di Galba non fu nulla di trionfale. I suoi uomini si trovarono infatti costretti a eliminare tutti i sostenitori di Nerone che rifiutavano di riprendere il loro precedente stato di schiavi.
Galba, vecchio, era totalmente manipolato dai suoi consiglieri, Tito Vinio, Cornelio Lacone ed Icelo, che non riuscivano a mettersi d'accordo su niente, salvo che sulla necessità di approfittare del momento per riempirsi le tasche. Galba commise così, probabilmente su consiglio di questi tre uomini, degli errori che finirono per esasperare la plebe di Roma, i patrizi ed infine l'esercito (si rifiutò infatti di pagare il premio promesso, il donativo alla guardia pretoriana). Anche le legioni della Germania alla fine si rivoltarono apertamente contro Galba, poiché egli non le aveva ricompensate per i meriti della loro lotta contro l'usurpatore Vindice.
Galba commise infine un ultimo errore. Adottò infatti Lucio Calpurnio Pisone Liciniano o Pisone, il nipote del celebre Gaio Calpurnio Pisone che Nerone aveva fatto condannare a morte per la sua congiura. Galba finì così per frustrare e perdere uno dei suoi più antichi alleati, Otone, il governatore della Lusitania, che ambiva proprio all'adozione da parte di Galba: Otone riuscì a "corrompere" i pretoriani e fece assassinare Galba nei pressi del Lacus Curtius, lungo la Via Sacra; secondo lo storico Tacito, infatti:
| « Vistasi addosso la schiera degli armati, il portainsegne della coorte che accompagnava Galba (Attilio Vergilione, secondo quanto si dice) strappò l'immagine di Galba e la gettò per terra. Fu, allora, chiaro che tutti i soldati parteggiavano per Otone: la folla lasciò vuoto il Foro e coloro che ancor esitavano furono minacciati.
Vicino al lago Curzio il tremore dei portatori sbalzò Galba dalla lettiga e lo fece rotolare a terra. Le sue ultime parole sono state variamente tramandate da chi lo odiava e da chi, invece, provava ammirazione per lui. Qualcuno dice che, con voce supplichevole, chiedesse che male avesse mai fatto. E implorava anche un po' di tempo per pagare il donativo. Molti però affermano che offrisse volontariamente il collo ai suoi boia: facessero pure, lo colpissero se pensassero di fare cosa utile allo stato. Ma per gli uccisori, cosa abbia effettivamente detto, non ha importanza. » |
| (Tacito, Historiae, libro I, paragrafo XLI) |
Allo stesso modo, Svetonio ricorda che:
| « [Galba] fu ucciso nel suo settantatreesimo anno di età, nel settimo mese del suo principato. Il Senato, appena fu possibile, ordinò che nella parte del Foro romano dove era stato trucidato,[1] venisse eretta in suo onore una statua, sopra una colonna rostrata. Più tardi Vespasiano annullò questo decreto, poiché era convinto che Galba dalla Spagna avesse inviato dei sicari in Giudea per ucciderlo. » |
| (Svetonio, Vita di Galba 33.) |
[modifica] Ascesa e caduta di Otone (gennaio-aprile 69)
| Per approfondire, vedi Prima battaglia di Bedriaco. |
Lo stesso giorno, il 15 gennaio 69, il Senato, impaurito dalla guardia pretoriana, nominò Otone imperatore.[1] Questi però dovette far fronte a due difficoltà maggiori: prima all'ostilità latente del predetto Senato, che rimpiangeva Galba, e poi alla rivolta delle legioni della Germania Inferiore comandate da Vitellio, che era stato acclamato dalle sue truppe imperatore.[2]
I due eserciti si scontrarono nella prima battaglia di Bedriaco. Otone si trovò a fronteggiare due validi generali vitelliani, Fabio Valente e Aulo Cecina Alieno, i quali nel primo giorno di battaglia, vennero sconfitti dalle forze otoniane; nel giorno successivo prevalse invece l'esercito di Vitellio. Otone, per la disperazione, si suicidò al termine della battaglia, a Brescello.[2] Le forze allora di Otone passarono in massa agli ordini dei generali di Vitellio che, alla testa dell'esercito, prese la strada per Roma.[2]
[modifica] Vitellio si reca a Roma dopo la vittoria di Bedriaco (aprile-giugno 69)
Vitellio, dopo la vittoria ottenuta a Bedriaco, giunse a Roma, insieme all'esercito delle Germanie e ad una grande moltitudine di persone. Non potendo sistemare tutti nei quartieri costruiti per i soldati, trasformò Roma in gigantesco accampamento, acquartierando i militari in quasi ogni abitazione. Assistendo i milites all'opulenza cittadina, trovandosi in mezzo a tutto quell'argento ed oro, a fatica vennero trattenuti dal saccheggiare la città.[5]
[modifica] Vitellio e Vespasiano (luglio-novembre 69)
| Cronologia del 69 | |
|---|---|
| Cronologia del 69 | |
| 1º gennaio | Le legioni del Reno rifiutano di giurare fedeltà a Galba |
| 2 gennaio | Vitellio acclamato imperatore presso il Reno |
| 15 gennaio | Galba viene ucciso dalla Guardia pretoriana; lo stesso giorno, il Senato riconosce imperatore Otone |
| 14 aprile | Vitellio sconfigge Otone a Bedriaco[6] |
| 16 aprile | Otone si suicida; Vitellio riconosciuto imperatore |
| 1º luglio[3] | Vespasiano, comandante della legioni in Giudea, è proclamato imperatore dalle legioni d'Egitto |
| 11 luglio[3] | Anche le legioni in Giudea proclamano imperatore Vespasiano |
| agosto | Le legioni danubiane danno il proprio sostegno a Vespasiano (in Siria) e invadono l'Italia in settembre in suo nome |
| ottobre | Le legioni del Danubio sconfiggono Vitellio presso Bedriaco,[7][8] mentre Vespasiano si reca nella provincia alleata d'Egitto |
| 20 dicembre | Vitellio viene ucciso dai soldati presso le scale Gemonie[9] |
| 21 dicembre | Vespasiano è riconosciuto imperatore a Roma |
| Per approfondire, vedi Seconda battaglia di Bedriaco. |
Frattanto Vespasiano, che era impegnato in Oriente, in guerra contro i Giudei, una volta saputo dell'assunzione della porpora imperiale da parte di Vitellio, afflitto da tanti e tali pensieri sul da farsi, non riusciva a pensare alla guerra che stava conducendo contro i Giudei.[10] Gli ufficiali, inoltre, lo incitavano a prendere il potere ed accettare l'acclamazione ad imperatore, sostenendo che:[11]
| « Se per governare era necessaria l'esperienza degli anni, questa si trovava in Vespasiano padre, se il vigore della giovinezza, questa si trovava nel figlio Tito, sommandosi così i pregi dell'età di entrambi. Ai nuovi eletti ci sarebbero state come sostegno, non soltanto i soldati di tre legioni insieme alle truppe alleate dei re, ma anche quelle di tutto l'Oriente, oltre alle province europee, abbastanza lontane da non temere Vitellio, gli alleati in Italia, un fratello di Vespasiano (Tito Flavio Sabino) e un altro figlio (Domiziano). » |
| (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.3.597-598.) |
I soldati si radunarono tutti insieme e, facendosi coraggio l'un l'altro, acclamarono Vespasiano loro imperatore, pregandolo di salvare la Res publica. Al suo iniziale rifiuto, come ci racconta Giuseppe Flavio, sembra che anche i generali cominciassero ad insistere, mentre i soldati gli si avvicinavano con le spade in pugno, quasi lo stringessero d'assedio, cominciarono a minacciare di ucciderlo qualora non avesse accettato. E se Vespasiano, in un primo momento, espose le sue ragioni che lo inducevano a rifiutare la porpora imperiale, alla fine non riuscendo a convincerli, accettò l'acclamazione ad imperator.[12]
Secondo la ricostruzione di Giuseppe Flavio, Vespasiano riteneva di fondamentale importanza il fatto di ottenere il sostegno dell'Egitto alla sua causa.
| « [...] poiché Gaio Licinio Muciano ed altri generali sollecitavano affinché [Vespasiano] esercitasse il potere come princeps, anche l'esercito lo incitava ad essere condotto a combattere qualunque rivale. Vespasiano, allora per prima cosa, rivolse la sua attenzione ad Alessandria, poiché sapeva che l'Egitto costituiva una delle regioni più importanti dell'impero per l'approvvigionamento del grano, credette che, assicuratosene il controllo, avrebbe costretto Vitellio ad arrendersi, poiché la popolazione di Roma avrebbe patito la fame. Mirava, inoltre, ad avere come sue alleate le due legioni presenti ad Alessandria, ed a fare di quella provincia un baluardo contro la cattiva sorte. » |
| (Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.5.605-607.) |
Vespasiano decise così di scrivere a Tiberio Alessandro, governatore dell'Egitto e di Alessandria, informandolo di essere stato acclamato imperator dalle truppe in Giudea e che contava sulla sua collaborazione ed aiuto. Alessandro, allora, dopo aver dato pubblica lettura al messaggio di Vespasiano, chiese che le legioni e il popolo giurassero fedeltà al nuovo imperatore. In seguito Alessandro si dedicò ai preparativi per accogliere Vespasiano, mentre la notizia si diffondeva in tutto l'Oriente romano ed ogni città festeggiava la lieta notizia, compiendo sacrifici per il nuovo imperatore.[13]
Ancora Giuseppe Flavio racconta che quando Vespasiano si trasferì a Berito da Cesarea Marittima, venne raggiunto da numerose ambascerie provenienti dalla provincia di Siria e dalle altre province orientali che gli recavano doni e decreti gratulatori. Giunse anche Muciano, governatore di Siria, a tributargli il suo appoggio e giuramento di fedeltà, insieme a quello dell'intera popolazione provinciale.[13]
Secondo invece la ricostruzione di Svetonio, Vespasiano, che era ancora impegnato nella repressione della rivolta giudea, venne proclamato imperatore, dopo aver ricevuto un primo segnale dalle lontane armate di Mesia, che a quel tempo erano sotto il comando di Antonio Primo:
| « Sebbene le sue truppe fossero già pronte a seguirlo e, al contrario, insistessero molto, [Vespasiano] non fece alcun tentativo prima di esservi spinto da un segno occasionale di simpatia che gli diedero dei soldati lontani e sconosciuti. Duemila uomini per ciascuna delle tre legioni di Mesia erano stati inviati in aiuto di Otone, ma appena postisi in marcia, avevano saputo della sconfitta e della morte del loro princeps. Ad ogni modo avevano deciso di proseguire fino a Aquileia, incuranti di questa notizia. Qui, approfittando della situazione, si erano abbandonati ad ogni genere di rapina e saccheggi. Temendo, pertanto, di doverne poi pagare le conseguenze, decisero di nominare un loro imperatore [...]. Quindi, dopo aver preso considerato tutti i nomi dei legati consolari, ovunque essi fossero, e dopo averne scartati numerosi, alcuni soldati della legio III, che all'epoca della morte di Nerone era stata trasferita dalla Sirie in Mesia, fecero l'elogio di Vespasiano, tanto che tutti aderirono e scrissero il suo nome sui vessilli rapidamente. » |
| (Svetonio, Vita di Vespasiano, 6.) |
Svetonio aggiunge che, se questa prima insurrezione venne inizialmente placata e le truppe ricondotte al loro dovere, generò grande fermento in tutto l'Impero, tanto che il prefetto d'Egitto, Tiberio Alessandro, per primo, indusse le sue legioni a prestare giuramento nei confronti di Vespasiano il 1º luglio (mentre quest'ultimo si trovava a Cesarea),[3] che in seguito venne considerato come il primo giorno del suo principato. L'11 luglio era la volta dell'esercito di Giudea a prestare giuramento davanti allo stesso Vespasiano.[3] Trovò, inoltre, un valido aiuto militare da parte di Gaio Licinio Muciano, governatore della Siria ed un'alleanza inaspettata dal re dei Parti, che gli mise a disposizione ben 40.000 arcieri.[3] In oriente tutti guardavano a lui. Svetonio aggiunge:
| « Di grande aiuto gli fu in questa impresa la divulgazione di una lettera, vera o falsa che fosse, del defunto Otone, nella quale egli lo supplicava e gli affidava l'incarico di vendicarlo e soccorrere la Res publica. » |
| (Svetonio, Vita di Vespasiano, 6.) |
Il nuovo imperatore, dopo aver assegnato i vari comandi nelle province orientali a lui fedeli e congedato le ambascerie, si trasferì ad Antiochia di Siria, dove si consigliò con i più fidati collaboratori sul da farsi, ritenendo che fosse importante raggiungere Roma prima possibile. Fu così che, una volta affidato un forte contingente di cavalleria e fanteria a Muciano (governatore di Siria), lo inviò in Italia via terra, attraverso Cappadocia e Frigia, poiché la stagione invernale non permetteva un tragitto via mare, considerato l'elevato rischio di naufragio.[14] Contemporaneamente anche Antonio Primo, al comando della Legio III Gallica di stanza nella Mesia, di cui egli era a quel tempo governatore, si dirigeva in Italia per affrontare le armate di Vitellio.[15]
E così all'ottavo mese del suo principato, Vitellio dovette assistere alle defezioni delle legioni di Pannonia e Mesia, oltre a quelle di Siria, Giudea ed Egitto, che si erano schierate dalla parte di Vespasiano.[6] Vespasiano allora, lasciato a suo figlio Tito il compito di terminare le operazioni in Giudea, si trasferì in Egitto.
Intanto Vitellio, cominciò a fare concessioni di ogni sorta sia pubbliche che private, allo scopo di conservare il favore e la simpatia delle truppe rimaste a lui fedeli. Dispose, inoltre, una nuova leva di volontari a Roma, promettendo non solo il congedo appena ottenuta la vittoria, ma anche una serie di premi (donativa) e di riconoscimenti che solitamente si concedono ai soli veterani.[6] Raccolse, quindi, una squadra di gladiatori e di reclute che affidò al fratello Lucio Vitellio il Giovane, oltre ad una flotta sul fronte marittimo, presidiando l'Italia settentrionale con i suoi generali vittoriosi della battaglia di Bedriaco.[6]
Giuseppe Flavio racconta che, mentre Antonio Primo si dirigeva in Italia, Vitellio gli inviò contro un grande esercito sotto il comando di Cecina Alieno, di cui aveva grande fiducia dopo la vittoria riportata su Otone. Cecina, partito velocemente da Roma, raggiunse Antonio nei pressi di Cremona.[15] Qui, dopo essersi accorto della moltitudine e della disciplina delle forze avversarie, preferì non attaccar battaglia e, ritenendo fosse pericoloso ritirarsi, meditò il tradimento. Cercò, quindi, di convincere gli ufficiali sotto il suo comando a passare dalla parte di Vespasiano, sostenendo che quest'ultimo potesse raggiungere i suoi obiettivi anche senza di loro, mentre Vitellio anche col loro aiuto era ormai spacciato.[15] Riuscì con questi ragionamenti a persuaderli e poté passare con l'intera armata dalla parte di Antonio Primo; ma quella stessa notte molti dei soldati ebbero un ripensamento e, terrorizzati al pensiero che Vitellio potesse alla fine risultare vincitore, sguainate le spade, si gettarono su Cecina, che venne salvato a stento dai suoi tribuni, che si frapposero ai loro stessi uomini. Cecina non fu ucciso, ma venne incatenato, pronto per essere consegnato a Vitellio, come traditore.[7]
Antonio, però, informato dell'accaduto, radunò i suoi e li condusse contro le truppe ribelli, che dopo una breve resistenza vennero travolte e messe in fuga verso Cremona.[7] I due eserciti si erano così scontrati tra Cremona e Bedriaco.[8] Antonio sbarrò, quindi, ai vitelliani le vie d'accesso alla città, riuscendo ad accerchiarle ed distruggendone gran parte davanti le mura della città. Nell'inseguire i pochi superstiti oltre le mura, i soldati di Antonio si abbandonarono al saccheggio (fine ottobre del 69). Morirono così molti mercanti che venivano da altre regioni, molti degli abitanti di Cremona, oltre a numerosi soldati delle truppe vitelliane, per un totale di 30.200 persone. Dei soldati della Mesia solo 4.500 perirono. Dopo aver liberato Cecina, Antonio lo inviò a Vespasiano per informarlo dei fatti avvenuti, graziandolo così per il tradimento ai danni di Vitellio.[7][8]Tacito racconta nella sua versione dei fatti che:
| « quarantamila armati fecero irruzione in Cremona, con un numero di servi e portatori anche maggiore, gente assai portata alla crudeltà ed ai disordini. Nessuno era protetto dall'età o dal grado. Si consumarono stupri e uccisioni. Uomini e donne vecchissimi erano trascinati come oggetto di ludibrio...Se capitava tra le mani qualche giovane fanciulla di particolare bellezza veniva fatta a pezzi... Qualcuno che portava via denaro o doni votivi d'oro dai templi veniva ucciso da un altro più forte di lui... altri disseppellirono tesori, battendo con verghe e torturando i padroni... soldati provvisti di torce, dopo aver rubato la preda, le lanciavano per divertimento dentro le case... » |
| (Tacito, Historiae, III, 33.) |
[modifica] Fine di Vitellio (dicembre 69)
A Roma, quando Flavio Sabino (fratello di Vespasiano) venne a sapere che Antonio era ormai vicino, prese coraggio e radunate le coorti dei vigili, di notte occupò il Campidoglio. Il giorno seguente lo raggiunsero molti dei nobili ed anche il giovane Domiziano, figlio del fratello.[16] Vitellio intanto, che si trovava anch'egli a Roma, cercò a questo punto di prendere tempo e di accordarsi con il fratello del suo rivale, Sabino, promettendogli di abdicare e cento milioni di sesterzi per aver salva la vita (18 dicembre del 69),[6] nascondendo la notizia della sua disfatta:
| « Dopo essere stato sconfitto in battaglia, fattosi promettere di aver salva la vita dal fratello di Vespasiano, Flavio Sabino, consegnandogli cento milioni di sesterzi, si presentò sulla gradinata del palazzo imperiale per dichiarare ad una folla di soldati che abdicava all'impero, che lo aveva assunto contro la propria volontà. E poiché tutti protestavano e gridavano, rinviò la decisione e trascorse una notte. Alle prime luci dell'alba, discese ai rostri, vestito a lutto, e piangente ripeté lo stesso discorso, questa volta leggendo il tutto da uno scritto. » |
| (Svetonio, Vita di Vitellio, 15.) |
Poiché gran parte dei soldati (quelli delle legioni germaniche[16]) e del popolo si opponevano a che abbandonasse il potere, esortandolo a non perdersi d'animo, si riprese ed attaccò Flavio Sabino ed i suoi partigiani, costringendoli a difendersi sul Campidoglio,[1] dove nel corso dello scontro il Tempio di Giove Ottimo Massimo fu dato alle fiamme ed i soldati saccheggiarono i doni votivi,[16] mentre buona parte dei partigiani dei Flavi perse la vita.[6]
| « [...] dopo avere dato alle fiamme il tempio di Giove Ottimo Massimo, li distrusse, assistendo sia al combattimento sia all'incendio mentre banchettava nella Domus Tiberiana. » |
| (Svetonio, vita di Vitellio, 15.) |
Domiziano, insieme a molti importanti personaggi della nobilitas romana riuscì miracolosamente a mettersi in salvo. Tacito racconta che, travestendosi da sacerdote di Iside, si nascose nella casa al Velabro di Cornelio Primo, un cliente di suo padre.[17] Tutti gli altri furono trucidati, tra cui lo zio Sabino, che venne trascinato davanti a Vitellio e ucciso.[16] Poco dopo, Vitellio si pentì di quanto aveva commesso e, dandone la colpa ad altri[6], convinse il Senato ad inviare ambasciatori, insieme a delle vergini Vestali, per chiedere la pace, o comunque una tregua.[9] Il giorno seguente, un esploratore lo informò che Antonio Primo era ormai alle porte di Roma col suo esercito. I vitelliani, secondo il racconto di Giuseppe Flavio, affrontarono l'armata nemica in tre punti della città, ma furono sconfitti e perirono fino all'ultimo uomo.[16] Secondo invece quanto narra Svetonio, le avanguardie dell'esercito si erano ormai introdotte in città e non avendo trovato alcuna resistenza, stavano cercando ormai ovunque Vitellio, il quale, indeciso se scappare in Campania o rimanere a Roma, alla fine preferì rientrare a palazzo, «come se avesse ottenuto la pace».[9]
| « [A palazzo] trovandolo deserto ed essendo scomparsi tutti coloro che lo avevano accompagnato, dopo essersi passato attorno alla vita una cintura piena di monete d'oro, si nascose nello sgabuzzino vicino all'entrata, legando il cane davanti alla porta che aveva barricato con una branda ed un materasso. » |
| (Svetonio, Vita di Vitellio, 16.) |
Le truppe di Antonio Primo, una volta trovatolo nei palazzi imperiali, seppur non avendolo riconosciuto inizialmente, poiché ubriaco e rimpinzato di cibo più del solito, avendo compreso che la fine era ormai vicina,[16] lo condussero nel Foro romano.[9] Qui attraverso l'intera via Sacra, con le mani legate, un laccio al collo e la veste strappata, lungo l'intero percorso, Vitellio venne fatto oggetto di ogni ludibrio a gesti e con parole, mentre era condotto con una punta di spada al mento e la testa tenuta indietro per i capelli, come si fa con i criminali.[9][16] Alla fine venne scannato per le vie di Roma, dopo otto mesi e cinque giorni di regno:[16]
| « Qualcuno gli gettava addosso dello sterco e del fango, altri lo insultavano chiamandolo «porco» e «incendiario». Una parte del popolino ne metteva in risalto i difetti fisici. Era infatti molto grasso, rubizzo in volto per il troppo vino, con una grande pancia ed una gamba malandata, da quando era stato investito da una quadriga mentre assisteva Caligola nelle corse dei carri. Finalmente presso le Scale Gemonie, scarnificato con minutissimi colpi, fu ucciso e trascinato con l'uncino nel Tevere. » |
| (Svetonio, Vita di Vitellio, 16.) |
[modifica] Conseguenze della fine della guerra civile
| Per approfondire, vedi Dinastia dei Flavi. |
Il 21 dicembre, il giorno dopo l'ingresso delle truppe di Antonio Primo in Roma, e l'uccisione di Vitellio il Senato proclamò Vespasiano imperatore e console con il figlio Tito, mentre il secondogenito Domiziano veniva eletto pretore con potere consolare.[18] Il 22 dicembre anche Muciano raggiunse Roma, entrando in città al comando delle sue truppe e mettendo fine alle stragi che si stavano perpetrando dagli uomini di Antonio, alla ricerca dei soldati di Vitellio e di quei cittadini che si erano schierati dalla sua parte. Si contarono più di cinquantamila morti dopo questi scontri.[16] Muciano accompagnò, quindi, Domiziano nel Foro romano e lo raccomandò al popolo romano come Cesare e reggente fino all'arrivo del padre dall'Oriente, mentre il giovane principe pronunciò loro un discorso.[19]. Il popolo allora, finalmente libero da Vitellio e dai vitelliani, acclamò Vespasiano imperatore, celebrando l'inizio di un nuovo principato e la fine di Vitellio.[16]
Frattanto Vespasiano, che era giunto ad Alessandria d'Egitto, fu raggiunto dalla notizia che Vitellio era morto e che il popolo di Roma lo aveva proclamato imperatore (fine dicembre del 69).[16][20] Giunsero, quindi, numerose ambascerie a congratularsi con lui da ogni parte del mondo, ora era diventato suo. Vespasiano, ansioso di salpare per la capitale non appena fosse terminato l'inverno, sistemò le in Egitto e spedì il figlio Tito con ingenti forze a conquistare Gerusalemme e porre fine alla guerra in Giudea.[21]
Affidate, pertanto, le truppe in Giudea al figlio Tito, Vespasiano giunse finalmente a Roma[22] nel 70. Immediatamente dedicò ogni sua energia a riparare i danni causati dalla guerra civile. Restaurò la disciplina nell'esercito che sotto Vitellio era stata piuttosto trascurata, e con la cooperazione del senato, riportò il governo e le finanze su solide basi.
| « I soldati, quelli imbaldanziti dalla vittoria conseguita e gli sconfitti perché addolorati, si erano abbandonati ad ogni tipo di licenza; alcune province e città, persino alcuni regni, si combattevano tra loro. [Vespasiano] allora congedò la maggior parte dei soldati di Vitellio e li costrinse [alla disciplina]; riguardo a quelli che avevano partecipato alla vittoria, non solo non distribuì alcun premio straordinario, ma pagò in ritardo quelli legittimi. » |
| (Svetonio, Vita di Vespasiano 8.) |
Con Vespasiano veniva instaurata una nuova dinastia ereditaria, la dinastia dei Flavi. A Vespasiano infatti succedettero i figli Tito (79-81) e poi Domiziano (81-96).
[modifica] Note
- ^ a b c d e Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 9.2.
- ^ a b c d e f Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 9.9.
- ^ a b c d e f g h i Svetonio, Vita di Vespasiano 6.
- ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 8.1.
- ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.1.
- ^ a b c d e f g Svetonio, Vita di Vitellio, 15.
- ^ a b c d Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.3.
- ^ a b c Tacito, Historiae, III, 19-35.
- ^ a b c d e Svetonio, Vita di Vitellio, 16.
- ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.2.
- ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.3.
- ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.4.
- ^ a b Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.6.
- ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.1.
- ^ a b c Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.2.
- ^ a b c d e f g h i j k Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.4.
- ^ Tacito, Historiae, III, 74. Secondo Svetonio (Vita di Domiziano, 1), invece, Domiziano si sarebbe rifugiato presso la madre di un suo amico.
- ^ Tacito, Historiae, IV, 3, Suetonio, Domiziano, 1; Cassio Dione, LXVI, 1.
- ^ Cassio Dione, LXV, 22.
- ^ Svetonio, Vita di Vespasiano 7.
- ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.5.
- ^ Svetonio, Vita di Vespasiano 8.
[modifica] Bibliografia
- Fonti antiche
- Aurelio Vittore, De Caesaribus (Testo in latino disponibile qui.
- Aurelio Vittore (attr.), De viris illustribus Urbis Romae (Testo in latino disponibile qui.
- Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana, libri LXVI-LXVII. (Versione in inglese disponibile qui).
- Eutropio, Breviarium historiae romanae (testo latino), VII-X
. - Frontino, Strategemata (testo latino)
. - Giuseppe Flavio, Guerra giudaica. (Versione in inglese disponibile qui).

- Marziale, Epigrammi
- Plinio il Giovane,
- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (testo latino)
. - Strabone, Geografia (testo greco) (Γεωγραφικά).
(Versione in inglese disponibile qui). - Svetonio, De vita Caesarum libri VIII (testo latino), vite di Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano, Tito e Domiziano.

- Tacito,
-
- Annales (testo latino)
(Versione in inglese disponibile qui) - Historiae (testo latino)
(Versione in inglese disponibile qui)
- Annales (testo latino)
- Fonti storiografiche moderne
- AA. VV., Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi, a cura di F. Coarelli, Napoli, Electa, 2009 ISBN 978-88-3707-069-4
- Albino Garzetti, L'Impero da Tiberio agli Antonini, Bologna, Cappelli, 1960
- Michael Grant, Gli imperatori romani, Roma, Newton Compton, 2008 ISBN 978-88-8289-400-9
- Barbara Levick, Vespasian (in inglese), London & New York, Routledge, 1999. ISBN 0-415-16618-7
- Santo Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. I); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. I)
- Pietro Nelli, L'imperatore dalle umili origini. Titus Flavius Vespasianus, Roma, Lulu, 2010 ISBN 978-1-4092-9010-0
- Mario Pani, Il principato dai Flavi ad Adriano in: AA.VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 16°).