Guerra civile romana (68-69)

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Guerra civile romana (68-69)
L'impero romano nel 68/69
L'impero romano nel 68/69
Data 68-69
Luogo Impero romano
Casus belli fine del principato di Nerone
Esito Vittoria finale di Vespasiano, unico imperatore
Schieramenti
Tre fazioni occidentali Una fazione orientale
Anno dei quattro imperatori:
  • Galba, imperatore da giugno 68 al 15 gennaio del 69 (per 7 mesi e 7 giorni di regno);[1]
  • Otone, imperatore dal 15 gennaio al 16 aprile del 69 (per 3 mesi e 2 giorni di regno);[2]
  • Vitellio, imperatore dal 16 aprile a dicembre del 69;
  • Vespasiano, imperatore da luglio del 69 a giugno 79
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L'anno dei quattro imperatori corrisponde, all'interno della storia romana, all'anno 69, così chiamato in quanto durante questo anno regnarono quattro imperatori: Galba, successore di Nerone in carica dal giugno 68, Otone, entrato in carica a gennaio, Vitellio, imperatore da aprile, e Vespasiano, che ottenne la porpora a dicembre per tenerla saldamente per dieci anni. Galba venne eletto in Hispania,[3] Vitellio dalle legioni germaniche,[2][3] Otone dalla guardia pretoriana a Roma[3] ed infine Vespasiano dalle legioni orientali e danubiane.[3]

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Età giulio-claudia.

All'inizio dell'anno 68 la rivolta incombeva su Nerone e sui suoi eccessi smisurati (ad esempio, proprio in quel periodo stava tornando da una visita puramente artistica in Grecia). Il governatore della provincia della Gallia Lugdunense, Gaio Giulio Vindice minacciava di entrare apertamente in rivolta contro l'imperatore.[4] Era riuscito a coinvolgere anche Servio Sulpicio Galba, ricchissimo ed anziano[5] governatore della Tarraconense e uno degli uomini più leali dello stato, un servitore modello di Tiberio, Caligola e Claudio.

In Africa, il prefetto, Lucio Clodio Macro entrò anch'egli in rivolta contro Nerone, minacciando di bloccare gli approvvigionamenti di grano per Roma.

Il 15 maggio 68 il prefetto delle legioni della Germania superiore, Lucio Virginio Rufo annientò con i suoi soldati le truppe di Vindice presso Besançon. In tal modo, Nerone poté disporre di un periodo di tregua.

In Spagna, Galba si era fatto acclamare "imperatore", ma non aveva, secondo Svetonio, che accettato un titolo più umile, quello di "Legato del Senato e del Popolo Romano".[6] Arruolò anche delle truppe per rinforzare la sua legione, la VII "Gemina", ma non riuscì a salvare Vindice dalla sconfitta in tempo.[5]

Casus belli: morte di Nerone[modifica | modifica sorgente]

A Roma, il prefetto del pretorio Ninfidio Sabino, segretamente alleatosi a Galba, aumentò le paranoie di Nerone e lo riempì di menzogne, annunciandogli notizie l'una più orribile dell'altra. Riuscì perfino a convincerlo a chiudere la sua Domus Aurea per una casa nella periferia di Roma. Una volta allontanato Nerone, Sabino vendette la fedeltà dei pretoriani a Galba, mentre il Senato votava contro Nerone, dichiarandolo "nemico della patria". Nerone si suicidò poco dopo, poco fuori Roma grazie all'aiuto dei suoi quattro liberti,[1] il 6 giugno 68, ormai abbandonato da tutti. Il Senato votò inoltre la damnatio memoriae di Nerone, e Galba venne eletto con un plebiscito.

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano, Dislocazione delle legioni romane e limes romano.

Galba (dal giugno 68)[modifica | modifica sorgente]

Cronologia del 68
aprile Galba, governatore dell'Hispania Tarraconensis, e Vindice, governatore della Gallia Lugdunense, si ribellano a Nerone
aprile – maggio Le legioni del Reno sconfiggono ed uccidono Vindice in Gallia
giugno Nerone viene dichiarato nemico pubblico dal Senato e si suicida il giorno stesso, Galba viene riconosciuto imperatore
novembre Vitellio riceve la nomina di governatore della Germania Inferiore
Busto di Galba

Entrata a Roma[modifica | modifica sorgente]

Alla notizia della morte di Nerone e della propria elezione, Galba riunì le sue truppe e marciò su Roma. Egli, a dispetto di tutte le attese, impiegò circa quattro mesi per arrivare fino alla Città Eterna (vi entrò infatti nell'ottobre 68). Durante questo periodo la situazione a Roma era diventata difficile: la città era stata abbandonata ai sostenitori di Nerone (di fatto, per lo più agli schiavi liberati dal precedente princeps), che saccheggiavano, derubavano e terrorizzavano la popolazione. Quando Galba ordinò lo scioglimento della legio I Adiutrix che era stata formata su ordine di Nerone, questa si oppose, e ciò sfociò in un massacro avvenuto presso Ponte Milvio[7] che vide 700 vittime della legione.[8]

Ninfidio Sabino, deluso da Galba che aveva appena deciso di sostituirlo con Cornelio Lacone nel ruolo di prefetto del pretorio, tentò allora di sfruttare la situazione difficile per farsi nominare imperatore dai pretoriani. Questi tuttavia, temendo l'inevitabile reazione di Galba e non volendo perdere l'enorme ricompensa da lui promessa al suo arrivo a Roma, rifiutarono la sua proposta e lo uccisero nel Foro romano[2] (gennaio del 69).

Galba non era amato dai soldati, a causa della sua avarizia (non aveva elargito loro il compenso promesso), della sua vecchiaia e della sua severità, particolarmente dura se contrapposta ai precedenti 14 anni di dominio di Nerone.[9]

Situazione delle Germanie sotto Galba[modifica | modifica sorgente]

Mentre la maggior parte delle province non creavano problemi a Galba, solo le legioni della Germania, quelle che avevano battuto Gaio Giulio Vindice, protestavano nel vedere che i pretoriani approfittavano dell'ascesa al trono dell'imperatore.

Gli eserciti della Germania erano stati lenti ad abbandonare Nerone, e Lucio Verginio Rufo, il loro generale, non si era affrettato a passare dalla parte di Galba. Dopo che a Verginio fu offerto l'impero da parte dei suoi soldati, sebbene questi lo avesse rifiutato, venne richiamato dall’imperatore e venne messo sotto accusa, ed i soldati Germani si offesero come se incolpati loro stessi.[10] Inoltre l’esercito della Germania Superiore disprezzava il suo comandante Ordeonio Flacco (successore di Verginio), poiché vecchio e senza autorità. Invece l’esercito della Germania inferiore non aveva da tempo un generale del rango consolare, quindi Galba vi inviò Vitellio, per calmare i soldati.[11]

Pochi giorni dopo tuttavia il procuratore della provincia Belgica avvisò Roma che le legioni della Germania superiore chiedevano da parte del popolo e del senato romani, per far sembrare la richiesta meno smoderata, la nomina di un altro Imperatore, infrangendo in tal modo il giuramento prestato. Ciò mise in risalto la necessità, da parte di Galba, di trovarsi un successore.[12]

Nomina del successore[modifica | modifica sorgente]

Il potere reale era diviso fra il console Tito Vinio, il prefetto del pretorio Cornelio Lacone ed liberto di Galba Icelo. Questi, che spesso raggiungevano un accordo, quando si giunse alla questione della successione non erano dello stesso parere: Vinio voleva Otone, governatore della Lusitania, gli altri tutti ma non Otone. Galba non voleva adottare Otone, poiché troppo simile a Nerone, ma proprio per questa somiglianza aveva l’appoggio dei soldati.[13] Galba quindi convocò Lucio Calpurnio Pisone Liciniano per adottarlo, o per sua iniziativa, o dietro consiglio di Lacone. Pisone era di stirpe nobile, con tratti e comportamenti severi e gravi,[14] ed era il nipote di Gaio Calpurnio Pisone che Nerone aveva fatto condannare a morte per la sua congiura. Se ne presentò l’adozione nell’accampamento, per far onore all’esercito ottenendone l’appoggio onestamente.[15] In Senato poi Pisone ottenne l’affetto dei Senatori parlando loro amorevolmente, non schiettamente come Galba.[16]

La congiura[modifica | modifica sorgente]

Galba finì così per perdere uno dei suoi più antichi alleati, Otone. Questi sapeva che se si fosse attardato a reagire sarebbe stato esiliato, poiché ogni regnante sospetta ed odia il più favorito successore. Conveniva quindi agire proprio nel periodo in cui l’autorità di Galba sarebbe stata instabile o quella di Pisone non ancora consolidata.[17] Quindi Otone cercava di guadagnarsi l’appoggio dei soldati devolvendo grandi elargizioni,[18] chiamandoli come pari e parlando male di Galba, ed era facile, poiché ai soldati la dottrina militare risultava particolarmente gravosa, costretti come furono ad attraversare i Pirenei e le Alpi, con estenuanti marce forzate, nel viaggio dalla Tarraconense.[19] Confidò a pochi i propri disegni, aizzando gli animi degli altri[20] e ben presto il "morbo" si diffuse in tutto l'esercito, perché ognuno sapeva della precarietà della situazione in Germania.[21]

I soldati avrebbero scatenato la rivolta il 14 gennaio, mentre Otone tornava a casa da un banchetto, se non fossero stati scoraggiati dai rischi delle tenebre, dalla dispersione delle truppe su tutta la città e dall’ubriachezza della folla attorno, che avrebbe impedito loro un’azione organizzata. Si temeva che qualche altro soldato si sarebbe proclamato Otone, che era sconosciuto ai più. Le poche informazioni che giunsero a Galba che avrebbero potuto far intuire i pensieri dei soldati, venivano minimizzate dal prefetto Lacone, completamente all’oscuro di quanto stesse accadendo.[22]

Il 15 gennaio invece Otone, mentre stava assistendo ai sacrifici compiuti da Galba, fu informato da Onomasto (messo da lui a capo della congiura), che i soldati erano pronti. Andandosene con una scusa, fu salutato davanti al tempio di Saturno da 23 guardie del corpo, che lo trasportarono al campo dei pretoriani mentre altri si univano.[23] I tribuni ed i centurioni non opposero resistenza perché erano convinti che ci fossero troppi corrotti per uscirne vivi.[24]

Chi fu mandato da parte di Pisone a richiamare i distaccamenti illirici fu cacciato via e due primipili mandati a far venire quelli germanici li trovarono incerti, ben disposti ad aiutare Galba che si era preso cura di loro, ma in pessime condizioni fisiche dopo una lunga traversata. Si diffidava invece della legio I Adiutrix, che era stata trucidata da Galba appena insediato a Roma, la quale appunto supportò subito Otone. Furono inviati inoltre nel campo dei pretoriani, per sedare la rivolta fin dal principio, tre tribuni, che però fallirono nel tentativo.[25]

La morte[modifica | modifica sorgente]

Galba, che era nel Palazzo, decise di affrontare subito la rivolta, ed appena accennò ad uscire, si sparse la voce che Otone fosse stato ucciso nell’accampamento e la voce menzognera si diffuse rapidamente.[26] Galba, volendo sapere la verità sull’accaduto, fu portato fuori su una portantina, mentre gli si presentava il presunto assassino.[27] Intanto nell’accampamento i soldati erano entusiasti e portarono sulle spalle Otone sulla tribuna dove poco prima c’era la statua dorata di Galba e tutta la legio I Adiutrix si unì prestando giuramento. Mentre si avvicinava al foro, Galba veniva portato qua e là dalla folla impaurita. Ad Otone giunse notizia che il popolo si stesse armando contro di lui, quindi ordina agli uomini di precipitarsi a prevenire ciò, e questi irruppero armati su cavalli nel foro, calpestando popolo e senatori.[28]

Quando si vide i soldati addosso, il portainsegna della coorte che accompagnava Galba strappò dall’asta l’immagine di quello e la gettò a terra ed a quel segnale tutti i soldati si inchinarono ad Otone, mentre la moltitudine fuggì ed il foro rimase vuoto. Morirono Galba[29], Tito Vinio[30] e Pisone.[31] Le teste di Pisone, Galba e Vinio furono portate in processione su lunghe aste fra le insegne delle coorti accanto all’aquila della legio I Adiutrix, mentre gli uccisori mostravano le mani insanguinate e chi aveva assistito alla strage la esaltava. In seguito Vitellio trovò 120 richieste di compenso per atti notevoli nel massacro ed ordinò che coloro che le avevano redatte fossero trovati ed uccisi, non per onorare Galba, ma per difesa personale.[32] Ora il popolo malediceva Galba ed acclamava Otone.[33] Il prefetto Lacone, che era su un’isola apparentemente esiliato, fu ucciso da un inviato di Otone; Icelo fu giustiziato in pubblico come liberto[34] ed Otone permise che i cadaveri fossero sepolti.[35]

Otone (gennaio-aprile 69)[modifica | modifica sorgente]

Otone
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima battaglia di Bedriaco.

Nomina ad Imperator[modifica | modifica sorgente]

Otone concesse subito molte libertà ai propri soldati, anche corrompendoli;[36] il 15 gennaio 69, lo stesso giorno della morte di Galba, il Senato, impaurito dalla guardia pretoriana, nominò Otone imperatore.[1] Otone però dovette far fronte a due difficoltà maggiori: prima all'ostilità latente del Senato, che rimpiangeva Galba, e poi alla rivolta delle legioni della Germania Inferiore comandate da Vitellio, che era stato acclamato dalle sue truppe imperatore.[2] Si diffusero le notizie riguardanti Vitellio, che prima erano state tenute nascoste, e tutta la popolazione deplorava il fatto che fossero stati scelti per la rovina di Roma due uomini tanto deplorevoli come Otone e Vitellio.[37]

Guerra contro Vitellio[modifica | modifica sorgente]

Malcontento in Germania[modifica | modifica sorgente]

Vitellio visitò l'esercito nei primi di dicembre del 68, mentre questo era agitato per le false dicerie e l'avidità di bottino,[38] e si fece amare dal proprio esercito elargendo promozioni e gradi, come non aveva fatto invece Fonteio Capitone.[39] Nell'esercito c'erano vari motivi di discordia con Galba, anche per la vicinanza a popoli afflitti dalle sue leggi e per il fatto di essersi attardati a passare dalla sua parte,[40] e la recente guerra contro Vindice aveva fatto comprendere loro quanto valessero. Quando i Lingoni mandarono loro degli ambasciatori per stringere alleanza e questi raccontarono le loro sofferenze, l'esercito meditò di insorgere; Ordenio Flacco decise quindi di mandare via i nunzi di notte, per rendere più segreta la partenza, ma si credette che fossero stati uccisi solo per le loro lamentele, e per la preoccupazione si strinse un tacito accordo tra legioni ed ausiliari.[41]

Nomina di Vitellio in Germania[modifica | modifica sorgente]

Alle calende di gennaio, come tradizione, le legioni della Germania inferiore (I Germanica, V Alaudae, XV Primigenia e XVI Gallica) e quelle della Germania superiore (IV Macedonica e XXI Rapax) dovevano rinnovare il giuramento di fedeltà a Galba. Le prime lo fecero con lungo temporeggiare e scarso entusiasmo aspettando che qualcuno iniziasse una rivolta; le seconde si rifiutarono, abbattendo quello stesso giorno le statue di Galba e giurando sul Senato,[42] mentre Ordeonio Flacco rimaneva a guardare. Quattro centurioni che cercavano di difendere le sue statue furono portati via in catene dai soldati. Vitellio ne fu informato e mandò messi alle legioni dicendo che bisognava o fare guerra alle legioni della Germania superiore o nominare un imperatore eletto dalle legioni,[43] e la scelta cadde su di lui.[44]

Preparativi[modifica | modifica sorgente]

Furono uccisi i centurioni incatenati dai soldati per fedeltà verso Galba, e si unirono a Vitellio la legione Italica, l’ala di cavalleria Tauriana, accampate a Lione, le truppe della Rezia e della Britannia.[45] Vitellio divise l’esercito in 3 parti: Fabio Valente avrebbe comandato distaccamenti dell’esercito della Germania inferiore, con l’aquila della V legione e gli ausiliari, per un totale di 40.000 uomini, cercando prima di attirare dalla sua parte le Gallie (devastandole se avessero opposto resistenza), per poi entrare in Italia passando per le Alpi Cozie; Cecina Alieno avrebbe guidato 30.000 soldati della Germania superiore (il cui nerbo era la legione XXI) oltre il Gran San Bernardo, ed infine Vitellio avrebbe comandato il grosso dell’esercito dietro di loro.[46]

Fabio Valente

Fabio Valente entrò nel territorio degli alleati Treviri senza problemi, ma, giunto ed accolto benevolmente a Divoduro (odierna Metz), città dei Mediomatrici, colto da una rabbia inspiegabile, l’esercito uccise 4.000 uomini, e non distrusse l’intera città grazie alle preghiere di Fabio Valente. In seguito, le popolazioni galliche, per paura, al sopraggiungere dell’esercito, gli andavano incontro supplicando pietà con offerte e doni.[47] Quando si seppe dell'ascesa al potere di Otone i Galli non ebbero più dubbi su chi accettare come imperatore, odiando Otone e Vitellio in ugual modo, ma avendo più timore dell'ultimo.[48] C’era una guerra fra Lione (fedele a Nerone) e Vienna (fedele a Vindice e Galba), città di antica inimicizia acuita da quest’ultima rivalità, anche perché Galba aveva tolto denari a Lione per il fiscus ed aveva dato molto onore a Vienna.[49] I Viennesi, consci del pericolo comportato dall’essere stati fedeli a Galba, si fecero incontro alle schiere come supplici e riuscirono a tranquillizzare i lionesi, anche grazie al pagamento di 300 sesterzi ad ognuno fatto da Valente, raccomandando la vita e la salvezza dei viennesi, che furono però disarmati e costretti ad aiutare con i loro mezzi l’esercito. Dopo giunse alle Alpi.[50]

Cecina

Gli Elvezi, ignorando l’uccisione di Galba, non riconoscevano Vitellio come imperatore e, passando Cecina per il loro territorio, si giunse alle armi. Cecina devastò il territorio nemico attorno all’abitato di Vicus Aquensis (oggi Baden). Inviò poi agli ausiliari della Rezia messaggi affinché attaccassero gli Elvezi alle spalle, mentre egli attaccava di fronte.[51] Gli Elvezi del luogo compresero il pericolo e sapendo che non sarebbero stati in grado di contrastare i Romani, fuggirono sbandati verso il monte Vocenzio, ma subito li cacciò di là una coorte di ausiliari della Rezia e furono trucidati o resi schiavi. Quindi i Romani si diressero verso Aventico, capitale degli Elvezi, dove accettarono la resa proposta.[52] Cecina seppe che la cavalleria siliana, che aveva avuto come proconsole in Africa Vitellio, stanziata sul Po, si era a lui piegata, consegnandogli Milano, Novara, Eporedia e Vercelli. Cecina inviò quindi in difesa della regione parte degli ausiliari. Poi passò le Alpi per il passo del Gran San Bernardo.[53]

Situazione delle alleanze[modifica | modifica sorgente]

Per quanto riguarda la situazione internazionale delle alleanze, Otone aveva dalla sua parte la Dalmazia, la Pannonia, la Mesia, l'Aquitania (che rimase fedele per poco tempo), le province lontane e d'oltremare grazie al prestigio di Roma, la Siria (grazie a Muciano) e l'esercito Giudaico (grazie a Vespasiano), l'Egitto e le province orientali. In Africa le città emularono Cartagine, dove un liberto di Nerone, senza autorizzazione del proconsole, aveva organizzato in onore di Otone un grande banchetto. Vitellio aveva invece dalla sua parte la Spagna, sebbene all'inizio si credesse che fosse per Otone e la Gallia Narbonense, che gli si alleò per il pericolo comportato dalla vicinanza.[54]

Contrattacco di Otone[modifica | modifica sorgente]

Otone decise di partire lui stesso in guerra ed ordinò che anche molti magistrati e consolari lo accompagnassero,[55] senza aspettare che gli ancilia fossero riposti,[56] ed affidò il governo di Roma a Salvio Tiziano.[57] Otone muoveva con 4 legioni dalla Dalmazia e dalla Pannonia e gli stavano giungendo in aiuto truppe anche da Roma, con lo scopo di presidiare il Po, avendo ormai Cecina valicato le Alpi.[58]

Con la flotta, a lui fedelissima, unendo a questa delle coorti urbane e pretoriani, Otone decise di attaccare la Gallia Narbonense, essendo l’unica che potesse essere colpita poiché i passaggi per le Alpi verso le altre Gallie erano bloccati da Vitellio.[59] Alla notizia di questa minaccia, Fabio Valente inviò nella Gallia Narbonense dei rinforzi, soprattutto di cavalleria. Presto quindi si svolse la battaglia di Forum Iulii.[60]

Prima battaglia di Bedriaco[modifica | modifica sorgente]

Le coorti mandate avanti da Cecina avevano occupato la pianura padana ed avevano attraversato il Po di fronte a Piacenza,[61] dove i soldati, dopo qualche esitazione, si prepararono a difendersi.[62] Giunto anche il resto dell'esercito di Cecina, si iniziò l'Assedio di Piacenza, che portò alla vittoria della città, ed i vitelliani decisero di riattraversare il Po andandosene a Cremona.[63] La legio I Adiutrix, che stava accorrendo in aiuto a Piacenza, saputa la vittoria si fermò a Bedriaco[64] e Cecina, angustiato dall'avvicinarsi di Fabio Valente e dalle sconfitte che avevano colpito il suo esercito (anche un attacco di Marzio Macro), per ottenere nuova fama scatenò la battaglia di locus Castorum, il cui esito fu comunque a suo sfavore.[65] A questa notizia i soldati di Valente, che si erano rivoltati contro il comandante, si rassettarono e si precipitarono in aiuto di Cecina.[66]

Da parte sua Otone, che aveva consegnato il comando al fratello Tiziano Vitellio[67] con il prefetto Proculo[68] e che venne riservato per il governo, e non per la battaglia, sebbene con lui si allontanassero pretoriani, esploratori e cavalieri e la sola figura che i soldati stimassero in quanto diffidavano dei comandanti,[69] chiedeva solo che facessero in fretta.[70] Quindi i soldati di Otone si diressero per iniziare una veloce campagna a Bedriaco, dove si consumò la battaglia decisiva, che vide la disfatta del partito di Otone.

Morte di Otone[modifica | modifica sorgente]

Ricevuta notizia della disfatta da alcuni sopravvissuti impazienti di partecipare ad una rivalsa,[71] Otone decise invece di uscire di scena con onore senza sacrificare giovani tanto valorosi,[72] quindi all’alba si uccise a Brescello.[2] Durante il funerale si riaccese la rivolta, che chiedeva a Lucio Verginio Rufo di prendere il comando o inviare un’ambasciata ai vincitori. Verginio fuggì ed i vitelliani concessero la grazia agli otoniani.

Vitellio (aprile-dicembre 69)[modifica | modifica sorgente]

Cronologia del 69
Cronologia del 69
1º gennaio Le legioni del Reno rifiutano di giurare fedeltà a Galba
2 gennaio Vitellio acclamato imperatore presso il Reno
15 gennaio Galba viene ucciso dalla Guardia pretoriana; lo stesso giorno, il Senato riconosce imperatore Otone
14 aprile Vitellio sconfigge Otone a Bedriaco[73]
16 aprile Otone si suicida; Vitellio riconosciuto imperatore
1º luglio[3] Vespasiano, comandante della legioni in Giudea, è proclamato imperatore dalle legioni d'Egitto
11 luglio[3] Anche le legioni in Giudea proclamano imperatore Vespasiano
agosto Le legioni danubiane danno il proprio sostegno a Vespasiano (in Siria) e invadono l'Italia in settembre in suo nome
ottobre Le legioni del Danubio sconfiggono Vitellio presso Bedriaco,[74][75] mentre Vespasiano si reca nella provincia alleata d'Egitto
20 dicembre Vitellio viene ucciso dai soldati presso le scale Gemonie[76]
21 dicembre Vespasiano è riconosciuto imperatore a Roma

Accoglienza della notizia[modifica | modifica sorgente]

Alla notizia della morte di Otone, i Senatori che con questi erano partiti e che si erano fermati a Modena erano in pericolo, in quanto da una parte i soldati lì stanziati non credevano alla morte di Otone e pensavano invece che il Senato gli fosse ostile, dall’altra non potevano tardare troppo prima di dichiararsi per Vitellio.[77] Quando poi decisero di passare formalmente dalla parte di Vitellio, Ceno, liberto di Nerone, per mantenere validi i salvacondotti dati da Otone, diffuse la notizia che l’arrivo della legione quattordicesima aveva capovolto la situazione. Giunto a Roma, dopo poco tempo pagò per questa colpa su ordine di Vitellio, ma intanto i soldati che i senatori avevano attorno credevano ancora che Otone fosse vivo, e che loro lo avessero tradito. Ogni senatore cercò di salvarsi per proprio conto, finché una lettera di Fabio Valente non dissipò la paura ed i dubbi.[78] Giunta la certezza della morte di Otone anche a Roma, si onorarono apertamente Galba, Vitellio e coloro che avevano contribuito alla sua vittoria.[79]

Viaggio verso Roma[modifica | modifica sorgente]

Aulo Vitellio

Vitellio, saputa la fausta nuova, incontrò a Lione Cecina e Valente,[80] e decise cosa farsene degli Otoniani, fra i quali uccise i centurioni più valorosi. Questo fatto principalmente gli inimicò le legioni dell'Illirico (la tredicesima Gemina, la settima Galbiana, l'undicesima Claudia, la quattordicesima, la settima Claudiana, l'ottava Augusta e la terza Gallica) che erano appartenute ad Otone.[81] Vitellio era preoccupato del fatto che le legioni sconfitte non si dimostravano tali, in particolare la legio XIV, che aveva partecipato alla battaglia solo con delle vessillazioni, e che decise di inviare in Britannia.[82] Inviò poi la legio I Adiutrix in Spagna, la legio XI in Dalmazia e la legio VII in Pannonia, mentre la legio XIII fu messa a costruire anfiteatri. Congedò inoltre le coorti pretoriane con un lauto compenso, e questo avrebbe avuto una grave ripercussione nella guerra contro Vespasiano.[83] Mandò poi i Batavi in Germania, e così successe con gli altri ausiliari della Gallia, inoltre affinché le risorse dello stato fossero sufficienti, limitò il numero degli effettivi nelle legioni, abolendo le riserve; ciò però aggravò il carico su ogni soldato.[84] Intanto però nella sua lenta marcia verso Roma organizzava fastosi banchetti.

Entrata a Roma[modifica | modifica sorgente]

Dopo una strage avvenuta a sette miglia da Roma che coinvolse molti cittadini dell’Urbe,[85] Vitellio, convinto a non comportarsi come se la stesse conquistando, vi entrò con la toga pretesta e l’esercito in pompa magna.[86] Non potendo sistemare tutti nei quartieri costruiti per i soldati, trasformò Roma in gigantesco accampamento, acquartierando i militari in quasi ogni abitazione, mentre alcuni si accamparono nelle zone malsane del Vaticano e qui si diffusero le malattie specialmente fra Galli e Germani, non abituati com'erano al caldo.[87] Assistendo i milites all'opulenza cittadina, trovandosi in mezzo a tutto quell'argento ed oro, a fatica vennero trattenuti dal saccheggiare la città.[88]

Guerra fra Vitellio e Vespasiano[modifica | modifica sorgente]

Preparativi[modifica | modifica sorgente]

Vespasiano
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Nomina di Vespasiano.

Frattanto Vespasiano, che era impegnato in Oriente, in guerra contro i Giudei, una volta saputo dell'assunzione della porpora imperiale da parte di Vitellio, afflitto da tanti e tali pensieri sul da farsi, non riusciva a pensare alla guerra che stava conducendo contro i Giudei.[89] Le forze congiunte di Vespasiano e di Muciano erano già all’inizio dell’impero di Otone costituite da sette legioni loro, 3 Vespasiano con la Giudea (V Macedonica, X Fretensis e XV Apollinaris), 4 Muciano con la Siria(III Gallica, IV Scythica, VI Ferrata e XII Fulminata), due legioni in Egitto che era dalla loro parte ed appoggi dalla Cappadocia, dal Ponto e dalla provincia d’Asia; tuttavia preferivano aspettare ad unirsi alla guerra fra Otone e Vitellio, attendendo che si fiaccassero a vicenda, giurando intanto per Otone.[90]

Il primo di luglio è la data accettata come l'inizio del suo impero, nonché quando gli eserciti d'Egitto gli giurarono fedeltà. Vespasiano teneva infatti in gran conto l'Egitto poiché decise che si sarebbe recato ad Alessandria d'Egitto per bloccare l'approvvigionamento del grano di Roma costringendo l'Italia alla fame.[91] In seguito gli giurarono fedeltà tutta la Siria, il re Soemio, il re Antioco, il re Erode Agrippa II, sua sorella, le province bagnate dal mare dall’Asia all’Acaia e quelle che si estendevano all’interno verso il Ponto e l’Armenia ed inaspettatamente il re dei Parti, che gli mise a disposizione ben 40.000 arcieri. Passarono dalla sua parte anche le legioni illiriche[92] che, dalla parte di Otone, non avevano partecipato alla battaglia (la III gallica, l’VIII augusta e la VII claudia).[93] In Pannonia passarono dalla sua parte anche la tredicesima Gemina e la settima Galbiana,[92] su incitamento di Primo Antonio; seguite poi dalla legio XI Claudia in Dalmazia.[94] Vespasiano quindi si preparò alla guerra, non dimenticandosi però degli altri fronti sui quali stava combattendo, lasciando al figlio Tito il comando della prima guerra giudaica ed ordinando che si cercassero di attirare dalla propria parte i pretoriani che erano stati congedati.[95]

Il partito Flaviano era diviso fra chi voleva sbarrare i passi delle Alpi di Pannonia aspettando tutti i rinforzi possibili nelle regioni dietro di queste e chi voleva attaccare subito, e prevalsero i secondi, che facevano notare come il nemico fosse fiaccato dai vizi, la propria mancanza di vettovaglie e la possibilità di essere attaccati per mare. Fra quelli che volevano una guerra veloce v’era Antonio Primo, ben visto dai soldati, che voleva guidare l’avanzata la legio III Gallica, di stanza in Mesia, dove appunto egli era governatore,[96] con un grande contingente di cavalleria, per poi essere seguito dalle legioni di Muciano.[97] Vespasiano accettò ed ordinò che poi si fermasse però ad Aquileia, per poi attendere le legioni di Muciano che inviò in Italia via terra, attraverso Cappadocia e Frigia, poiché la stagione invernale non permetteva quel tragitto via mare, considerato l'elevato rischio di naufragio.[98] mentre l’Italia avrebbe sofferto la fame grazie al suo controllo dell’Egitto.[99]

Vitellio

Intanto Vitellio, cominciò a fare concessioni di ogni sorta sia pubbliche che private, allo scopo di conservare il favore e la simpatia delle truppe rimaste a lui fedeli. Dispose, inoltre, una nuova leva di volontari a Roma,[100] promettendo non solo il congedo appena ottenuta la vittoria, ma anche una serie di premi (donativa) e di riconoscimenti che solitamente si concedono ai soli veterani.[73] Raccolse, quindi, una squadra di gladiatori e di reclute che affidò al fratello Lucio Vitellio il Giovane, oltre ad una flotta sul fronte marittimo, presidiando l'Italia settentrionale con i suoi generali vittoriosi della battaglia di Bedriaco.[73] All’annuncio, mitigato dagli adulatori, della notizia della defezione della legione III, Vitellio mandò a richiedere senza parvenza di urgenza aiuti dagli alleati dalla Britannia, dalla Germania e dalla Spagna, ma indugiarono a mandarne, le prime due per i pericoli nel territorio, e l’ultima perché i legati presenti nel luogo volevano stare fuori dalla sua caduta. Solo in Africa, dove Vitellio aveva governato rettamente, gli misero entusiasticamente l’esercito a disposizione.[101]

Quando giunsero poi cattive notizie a Vitellio, ordinò a Cecina e Valente, che intanto avevano più influenza di Vitellio nelle decisioni e rivaleggiavano fra loro,[102] di preparare la guerra. Valente, appena guarito da una malattia, sarebbe partito dopo Cecina, il quale voleva però procacciarsi il favore di Vespasiano, in quanto Valente era ormai divenuto il preferito di Vitellio.[103] Cecina partì con i distaccamenti delle legioni I Germanica, IV Macedonica, XV Primigenia, XVI Gallica, V alaudae, XXII primigenia, le legioni XXI Rapax e I Italica ed i distaccamenti delle legioni britanniche. Secondo Tacito, dopo aver proceduto verso Cremona insieme a tutte le truppe, Cecina deviò a Ravenna per complottare con Lucilio Basso, ex prefetto di un’ala di cavalleria, comandante della flotta, con il quale cercò di indurre alla rivolta contro Otone i soldati, e per Basso fu un compito facile poiché la flotta ricordava bene i successi conseguiti sotto Otone.[104] A differenza di Tacito, Giuseppe Flavio tramanda che Cecina raggiunse Antonio con l'esercito fin nei pressi di Cremona.[96] Qui, dopo essersi accorto della moltitudine e della disciplina delle forze avversarie, preferì non attaccar battaglia e, ritenendo fosse pericoloso ritirarsi, meditò il tradimento.[96] Ad ogni modo Cecina non rispettò gli accordi con Valente facendo rimanere le sue (di Valente) truppe ad aspettarlo sul percorso dicendo che avevano modificato i patti per fronteggiare il primo urto di guerra con tutte le forze.[105]

Scoppio della guerra[modifica | modifica sorgente]

Antonio Primo
Ritratto di Marco Antonio Primo.

Insieme ad Antonio Primo era partito anche Arrio Varo, che lo accompagnò nella conquista di Aquileia. Posizionarono poi ad Altino un presidio per un eventuale attacco della flotta ravennate, della cui defezione non avevano ancora notizie, e scacciarono con un attacco a sorpresa tre coorti ed una divisione della cavalleria nemica che erano nelle vicinanze. Saputa questa vittoria, le legioni flaviane settima Galbiana e tredicesima Gemina giunsero velocemente a Padova sotto la guida di Vedio Aquila.[106] Scelsero come base Verona perché ricca e circondata da pianure adatte alla cavalleria, ma nel passare occuparono anche Vicenza perché vi era nato Cecina Alieno.[107] A breve ci fu una scaramuccia contro gli avamposti di Cecina, che fece accampare l’esercito nei pressi del nemico aspettando la conferma dei patti del tradimento, permettendo però l’arrivo (in aiuto ai flaviani) delle legioni settima Claudiana, comandata da Aponio Saturnino, della terza e dell'ottava, in seguito al quale i flaviani decisero di fortificare Verona.[108]

Defezione di Cecina

Dopo che Lucio Basso ebbe attuato in favore di Vespasiano la rivolta della flotta, che poi si scelse come procuratore Cornelio Fusco, Cecina radunò i propri centurioni e li convinse, appoggiandosi ad alcuni complici ed adulando Vespasiano, a giurare nello sbalordimento per questi. Quando la notizia si sparse per il campo i soldati, vedendo le statue di Vitellio rivoltate, furono molto contrariati di consegnarsi senza combattere,[109] quindi incatenarono Cecina per consegnarlo a Vitellio[74] e si nominarono un nuovo comandante, per poi andare (secondo Tacito) a Cremona a ricongiungersi con le legioni prima Italica e ventunesima Rapace, che Cecina aveva mandato avanti per occupare la città.[110] Nei pressi si svolse la seconda battaglia di Bedriaco e l'Assedio di Cremona,[111] entrambi terminati con la disfatta delle truppe di Vitellio. Dopo questo i flaviani diffusero la notizia nelle province e misero presidi sulle Alpi a difesa di un eventuale attacco dalla Germania.[112] A Roma Vitellio cercò di tenere nascosta la disfatta, ma questa trapelò comunque e, quando si accorse della sua importanza, decise di inviare 14 coorti di pretoriani e tutta la cavalleria a bloccare gli Appennini, tenendo loro dietro la legio II Adiutrix.[113]

Fabio Valente

Intanto Valente avanzava da Roma con lentezza e temporeggiando, sebbene altrimenti sarebbe potuto giungere in tempo se non per bloccare il tradimento di Cecina, per dare un grosso aiuto nella battaglia decisiva.[114] Valente, ricevute tre coorti con un’ala di cavalleria come rinforzo da parte di Vitellio, vedendo il loro numero esiguo e non fidandosi della loro fedeltà, le manda a Rimini, dove però furono circondate da Cornelio Fusco, che con la flotta dominava l’Adriatico. Da parte sua, invece, con i soldati più fedeli, va in Etruria, e decide di impadronirsi delle navi a Pisa e di sbarcare nella Gallia Narbonense, per sollevare le Gallie e la Germania,[115] ma ne viene dissuaso dalla notizia che quella Gallia era già strettamente nelle mani dei Flaviani. Decide quindi di imbarcarsi nuovamente pur non sapendo dove andare, temendo però le città e le coste, ma fu sopraffatto da una burrasca e da delle liburniche mandate dai flaviani, che lo catturarono.[116] Dopo tale avvenimento, la Spagna e le Gallie passarono dalla parte di Vespasiano, e lo fece anche la legio II Augusta in Britannia, scontrandosi però con le altre tre legioni presenti sul posto.[117]

Discesa di Antonio Primo[modifica | modifica sorgente]

Mentre Vespasiano procedeva velocemente verso Alessandria d'Egitto per bloccare gli approvvigionamenti di grano per Roma, Antonio Primo procedette per l’Italia trattando le legioni come sue, e non curandosi di Muciano.[118] Poiché stava giungendo l’inverno e la pianura del Po era allagata, egli decise di partire senza salmerie, conducendo un esercito formato solo dalle coorti, dalle vessillazioni e dalla cavalleria, lasciando a Verona molti soldati e le insegne. Si era unita al suo esercito anche la legio XI Claudia con seimila Dalmati di leva recente ed i migliori marinai della flotta Ravennate che volevano servire le legioni. L’esercito si fermò a Fano, temendo per le notizie di presidi sull’Appennino e della partenza da Roma delle coorti pretoriane; inoltre ci si accorse che quella zona non poteva fornire abbastanza approvvigionamenti.[119] Antonio decise quindi di richiamare i soldati da Verona e di inviare in esplorazione contingenti di cavalleria.[120]

Vitellio[modifica | modifica sorgente]

Vitellio, che era andato a Bevagna su richiesta dell’esercito ma non seppe approfittare della penuria di approvvigionamenti dell’avversario, e tornò indietro a Roma alla notizia della defezione della flotta del Miseno. Questa si era ribellata quando le furono mostrate false lettere di Vespasiano che determinavano il prezzo della loro defezione, e Vitellio vi mandò contro una coorte urbana e dei gladiatori. Tutti questi tuttavia si unirono ai ribelli aiutandoli nella presa di Terracina.[121] Vitellio però, prima di tornare a Roma, passò per Narni, dove lasciò la legio II Adiutrix con una parte dei cavalieri inviando il fratello Lucio Vitellio il Giovane in Campania ad affrontare i ribelli della flotta del Miseno e coloro che si erano loro alleati. Lucio Vitellio occupò Terracina ma indugiò troppo chiedendo al fratello se dovesse tornare a Roma o sottomettere prima la Campania.[122]

Resa dei Vitelliani a Narni[modifica | modifica sorgente]

Se Vitellio non fosse tornato indietro l’impresa dell’esercito Flaviano volta ad attraversare gli Appennini, già difficile per la neve, sarebbe stata disperata.[123] Attraversato l’Appennino, i flaviani si fermarono nell’odierna Montecastrilli, e qui attesero, in una buona posizione strategica, le legioni in arrivo. Da qui potevano anche comunicare con i Vitelliani di Narni.[124] Poco dopo giunsero le legioni, e dopo una vittoria dei flaviani contro 400 cavalieri e dopo che i vitelliani ebbero visto la testa di Fabio Valente che era stato ucciso nelle carceri e che speravano stesse arrivando con un esercito dalla Germania, si arresero. I vitelliani quindi scesero non senza una certa dignità nella pianura sottostante Narni, dove furono circondati dai soldati di Antonio Primo schierati a battaglia ed ebbero ordine di presidiare alcuni Narni, altri Terni, e cono loro furono lasciate alcune legioni vincitrici.[125]

Situazione a Roma[modifica | modifica sorgente]

Primo, Varo e Muciano offrirono a Vitellio un rifugio sicuro in Campania con denari e servi se si fosse consegnato deponendo le armi,[126] ma mentre lui era d’accordo, i suoi soldati, volendo morire da valorosi e mal fidando dei patti dei flaviani, non volevano che lui accettasse.[127] Tuttavia Vitellio, anche per amore dei parenti, cercò a questo punto di prendere tempo e di accordarsi con il fratello del suo rivale, Tito Flavio Sabino, promettendogli di abdicare e cento milioni di sesterzi per aver salva la vita. Quindi si presentò sulla gradinata del palazzo imperiale per dichiarare ad una folla di soldati che abdicava all'impero e che lo aveva assunto contro la propria volontà. E poiché tutti protestavano e gridavano, rinviò la decisione e trascorse una notte.[73] Il 18 dicembre 69 ed uscì dal Palazzo in veste ed in portamento da lutto circondato dalla folla, e piangente ripeté lo stesso discorso, questa volta leggendo il tutto da uno scritto.[73] Dopo aver deposto le insegne al palazzo della Concordia si diresse verso la casa del fratello, ma la folla non lo lasciò andare in una casa privata e lo guidò nuovamente verso il palazzo.[128] Il praefectus urbi Flavio Sabino, fratello di Vespasiano, radunò tutte le milizie per affrontare le probabili rivolte dei Vitelliani più accaniti, nonché gran parte dei soldati delle legioni germaniche[129] e del popolo. Mentre scendeva al Quirinale si scontrò con questi in una zuffa, e prevalsero i Vitelliani, cosicché Sabino decise di presidiare con i suoi uomini il Campidoglio. Il giorno seguente lo raggiunsero molti dei nobili ed anche il giovane Domiziano, figlio del fratello.[129] All’alba Sabino inviò un uomo a rimproverare Vitellio di non aver abdicato veramente come si erano messi d’accordo loro due, ma solo teatralmente. Ben presto poi si diede inizio l’assedio del Campidoglio,[130] (secondo Giuseppe Flavio lo ordinò Vitellio dopo essersi ripreso su esortazione dei soldati,[1] secondo Tacito fu opera di "soldati furibondi, senza capi, spinti ciascuno dal proprio impulso") che vide l’incendio del Tempio di Giove Ottimo Massimo[73][129] e la vittoria dei Vitelliani, con la morte della maggior parte dei Flaviani e la fortuita salvezza di molti importanti personaggi della nobilitas, fra cui Domiziano. Non ebbe la stessa fortuna Sabino, che venne trascinato davanti a Vitellio e ucciso.[129] Poco dopo, Vitellio si pentì di quanto aveva commesso e, dandone la colpa ad altri,[73] in quanto appunto da altri si era fatto convincere.[131]

Fine di Vitellio[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Morte di Vitellio.
Vespasiano, vincitore della guerra civile

Intanto Antonio Primo, partito da Narni, celebrava i Saturnali in attesa dell’esercito di Muciano, e Petilio Ceriale, mandato verso Roma con 1000 cavalieri non si era affrettato in tempo per evitare l’incendio del tempio, alla cui notizia anche il resto dell’esercito si affrettò. Antonio avanzò quindi sulla Via Flaminia, e gli giunse la notizia che Ceriale era stato sconfitto perché era incappato senza le dovute preoccupazione in un luogo non lontano dalla città che i nemici conoscevano bene.[132] La vittoria invece esaltò il popolo di Roma, che corse con una povera panoplia alle armi per difendere Roma incitati da Vitellio, che, convocato il Senato, manda però delegazioni a chiedere la pace, ma gli ambasciatori, inviati non solo ad Antonio ma anche a Petilio Ceriale dove si rischiò un empio massacro, e le vergini vestali,[76] riportarono un rifiuto.[133] Anche la sua richiesta di lasciargli un po’ di respiro differendo al giorno successivo la battaglia decisiva viene rifiutata, ma Antonio cercò comunque di rimandarla per tema che altrimenti i soldati avrebbero distrutto l’Urbe per la foga; dal momento che però i soldati non accettavano alcun indugio, si procedette quel giorno stesso nella battaglia di Roma.[134] A quanto narrano Tacito[135] e Giuseppe Flavio,[129] si svolse una battaglia su tre fronti a Roma, nella quale i Vitelliani furono sgominati; secondo Svetonio invece le avanguardie dell'esercito di Antonio Primo si erano ormai introdotte in città e non avendo trovato alcuna resistenza, stavano cercando ormai ovunque Vitellio.[76] In ogni caso dopo questo attacco Vitellio venne ucciso. Era sera, e mentre i senatori si erano rifugiati in casa di clientes, Domiziano, secondogenito di Vespasiano presente nella città, fu salutato come Cesare dai Flaviani e venne scortato fino alla casa del padre.[136]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dinastia dei Flavi.

Il 21 dicembre, il giorno dopo l'ingresso delle truppe di Antonio Primo in Roma, e l'uccisione di Vitellio il Senato proclamò Vespasiano imperatore e console con il figlio Tito, mentre il secondogenito Domiziano veniva eletto pretore con potere consolare.[137] Il 22 dicembre anche Muciano raggiunse Roma, entrando in città al comando delle sue truppe e mettendo fine alle stragi che si stavano perpetrando dagli uomini di Antonio, alla ricerca dei soldati di Vitellio e di quei cittadini che si erano schierati dalla sua parte. Si contarono più di cinquantamila morti dopo questi scontri.[129] Muciano accompagnò, quindi, Domiziano nel Foro romano e lo raccomandò al popolo romano come Cesare e reggente fino all'arrivo del padre dall'Oriente, mentre il giovane principe pronunciò loro un discorso.[138]. Il popolo allora, finalmente libero da Vitellio e dai vitelliani, acclamò Vespasiano imperatore, celebrando l'inizio di un nuovo principato e la fine di Vitellio.[129]

Frattanto Vespasiano, che era giunto ad Alessandria d'Egitto, fu raggiunto dalla notizia che Vitellio era morto e che il popolo di Roma lo aveva proclamato imperatore (fine dicembre del 69).[129][139] Giunsero, quindi, numerose ambascerie a congratularsi con lui da ogni parte del mondo, ora era diventato suo. Vespasiano, ansioso di salpare per la capitale non appena fosse terminato l'inverno, sistemò le in Egitto e spedì il figlio Tito con ingenti forze a conquistare Gerusalemme e porre fine alla guerra in Giudea.[140]

Affidate, pertanto, le truppe in Giudea al figlio Tito, Vespasiano giunse finalmente a Roma[141] nel 70. Immediatamente dedicò ogni sua energia a riparare i danni causati dalla guerra civile. Restaurò la disciplina nell'esercito che sotto Vitellio era stata piuttosto trascurata, e con la cooperazione del senato, riportò il governo e le finanze su solide basi.

« I soldati, quelli imbaldanziti dalla vittoria conseguita e gli sconfitti perché addolorati, si erano abbandonati ad ogni tipo di licenza; alcune province e città, persino alcuni regni, si combattevano tra loro. [Vespasiano] allora congedò la maggior parte dei soldati di Vitellio e li costrinse [alla disciplina]; riguardo a quelli che avevano partecipato alla vittoria, non solo non distribuì alcun premio straordinario, ma pagò in ritardo quelli legittimi. »
(Svetonio, Vita di Vespasiano 8.)

Con Vespasiano veniva instaurata una nuova dinastia ereditaria, la dinastia dei Flavi. A Vespasiano infatti succedettero i figli Tito (79-81) e poi Domiziano (81-96).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 9.2.
  2. ^ a b c d e Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 9.9.
  3. ^ a b c d e f Svetonio, Vita di Vespasiano 6.
  4. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 8.1.
  5. ^ a b Edward Luttwak, La grande strategia dell'impero romano, p. 26, ISBN 88-17-11541-X.
  6. ^ Svetonio, Galba, 10.
  7. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 7
  8. ^ Cassio Dione 64,3.
  9. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 7
  10. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 8
  11. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 9
  12. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 8
  13. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 13
  14. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 13
  15. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 17
  16. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 18
  17. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 21
  18. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 24
  19. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 23
  20. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 25
  21. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 26
  22. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 26
  23. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 27
  24. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 28
  25. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 31
  26. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 34
  27. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 35
  28. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 40
  29. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 41
  30. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 42
  31. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 43
  32. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 44
  33. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 45
  34. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 46
  35. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 47
  36. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 46
  37. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 50
  38. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 51
  39. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 52
  40. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 53
  41. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 54
  42. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 55
  43. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 56
  44. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 57
  45. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 59
  46. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 61
  47. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 63
  48. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 64
  49. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 65
  50. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 66
  51. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 67
  52. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 68
  53. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 70
  54. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 76
  55. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 88
  56. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 89
  57. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 90
  58. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 9
  59. ^ Tacito, Historiae, op. cit., I, 87
  60. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 14
  61. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 17
  62. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 18-19
  63. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 20-22
  64. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 23
  65. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 24-26
  66. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 30
  67. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 33
  68. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 39
  69. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 33
  70. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 39
  71. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 46
  72. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 47
  73. ^ a b c d e f g Svetonio, Vita di Vitellio, 15.
  74. ^ a b Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.3.
  75. ^ Tacito, Historiae, III, 19-35.
  76. ^ a b c Svetonio, Vita di Vitellio, 16.
  77. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 52
  78. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 54
  79. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 55
  80. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 59
  81. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 60
  82. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 66
  83. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 67
  84. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 69
  85. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 88
  86. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 89
  87. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 93
  88. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.1.
  89. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.2.
  90. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 4-6-7
  91. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.5-10.6.605-607
  92. ^ a b Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 10.6.
  93. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 85
  94. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 86
  95. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 82
  96. ^ a b c Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.2.
  97. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, I,II
  98. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.1.
  99. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, VIII
  100. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, LVIII
  101. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 97
  102. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 92
  103. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 99
  104. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 100
  105. ^ Tacito, Historiae, op. cit., II, 100
  106. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 4,7
  107. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 8
  108. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 9,10
  109. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 12,13
  110. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 14
  111. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 41
  112. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 35
  113. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 54,55
  114. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 40
  115. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 41,42
  116. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 43
  117. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 44
  118. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 48,49
  119. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 50
  120. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 52
  121. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 55,56,57
  122. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 77
  123. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 59
  124. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 60
  125. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 61,62,63
  126. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 63
  127. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 64
  128. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 67,68
  129. ^ a b c d e f g h Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.4.
  130. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 69,70
  131. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 74
  132. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 78,79
  133. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 80
  134. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 81,82
  135. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 82,84
  136. ^ Tacito, Historiae, op. cit., III, 85,86
  137. ^ Tacito, Historiae, IV, 3, Suetonio, Domiziano, 1; Cassio Dione, LXVI, 1.
  138. ^ Cassio Dione, LXV, 22.
  139. ^ Svetonio, Vita di Vespasiano 7.
  140. ^ Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, IV, 11.5.
  141. ^ Svetonio, Vita di Vespasiano 8.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
  • AA. VV., Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi, a cura di F. Coarelli, Napoli, Electa, 2009 ISBN 978-88-370-7069-4
  • Albino Garzetti, L'Impero da Tiberio agli Antonini, Bologna, Cappelli, 1960
  • Michael Grant, Gli imperatori romani, Roma, Newton Compton, 2008 ISBN 978-88-8289-400-9
  • (EN) Barbara Levick, Vespasian, London & New York, Routledge, 1999, ISBN 0-415-16618-7.
  • Santo Mazzarino, L'Impero romano, tre vol., Laterza, Roma-Bari, 1973 e 1976 (v. vol. I); riediz. (due vol.): 1984 e successive rist. (v. vol. I)
  • Pietro Nelli, L'imperatore dalle umili origini. Titus Flavius Vespasianus, Roma, Lulu, 2010 ISBN 978-1-4092-9010-0
  • Mario Pani, Il principato dai Flavi ad Adriano in: AA.VV., Storia di Roma, Einaudi, Torino, 1990, vol. II, tomo 2; ripubblicata anche come Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (v. il vol. 16°).

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]