Aquila (storia romana)

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Augusto di Prima Porta, il re Fraate IV dei Parti restituisce le insegne (l'aquila) dei Romani sottratte durante la sconfitta di Carre forse a Tiberio

L'Aquila nella storia romana fu il simbolo della legione romana (e dell'esercito romano) dalla tarda età repubblicana fino alla fine dell'impero, quale attributo sacro a Giove Capitolino. In battaglia e durante le marce era tenuta in consegna dall'aquilifer (aquilifero).

Storia[modifica | modifica sorgente]

Introdotta da Caio Mario quale insegna dell'intera legione, sostituì i precedenti quattro simboli: il lupo, il cavallo, il minotauro e il cinghiale.[1][2][3] Ai tempi di Caio Giulio Cesare era fatta d'argento e oro. A partire dalla riforma augustea il materiale utilizzato fu il solo oro. L'aquila era custodita dalla prima centuria della prima coorte, conservata presso l'accampamento (assieme ai signa militaria), all'interno dell'aedes signorum, uno degli edifici dei Principia (quartier generale della legione).

L'aquila usciva dall'accampamento romano solo in occasione dei trasferimenti dell'intera legione, sotto la responsabilità di un sotto-ufficiale legionario, l'Aquilifer, il quale oltre a doverne custodire l'insegna era incaricato di portarla in battaglia e difenderla anche a costo della propria vita. In tal senso, l'aquilifer può essere paragonato ad un alfiere, quindi un giovane ufficiale dei moderni eserciti e la stessa aquila può essere considerata come una Bandiera di guerra o uno stendardo.

Era segno di grave disfatta la sua perdita, evento che accadde in rare occasioni come nel corso della battaglia della foresta di Teutoburgo nel 9 d.C., quando ben tre aquilae caddero nelle mani del nemico germanico.[4] Nel corso invece della rivolta batava, l'aver consegnato le rispettive aquilae al nemico germanico, fu causa per le quattro intere legioni del proprio scioglimento. Ciò che accadde nel 70 alla I Germanica, IIII Macedonica, XV Primigenia e XVI Gallica[5] In altri casi fu segno di grande vergogna ed ignominia, ma non di scioglimento, come accadde ad una legio V Gallica nel 17 a.C.[6] o alla legio XII Fulminata nel 66 durante la prima guerra giudaica.[7] Le aquile, quindi, venivano difese fino alla morte, oppure, durante le battaglie, conficcate nel terreno in modo tale da evitare la loro perdita.[8]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tito Livio, Ab urbe condita libri, XXVII, 36
  2. ^ Plinio, Naturalis historia, X, 5, 16
  3. ^ Sallustio, De Catilinae coniuratione, 59
  4. ^ Publio Cornelio Tacito, Annales, I, 60.3; II, 25.1-2.
  5. ^ L.Keppie, The making of the roman army, from Republic to Empire, p.214.
  6. ^ Velleio Patercolo, Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo, 97.1; Dione, Storia romana, LIV, 20.4.
  7. ^ Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, II, 22 [499-509]; II, 23 [509-527]; II, 24 [527-555].
  8. ^ Tacito, Annali, I, 65.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • E. Abranson e J.P. Colbus, La vita dei legionari ai tempi della guerra di Gallia, Milano 1979.
  • P. Connolly, L'esercito romano, Milano 1976.
  • A.K. Goldsworthy, The Roman Army at War, 100 BC-AD 200, Oxford - N.Y 1998.
  • L. Keppie, The Making of the Roman Army, from Republic to Empire, Londra 1998.
  • Y. Le Bohec, L'esercito romano da Augusto a Caracalla, Roma 1992.
  • E. Luttwak, La grande strategia dell'Impero romano, Milano 1991.
  • Alessandro Milan, Le forze armate nella storia di Roma Antica, Roma 1993.
  • H. Parker, The Roman Legions, N.Y. 1958.
  • G. Webster, The Roman Imperial Army, Londra - Oklahoma 1998.

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