Guerre mitridatiche

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Guerre mitridatiche
I domini di Mitridate VI nel 90 a.C.
I domini di Mitridate VI nel 90 a.C.
Data 89-63 a.C.
Luogo Asia Minore, Grecia e Siria.
Casus belli Movimento indipendentista
Esito Vittoria romana
Modifiche territoriali occupazione romana di Bitinia, Cilicia, Siria e Giudea.
Schieramenti
Comandanti
Vexilloid of the Roman Empire.svg Manio Aquilio[2]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Lucio Cassio[3]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Quinto Oppio[3]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Minucio Rufo[3]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Gaio Popilio[3]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Quinto Bruzzio Sura[4]
Lucius Sulla.jpg Lucio Cornelio Silla
Vexilloid of the Roman Empire.svg Gaio Scribonio Curione[5][6]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Lucio Licinio Lucullo[7]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Ortensio[8]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Murena[9]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Aulo Gabinio[10][11]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Ericio[12]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Lucio Valerio Flacco[13]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Flavio Fimbria[13]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Marco Aurelio Cotta[14]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Lucio Licinio Lucullo
Vexilloid of the Roman Empire.svg Gaio Valerio Triario[15]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Appio Claudio[16]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Sornazio[17][18]
Pompejus modified.png Gneo Pompeo Magno
Vexilloid of the Roman Empire.svg Metello Celere[19]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Lucio Flacco[19]Vexilloid of the Roman Empire.svg Lucio Afranio[20]
Vexilloid of the Roman Empire.svg Publio Servilio Vatia.[21]
Hoplite helmet.svg Nicomede IV
Hoplite helmet.svg Ariobarzane I
Hoplite helmet.svg Macare
Hoplite helmet.svg Pisistrato[22]
Mithridates VI Louvre white background.jpg Mitridate VI del Ponto
Tigrane II[23]
Hoplite helmet.svg Neottolemo[3]
Hoplite helmet.svg Archelao[3]
Hoplite helmet.svg Aristione[24]
Hoplite helmet.svg Arcatia[3][25] o Ariarate IX[26](?)
Hoplite helmet.svg Cratero[3]
Hoplite helmet.svg Dorialo[3] o Dorilao[27][28][29] (?)
Hoplite helmet.svg Metrofane[4]
Hoplite helmet.svg Dromichete[30]
Hoplite helmet.svg Zenobio[31]
Hoplite helmet.svg Tassile[32]
Hoplite helmet.svg Ermocrate[32]
Hoplite helmet.svg Eumaco[33]
Hoplite helmet.svg Macare[34]
Hoplite helmet.svg Mitrobarzane[35]
Hoplite helmet.svg Mancheo[35]
Hoplite helmet.svg Menandro[17][36]
Hoplite helmet.svg Menemaco[17]
Hoplite helmet.svg Mirone[17]
Effettivi
vedi sotto dettagli fino a 400 navi per volta;[1]
fino a 250.000 fanti per volta;[1]
fino a 50.000 cavalieri per volta.[1]
Perdite
Vedi sotto 800 navi[36]
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Per Guerre mitridatiche si intendono una serie di conflitti tra la Repubblica romana ed il Ponto che si combatterono tra l'88 e il 63 a.C. Prendono il loro nome da Mitridate VI che all'epoca era il re del Ponto e grande nemico di Roma. Così Appiano di Alessandria ce le riassume, osservandole da parte dello sconfitto:

« Molte volte [Mitridate] mise in campo più di 400 navi, 50.000 cavalieri e 250.000 fanti, con macchine d'assedio in proporzione. Tra i suoi alleati vi fu il re di Armenia, i principi delle tribù degli Sciti che si trovano intorno al Ponto Eusino ed al mare di Azov e oltre fino al Bosforo tracio. Tenne comunicazioni con i generali delle guerre civili romane, che combatterono molto ferocemente, e con quelli che si erano ribellati in Spagna. Stabilì rapporti di amicizia con i Galli a scopo di invadere l'Italia. Dalla Cilicia alle Colonne d'Ercole riempì il mare con i pirati, che provocarono la cessazione di ogni commercio e navigazione tra le città del Mediterraneo e causarono gravi carestie per lungo tempo. In breve, non lasciò nulla nel potere di qualunque uomo, che potesse iniziare un qualsiasi movimento possibile, da Oriente a Occidente, vessando, per così dire, il mondo intero, combattendo aggrovigliato nelle alleanze, molestato dai pirati, o infastidito dalla vicinanza della guerra. Tale e così diversificata fu questa guerra, ma alla fine portò i maggiori benefici ai Romani, che spinsero i confini del loro dominio, dal tramonto del sole al fiume Eufrate. Fu impossibile distinguere tutti questi avvenimenti da parte delle popolazioni coinvolte, da quando iniziarono in contemporanea, e si intersecarono in modo complicato con altri avvenimenti. [...] »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 119.)

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica romana, guerra sociale, regno del Ponto e limes orientale.

Nel 111 a.C. salì al trono del regno del Ponto, Mitridate VI. Il nuovo sovrano mise in atto subito (fin dal 110 a.C.[37]) una politica espansionistica nell'area del Mar Nero, conquistando tutte le regioni da Sinope alle foci del Danubio,[38] compresa la Colchide, il Chersoneso Taurico e la Cimmeria (attuale Crimea), e poi sottomettendo le vicine popolazioni scitiche e dei sarmati Roxolani.[37] Il giovane re volse, quindi, il suo interesse verso la penisola anatolica, dove la potenza romana era, però, in costante crescita. Sapeva che uno scontro con quest'ultima sarebbe risultato mortale per una delle due parti.

Alleatosi nel 104 a.C. con il re di Bitinia Nicomede III, partecipò alla spartizione della Paflagonia (regione che si trovava tra i due regni),[37] ma pochi anni più tardi, le crescenti mire espansionistiche portarono a scontrarsi con il nuovo alleato per il controllo del Regno di Cappadocia (100 a.C. circa[37]). Mitridate, seppure fosse riuscito a sconfiggere Nicomede in alcune decisive battaglie, costrinse il sovrano del Regno di Bitinia a richiedere l'intervento dell'alleato romano, in almeno tre circostanze:

  1. la prima volta nel 98 a.C., sotto l'alta guida del vincitore dei Cimbri e dei Teutoni, Gaio Mario;[39]
  2. la seconda volta nel 96 a.C., quando una missione del princeps del Senato, Marco Emilio Scauro nel 96 a.C., intimò al sovrano pontico di togliere l'assedio a Nicomedia, evacuare la Paflagonia e la Cappadocia, lasciando che quest'ultima regione potesse scegliersi un re senza l'interferenza di Mitridate;[39][40][41]
  3. la terza nel 92 a.C., quando ad intervenire fu il pretore della Cilicia, Lucio Cornelio Silla, con il compito sia di porre sul trono di Cappadocia il nuovo sovrano Ariobarzane I (che era stato nuovamente cacciato),[42] sia di contenere l'espansionismo di Mitridate VI e del suo alleato Tigrane II d'Armenia (quest'ultimo sconfitto e costretto a ritirarsi ad est dell'Eufrate), venendo in contatto per la prima volta, con un satrapo del re dei Parti (sembra presso Melitene?).[39][43][44]

Contemporaneamente sul "fronte" romano, il malcontento dei popoli italici aveva portato ad una loro sollevazione generale nel 91 a.C., degenerata in guerra aperta al potere centrale romano (dal 91 all'88 a.C.). Già dal tempo dei Gracchi, gli Italici avevano avanzato proposte d'estensione del diritto di cittadinanza anche a loro, fino ad allora federati, ma senza successo. La situazione si avviò al punto di rottura quando, nel 95 a.C., Lucio Licinio Crasso e Quinto Muzio Scevola proposero una legge che istituiva un tribunale giudicante per chi avesse ottenuto la cittadinanza romana in modo abusivo (Lex Licinia Mucia). Questa legge non fece altro che accrescere il malcontento soprattutto verso i ceti italici più abbienti, che miravano alla partecipazione diretta del governo repubblicano. Fu così che Marco Livio Druso, si schierò a favore della causa italica avanzando proposte di legge che ne estendessero la cittadinanza. La proposta, però, poco gradita sia ai senatori che ai cavalieri romani, trovò nel console Lucio Marcio Filippo, il più tenace oppositore, il quale la fece dichiarare illegale, tanto da non essere neppure votata. Nel novembre del 91 a.C., seguaci estremisti di Marcio Filippo mandarono un sicario ad assassinare Druso. Questa fu la scintilla che degenerò in "guerra civile". In un clima tanto avvelenato a Roma, Mitridate non poté che approfittarne, pronto ad intervenire sul fronte orientale, lontano dai torbidi dell'Urbs, tanto più che le armate romane erano per la maggior parte concentrate in Italia, impegnate a sopprimere a fatica, la grande rivolta delle genti italiche.

Fasi della guerra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Esercito romano e esercito mitridatico.

Prima guerra mitridatica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra mitridatica.

La prima guerra mitridatica iniziò a causa dell'espansionismo da parte di Mitridate (verso la fine dell'89 a.C.). Le ostilità si erano aperte con due vittorie del sovrano del Ponto sulle forze alleate dei Romani, prima del re di Bitinia, Nicomede IV, e poi dello stesso inviato romano Manio Aquilio, a capo di una delegazione in Asia Minore. L'anno successivo Mitridate decise di continuare nel suo progetto di occupazione dell'intera penisola anatolica, ripartendo dalla Frigia. La sua avanzata proseguì, passando dalla Frigia alla Misia, e toccando quelle parti di Asia che erano state recentemente acquisite dai Romani. Poi mandò i suoi ufficiali per le province adiacenti, sottomettendo la Licia, la Panfilia, ed il resto della Ionia.[45]

A Laodicea sul fiume Lico, dove la città stava ancora resistendo, grazie al contributo del proconsole Quinto Oppio, Mitridate fece questo annuncio sotto le mura della città:

« "Il Re Mitridate promette agli abitanti di Laodicea che non subiranno alcuna angheria, se gli consegneranno [il procuratore] Oppio". »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 20.)

Dopo questo annuncio, gli abitanti di Laodicea lasciarono liberi i mercenari, ed inviarono Oppio con i suoi littori a Mitridate, il quale però decise di risparmiare il generale romano.[45][46]

Non molto tempo dopo Mitridate riuscì a catturare anche Manio Aquilio, che egli riteneva il principale responsabile di questa guerra e lo uccise barbaramente.[2][47]

Sembra che a questo punto, la maggior parte delle città dell'Asia si arresero al conquistatore pontico, accogliendolo come un liberatore dalle popolazioni locali, stanche del malgoverno romano, identificato da molti nella ristretta cerchia dei pubblicani. Rodi, invece, rimase fedele a Roma.

Non appena queste notizie giunsero a Roma, il Senato emise una solenne dichiarazione di guerra contro il re del Ponto, seppure nell'Urbe vi fossero gravi dissensi tra le due principali fazioni interne alla Res publica (degli Optimates e dei Populares) ed una guerra sociale non fosse stata del tutto condotta a termine. Si procedette, quindi, a decretare a quale dei due consoli, sarebbe spettato il governo della provincia d'Asia, e questa toccò in sorte a Lucio Cornelio Silla.[48]

Mitridate, preso possesso della maggior parte dell'Asia Minore, dispose che tutti coloro, liberi o meno, che parlavano una lingua italica, fossero barbaramente trucidati, non solo quindi i pochi soldati romani rimasti a presidio delle guarnigioni locali. 80.000 tra cittadini romani e non, furono massacrati nelle due ex-province romane d'Asia e Cilicia (episodio noto come Vespri asiatici).[46][48][49]

La situazione precipitò ulteriormente, quando a seguito delle ribellioni nella provincia asiatica, insorse anche l'Acaia. Il governo della stessa Atene, fu rovesciato da un certo Aristione, che poi si dimostrò a favore di Mitridate, meritandosi dallo stesso il titolo di amico.[50] Il re del Ponto appariva ai loro occhi come un liberatore della grecità, quasi fosse un nuovo Alessandro Magno.

Mitridate raffigurato in una statua romana del I secolo, oggi al museo del Louvre.

Nel corso dell'inverno dell'88/87 a.C. infatti, la flotta pontica, sotto la guida dell'ammiraglio Archelao, invadeva Delo (che si era ribellata ad Atene) e restituiva tutte le sue roccaforti agli Ateniesi. In questo modo Mitridate portò a se stesso nuove alleanze oltre che tra gli Achei, anche tra Lacedemoni e Beoti (tranne la città di Thespiae, che fu subito dopo stretta d'assedio). Allo stesso tempo, Metrofane, che era stato inviato da Mitridate con un altro esercito, devastò i territori dell'Eubea, oltre al territorio di Demetriade e Magnesia, che si erano rifiutate di seguire il re del Ponto.[4] Il grosso delle armate romane non poté però intervenire in Acaia, se non ad anno inoltrato,[50] a causa dei difficili scontri interni tra la fazione dei populares, capitanate da Gaio Mario, e quella degli optimates, condotta da Lucio Cornelio Silla. Alla fine ebbe la meglio quest'ultimo, il quale ottenne che venisse affidata a lui la conduzione della guerra contro il re del Ponto.

E mentre Silla stava ancora addestrando ed arruolando l'esercito, per recarsi in Oriente a combattere Mitridate VI, Gaio Mario, avendo ancora l'ambizione di essere lui a guidare l'esercito romano contro il re del Ponto, era riuscito a convincere il tribuno Publio Sulpicio Rufo a convocare una seduta straordinaria del Senato per annullare la precedente decisione di affidare il comando a Silla. Quest'ultimo, appresa la notizia, prese una decisione grave e senza precedenti: scelse le 6 legioni a lui più fedeli e, alla loro testa, si diresse verso Roma stessa. Nessun generale, in precedenza, aveva mai osato violare con l'esercito il perimetro della città (il cosiddetto pomerio). Egli, dopo avere preso opportuni provvedimenti compiendo una prima strage dei suoi oppositori, tornò a Capua, pronto ad imbarcarsi con l'esercito per l'imminente campagna militare e passò quindi in Grecia con 5 legioni.

L'arrivo di Silla in Grecia portò alla caduta Atene nel marzo dell'86 a.C.[51][52] Il generale romano vendicò così l'eccidio asiatico di Mitridate, compiuto su Italici e cittadini romani, compiendo un'autentica strage nella capitale achea. Silla proibì, invece, l'incendio della città, ma permise ai suoi legionari di saccheggiarla. Il giorno seguente il comandante romano vendette il resto della popolazione come schiavi.[52] Catturato Aristione, chiese alla città come risarcimento del danno di guerra, circa venti chili di oro e 600 libbre d'argento, prelevandole dal tesoro dell'Acropoli.[53]

Poco dopo fu la volta del porto di Atene del Pireo.[54] Da qui Archelao decise di fuggire in Tessaglia, attraverso la Beozia, dove portò ciò che era rimasto della sua iniziale armata, radunandosi presso le Termopili con quella del generale di origine tracia, Dromichete (o Tassile secondo Plutarco[55]).

Con l'arrivo di Lucio Cornelio Silla in Grecia nell'87 a.C. le sorti della guerra contro Mitridate erano quindi cambiate a favore dei Romani. Espugnata quindi Atene ed il Pireo, il comandante romano ottenne due successi determinanti ai fini della guerra, prima a Cheronea,[56] dove secondo Tito Livio caddero ben 100.000 armati del regno del Ponto,[57][58][59] ed infine ad Orcomeno.[28][56][60][61]

Contemporaneamente, agli inizi dell'85 a.C., il prefetto della cavalleria, Flavio Fimbria, dopo aver ucciso il proprio proconsole, Lucio Valerio Flacco, a Nicomedia[62] prese il comando di un secondo esercito romano.[13][63] Quest'ultimo si diresse anch'egli contro le armate di Mitridate, in Asia, uscendone più volte vincitore,[64] riuscendo a conquistare la nuova capitale di Mitridate, Pergamo,[62] e poco mancò che non riuscisse a far prigioniero lo stesso re.[65] Intanto Silla avanzava dalla Macedonia, massacrando i Traci che sulla sua strada gli si erano opposti.[66]

« Quando Mitridate seppe della sconfitta ad Orcomeno, rifletté sull'immenso numero di armati che aveva mandato in Grecia fin dal principio, e il continuo e rapido disastro che li aveva colpiti. In conseguenza di ciò, decise di mandare a dire ad Archelao di trattare la pace alle migliori condizioni possibili. Quest'ultimo ebbe allora un colloquio con Silla in cui disse:"il padre di re Mitridate era amico tuo, o Silla. Fu coinvolto in questa guerra a causa della rapacità degli altri generali romani. Egli chiede di avvalersi del tuo carattere virtuoso per ottenere la pace, se gli accorderai condizioni eque". »
(Appiano, Guerre mitridatiche, 54.)

Dopo una serie di trattative iniziali, Mitridate e Silla si incontrarono a Dardano, dove si accordarono per un trattato di pace[67], che costringeva Mitridate a ritirasi da tutti i domini antecedenti la guerra,[67] ma ottenendo in cambio di essere ancora una volta considerato "amico del popolo romano". Un espediente per Silla, per poter tornare nella capitale a risolvere i suoi problemi personali, interni alla Repubblica romana.

Seconda guerra mitridatica[modifica | modifica wikitesto]

Il regno di Armenia ed i vicini stati "vassalli", nella sua massima espansione sotto la dinastia Artasside, dopo le conquiste di Tigrane il Grande (dal 95 a.C. al 66 a.C.) durante le guerre mitridatiche.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Seconda guerra mitridatica.

La seconda guerra mitridatica si combatté dall'83 all'81 a.C. L'esercito romano era comandato da Lucio Licinio Murena, ufficiale di Lucio Cornelio Silla. La guerra ebbe, questa volta, esito negativo per i Romani, i quali furono sconfitti dalle truppe pontiche di Mitridate. In seguito a tali eventi Silla ordinò al proprio generale il ritiro dai territori nemici,[68] mentre questa vittoria rafforzò il convincimento nel re asiatico che i Romani non fossero invincibili, e la sua speranza di creare un grande regno asiatico che potesse contrastare la crescente egemonia romana nel bacino del Mediterraneo. Da qui il re prese le mosse per una nuova politica espansionistica in chiave anti-romana.

Attorno all'80 a.C. il re del Ponto decise di tornare a sottomettere tutte le popolazioni libere che gravitavano attorno al Ponto Eusino. Nominato quindi quale generale di questa nuova impresa suo figlio Macare, si spinse alla conquista di quelle colonie greche che si diveva discendessero dagli Achei, di ritorno dalla guerra di Troia, al di là della Colchide. La campagna però si rivelò disastrosa, poiché furono perduti due contingenti armati, una parte in battaglia e per la severità del clima, un'altra in seguito ad un'imboscata. Quando fece ritorno nel Ponto, inviò ambasciatori a Roma per firmare una nuova pace.[69]

Contemporaneamente il re Ariobarzane I, mandò nuovi ambasciatori per lamentarsi che la maggior parte dei territori della Cappadocia, non gli erano stati completamente consegnati da Mitridate, come promesso al termine della seconda fase della guerra. Poco dopo (nel 78 a.C.) inviò una nuova ambasceria per firmare gli accordi, ma poiché Silla era appena morto e il Senato era impegnato in altre faccenda, i pretori non ammisero i suoi ambasciatori e non se ne fece nulla.[69] Mitridate, che era venuto a conoscenza della morte del dittatore romano, persuase il genero, Tigrane II d'Armenia, ad invadere la Cappadocia come se fosse una sua azione indipendente. Ma questo artificio non riuscì ad ingannare i Romani. Il re armeno invase il paese e trascinò via con sé dalla regione, oltre ad un grosso bottino, anche 300.000 persone, che poi portò nel suo paese, stabilendole, insieme ad altre, nella nuova capitale, chiamata Tigranocerta (città di Tigrane), dove aveva assunto il diadema di re d'Armenia.[69]

E mentre queste cose avvenivano in Asia, Sertorio, il governatore della Spagna, che incitava la provincia e tutte le vicine popolazioni a ribellarsi ai Romani, istituì un nuovo Senato ad imitazione di quella di Roma. Due dei suoi membri, un certo Lucio Magio e Lucio Fannio, proposero a Mitridate di allearsi con Sertorio, con la prospettiva comune che una guerra combattuta su due fronti opposti (ad Occidente, Sertorio ed a Oriente Mitridate) avrebbe portato ad ampliare i loro domini sui paesi confinanti, in Asia come in Spagna.[70]

Mitridate, allettato da tale proposta, inviò suoi ambasciatori a Sertorio, per valutare quali possibilità vi fossero per porre sotto assedio il potere romano, da Oriente ed Occidente. Fu così stabilita tra le parti un patto di alleanza, nel quale Sertorio si impegnava a concedere al re del Ponto tutti i territori romani d'Asia, oltre al regno di Bitinia, la Paflagonia, la Galatia ed il regno di Cappadocia, ed inviava anche un suo abile generale, un certo Marco Vario, oltre a due altri consiglieri, Magio e Fannio Lucio, per assisterlo militarmente e diplomaticamente.[70]

Terza guerra mitridatica[modifica | modifica wikitesto]

Il primo anno della terza guerra mitridatica.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza guerra mitridatica.

Attorno all'80 a.C. il re del Ponto era deciso a tornare a sottomettere tutte le popolazioni libere che gravitavano attorno al Ponto Eusino.[69] Contemporaneamente il re Ariobarzane I, inviava ambasciatori per lamentarsi che la maggior parte dei territori della Cappadocia, non gli erano stati completamente consegnati da Mitridate, come promesso al termine della seconda fase della guerra. Poco dopo (nel 78 a.C.) inviò una nuova ambasceria per firmare gli accordi, ma poiché Silla era appena morto e il Senato era impegnato in altre faccenda, i pretori non ammisero i suoi ambasciatori e non se ne fece nulla.[69] Mitridate, che era venuto a conoscenza della morte del dittatore romano, persuase il genero, Tigrane II d'Armenia, ad invadere la Cappadocia come se fosse una sua azione indipendente. Ma questo artificio non riuscì ad ingannare i Romani.[69]

E mentre queste cose avvenivano in Asia, Sertorio, il governatore della Spagna, che incitava la provincia e tutte le vicine popolazioni a ribellarsi ai Romani del governo degli optimates,[71] istituì un nuovo Senato ad imitazione di quella di Roma. Due dei suoi membri, un certo Lucio Magio e Lucio Fannio, proposero a Mitridate di allearsi con Sertorio, con la prospettiva comune che una guerra combattuta su due fronti opposti (ad Occidente, Sertorio ed a Oriente, Mitridate) avrebbe portato ad ampliare i loro domini sui paesi confinanti, in Asia come in Spagna.[70][72]

Mitridate, allettato da tale proposta, inviò suoi ambasciatori a Sertorio, per stabilire tra le parti un patto di alleanza, nel quale Sertorio si impegnava a concedere al re del Ponto tutti i territori romani d'Asia, oltre al regno di Bitinia, la Paflagonia, la Galatia ed il regno di Cappadocia, ed inviava anche un suo abile generale, un certo Marco Vario (forse il Mario di Plutarco[73]), oltre a due altri consiglieri, Magio e Fannio Lucio, per assisterlo militarmente e diplomaticamente.[70]

La terza fase della guerra fu certamente la più lunga e risolutiva (dal 75 al 63 a.C.), che vide coinvolti, dalla parte romana generali come Lucio Licinio Lucullo (che aveva prestato servizio come prefetto della flotta sotto Lucio Cornelio Silla durante la prima fase della guerra) e Gneo Pompeo Magno, dall'altra ancora Mitridate VI ed il genero Tigrane II d'Armenia.

Prima fase: offensiva di Mitridate e campagne di Lucullo (74-67 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Le operazioni militari cominciarono nella primavera del 74 a.C., quando Mitridate si affrettò a marciare contro la Paflagonia con i suoi generali, al comando del suo esercito. Egli accusava i Romani della loro avidità di potere e lussuria "al punto da aver schiavizzato l'Italia e Roma stessa", oltre al mancato rispetto del trattato precedente ed ancora in corso, affermando che essi non erano disposti a firmare, poiché stavano già pensando di violarlo di nuovo.[32]

Poco dopo Mitridate invase la Bitinia,[74] divenuta da poco provincia romana, in seguito alla morte del suo re, Nicomede IV, che non aveva figli e perciò decise di lasciare il suo regno in eredità ai Romani. L'allora governatore provinciale, Marco Aurelio Cotta, fuggì a Calcedonia.[14] E così la Bitinia tornò nuovamente sotto il dominio di Mitridate. E mentre Mitridate assediava Calcedonia,[14][75] i Romani scelsero come generale, per questa nuova fase della guerra contro il re del Ponto, il console Lucio Licinio Lucullo. Giunto in Asia, raggiunse Mitridate, che aveva abbandonato l'assedio e si era accampato nei pressi di Cizico.[76] La città fu posta sotto assedio, ma poiché il proconsole romano era venuto a conoscenza dai disertori che i rifornimenti dell'esercito del re giungevano sia via terra, sia via mare, decise di "tagliare" quelli del nemico.[76] Tanto che Lucullo disse ai suoi amici e collaboratori che "avrebbe battuto il nemico, senza combattere".[76] E mentre era in atto l'assedio a Cizico da parte di Mitridate,[77] con Lucullo certamente non spettatore inerte,[33][78] sul finire dell'autunno un certo Eumaco, generale del re del Ponto, invase la Frigia ed uccise una grande moltitudine di cittadini romani, comprese mogli e figli; poi soggiogò anche le popolazioni della Pisidia, dell'Isauria e della Cilicia. Infine Deiotaro, uno dei Tetrarchi della Galazia, guidò i suoi contro il generale pontico, uccidendo molti dei suoi armati.[33][79]

Quando giunse l'inverno (73-72 a.C.), l'esercito di Mitridate, privato dei suoi approvvigionamenti via mare, si trovò a dover soffrire la fame, tanto che alcuni soldati perirono poiché troppo indeboliti, tanto che Mitridate cominciò a pensare di abbandonare l'assedio,[80][81] decidendo di fuggire una notte e dirigendosi con la sua flotta a Pario, mentre il suo esercito lo avrebbe seguito via terra a Lampsaco. Molti persero, però, la vita attraversando Aesepus ed il Granico,[82] che allora era in piena e sotto l'attacco delle forze romane di Lucio Licinio Lucullo, che li aveva inseguiti, mentre gli abitanti di Cizico riuscirono a scampare all'assedio di Mitridate, riuscendo anche a depredare il campo di Mitridate, massacrando i malati ed i feriti rimasti.[82]

E mentre Lucullo era stato impegnato ad assediare la città di Cizico, era riuscito a raccogliere una flotta della provincia asiatica e l'aveva distribuita tra i suoi legati, i quali erano riusciti ad occupare Apamea, Prusia, Nicea, ecc.[83][84] Poco dopo il generale romano, raggiungeva le forze nemiche di Mario (o Vario), Alessandro e Dionisio in un'isola vicino a Lemnos e le batteva. Fatto ciò, Lucullo decise di dirigersi in Bitinia.[83][85]

Gli anni 73-71 a.C. della terza guerra mitridatica

Frattanto Mitridate, salpato per il Ponto,[81] fu colpito da una terribile tempesta nella quale per poco non perse la vita, insieme a 10.000 uomini e sessanta navi. Fu salvato dai pirati,[86] e subito dopo inviò appelli al genero, Tigrane II d'Armenia, ed a suo figlio, Macare, sovrano del Bosforo Cimerio, affinché si affrettassero ad venirgli in aiuto.[34]

Con la primavera del 72 a.C., Lucullo lasciò a Murena il compito di portare a termine l'assedio di Amiso, e marciò attraverso le montagne contro Mitridate.[87] Raggiunta Cabira, qui si ebbe un nuovo scontro dove anche questa volta Lucullo ebbe la meglio. Anche questa volta Mitridate si diede alla fuga di notte.[88][89] Tito Livio parla addirittura di più di 60.000 soldati pontici uccisi nel corso di questa battaglia.[90] I soldati romani, però, vedendo vasi d'oro e d'argento in abbondanza, oltre a vestiti molto costosi, non si curarono degli ordini. Addirittura un gruppo di soldati che aveva catturato lo stesso Mitridate, vedendo un mulo carico d'oro del suo seguito, impegnati a dividersi il bottino, permisero al re del Ponto di fuggire e recarsi a Comana.[91]

Intanto il re, raggiunta Comana, trovò rifugio presso Tigrane II d'Armenia,[16][92] insieme a 2.000 cavalieri. Sembra però che il re armeno non lo ammise alla sua presenza per lungo tempo, pur offrendogli una delle sue residenze imperiali.[93]

Nel 71 a.C. Lucullo marciò contro le ultime resistenze nemiche, soggiogando Caldei e Tibareni ed occupando l'Armenia minore.[16] Contemporaneamente inviava a Tigrane, il cognato, Appio Claudio per chiedere la consegna di Mitridate.[16][94]

Gli anni 70-69 a.C. della terza guerra mitridatica

Nel 70 a.C. la città di Sinope continuò a resistere con forza al generale romano, fino a quando non capitolò definitivamente e di suoi abitanti fuggirono via mare.[95] Lucullo occupata, la città la rese libera e la ripopolò.[94] Dopo questa impresa, Lucullo si diresse su Amiso, dove era in corso l'assedio della città da parte del suo legato, Murena. Ma il generale che ne difendeva le sue mura, Callimaco, prima di abbandonare la città, le diede fuoco, sia per privare gli assalitori del bottino, sia per facilitarsi la fuga.[96] Contemporaneamente Lucullo entrò in rapporti di amicizia ed alleanza con uno dei figli di Mitridate, un certo Macare.[18][97]

Portate a termine le operazioni militari, decise di riorganizzare le province asiatiche ed amministrare la giustizia. Plutarco, racconta che, scoperto che gli abitanti della provincia si trovavano in condizioni assai gravose, addirittura alcuni erano stati ridotti in schiavitù dagli esattori fiscali o dagli usurai a cui avevano chiesto dei debiti, decise di porvi rimedio, liberando la popolazione asiatica da una simile condizione di "schiavitù".[98] Gli usurari però, non accettando le condizioni di Lucullo, sollevarono la questione a Roma stessa contro il proconsole romano. Corruppero alcuni tribuni affinché procedessero contro di lui, essendo uomini di grande influenza, che avevano numerosi debitori tra i politici romani. Lucullo, tuttavia, non solo era amato dalla popolazione che aveva beneficato del suo aiuto, addirittura, le altre province limitrofe chiesero di averlo, anch'esse, come amministratore e loro governatore.[99]

E mentre Lucullo, amministrava la giustizia ad Efeso, Appio tornò da Antiochia, con il responso negativo di Tigrane. Era ormai chiaro che, ancora una volta, la guerra fosse inevitabile.[100] Contemporaneamente Mitridate e Tigrane stabilirono di invadere Cilicia e Licaonia, fino all'Asia, prima che ci fosse una formale dichiarazione di guerra.[101]

Nel 69 a.C. Lucullo, si diresse con sole due legioni e 500 cavalieri contro Tigrane,[102] che si era rifiutato di consegnargli Mitridate. Sembra che i suoi soldati seguirono Lucullo in modo riluttante, mentre i tribuni della plebe a Roma, sollevavano una protesta contro di lui, accusandolo di cercare una guerra dopo l'altra, per arricchirsi.[103] Lucullo attraversò l'Eufrate,[104] poi il Tigri ai confini dell'Armenia,[105] e giunse nei pressi della capitale, Tigranocerta.[106]

E mentre Sestilio poneva sotto assedio la città[107] Lucullo affrontava in battaglia Tigrane e lo batteva, seppure con forze nettamente inferiori.[108][109] Plutarco racconta che 100.000 furono i morti tra gli Armeni, quasi tutti fanti, solo cinque tra i Romani ed un centinaio rimasti feriti.[108] E sembra che lo stesso Tito Livio abbia ammesso che mai prima d'ora i Romani erano risultati vincitori con forze pari a solo un ventesimo dei nemici, elogiando così le grandi doti tattiche di Lucullo, che era riuscito con Mitridate a sconfiggerlo "temporeggiando", ed invece con Tigrane a batterlo grazie alla rapidità. Due doti apparentemente in antitesi, che Lucullo seppe utilizzare a seconda del nemico affrontato.[110]

Quando Mitridate seppe della terribile sconfitta patita dalle truppe di Tigrane, corse incontro al sovrano armeno e lo rincuorò affinché assemblassero insieme una nuova armata;[111] Poi fu la volta della città di Tigranocerta che cadde anch'essa in mano romana.[112][113][114]

Durante l'inverno del 69-68 a.C., molti sovrani orientali vennero a fare omaggio a Lucullo dopo la vittoria di Tigranocerta, chiedendogli alleanza ed amicizia.[115][116] Agli inizi del nuovo anno Tigrane II e Mitridate VI attraversarono l'Armenia raccogliendo una nuova armata, ed il comando generale fu affidato questa volta all'ex-re del Ponto, proprio perché Tigrane pensava che i disastri precedenti gli avevano sufficientemente insegnato ad essere prudente.[117]

Mandarono, inoltre, dei messaggeri al re dei Parti, per sollecitarne un concreto aiuto (paventando anche future campagne dei Romani contro gli stessi, in caso di successo contro Armeni e Pontici[118]), ma Lucullo, che a sua volta aveva provveduto ad inviarne dei suoi,[119][120] si accorse del doppio gioco del sovrano partico Fraate III (che sembra avesse promesso la sua alleanza a Tigrane, in cambio della cessione della Mesopotamia), e decise di marciare contro lo stesso, lasciando perdere per il momento Mitridate e Tigrane,[121] ma il rischio di un ammutinamento generale delle truppe romane, stanche di questa lunga guerra,[122] costrinsero il proconsole romano a rinunciare alla campagna partica, tornando a concentrarsi sul nemico armeno.[123]

L'anno 68 a.C. della terza guerra mitridatica

Intanto Mitridate e Tigrane avevano raccolto insieme un nuovo gigantesco esercito. Un nuovo scontro era inevitabile e fu combattuto questa volta non molto distante dalla seconda capitale del regno d'Armenia, Artaxata.[124] Anche in questa circostanza i Romani ebbero la meglio sull'alleanza armeno-pontica,[119][125][126] e Livio avrebbe detto riguardo a questa battaglia, secondo quanto tramandatoci da Plutarco, che se nella prima battaglia contro Tigrane furono uccisi più nemici armeni, in questa seconda furono però uccisi, fatti prigionieri e resi schiavi un numero maggiore di più alti dignitari.[127]

Lucullo incoraggiato da questa vittoria, era deciso ad avanzare ulteriormente verso l'interno e sottomettere l'intero regno armeno. Ma, contrariamente a quanto ci si poteva attendere, il clima di quel paese nel periodo dell'equinozio d'autunno, era già molto rigido, tanto che alcuni territori risultavano già interamente coperti di neve, generando un grande disagio nelle truppe.[128] Di conseguenza, i legionari cominciarono a lamentarsi delle continue difficoltà che incontravano giornalmente, prima inviando al proconsole delegazioni affinché desistesse da questa nuova impresa militare in un periodo tanto freddo, poi, non ricevendo adeguate risposte, tenendo tumultuose assemblee, fino a ribellarsi apertamente agli ordini del loro comandante.[129] Lucullo fu così costretto, ancora una volta, a tornare indietro. E così tornò ad attraversare il Taurus e, questa volta, discese nel paese chiamato Migdonia, dove assediò ed occupò la fiorente città di Nisibis.[130][131]

La fortuna ed il consenso presso le sue truppe ormai vacillavano da troppo tempo per Lucullo, tanto che certe lamentele sulle recenti campagne militari condotte in Oriente, senza un preventivo appoggio del Senato, giunsero anche a Roma, dove fu deciso di sostituire il proconsole romano nel comando della sua provincia, e di mandare in congedo buona parte dei suoi soldati. Lucullo si trovava così ad essere esonerato, per aver scontentato non solo le sue truppe, ma anche per essersi inimicato la potente fazione di usurai e pubblicani d'Asia.[132] Frattanto Tigrane provvedette a ritirarsi all'interno del proprio regno, riconquistandone alcune parti in precedenza perdute[133] mentre Mitridate si affrettò a riconquistare anch'egli parte degli antichi territori del Ponto e dell'Armenia minore, entrambi approfittando dei dissidi interni sul comando dei Romani.[134][135][136]

Trascorso l'inverno (del 68-67 a.C.), Mitridate tornò a scontrarsi con i Romani, riuscendo a batterli pesantemente presso Zela ed ottenendo così di poter occupare ancora gli antichi possedimenti.[137][138][139] Contemporaneamente l'altro Mitridate I di Media Atropatene, genero di Tigrane, piombò anch'egli sui Romani e ne fece una grande strage.[140] Secondo quando ci racconta Appiano, mentre Lucullo era ormai accampato non molto distante da Mitridate, il proconsole d'Asia gli inviò alcuni messaggeri per informarlo che, poiché lo stesso aveva prolungato inutilmente la guerra, Roma lo esautorava dal comando e dava l'ordine perentorio ai suoi soldati di dissociarsi ed abbandonarlo. Quando questa informazione raggiunse l'esercito, le legioni furono tutte sciolte.[141] Nella versione di Livio,[142] Plutarco[143] e Cassio Dione[144] fu invece a causa di una nuova sedizione tra i soldati, che Lucullo non poté continuare a combattere contro Mitridate e Tigrane, poiché abbandonato dalle proprie truppe.

« Lucullo pretendeva troppo dai suoi soldati, era inavvicinabile, severo nell'assegnazione delle mansioni, implacabile nel punire. Non sapeva convincere le persone con la persuasione, né farsele amiche con la clemenza, né portarle a sé con le onorificenze o il denaro: cose assai necessarie in tutti i casi, soprattutto quando si ha a che fare con moltissimi uomini, tanto più se armati. Per questo motivo i suoi soldati, fino a quando le cose andarono per il meglio, potendo fare bottino che compensasse i pericoli, gli ubbidirono. Quando cominciarono le sconfitte e sentirono la paura al posto della speranza, lo abbandonarono. [...] »
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 16.2-3.)

Venuto a conoscenza di questi fatti, Mitridate decise di invadere nuovamente la Cappadocia, riuscendo a conquistare quasi tutti i suoi vecchi domini.[145][146]

Seconda fase: il comando romano passa da Lucullo a Pompeo (66-63 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Mappa generale del Bellum piraticum di Pompeo, con i relativi comandanti, per area territoriale
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lex Gabinia e Guerra piratica di Pompeo.

E mentre Lucullo era ancora impegnato con Mitridate e Tigrane II, Gneo Pompeo Magno riusciva a ripulire l'intero bacino del Mediterraneo dai pirati, strappando loro l'isola di Creta, le coste della Licia, della Panfilia e della Cilicia, dimostrando straordinaria disciplina ed abilità organizzativa (nel 67 a.C.). La Cilicia vera e propria (Trachea e Pedias), che era stata covo di pirati per oltre quarant'anni, fu così definitivamente sottomessa. In seguito a questi eventi la città di Tarso divenne la capitale dell'intera provincia romana. Furono poi fondate ben 39 nuove città. La rapidità della campagna indicò che Pompeo aveva avuto talento, come generale, anche in mare, con forti capacità logistiche.[147]

Fu allora incaricato Pompeo di condurre una nuova guerra in Oriente contro Mitridate VI (nel 66 a.C.),[145][148] grazie alla lex Manilia, proposta dal tribuno della plebe Gaio Manilio, ed appoggiata politicamente da Cesare e Cicerone.[149] Questo comando gli affidava la riorganizzazione dell'intero bacino del Mediterraneo orientale, con un potere illimitato mai prima d'ora conferito a nessuno, ed attribuendogli a tutte le forze militari al di là dei confini dell'Italia romana.[150][151]

Fu il secondo comando sostenuto da Cesare a favore di Pompeo. Plutarco racconta anche che, una volta assunto il comando delle operazioni in Oriente, Pompeo per prima cosa inviò a Mitridate un certo Metrofane, con il compito di presentare al re del Ponto favorevoli proposte, ma rimase inascoltato;[152] sembra infatti che Mitridate contava di farsi alleato il re dei Parti, Fraate III, che però si era già accordato con Pompeo alle medesime condizioni, ed aveva ricevuto il consiglio dal proconsole romano, di assalire l'Armenia di Tigrane (Gordiene[153]).[154]

L'anno 67 a.C. della terza guerra mitridatica

Pompeo, avendo capito che era necessario continuare la guerra contro Mitridate, compì i necessari preparativi, e giunto in Galazia, incontrava Lucullo sulla via del ritorno.[155][156] L'incontro tra i due generali, malgrado le apparenze, fu carico di tensione, come ci raccontano Plutarco e Cassio Dione Cocceiano.[157] Raccolto quindi il suo esercito, marciò nei territori ancora appartenenti a Mitridate.[150] Dione aggiunge che Mitridate, poiché inizialmente disponeva di un numero di armati inferiore a quello di Pompeo, si diede al saccheggio, obbligando Pompeo a corrergli dietro, oltre a cercare in ogni modo di bloccargli i rifornimenti. Alla fine Pompeo riuscì nel suo intento di intercettare l'armata mitridatica. Si racconta, infatti, che una notte, postosi in agguato in un luogo favorevole, organizzò un'improvvisa sortita nell'accampamento nemico del re del Ponto, facendone grande strage. Incoraggiato da questa prima vittoria, il proconsole romano, inviò alcuni dei suoi uomini alla ricerca di nuovi approvvigionamenti.[158] Non molto tempo dopo, Mitridate fu nuovamente battuto, questa volta in modo pressoché definitivo, presso Nicopoli al Lico.[159][160][161][162][163]

Ancora una volta Mitridate fu costretto alla fuga,[161] prima provando ad essere ricevuto dal genero Tigrane attraversando territori impervi e rocciosi con poche truppe ad assisterlo, ma poiché Tigrane sospettava che suo figlio, chiamato anche lui Tigrane, gli si fosse rivoltato contro per istigazione del nonno Mitriadate, non solo Mitridate non fu ricevuto, ma i suoi messaggeri furono arrestati ed imprigionati.[164] Poi decise di dirigersi nella Colchide, e poi lungo la costa pontica, raggiungere la Scizia, fino al Mar d'Azov (Meotide[165]) e poi al regno del Bosforo.[166][165] Qui egli aveva intenzione di sottrarre il regno al figlio traditore, Macare (ora alleatosi ai Romani[165]), per poi tornare ad attaccare i Romani, questa volta dall'Europa, mentre il grosso delle armate era ancora concentrato in Asia Minore, e tra di loro c'era il canale del Bosforo.[166] Raggiunti questi territori, riuscì a far uccidere il figlio,[165] insieme a tutti quegli amici che aveva lasciato in posizioni di potere nel Ponto e lo avevano tradito, al contrario lasciò liberi tutti gli amici del figlio, poiché si erano comportati in quel modo per il rapporto di amicizia che avevano avuto con Macare.[167]

L'anno 66 a.C. della terza guerra mitridatica

Frattanto Pompeo marciava contro l'Armenia, deciso a portare la guerra contro Tigrane II che aveva prestato aiuto a Mitridate. Era ormai prossimo alla residenza reale di Artaxata, ma il re armeno non aveva nessuna intenzione di continuare le ostilità,[168] tanto più che era in lotta con il figlio, anch'egli Tigrane di nome.[169]

Si racconta, infatti, che il giovane Tigrane si rifugiò presso Pompeo come supplice,[170] sebbene fosse nipote di Mitridate, poiché la reputazione del proconsole romano presso i barbari era grande, per giustizia e magnanimità.[168] Dione aggiunge che Pompeo lo prese come guida e marciò contro l'Armenia ed il vecchio Tigrane,[171][172] il quale, fiducioso anch'egli che avrebbe ottenuto il perdono da Pompeo, decise di arrendersi e denunciò il comportamento del figlio traditore.[173][168][174] Il giorno seguente dopo averli ascoltati, Pompeo perdonò a Tigrane padre ciò che aveva fatto contro Roma, e lo riconciliò con il figlio. Quest'ultimo lo pose a capo della Sofene e della Gordiene; al padre lasciò la sola Armenia,[175] con la promessa che alla sua morte avrebbe lasciato tutto in eredità al figlio.[176] Chiese, quindi, a Tigrane come condizioni di pace:

Ma poiché il figlio, desiderando di venire in possesso di tutto il tesoro cercò di appropriarsene, e sembra anche abbia attentato ancora una volta alla vita del padre, Pompeo lo fece arrestare, lo inviò a Roma per il suo trionfo ed in seguito lo fece uccidere. Fu, quindi, trovato un accordo tra la Repubblica ed il regno dei Parti, secondo il quale, il fiume Eufrate avrebbe costituito, d'ora in poi, il confine tra i due stati.[181] Ad Ariobarzane diede indietro, ancora una volta, la Cappadocia, aggiungendo ora la Sofene e la Gordiene, oltre alla città di Castabala ed altre della Cilicia. Poco dopo Ariobarzane affidò il suo regno al figlio, quando era ancora in vita.[176] E prima che terminasse l'anno, Pompeo passò attraverso i monti del Tauro e condusse una guerra sia contro Antioco I di Commagene, costringendolo a chiedere la pace, sia contro Dario di Media, che mise in fuga, perché aveva prestato aiuto ad Antioco o a Tigrane prima di lui.[182] Divise, quindi, l'esercito in tre parti e svernò nella regione dell'Anaitide, presso il fiume Cyrus.[183]

L'anno successivo (65 a.C.) vide il generale romano, ormai deciso ad inseguire Mitridate attraverso la Colchide,[184] impegnato contro le popolazioni caucasiche di Albani ed Iberi.

Si racconta infatti che Orose, re degli Albani (amico di Tigrane-figlio e timoroso della potenza dei Romani)[185] e Artoce, re degli Iberi, misero in campo ben 70.000 armati per fronteggiarlo in tre differenti agguati, uno dei quali presso il fiume Cyrus, che si getta poi nel mar Caspio. Orose voleva colpire i Romani durante la festa dei Saturnalia, mentre erano ancora divisi in tre differenti armate,[185] ma gli andò male ovunque,[186] e fu costretto a ritirarsi.[187] Tra gli ostaggi e i prigionieri furono trovati anche numerose donne, che sembra avessero subito delle ferite, tanto quanto gli uomini. Appiano di Alessandria sostiene che poteva trattarsi delle Amazzoni, se non altro poiché il loro paese d'origine non era molto distante.[186][188]

Fu quindi la volta di Artoce, re degli Iberi (che abitavano su entrambe le sponde del Cyrus, ed avevano come vicini sia gli Albani, sia gli Armeni), temendo che Pompeo potesse invadere anche il suo regno, inviò al proconsole romano degli ambasciatori, in apparenza con amicizia, mentre egli stesso si apprestava ad attaccarlo.[189][190] Avendo Pompeo saputo delle reali intenzioni del re iberico, decise di anticiparne i piani e passò al contrattacco.[191] Artoce, terrorizzato dall'improvvisa avanzata, non provò neppure a dispiegare l'esercito, forte di 40.000 armati.[190] Al contrario decise di ritirarsi rapidamente oltre il fiume.[192] Padrone del passo, muovendo da qui, conquistò l'intera regione al di qua del fiume.[193]

Sottomessi pertanto anche gli Iberi[194], Pompeo pensò di rivolgere le sue mire ad occidente, dove scorreva il fiume Fasi, pensando di passare nella Colchide, discendendo questo fiume e poi raggiungendo Mitridate nel Bosforo Cimmerio,[195] ma gli Albani si rivoltarono nuovamente, [196], costringendolo a perder tempo prezioso ed interrompere l'inseguimento al re del Ponto in modo definitivo.[197] Dopo questi fatti, Pompeo concluse trattati di alleanza con altre popolazioni limitrofe del Caucaso, fino al Mar Caspio.[198][199]

E mentre Pompeo era intento a stipulare nuovi trattati di amicizia con le popolazioni caucasiche, vennero da lui alcuni ambasciatori del re dei Parti, allo scopo di rinnovare il trattato esistente, considerando che i vari luogotenenti del generale romano avevano sottomesso le restanti regioni di Armenia e Ponto, e Gabinio si era spinto oltre l'Eufrate fino al Tigri, generando grande apprensione nel sovrano partico Fraate III,[11] al quale Pompeo sembra richiese la Conduene, ovvero la regione per la quale Fraate e Tigrane stavano litigando.[199][200] Non ricevendo, però risposta da Fraate, inviò il suo legato Lucio Afranio a prenderne possesso (respingendo le forze partiche fino ad Arbela),[199] per poi concederlo a Tigrane.[201]

L'anno 65 a.C. della terza guerra mitridatica

Fraate, pur temendo Pompeo, avendo dallo stesso ricevuto un'ambasciata nella quale era abolita la formula di "Re dei re" a vantaggio del semplice "Re", si sdegnò a tal punto, quasi fosse stato privato della sua dignità regale, da minacciare lo stesso generale romano di non oltrepassare più l'Eufrate.[202] E poiché Pompeo non di dava alcuna risposta, Fraate marciò contro Tigrane II, accompagnato dal figlio di quest'ultimo. E se in un primo momento perse il primo scontro, nel successivo risultò vincitore.[203] Fu così che Tigrane padre chiamò Pompeo in suo aiuto, mentre Fraate inviò ambasciatori al generale romano, muovendo gravi accuse al rivale, come pure agli stessi Romani. Ciò indusse Pompeo a riflettere, preferendo non intervenire in questa contesa, per evitare che a causa della brama di conquista, potesse perdere quelle appena fatte a causa della potenza militare partica, tanto più che Mitridate non era stato ancora sconfitto definitivamente.[204] Pompeo accampò, quindi, come scusa ai suoi che lo spingevano ad una nuova avventura militare, che non pensava di combattere i Parti senza un decreto del Senato.[182] Fu così che il generale romano si offrì invece di fare da pacere tra i due contendenti, inviando loro tre arbitri, poiché riteneva si trattasse di una mera questione di confini tra i due regni.[205] Fraate e Tigrane II accettarono la proposta di Pompeo e si riconciliarono, poiché entrambi sapevano che una sconfitta, o l'annientamento di uno dei due, avrebbe solo favorito i Romani. Erano consapevoli che solo la loro sopravvivenza o una comune e futura alleanza avrebbe potuto fermare l'avanzata romana in Oriente.[206] E così Pompeo, dopo questi accordi, poté ritirarsi in Aspide durante l'inverno.[207]

L'anno 64 a.C. della terza guerra mitridatica

Nel 64 a.C. Pompeo ridusse in suo potere anche l'Aspide,[208] oltre a ricevere doni ed ambasciatori di dodici principi o re barbari.[209] Fece, quindi, da arbitro e regolò gli affari di diversi principi e re, che allo stesso si erano rivolti. Diede, quindi, una sistemazione alla Celesiria ed alla Fenicia, che da poco si erano liberate dei loro re, ed avevano subito danni da Arabi e Tigrane.[210]

Raggiunse quindi i territori della Cilicia che non erano ancora sotto il dominio romano e li occupò.[182] Frattanto il suo legatus Afranio aveva sottomesso gli Arabi della zona di Amanus.[211] L'obbiettivo strategico generale era quello di raggiungere il Mar Rosso, occupando sulla strada tutti i territori compresi tra questo mare e quello d'Ircania.[212] La stessa cosa fece con i territori della vicina Siria fino all'Eufrate (compresa la Coele, la Phoenicia, la Palestina, l'Idumea e l'Iturea), non solo non attribuendoli ad Antioco XIII (figlio di Antioco X), ma organizzandoli in provincia romana.[210][211] E non che ciò fosse dovuto a qualche comportamento sbagliato di Antioco, ma semplicemente poiché, avendo battuto Tigrane, che a suo tempo aveva sottratto questi territori ai Seleucidi, ora appartenevano alla Repubblica romana.[182]

Mappa dei territori attorno alla Giudea ed alla Nabatea.

Intanto Mitridate, che non voleva darsi per vinto, concepì il disegno strategico di invadere insieme agli alleati galli l'Italia, passando prima attraverso la Scizia e poi seguendo il Danubio superiore.[213] sperando poi, che molte delle popolazioni italiche, si alleassero a lui in odio ai Romani, come era accaduto durante la seconda guerra punica ad Annibale, dopo che i Romani avevano mosso guerra contro di lui in Spagna. Sapeva, inoltre, che quasi tutta l'Italia si era ribellata ai Romani in due occasioni negli ultimi trent'anni: al tempo della guerra sociale del 90-88 a.C. e nella recente guerra servile del gladiatore Spartaco, degli anni 73-71 a.C.[214][215] L'idea però non piacque ai suoi soldati, per la grandezza dell'operazione e per la distanza da compiere della spedizione.[214]

Abbandonato così da molti dei suoi, divenne sempre più sospettoso, fino a punirne alcuni, altri facendoli arrestare. Si spinse fino a far sgozzare alcuni dei suoi stessi figli.[216] Si racconta infatti che mise a morte il più giovane dei suoi figli, Sifare, a causa di un litigio con la madre del ragazzo, la quale voleva proteggerlo, poiché aveva barattato con lo stesso Pompeo i tesori di Mitridate in cambio della salvezza del figlio.[217] Nel 63 a.C. il figlio Farnace, che Mitridate aveva designato come suo successore, preoccupato per la spedizione paterna in Italia che gli avrebbe definitivamente negato il perdono da parte dei Romani (con un possibile ritorno sul trono del Ponto), organizzò una congiura contro il padre,[216] che però fu scoperta.[218][219] Tutti i congiurati furono messi a morte, tranne il figlio che invece fu perdonato. Ma quest'ultimo temendo la collera paterna, lo tradì nuovamente, tanto che Mitridate, prima uccise le mogli e i figli rimasti, poi tentò di uccidersi con del veleno, a cui risultò però immune.[220] Alla fine si diede, secondo Appiano e Livio, la morte grazie ad un generale dei Galli di nome Bituito, che lo aiutò a trafiggersi con la spada.[221][222] Secondo Dione fu invece ucciso dai soldati del figlio Farnace.[223] Questa fu la fine del re del Ponto, che combatté Roma per quasi trent'anni, e delle tre guerre chiamate Mitridatiche.

Conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Reazioni immediate[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Regno cliente (storia romana) e trionfo.
L'anno 62 a.C. della terza guerra mitridatica

Quando i Romani vennero a sapere della morte di Mitridate, proclamarono numerosi festeggiamenti, considerandolo un nemico che tanti problemi aveva dato alla Repubblica romana. Farnace, il figlio, inviò il cadavere del padre a Pompeo presso Sinope con una trireme, insieme con le persone che avevano catturato Manio, oltre a molti ostaggi, greci e barbari, e chiese che gli fosse consentito di governare il regno paterno del Ponto, oppure il solo Bosforo, che suo fratello Macare, aveva ricevuto in dono da Mitridate.[224]

Farnace, avendo evitato all'Italia nuovi problemi, venne dichiarato ufficialmente "amico e alleato dei Romani", e gli fu donato il regno del Bosforo, esclusa Phanagoria, i cui abitanti rimasero liberi e indipendenti, poiché erano stati i primi a resistere a Mitridate e avevano contribuito ad innescare la rivolta in tante altre città e genti, causandone il suo crollo finale.[224]

Decise quindi di riorganizzare l'Oriente romano e le alleanze che vi gravitavano attorno (si veda Regno cliente). A Tigrane II lasciò l'Armenia; a Farnace il Bosforo; ad Ariobarzane la Cappadocia ed alcuni territori limitrofi; ad Antioco di Commagene aggiunse Seleucia e parti della Mesopotamia che aveva conquistato; a Deiotaro, tetrarca della Galazia, aggiunse i territori dell'Armenia minore, confinanti con la Cappadocia; fece di Attalo il principe di Paflagonia e di Aristarco quello della Colchide; nominò Archelao sacerdote della dea venerata a Comana; ed infine fece di Castore di Phanagoria, un fedele alleato e amico del popolo romano.[225]

Il proconsole romano decise, inoltre, di fondare alcune nuove città, come Nicopoli in Armenia minore, chiamata così in ricordo della vittoria ottenuta su Mitridate; poi Eupatoria, costruita dal re pontico ed intitolata a se stesso, ma poi distrutta perché aveva ospitato i Romani, che Pompeo ricostruì e rinominò Magnopolis. In Cappadocia ricostruì Mazaca, che era stata completamente distrutta dalla guerra. Restaurò poi molte altre città in molte regioni, che erano state distrutte o danneggiate, nel Ponto, in Palestina, Siria Coele ed in Cilicia, dove aveva combattuto la maggior parte dei pirati, e dove la città, in precedenza chiamata Soli, fu ribattezzata Pompeiopolis.[226]

Con l'inverno del 63-62 a.C. Pompeo distribuì donativa all'esercito pari a 1.500 dracme attiche per ciascun soldato, ed in proporzione agli ufficiali, il tutto per un costo complessivo di 16.000 talenti. Poi si recò ad Efeso, dove s'imbarcò per l'Italia e per Roma (autunno del 62 a.C.). Sbarcato a Brindisi congedò i suoi soldati e li rimandò alle loro case. Mentre si avvicinava alla capitale fu accolto da continue processioni di gente di ogni età, compresi i senatori, tutti ammirati per la sua incredibile vittoria conseguita contro un nemico tanto temibile ed irriducibile come Mitridate, ed, allo stesso tempo, avendo portato così tante nazioni ad essere poste sotto il controllo romano, estendendo i confini repubblicani fino all'Eufrate. Per questi successi il Senato gli decretò il meritato trionfo il 29 settembre del 61 a.C.[227][228]

« Furono catturate e condotte nei porti 700 navi armate di tutto punto. Nella processione trionfale vi erano due carrozze e lettighe cariche d'oro o con altri ornamenti di vario genere; vi era anche il giaciglio di Dario il Grande, figlio di Istaspe, il trono e lo scettro di Mitridate Eupatore, e la sua immagine a quattro metri di altezza in oro massiccio, oltre a 75.100.000 di dracme d'argento. Il numero di carri adibiti al trasporto di armi era infinito, come pure il numero dei rostri delle navi. Dopo questi [carri] venne il gran numero di prigionieri e pirati [catturati], nessuno di loro legato, ma tutti in processione nei loro costumi nativi. Davanti a Pompeo furono condotti satrapi, figli e generali del re [del Ponto] contro i quali [Pompeo] aveva combattuto, che erano (tra quelli catturati e quelli dati in ostaggio) in numero di 324. Tra questi c'era il figlio di Tigrane II[229], cinque figli maschi di Mitridate, chiamati Artaferne, Ciro, Osatre, Dario e Serse, ed anche due figlie, Orsabari ed Eupatra. [...] Mentre su un cartello era rappresentata questa iscrizione: Rostri delle navi catturate pari a 800; città fondate in Cappadocia pari a 8; in Cilicia e Celesiria pari a 20; in Palestina pari a quella che ora è Seleucis; re sconfitti come l'armeno Tigrane, Artoce l'iberico, Oroze d'Albania, Dario il Mede, Areta il nabateo ed Antioco I di Commagene. Questi erano i fatti registrati sull'iscrizione. [...] Tale era la rappresentazione del trionfo di Pompeo. »
(Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 116-117.)

Impatto sulla storia[modifica | modifica wikitesto]

I domini romani orientali ed i regni clienti alleati a Roma nel 63 a.C..
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Limes orientale.

Pompeo non solo era riuscito a distruggere Mitridate nel 63 a.C., ma anche a battere Tigrane il grande, re di Armenia, con cui in seguito fissò dei trattati. Pompeo impose una riorganizzazione generale ai re delle nuove province orientali, tenendo intelligentemente conto dei fattori geografici e politici connessi alla creazione di una nuova frontiera di Roma in oriente. Le ultime campagne militari avevano così ridotto il Ponto, la Cilicia campestre, la Siria (Fenicia, Coele e Palestina) a nuove province romane, mentre Gerusalemme era stata conquistata.[230] La provincia d'Asia era stata a sue volta ampliata, sembra aggiungendo Frigia, parte della Misia adiacente alla Frigia, in aggiunta Lidia, Caria e Ionia. Il Ponto fu quindi aggregato alla Bitinia, venendo così a formare un'unica provincia di Ponto e Bitinia. A ciò si aggiungeva un nuovo sistema di "clientele" che comprendevano dall'Armenia di Tigrane II, al Bosforo di Farnace, alla Cappadocia, Commagene, Galazia, Paflagonia, fino alla Colchide.[230]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h Appiano, Guerre mitridatiche, 119.
  2. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 77.9.
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  101. ^ Plutarco, Vite parallele, Lucullo, 23.7.
  102. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 24.2.
  103. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 24.3.
  104. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 24.4-5.
  105. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 24.8.
  106. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 26.1.
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  116. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 29.5-6.
  117. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 1.1.
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  119. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 87.
  120. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 3.1-3.
  121. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 30.1-2.
  122. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 30.3-4.
  123. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 31.1-2.
  124. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 31.4.
  125. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 31.5-6.
  126. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 5.1-2.
  127. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 31.7-8.
  128. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 32.1.
  129. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 32.2.
  130. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 32.3-5.
  131. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 6.1-7.4.
  132. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 33.1-5.
  133. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 8.1-2.
  134. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 88.
  135. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 9.1-11.1.
  136. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 35-36.
  137. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 12.1-13.1.
  138. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 89.
  139. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 98.8.
  140. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 14.2.
  141. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 90.
  142. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 98.9.
  143. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 35.3-6.
  144. ^ Cassio Dione Cocceiano (Storia romana, XXXVI, 14.3-15.3) aggiunge che il malumore serpeggiava nelle file della legione di Valerio Triario fin dall'assedio di Nisibi, fomentato sembra da un certo Publio Clodio, anche perché i soldati erano venuti a conoscenza sia del fatto che Lucullo stava per essere sostituito dal console Manio Acilio Glabrione, sia perché sarebbero stati congedati (honesta missio). Per questi motivi Lucullo fu definitivamente abbandonato, mentre tentava un'ultima impresa militare contro Tigrane, nel pieno della marcia verso la Cappadocia.
  145. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 91.
  146. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 17.1-2.
  147. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 24-29; Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 94-96.
  148. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 35.7.
  149. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 42.3-43.4.
  150. ^ a b Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 97.
  151. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 100.1.
  152. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 45.2.
  153. ^ John Leach, Pompeo, il rivale di Cesare, Milano 1983, p.77.
  154. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 45.3.
  155. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2.
  156. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 46.1.
  157. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 31.1-6.
  158. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 47.4.
  159. ^ John Leach, Pompeo, il rivale di Cesare, Milano 1983, p.83.
  160. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 100.
  161. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 101.1.
  162. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 49.1-8.
  163. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 32.4-8.
  164. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 50.1.
  165. ^ a b c d Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 50.2.
  166. ^ a b Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 101.
  167. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 102.
  168. ^ a b c d Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 104.
  169. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 51.
  170. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 33.1.
  171. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 51.3.
  172. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 33.2.
  173. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 33.3.
  174. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 52-53.
  175. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 53.
  176. ^ a b c Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 105.
  177. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 101.2.
  178. ^ a b Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 53.2.
  179. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 33.4.
  180. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 33.5.
  181. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 33.6.
  182. ^ a b c d Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 106.
  183. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 53.5-6.
  184. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 101.4.
  185. ^ a b Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 54.1.
  186. ^ a b Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 103.
  187. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 54.3-5.
  188. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 101.5.
  189. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 1.2.
  190. ^ a b Plutarco, Vita di Pompeo, 34.2.
  191. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 1.3.
  192. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 1.4.
  193. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 1.5.
  194. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 34.1-4
  195. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 3.1.
  196. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 35.1.
  197. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 3-4; Plutarco, Vita di Pompeo, 35.
  198. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 5.1.
  199. ^ a b c Plutarco, Vita di Pompeo, 36.2.
  200. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 5.3.
  201. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 5.4.
  202. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 6.2-3.
  203. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 6.4.
  204. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 6.5-7.2.
  205. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 39.3.
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  209. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 38.1-2.
  210. ^ a b Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 7.a.
  211. ^ a b Plutarco, Vita di Pompeo, 39.2.
  212. ^ Plutarco, Vita di Pompeo, 38.2-3.
  213. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 11.1.
  214. ^ a b Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 109.
  215. ^ Strabone, Geografia, VII, 4.3.
  216. ^ a b Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 12.1.
  217. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 107.
  218. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 110.
  219. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 12.2.
  220. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 13.1-2.
  221. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 111.
  222. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 102.2-3.
  223. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 13.3-4.
  224. ^ a b Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 113.
  225. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 114.
  226. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 115.
  227. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 116-117.
  228. ^ Testo originale latino dei fasti triumphales: AE 1930, 60.
  229. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 6.2.
  230. ^ a b Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 118.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne
  • Giuseppe Antonelli, Mitridate, il nemico mortale di Roma, Milano, Il Giornale - Biblioteca storica, n.49, 1992.
  • Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, Bologna, 1997.
  • M.H.Crawford, Origini e sviluppi del sistema provinciale romano, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de Il Sole 24 ORE, Milano, 2008 (vol. 14º).
  • B.Dobson, in Greece and Rome at war a cura di P. Connolly, Londra 1998. ISBN 1-85367-303-X
  • John Leach, Pompeo, il rivale di Cesare, Ed.Rizzoli, Milano 1983.
  • André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano, 1989.

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