Campagne armeno-partiche di Corbulone

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Campagne armeno-partiche di Corbulone
Le campagne di Corbulone del 58-60
Le campagne di Corbulone del 58-60
Data 58 - 63
Luogo Armenia e
Mesopotamia settentrionale.
Esito vittoria romana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
7 legioni complete,
vexillationes di altre 6 legioni ed
unità ausiliarie
(totale: circa 100.000 uomini)
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Le campagne armeno-partiche di Corbulone (58-63) costituiscono una nuova guerra tra Romani e Parti per la supremazia del vicino regno d'Armenia. Queste guerre continuarono per diversi secoli, anche tra Impero bizantino e Sasanidi fino all'avvento degli Arabi.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Nerone e Guerre romano-persiane.

Le terre del Regno d'Armenia, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, erano da tempo motivo di contesa tra Roma e l'impero dei Parti, per il controllo della regione. Grazie, in larga parte, all'impiego di una potente cavalleria pesante e di mobili arcieri a cavallo, la Partia si era rivelata ormai da tempo il più formidabile nemico orientale dell'impero romano. Nel 53 a.C., il triumviro Crasso era stato sconfitto pesantemente, perdendo la stessa vita nella disastrosa battaglia di Carre. Negli anni che seguirono la disfatta, Roma non solo fu dilaniata da guerre civili e quindi incapace di azioni militari contro i Parti, ma anche la politica orientale augustea e quella dei suoi successori non aveva portato ad una situazione di stabilità al di là dell'alto corso dell'Eufrate. I Parti infatti erano riusciti a costringere ancora un volta l'Armenia a sottomettersi con la morte di Tiberio (dal 37 d.C.[1]), anche se i Romani nel 47 ottennero nuovamente il controllo del regno, a cui offrirono lo status di cliente. Ma la situazione era in continuo divenire e per l'imperatore romano Nerone era intollerabile.

Casus belli[modifica | modifica sorgente]

Nerone era preoccupato dal fatto che il re della Partia, Vologese I, avesse posto sul trono del regno d'Armenia il proprio fratello Tiridate sul finire del 54. Nerone si convinse che fosse necessario avviare preparativi di guerra in vista di un'imminente campagna militare. Per prima cosa dispose che in Siria le legioni fossero portate al completo degli effettivi, arruolando nuove reclute nelle province circostanti. I due re vassalli confinanti, Antioco IV di Commagene ed Erode Agrippa II di Calcide, furono invitati a tenere pronte le loro forze per una possibile invasione della Partia, mentre due regioni prossime all’Armenia, l’Armenia minore ad occidente e la Sofene ad oriente dell'Eufrate, furono poste sotto re vassalli amici. Contemporaneamente la direzione delle operazioni fu affidata ad un abile generale, Gneo Domizio Corbulone. Subordinati a Corbulone furono posti i legati Gaio Rutilio Gallico della provincia di Galazia e un certo Quadrato della Siria.[2]

Forze in campo[modifica | modifica sorgente]

Le operazioni di questi anni di guerra coinvolsero le seguenti legioni:

oltre ad alcune vexillationes provenienti da altri fronti delle seguenti legioni:

Il totale delle forze messe in campo dall'Impero romano potrebbe aver superato i 100.000 armati coinvolti, mai però più di 50/60.000 direttamente; di essi, una metà fu costituita da legionari (provenienti da ben 13 legioni), la restante da ausiliari.[4]

Fasi del conflitto[modifica | modifica sorgente]

Il generale Gneo Domizio Corbulone in un ritratto dell’epoca.
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La trattativa tra Corbulone ed il sovrano dei Parti Vologase I, costrinse quest'ultimo, a causa di alcuni disordini interni (dovuti probabilmente allo stesso figlio Vardane), a consegnare al generale romano alcuni ostaggi tra nobili della stirpe arsacide. Frattanto, Tiridate conservava indisturbato il possesso del suo regno.
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L'inattività di Corbulone portò ad una riorganizzazione radicale dell'esercito, costituito per lo più da veterani che non avevano un equipaggiamento adeguato e con scarsa pratica delle armi a causa del lungo periodo senza combattere. Il primo compito di Corbulone fu di liberarsi dei vecchi e degli infermi e di rinforzare le unità con reclute tratte dalle vicine province di Galizia e Cappadocia, il secondo fu di addestrare, disciplinare e rinfoltire i ranghi delle sue legioni. Frattanto si aggiunse una nuova legione all'esercito romano in Cappadocia: la X Fretensis, proveniente dalla Siria, dove fu rimpiazzata dalla IV Scythica proveniente dalla Mesia, accompagnata da un adeguato corpo ausiliario di cavalleria e fanti.[5]
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Corbulone, una volta riorganizzato l'esercito, alla testa di tre legioni (III Gallica, VI Ferrata e X Fretensis) ed un adeguato numero di auxilia, penetrò in Armenia da nord. Egli sapeva che Tiridate non avrebbe avuto sufficienti aiuti dal fratello Vologase I, impegnato sul fronte interno a sedare una rivolta in Ircania. Corbulone decise di marciare fino alla capitale Artaxata che fu assediata. La città però, ammonita dalla sorte di Volandum, città che poco prima era stata rasa al suolo ed i cui cittadini erano stati venduti tutti come schiavi, aprì le sue porte al generale romano. La resa salvò la vita ai suoi abitanti, ma poiché l’esercito romano era troppo piccolo per occupare la città e per condurre la guerra, Corbulone la incendiò e la rase al suolo. Con la caduta di Artaxata si pose fine alla campagna di quest’anno, e nei pressi della vecchia capitale ormai distrutta furono posti i quartieri d'inverno delle tre legioni. Frattanto Tiridate era riuscito a fuggire.
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L'anno successivo Corbulone decise di marciare in direzione sud-ovest ed occupare dopo circa 500 km di marcia anche la seconda capitale dell'Armenia, Tigranocerta. Durante la marcia l’esercito non incontrò una seria resistenza. Gli attacchi dei Mardi, una tribù di ladroni stanziata nella regione montagnosa a nord-est e ad est del lago di Van, vennero fronteggiati dagli alleati Iberi. Anche Tigranocerta cadde nelle mani del generale romano. Certamente il successo di questi primi due anni di guerra era stato facilitato dalla rivolta degli Ircani, che avevano inviato un’ambasceria a Roma per richiedere l’alleanza come riconoscimento per il servizio da loro reso nell’impegnare Vologase.[6]
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L’esercito romano passò certamente l’inverno a Tigranocerta. Nella primavera di questo anno Tiridate tentò di invadere l’Armenia con un nuovo esercito dalla vicina Media Atropatene, ma venne respinto senza grosse difficoltà e costretto ad abbandonare la lotta. Corbulone poco dopo decise di completare la sottomissione dei territori appena conquistati con tutta una serie di spedizioni punitive contro le regioni ancora fedeli a Tiridate. La conquista definitiva dell’Armenia fu celebrata da Nerone che fu salutato come imperator per la sesta volta, mentre fu posto sul trono d'Armenia un principe romanizzato, “cliente” fidato. La scelta cadde su Tigrane VI.[7]
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Il re d'Armenia Tigrane VI, alleato dei Romani, ebbe la cattiva idea di invadere l'Adiabene, regno vassallo del regno dei Parti, causandone l'immediata risposta. Tigrane fu poco dopo costretto a rifugiarsi in Tigranocerta, assediato da un nobile parto, un certo Monese, inviato del re dei re" per rispondere all'affronto. Questi eventi evidenziarono il fatto che Roma aveva commesso l'errore di lasciare "solo" il nuovo re vassallo d'Armenia. Per questo motivo Nerone decise di inviare a dirigere le nuove operazioni il console di quell'anno, un certo Lucio Cesennio Peto. Scelta che purtroppo si rivelò infelice per i Romani.
Le campagne di Corbulone del 61-63.
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Con il principio dell’anno a Peto fu ordinato di attaccare i Parti con le legioni IIII Scythica e XII Fulminata, oltre a vessillazioni della V Macedonica. Peto attraversò l'Eufrate muovendosi verso l'Armenia, ma Vologase si mosse su Tigranocerta e Peto fu respinto e inseguito fino a Rhandeia. La situazione apparve a Peto molto difficile, perché gli arcieri parti riuscivano a bersagliare l'interno della città, mentre la presenza dei clibanari nemici impediva le sortite. Decise quindi di chiedere una tregua a Vologase, promettendo in cambio di abbandonare l'Armenia e di far riconoscere Tiridate da Nerone. Vologase accettò la tregua, in quanto stava pensando di ritirarsi a sua volta per l'impossibilità di assaltare la città e per la mancanza di rifornimenti. La disfatta romana di Rhandeia non fu grave quanto quella di Carrhae, ma il disonore fu molto più grande. Corbulone, verso la fine dell’anno, raggiunse un accordo con i Parti, in base al quale si stabilì il ritiro delle forze romane ad ovest dell’Eufrate, ed il ritiro dei Parti dall’Armenia. Ancora una volta gli Armeni furono lasciati senza un capo.
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Dal momento che i negoziati si protraevano, alla ricerca di una sistemazione definitiva, a Roma si decise una grande dimostrazione di forza. Corbulone disponeva di ben 7 legioni oltre a truppe ausiliarie per un totale non inferiore alle 50.000 unità. Dopo un’azione dimostrativa al di là dell’Eufrate, pur non essendo ancora avanzato di molto lungo la strada un tempo seguita da Lucullo e recentemente da Peto, ambasciatori di Tiridate e Vologase gli andarono incontro con proposte di pace. L'accordo con il "re dei re" prevedeva che, ristabilito il prestigio di Roma con il riconoscimento dell’Armenia come protettorato romano, fosse però lasciato sul suo trono ancora Tiridate, fratello del re dei Parti.[8]
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Tiridate I fu invitato a Roma e Nerone, il quale lo incoronò, con solenne e fastosa cerimonia, re dei Parti. Con tale gesto Nerone poté affermare in Senato che aveva raggiunto la pace in tutto l'Impero ed iniziò i sontuosi festeggiamenti per la ricorrenza del trecentesimo anniversario della prima chiusura delle porte del tempio di Giano (avvenuta nel 236 a.C.) fregiandosi del titolo di Pacator.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Reazioni immediate[modifica | modifica sorgente]

Roma non solo ristabilì il prestigio dopo la sconfitta subita a Randeia, ma ottenne che l’Armenia entrasse nella sfera dei protettorati, stati clienti dei Romani. In cambio i Parti ottenevano che il nuovo re fosse il fratello del loro. Una situazione che portò alla pace tra i due imperi per quasi una decina di anni.

Impatto sulla storia[modifica | modifica sorgente]

Le campagne di Corbulone furono il preludio alle grandi campagne militari compiute dai Romani in territorio partico e che da Traiano a Giuliano l'Apostata permisero alle armate di Roma di penetrare in profondità nel paese nemico, indebolendolo e permettendogli di occupare più volte la stessa capitale Ctesifonte.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Tacito, II.3
  2. ^ J.G.C.Anderson, La guerra armena del principato di Nerone: la prima fase, in Cambridge Ancient History, vol.8, Milano 1975, p.421 ss..
  3. ^ J.R.Gonzales, Historia de las legiones romanas, p.723.
  4. ^ Yann Le Bohec, L'esercito romano, p. 34 e 45.
  5. ^ Parker, Roman legions, New York 1928, p.135.
  6. ^ J.G.C.Anderson, La guerra armena del principato di Nerone: la prima fase, in Cambridge Ancient History, vol.8, Milano 1975, p.425-426 ss..
  7. ^ H.H.Scullard, Storia del mondo romano, vol. II, Milano 1992, p.371 ss..
  8. ^ J.G.C.Anderson, La guerra armena del principato di Nerone: la prima fase, in Cambridge Ancient History, vol.8, Milano 1975, p.430-432.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie[modifica | modifica sorgente]

Letteratura storiografica[modifica | modifica sorgente]

  • Autori Vari, Storia del mondo antico, in L'impero romano da Augusto agli Antonini, Milano, 1975, Cambridge University Press, vol. VIII.
  • F.A.Arborio Mella, L'impero persiano da Ciro il Grande alla conquista araba, Milano 1980, Ed.Mursia.
  • J.R.Gonzalez, Historia del las legiones romanas, Madrid 2003.
  • (IT) Yann Le Bohec, L'esercito romano, Roma, 1992, ISBN 88-430-1783-7.
  • Edward Luttwak, La grande Strategia dell'Impero romano, Milano, 1981.
  • F.Millar, The roman near east - 31 BC / AD 337, Harvard 1993.
  • Parker, Roman legions, New York 1928.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]