Mesopotamia (provincia romana)

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Mesopotamia
Mappa di localizzazione
Mesopotamia (Romia Imperio).svg
La provincia (in rosso cremisi) al tempo dell'imperatore Traiano
Informazioni generali
Nome ufficiale (LA) Mesopotamia
Capoluogo Nisibi
Dipendente da Impero romano
Suddiviso in Mesopotamia e Oshroenae
Amministrazione
Forma amministrativa Provincia romana
Governatori Praefectus Mesopotamiae
Evoluzione storica
Inizio Più volte conquistata e perduta:
Causa Campagne partiche di Traiano
Fine cessione ai Sasanidi da parte di Gioviano
Causa Campagna sasanide di Giuliano
Preceduto da Succeduto da
Regno dei Parti Impero sasanide

La Mesopotamia era una provincia dell'Impero romano; in età severiana portava il titolo ufficiale di Mesopotamia et Oshroenae.

Statuto[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Province romane, diocesi (storia romana) e Governatori romani della Mesopotamia.

Provincia romana affidata all'ordine equestre sotto l'autorità del praefectus Mesopotamiae a partire dal 197.[1] Con la successiva riforma amministrativa tetrarchica dell'Impero da parte di Diocleziano, la Mesopotamia rientrò nella diocesi d'Oriente.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Da Traiano ai Severi (116-217)[modifica | modifica sorgente]

Venne creata nel 115 a seguito della campagna di Traiano contro i Parti: il territorio conquistato venne diviso in province, e la Mesopotamia venne istituita facendovi rientrare il territorio della moderna Siria a oriente dell'Eufrate e quello dell'Iraq settentrionale[2]. Il primo governatore fu Decimo Terenzio Scauriano[3]. Fu abbandonata da Adriano soli due anni più tardi nel 117.

La Mesopotamia settentrionale tornò di nuovo sotto il controllo romano in seguito alle campagne partiche di Lucio Vero del 163-166, almeno fino al regno di Commodo. A testimonianza dell'occupazione romana in Osroene, oltre l'Eufrate, un'iscrizione ad Edessa di quest'anno,[4] ed una successiva a Dura Europos dell'epoca di Commodo (nel 183) riguardante la presenza della cohors II Ulpiae equitatae Commodianae.[5]

Perduta nuovamente attorno al 192, fu riconquistata da Settimio Severo nel 197 e posta sotto il governo di un prefetto di rango equestre, il praefectus Mesopotamiae, creato sul modello del prefetto d'Egitto. Nella provincia Nisibi divenne la capitale.[6]. Queste tre città divennero, inoltre, tutte colonie[7].

Da Alessandro Severo a Valeriano (231-260)[modifica | modifica sorgente]

Rilievo a Bishapur celebrante la presunta (e probabilmente falsa) vittoria di Sapore I sui Romani: Gordiano III è calpestato dal cavallo del re sasanide, mentre Filippo l'Arabo (in ginocchio davanti Sapore, che tratta la resa). È invece tenuto stretto da Sapore, l'imperatore Valeriano catturato dalle armate sasanidi.[8]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi campagna sasanide di Alessandro Severo e Campagna sasanide di Gordiano III.

Tra il 224 e il 226/227 avvenne un episodio importante, che cambiò le sorti dei rapporti tra Impero romano e Impero persiano: in Oriente l'ultimo imperatore dei Parti, Artabano V, fu rovesciato dopo essere stato sconfitto in "tre battaglie"[9] e il rivoltoso, Ardashir I, fondò la dinastia sasanide,[10] destinata a essere avversaria orientale dei Romani fino al VII secolo.[11] In particolare, tra il 229 ed il 232 circa, Sasanidi e Romani si scontrarono per la prima volta, poiché i primi, considerandosi discendenti dei Persiani, rivendicavano il possesso di tutto l'impero degli Achemenidi, ivi compresi i territori, ora romani, dell'Asia Minore e del Vicino Oriente, fino al mare Egeo.[12]

Ad un iniziale sfondamento del fronte mesopotamico romano a più riprese, da parte delle armate, prima di Ardashir I (dal 229 al 241) e poi del figlio Sapore I (dal 241 al 260), si susseguirono controffensive romane guidate dai suoi imperatori, come accadde nel caso di Alessandro Severo, Gordiano III e Valeriano. Quest'ultimo però fu sconfitto in battaglia nel 260 e fatto prigioniero dal "Re dei Re", permettendo che ancora una volta i territori romani di Mesopotamia, Siria e Cappadocia fossero razziati dalle armate sasanidi invasori, con conseguente demolizione del limes orientale in numerose sue postazioni (da forti e fortini a fortezze legionarie).

Da Odenato a Galerio (262-298)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne sasanidi di Odenato, Campagna sasanide di Caro e Numeriano e Campagne sasanidi di Galerio.

Con la morte di Valeriano, l'Impero romano, sebbene fosse sotto la costante pressione delle armate germano-sarmatiche del fronte settentrionale, fu costretto a reagire alla terribile disfatta subita nel 260, che aveva portato alla successiva occupazione di Antiochia, terza città romana per numero di abitanti (dopo Roma ed Alessandria d'Egitto). Da questo momento in poi, per i quarant'anni successivi, le armate romane si spinsero, in almeno tre circostanze, "in profondità" nei territori sasanidi, conquistando altrettante volte la loro capitale Ctesifonte: prima con il "rector totius Orientis", Odenato, poi con gli imperatori Caro e Numeriano, ed infine con Galerio, sotto la supervisione dell'Augusto, Diocleziano (fautore del progetto tetrarchico).

Al termine di queste ultime campagne militari, la Mesopotamia ritornò sotto il controllo romano, l'Armenia fu riconosciuta protettorato romano, mentre a Nisibi furono accentrate le vie carovaniere dei commerci con l'estremo Oriente (Cina e India). Con il controllo di alcuni territori ad est del fiume Tigri, fu raggiunta la massima espansione dell'impero verso est (298).[13] Fu, quindi, potenziato l'intero sistema di frontiere orientali, a partire dalla costruzione della Strata Diocletiana in Siria, e di nuove postazioni fortificate un tutta la Mesopotamia-Osroene; furono arruolate almeno cinque nuove legioni: la I Armeniaca[14] e la II Armeniaca lungo l'Eufrate in Armenia; la IV, V e VI Parthica in Mesopotamia ed Osroene.

Da Diocleziano a Costantino I (298-334)[modifica | modifica sorgente]

Le frontiere orientali al tempo di Costantino, con i territori acquisiti nel corso del trentennio di campagne militari (dal 306 al 337).

Il trattato di pace tra Diocleziano ed il re sasanide Narsete durò quasi 40 anni. La sconfitta dei Sasanidi ad opera di Diocleziano e Galerio (pace del 298), aveva garantito all'Impero romano oltre un trentennio di relativa pace (fino al 334) e la Mesopotamia settentrionale tornava sotto il controllo romano. La frontiera fu, infatti, spostata fino al Khabur ed al Tigri settentrionale, passando per il Jebel Sinjar.[15]

Costanzo II e Sapore II (337-363)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Difesa in profondità (esercito romano) e campagna sasanide di Giuliano.

Gli anni successivi alla morte di Costantino I (337), furono estremamente difficili per i due Imperi, coinvolti in una guerra di costante logoramento tra di loro, senza vinti, né vincitori: da una parte Costanzo II (che trascorse la maggior parte del suo tempo, tra il 337 ed il 350, ad Antiochia, trasformato per l'occasione in "quartier generale" delle armate orientali), dall'altra, Sapore II (nel tentativo assai improbabile di cacciare i Romani da tutti i territori asiatici ad occidente dell'Eufrate). I confini alla fine rimasero sostanzialmente stabili, con avanzate e ritirate, ora dell'uno ora dell'altro, almeno fino alla campagna sasanide di Giuliano del 363, quando le armate romane furono costrette a cedere buona parte dei territori ad est dell'Eufrate, rinunciando così a quasi due secoli e mezzo di conquiste.

Teodosio[modifica | modifica sorgente]

A seguito della divisione dell'impero in due parti avvenuta sotto Teodosio I, il territorio siriano venne scorporato per formare la provincia dell'Osroene, mentre la Mesopotamia vera a propria si ridusse al territorio iracheno.

Difesa[modifica | modifica sorgente]

La provincia di Mesopotamia ed Oshroene nella Diocesi dell'Oriente
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Limes orientale.

La Mesopotamia, perduta quindi attorno al 193, fu riconquistata da Settimio Severo nel 197-198 e posta sotto l'autorità del neocostituito praefectus Mesopotamiae. Nella provincia furono dislocate due legioni appena formate: la I Parthica e la III Parthica. Le sedi delle legioni erano Singara, vicina al fiume Tigri (la I Parthica) e probabilmente Nisibi o Resaina (la III Parthica), con vexillationes a Dura Europos.[16]

Geografia politica ed economica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ AE 1982, 903: Tiberio Claudio Subatiano Aquila fu prefetto in Mesopotamia, subito dopo esserlo stato d'Egitto (post 211).
  2. ^ Fergus Millar, The roman near east - 31 BC / AD 337, Harvard 1993, p.100.
  3. ^ AE 1969/70, 583 = AE 1974, 589.
  4. ^ AE 1924, 56.
  5. ^ AE 1928, 86.
  6. ^ D.Kennedy, L'Oriente, in Il mondo di Roma imperiale, a cura di John Wacher, parte IV: le frontiere, Bari-Roma 1989, p.316 segg..
  7. ^ Anthony R.Birley, Septimius Severus, Londra 1971-1999, p.132.
  8. ^ Southern, p. 240.
  9. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXX, 3.1-2.
  10. ^ Agatangelo, Storia degli Armeni, I, 3-9; Agazia, Storia sul regno di Giustiniano, IV, 24.1.
  11. ^ Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio , VI, 2.1.
  12. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXXX, 4.1
  13. ^ Mazzarino, p. 588.
  14. ^ J. R. Gonzales, Historia de las legiones romanas, Madrid 2003, p. 456.
  15. ^ Yann Le Bohec, Armi e guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano alla caduta dell'impero, Roma 2008, p. 38.
  16. ^ D. Kennedy, L'Oriente, in Il mondo di Roma imperiale, a cura di John Wacher, parte IV: le frontiere, Bari-Roma 1989, p. 316 segg..
  17. ^ Si trattava di due legioni comitatensi (i Tricensimani e i Decimani Fortenses) e quattro auxilia comitatenses (i Magnentiaci, i Decentiaci, i Superventores e i Praeventores), per un totale di quattromila fanti e trecento o quattrocento cavalieri (Maurizio Colombo, "Constantinus rerum nouator: dal comitatus dioclezianeo ai palatini di Valentiniano I", Klio, 90, 2008, pp. 124–161).
  18. ^ Identificabile con i Comites sagittarii seniores, i Comites sagittarii iuniores, o i Comites sagittarii Armenii (Colombo, ibidem).
  19. ^ Ammiano Marcellino, Res gestae, xviii.9.3–4.
  20. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVII, 5.5.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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