Ammiano Marcellino
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Ammiano Marcellino (in latino Ammianus Marcellinus; Antiochia, 330 circa – Roma, post 391) è stato uno storico di età tardo-imperiale, romano, nato in Siria nel seno di una famiglia ellenofona. È il maggiore degli storici romani del IV secolo la cui opera sia stata preservata, seppure mutilata. La sua Res gestae libri XXXI scritta in latino, descrive gli anni 96 - 378, continuando l'opera del grande storico Cornelio Tacito.
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[modifica] Biografia
[modifica] Nascita
Non si conosce né la data, né il luogo della sua nascita con precisione. L'ipotesi che sia originario di Antiochia si fonda sulla supposizione che una lettera dell'epoca inviata da un cittadino di quella metropoli a tal Marcellino, fosse indirizzata proprio a lui. Anche la data ed il luogo della sua morte sono sconosciuti. Si ritiene, tuttavia, che fosse in vita ancora nel 391, giacché cita Aurelio Vittore come prefetto della città per quell'anno.
[modifica] Carriera
Era "un soldato e un Greco", come ci dice lui stesso, ma allo stesso tempo si sentì sempre e profondamente romano, convinto come pochi altri della missione civilizzatrice di Roma e del suo impero. La sua iscrizione fra l'élite dei protectores domestici (una specie di cadetti) mostra che era nobile di nascita. Entrò nell'esercito in giovane età, sotto l'imperatore Costanzo II, e fu inviato a fare il servizio militare sotto Ursicino, governatore di Nisibis nella Mesopotamia romana e magister militiae.
Fu inviato in Italia con Ursicino quando questi fu richiamato da Costanzo e lo accompagnò nella spedizione contro Claudio Silvano, che era stato spinto, per una ingiusta accusa dei suoi nemici, a proclamarsi imperatore in Gallia. Con Ursicino andò due volte all'est ed a malapena riuscì a fuggire salvando la vita da Amida (la moderna Diyarbakir in Turchia), quando fu espugnata dal re persiano Sapore II. Quando Ursicino perse il suo incarico ed il favore di Costanzo, sembra che Ammiano ne condivise la caduta; ma sotto l'imperatore Giuliano, successore di Costanzo, riottenne la sua posizione. Accompagnò questo imperatore, per quale esprime ammirazione entusiastica, nelle sue campagne contro gli Alamanni ed i Persiani della dinastia dei Sassanidi; dopo la morte di Giuliano prese parte alla ritirata di Gioviano fino a Antiochia, dove risedeva quando la cospirazione di Teodoro (371) fu scoperta e repressa ferocemente.
[modifica] L'opera letteraria
I libri della sua importante storia giunti fino a noi riguardano gli anni 353 - 378; il lavoro a volte è citato con il titolo latino di Res Gestae, da non confondere tuttavia con le Res Gestae Divi Augusti.
Nella sua opera Storie, scritta verso la fine del IV secolo, ci informa che nel 367, i Pitti riuscirono a travolgere la linea di confine dell'Impero Romano in Britannia dopo aver corrotto gli "Arcani". Il loro nome e le informazioni forniteci da Marcellino lasciano supporre che formassero un corpo paramilitare con funzioni di spionaggio.
Finalmente si stabilì a Roma, dove, ad un'età avanzata, scrisse una storia dell'impero romano dall'ascesa di Nerva (96) alla morte di Valente nella Battaglia di Adrianopoli (378), compilando così il seguito del lavoro di Tacito. Questa storia (Res Gestae Libri XXXI) era originalmente in trentuno libri, ma i primi tredici sono andati persi. I rimanenti diciotto libri riguardano il periodo dal 353 al 378. Nell'insieme è stata considerata estremamente importante, essendo un resoconto libero, completo ed imparziale degli eventi scritti da un contemporaneo dotato di onestà militare, giudizio indipendente e ampie letture. Gli studi recenti, tuttavia, hanno messo in luce la forza retorica nella sua narrazione. Come tutti gli storici antichi, il suo stile è lontano da quello moderno: ha avuto un forte programma religioso politico e pagano da perseguire ed ha contrapposto Costanzo II a Giuliano (il restauratore del paganesimo) a tutto svantaggio del primo.
[modifica] Critica moderna
Lo storico del XVIII secolo Edward Gibbon ha giudicato Ammiano una:
| « guida esatta e degna di fede, che ha composto la storia del suo tempo senza indulgere nei pregiudizi e nelle passioni che affliggono solitamente la mente di un contemporaneo » |
Benche Ammiano fosse un pagano scrive, nella sua opera, senza astio del Cristianesimo. Particolarmente importante è la sua testimonianza della persecuzione dei cattolici da parte dell'imperatore Costanzo, cristiano ma di confessione ariana, perché conferma che il vescovo di Roma (all'epoca della persecuzione, papa Liberio) era considerato la somma autorità nella Chiesa. Il suo stile è molto elaborato, spesso ricercato sino ad essere, purtroppo, di difficile interpretazione. Caratteristica che si deve, probabilmente, alle sue origini antiochene.
Inoltre, giacché il lavoro era progettato per una pubblica lettura, era necessario un certo abbellimento retorico, anche a costo della semplicità. È un fatto notevole che Ammiano, benché militare di carriera, dia immagini eccellenti dei problemi sociali ed economici ed il suo atteggiamento verso le popolazioni non-Romane dell'impero è molto più aperto mentalmente di scrittori come Livio e Tacito; le sue digressioni sui vari paesi visitati sono particolare interessanti.
[modifica] Attualità del messaggio di Ammiano
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Le Storie di Ammiano possono essere descritte come un lungo prologo alla narrazione della guerra contro i Goti, culminata, nel 378, con la disastrosa sconfitta militare dalla quale il mondo romano esce sconvolto, avviandosi a scomparire, per trasformarsi, in Occidente, nel nucleo di stati indipendenti romano-germanici all'origine dell'Europa moderna, e, in Oriente, all'impero romano-greco o bizantino. Dalla narrazione di Ammiano emerge con chiarezza come le cause di tale trasformazione, che segna la fine cruenta del mondo antico romano-cristiano e l'inizio di un'epoca di faticosa risalita della civiltà durata dieci secoli, siano essenzialmente imputabili alla sottovalutazione da parte della gerarchia politica, militare e religiosa dell'Impero delle difficoltà di integrare nel volgere di pochi anni, nel tessuto sociale imperiale, una vasta popolazione di fede religiosa differente (i Goti erano ariani). Il giudizio dei maggiorenti dell'Impero è velato dall'interesse personale: gli immigrati vengono visti come una enorme risorsa economica, in grado di ripopolare zone abbandonate dai contadini, di servire nell'esercito con paghe bassissime o addirittura su base gratuita, di lavorare nei grandi latifondi e nelle miniere. Ma la loro forte fede religiosa, antagonista di quella della maggioranza degli abitanti dell'Impero, ne impedisce la fusione con la popolazione locale, crea tensioni, ravviva negli immigrati la consapevolezza di una diversità etnica e culturale che l'autorità imperiale, oltretuttto cronicamente indebolita dalla corruzione generalizzata e dalla inefficienza della burocrazia, non riesce ad eliminare. I paralleli con il fenomeno attuale dell'immigrazione extracomunitaria in Europa sono suggestivi e fanno riflettere: anche ai nostri giorni, infatti, l'interesse economico induce i governi, sulle pressioni dei grandi gruppi industriali, a favorire l'insediamento di manodopera a basso costo proveniente dalle aree extraeuropee. Solo una piccola parte, tuttavia, degli immigrati si integra nella società europea. La maggior parte di essi, per profonde convizioni religiose, respinge senza compromessi la cultura dei paesi comunitari, in un processo destinato a sfociare in una contrapposizione violenta della quale gli scontri nelle periferie delle città francesi fra immigrati e autoctoni, nel 2007 e nel 2008, sono, forse, un timido anticipo.
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