Diocleziano

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Diocleziano
Ritratto di Diocleziano presso il museo archeologico di Istanbul.
Ritratto di Diocleziano presso il museo archeologico di Istanbul.
Imperatore romano
In carica 20 novembre 284 - 1º aprile 286 (da solo)
1º aprile 286 - 1º maggio 305 (come Augusto d'Oriente con Massimiano come Augusto d'Occidente)[1]
Predecessore Numeriano
Successore Costanzo Cloro e Galerio
Nome completo Gaius Aurelius Valerius Diocletianus
Nascita Doclea o Salona[2], ca. 22 dicembre 244[3]
Morte Spalato, nel proprio palazzo, 3 dicembre 311[4]
Coniugi Prisca
Serena di Roma
Figli Galeria Valeria

Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, nato Diocle (latino: Gaius Aurelius Valerius Diocletianus; greco: Διοκλῆς, Diocles; Salona, 22 dicembre 244[3]Spalato, 3 dicembre 311[4]), è stato un imperatore romano che governò dal 20 novembre 284 al 1º maggio 305 col nome imperiale di Cesare Gaio Aurelio Valerio Diocleziano Augusto Iovio (nelle epigrafi GAIVS AVRELIVS VALERIVS DIOCLETIANVS AVGVSTVS).

Nato in una famiglia di umili origini della provincia romana della Dalmazia, Diocle (questo il suo nome originario) salì i ranghi dell'esercito romano fino a diventare comandante di cavalleria sotto l'imperatore Marco Aurelio Caro (282-283). Dopo la morte di Caro e di suo figlio Numeriano nella campagna contro i Sasanidi, Diocle fu proclamato imperatore (in questa occasione mutò il proprio nome in Diocleziano), in opposizione al figlio maggiore di Caro, Marco Aurelio Carino, che era stato nominato imperatore dal padre prima della campagna e che si trovava in Occidente: i due si scontrarono nella battaglia del fiume Margus, in cui Carino perse il regno e la vita (285).

Con l'ascesa al trono di Diocleziano ebbe fine il periodo noto come crisi del terzo secolo, caratterizzato da un elevato numero di imperatori che regnavano per pochi anni e si succedevano tramite colpi di Stato. Per consolidare il potere imperiale, infatti, Diocleziano mise in atto una serie di riforme politiche e amministrative, tra cui la condivisione dell'impero tra più colleghi. Nel 285, infatti, nominò il suo commilitone Massimiano Augusto, co-imperatore; il 1º marzo 293 nominò due Cesari, vice-imperatori, Galerio e Costanzo, dando così vita alla «Tetrarchia», il «governo dei quattro»: ciascun Augusto avrebbe governato su metà dell'impero, delegando il governo di metà del proprio territorio al proprio Cesare, il quale gli sarebbe succeduto dopo venti anni di regno.[5]

Separò l'amministrazione civile da quella militare, rafforzandole entrambe, e riorganizzò la suddivisione delle province, fondando nuovi centri amministrativi a Nicomedia, Mediolanum, Antiochia e Treviri, luoghi più vicini alle turbolente frontiere dell'impero dell'antica capitale, Roma. Completò l'evoluzione in senso autocratico dell'istituto imperiale, che aveva caratterizzato il III secolo, elevandosi al di sopra delle masse attraverso l'introduzione di un cerimoniale di corte molto elaborato e imponenti architetture.

Diocleziano rafforzò l'impero anche dal punto di vista militare, colpendo i nemici interni ed esterni. Sconfisse i Sarmati e i Carpi in numerose campagne tra il 285 e il 299, gli Alemanni nel 288, e schiacciò una ribellione in Egitto nel 297 e 298. Diede sostegno al proprio cesare Galerio nelle sue campagne contro i Sasanidi, che culminarono col sacco della capitale nemica, Ctesifonte, nel 299; Diocleziano condusse le successive negoziazioni e ottenne una pace favorevole e lunga.

La crescita degli apparati amministrativi civile e militare, i progetti di costruzione, il costante stato di guerra causarono l'aumento delle spese dello Stato, cui Diocleziano rispose con una completa riforma della tassazione: a partire dal 297, la tassazione imperiale fu resa più standardizzata, resa più equa e riscossa in genere a tassi più elevati.

Non tutte le riforme di Diocleziano furono dei successi. L'Editto sui prezzi massimi (301), il suo tentativo di controllare l'inflazione tramite l'introduzione di prezzi calmierati, fu contro-produttivo e rapidamente dimenticato. La Tetrarchia, che mostrò di essere un sistema di governo molto efficiente, non di meno collassò subito dopo l'abdicazione di Diocleziano a causa delle mire dinastiche di Massenzio e Costantino, figli rispettivamente di Massimiano e Costanzo. Infine, la persecuzione dioclezianea (303-311), l'ultima, più vasta e sanguinosa persecuzione ufficiale dei cristiani nell'impero, non distrusse la comunità cristiana, che, anzi, dopo il 324 divenne la principale religione imperiale sotto il primo imperatore cristiano, Costantino.

Malgrado questi fallimenti, le riforme di Diocleziano cambiarono radicalmente la struttura del governo imperiale, da lui ereditato sull'orlo del collasso, garantendo quella stabilità economica e militare che ne permise la continuazione, in forme essenzialmente intatte, per altri cento anni. Indebolito da una malattia, Diocleziano abdicò il 1º maggio 305, primo e unico imperatore a fare questa scelta volontariamente. Si ritirò nel proprio palazzo a Spalato, sulla costa dàlmata, fino alla morte, avvenuta nel 311, rifiutando gli inviti a riprendere il potere nel caos politico che corrispose al collasso della Tetrarchia.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Origini e carriera militare[modifica | modifica wikitesto]

Anfiteatro di Salona

Di Diocleziano non si conosce con certezza né il luogo, né la data di nascita. Certamente dalmata, si sarebbe chiamato Diocle dal nome della madre e della città Doclea o Dioclea,[6] mentre suo padre sarebbe stato un liberto, scriba del senatore Anullino,[7] Se si ammette che sia vissuto 68 anni e sia morto nel 313,[8] dovrebbe esser nato nel 243-244; ma è stata avanzata sia l'ipotesi[9] che Diocleziano sia morto nel 311 o 312, sicché sarebbe nato nel 242-243, sia che Diocleziano non sia morto a 68 anni, ma abbia abdicato a quell'età,[10] così che l'anno della sua nascita risalirebbe al 236; e si è ritenuto[11] che il 22 dicembre, data della sua proclamazione a imperatore, sia anche il giorno della sua nascita. Quanto alla città di nascita, oltre a Doclea, si è pensato a Salona, unicamente ritenendo che abbia deciso di ritirarsi a Spalato, sobborgo di Salona, per il desiderio di vivere i suoi ultimi anni nella città natale.[3][12]

Le origini umili, che non dovettero consentirgli un'educazione di alto livello, costituiscono probabilmente il motivo della mancanza di notizie sui suoi primi anni. Prima del 270 entrò nell'esercito, secondo una tradizione che vedeva nell'Illirico – gli odierni Balcani – una regione privilegiata di reclutamento dei militari e degli ufficiali di grado inferiore delle legioni romane: d'altra parte, dal III secolo essere un legionario significava, per un appartenente al rango degli humiliores, entrare a far parte della superiore categoria degli honestiores. Con le riforme apportate da Gallieno, infatti, era mutata sia la composizione sociale dei comandanti militari e dei loro diretti subalterni, già monopolio aristocratico, che quella degli ufficiali intermedi, un tempo privilegio dell'ordine equestre: dopo il 260 il comando delle legioni e la carica di tribuno militare fu assegnata a ufficiali di carriera spesso di bassa origine sociale. Era ora possibile, anche per un semplice legionario che si distinguesse per abilità e disciplina, scalare i diversi gradi dell'esercito – centurione, protector, dux – fino a ottenere incarichi amministrivi prestigiosi, quale quello di praefectus.

Riguardo alla carriera militare di Diocle, la spesso inaffidabile Historia Augusta riporta che servì in Gallia al tempo di Aureliano[13] e di Probo,[14] ma questa notizia non è confermata da altre fonti e ignorata dagli storici moderni.[15] Secondo lo storico Giovanni Zonara, attorno al 280 Diocle sarebbe stato dux Moesiae,[15][16] ossia comandante dell'esercito stanziato in Mesia, regione corrispondente all'odierna Serbia, vigilando le frontiere del basso Danubio.[15][17] Quando nel 282 Probo fu rovesciato e ucciso e il prefetto del pretorio Marco Aurelio Caro proclamato imperatore, Diocle divenne domesticos regens, ossia[18] comandante dei protectores domestici, la guardia a cavallo dell'imperatore, e l'anno dopo fu nominato console suffetto.[19]

Ascesa al trono[modifica | modifica wikitesto]

Morte di Numeriano[modifica | modifica wikitesto]

Moneta recante l'effige di Numeriano.

Nel 283 Diocle prese parte alla spedizione di Caro contro i Sasanidi. I Romani ottennero una facile vittoria sul nemico, in quanto il sovrano sasanide Bahram II era impegnato a consolidare il proprio potere, ma l'imperatore Caro morì improvvisamente (luglio/agosto 283), e suo figlio Numeriano, consigliato dal suo prefetto del pretorio e suocero Arrio Apro, guidò l'esercito romano sulla via del ritorno, 1.200 miglia lungo il fiume Eufrate che percorse con ordine e lentamente: nel marzo 284 si trovavano ad Emesa, in Siria, a novembre ancora in Asia Minore.[20][21]

Quando l'esercito fece tappa ad Emesa, Numeriano sembra fosse ancora vivo e in buona salute (qui, infatti, promulgò l'unico suo rescritto conservatosi),[22] ma quando lasciò la città, i suoi collaboratori dissero che era affetto da un'infiammazione agli occhi e Numeriano continuò il viaggio in una carrozza chiusa.[20] In prossimità di Nicomedia,[23] Giunti in Bitinia,[21] alcuni soldati sentirono un cattivo odore provenire dalla carrozza;[24] l'aprirono, e vi trovarono il cadavere di Numeriano, che era morto da diversi giorni.[20][21][25]

I generali e i tribuni romani si riunirono per deliberare sulla successione, e scelsero Diocle come imperatore.[21][26][27] Il 20 novembre 284[28] Diocle fu proclamato imperatore dai suoi colleghi generali[29] su di una collina a 5 km da Nicomedia. Poi, di fronte all'esercito che lo acclamava augusto, il nuovo imperatore giurò di non aver avuto alcuna parte nella morte di Numeriano, e che Apro aveva ucciso l'imperatore e poi tentato di nasconderne la morte;[30] Diocle estrasse allora la spada e uccise Apro;[31] secondo la Historia Augusta, citò un verso di Virgilio mentre lo faceva.[32] realizzando così la profezia che aveva ricevuto quando nel 270 circa, mentre contava attentamente i denari per pagare il pranzo che aveva consumato in un'osteria nei dintorni di Liegi, gli si avvicinò una druidessa che lo rimproverò per la sua spilorceria; al che quello rispose che quando sarebbe diventato imperatore non avrebbe badato a spese. Allora la druidessa lo ammonì a non scherzare e profetizzò che egli sarebbe diventato imperatore dopo aver ucciso un cinghiale (aper, apris in latino). Fu così che Diocle uccidendo Apro divenne imperatore. [33]

Questa tradizionale narrazione degli avvenimenti non è del tutto accolta dalla critica storica: già Edward Gibbon sosteneva[34] che Apro fu ucciso «senza dargli tempo di entrare in una pericolosa giustificazione» e la stessa pubblica protesta di innocenza di Diocleziano durante la cerimonia di investitura[35] appare sospetta e dimostra almeno che la colpevolezza di Apro non doveva essere così scontata come fu poi fatta apparire. È possibile che Diocleziano sia stato a capo di una congiura dei generali che si liberarono sia di Numeriano, giovane più votato alla poesia che alle armi,[36] che del suocero Apro.[37] Inoltre, storicamente Diocleziano non intese presentarsi come vendicatore di Numeriano, tanto che fece cancellare il suo nome da molte epigrafi ufficiali,[38] e dal panegirista Claudio Mamertino Diocleziano fu descritto come liberatore «da una crudelissima dominazione».[39]

Poco dopo la morte di Apro, Diocle mutò il proprio nome nel più latinizzante «Diocleziano»,[40] adottando il nome di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano.[41]

Guerra contro Carino[modifica | modifica wikitesto]

Testa in marmo da una statua di Marco Aurelio Carino, figlio di Caro e avversario di Diocleziano nella battaglia del fiume Margus

Rimaneva da risolvere la divisione del potere con il fratello maggiore di Numeriano, Carino, che dopo la morte del padre si era rapidamente diretto a Roma[21] e aveva assunto il consolato per la terza volta nel 285. Carino, fatto divinizzare Numeriano, dichiarò Diocleziano usurpatore e con il suo esercito si mosse verso Oriente; lungo il percorso, nei pressi di Verona, sconfisse in battaglia e poi uccise il governatore Marco Aurelio Sabino Giuliano, che si era proclamato imperatore.[42][43][44][45] Ad ogni modo, la rivolta di Giuliano fece il gioco di Diocleziano, aiutandolo a presentare Carino come un tiranno crudele e oppressivo.[45]

Diocleziano assunse a sua volta il consolato, e scelse Cesonio Basso come collega.[42][43][46][47] Basso proveniva dalla famiglia senatoria campana dei Caesonii, ed era stato già console e proconsole d'Africa per tre volte, una distinzione voluta dall'imperatore Probo.[42] Si trattava dunque di un politico esperto in molte aree in cui Diocleziano, presumibilmente, era invece inesperto.[46] La scelta di prendere come collega Basso significava il suo rifiuto di accettare una posizione subordinazione rispetto a Carino, mettendolo in chiara opposizione col suo governo,[42] e dimostrava la sua volontà di continuare la collaborazione con l'aristocrazia senatoriale e militare,[46] legando il suo successo personale con quello del Senato, del cui sostegno aveva bisogno nella sua avanzata su Roma.[42]

Durante l'inverno 284/285 Diocleziano attraversò i Balcani verso Occidente, e giunse al confronto decisivo con Carino nella primavera del 285, poco prima della fine di maggio,[43][46] nei pressi del fiume Margus (la Grande Morava) in Moesia; gli studiosi moderni hanno individuato il luogo della battaglia del fiume Margus tra il Mons Aureus (Seona, a occidente di Smederevo) e Viminacium, nei pressi della moderna Belgrado, in Serbia.[42][48][49] Malgrado Carino avesse l'esercito più forte, nella battaglia del fiume Margus aveva la posizione più debole; secondo gli storici antichi, fu ucciso da uno dei suoi ufficiali, di cui aveva sedotto la moglie.[50] Gli storici moderni, invece, ritengono che sia morto a causa di un tradimento; il suo prefetto del pretorio e collega console, Aristobulo, lo tradì subito dopo l'inizio della battaglia, passando dalla parte di Diocleziano, il quale lo premiò confermandogli il suo posto.[44][51]

Dopo la fine della battaglia, Diocleziano ottenne un giuramento di fedeltà dagli eserciti occidentale e orientale, che lo acclamarono augusto, e partì per l'Italia.[42][43][48][49][52]

Salito al trono, Diocleziano stimò che il sistema di governo dell'impero era inefficace per garantire un adeguato controllo di un territorio tanto vasto e militarmente minacciato su più fronti. Istituì, quindi, la tetrarchia, un sistema di governo quadricefalo che divideva l'impero in due metà, una occidentale e l'altra orientale. Due imperatori (col titolo di Augusto) erano a capo dei due territori ed erano coadiuvati da due successori (col titolo di Cesare) di loro scelta, i quali avevano un controllo quasi diretto sulla metà del territorio governato dal loro Augusto. La tetrarchia terminò nel 320, quando Costantino I riuscì a riunificare il controllo imperiale nelle sue mani.

Introducendo il nuovo sistema di governo, Diocleziano si dichiarò Augusto dell'Oriente, con capitale Nicomedia, e nominò Massimiano Augusto dell'Occidente, con capitale Mediolanum (Milano). Da tempo Roma non era la sede imperiale ordinaria, e con Diocleziano questo dato di fatto fu in qualche modo istituzionalizzato. Roma restò comunque il riferimento ideale dell'Impero, anche se le sue istituzioni erano ormai un anacronismo, in quanto il potere veniva gestito altrove, in un primo tempo a Nicomedia e a Milano, e poi a Costantinopoli. Nel 293, Diocleziano nominò Galerio suo Cesare, e Massimiano fece lo stesso con Costanzo Cloro. Tutto il territorio dell'impero venne ripartito in dodici diocesi che raggruppavano più province; in questo modo, venne a cadere qualsiasi residuo di privilegio dell'Italia, che si trovò completamente equiparata alle altre parti dell'impero. Le varie diocesi furono a loro volta raggruppate in quattro regioni più ampie, ciascuna governata da un personaggio di dignità imperiale.

Regno (284-305)[modifica | modifica wikitesto]

Diocleziano potrebbe essere stato impegnato a combattere i Quadi e i Marcomanni immediatamente dopo la battaglia del fiume Margus; ad ogni modo, si dirisse in Italia settentrionale e istituì un governo imperiale, ma non è noto se sia sceso fino a Roma in tale occasione.[42][43] Esiste una emissione monetaria che suggerisce un adventus dell'imperatore nella città,[53] ma alcuni storici moderni fanno notare come Diocleziano facesse iniziare il suo regno dalla data di acclamazione dell'esercito e non da quella di ratificazione del Senato romano,[54] seguendo in questo l'esempio di Caro, il quale aveva definito la ratifica senatoriale un'inutile formalità.[55] Anche nel caso in cui Diocleziano si sia recato a Roma poco dopo la sua ascesa al trono, non vi restò a lungo;[56] la sua presenza è segnalata nei Balcani il 2 novembre 285, in occasione di una campagna contro i Sarmati.[57]

Diocleziano rimpiazzò il prefetto urbano di Roma col proprio collega al consolato, Cesonio Basso; ad ogni modo, la maggior parte degli ufficiali che avevano servito sotto Carino mantennero i propri incarichi anche sotto Diocleziano.[43][58] In un atto che lo storico Aurelio Vittore definì come esempio inusuale di «clementia» imperiale,[59] Diocleziano confermò in carica il console e prefetto del pretorio di Carino che lo aveva tradito,[44][48][54][60] Aristobulo, e successivamente lo nominò proconsole d'Africa e prefetto urbano;[44] anche gli altri personaggi che restarono in carica potrebbero aver tradito Carino.[44][60]

Diarchia (285-293)[modifica | modifica wikitesto]

Massimiano cesare (285)[modifica | modifica wikitesto]
Diocleziano: aureo[61]
DIOCLETIANUS-RIC VI 299-77000989.jpg
IMP C C VAL DIOCLETIANVS P F AUG, testa laureata e busto con corazza verso destra. IOVI CONSE-RVATORI ORBIS, Giove in piedi verso sinistra, tiene la Vittoria su un globo nella mano destra; uno scettro nella sinistra.
4.49 gr, 6 h (zecca di Cizico), coniato nel 286-287 (celebra la diarchia).
Massimiano: antoniniano[62]
MAXIMIANUS RIC V 558-837708.jpg
IMP C M AUR VAL MAXIMIANUS PF AVG, testa radiata di Massimiano e busto con drappeggio e corazza verso destra. IOVI CONS-ERVAT, Giove in piedi di fronte, la testa verso sinistra, tiene un fulmine ed uno scettro; T(ertia oficina) XXI T.
22 mm, 3.80 gr, 5 h (zecca di Ticinum, terza officina) del 287.

La crisi del terzo secolo aveva dimostrato che il comando di un solo sovrano non garantiva la stabilità dell'impero; gli assassinii di Aureliano e Marco Aurelio Probo, imperatori capaci uccisi dai propri ufficiali, erano esempi molto chiari.[46] Vari conflitti affliggevano ogni provincia dell'impero, dalla Gallia alla Siria, dall'Egitto al basso Danubio. La situazione era troppo difficile da gestire per un solo imperatore, e Diocleziano aveva bisogno di un aiutante.[63][64] Nel 285,[65] a Mediolanum, Diocleziano elevò il suo collega Massimiano al rango di cesare, facendone il proprio co-imperatore.[63][66][67] La lealtà di Massimiano a Diocleziano fu un fattore importante per i successi iniziali della diarchia (poi Tetrarchia).[66] I due imperatori si dividevano su base geografica il governo dell'impero e la responsabilità della difesa delle frontiere e della lotta contro gli usurpatori.[68]

L'idea di una sovranità condivisa non era certo nuova nell'Impero romano. Augusto, il primo imperatore, aveva condiviso il potere con i propri colleghi, e forme più ufficiali di co-imperatore esistettero da Marco Aurelio (161-180) in poi.[66][69] Più recentemente, l'imperatore Caro e i suoi figli avevano governato insieme, sebbene senza ottenere un grande risultato. E Diocleziano si trovava in una situazione ancora più difficile dei suoi predecessori, in quanto aveva una figlia, Valeria, ma nessun figlio: il suo co-imperatore doveva dunque provenire dal di fuori della sua famiglia e non si poteva fidare di lui con leggerezza.[46][64][70] Alcuni storici sostengono che Diocleziano avesse adottato Massiminano come filius Augusti all'atto della sua incoronazione, come avevano già fatto alcuni imperatori prima di lui,[43][64][71] anche se non tutti gli storici hanno accettato questa ricostruzione.[43][64]

La relazione tra Diocleziano e Massimiano fu rapidamente ridefinita in termini religiosi. Nel 287 circa Diocleziano assunse il titolo di Iovius, Massimiano quello di Herculius.[66][72][73] Il titolo doveva probabilmente richiamare alcune caratteristiche del sovrano da cui era usato: a Diocleziano, associato a Giove, era riservato il ruolo principale di pianificare e comandare; Massimiano, assimilato ad Ercole, avrebbe avuto il ruolo di eseguire "eroicamente" le disposizioni del collega.[66][74] Malgrado queste connotazioni religiose, gli imperatori non erano "divinità", in accordo con le caratteristiche del culto imperiale romano, sebbene potessero essere salutati come tali nei panegirici imperiali; erano invece visti come rappresentanti delle divinità, incaricati di eseguire la loro volontà sulla terra.[75] Vero è che Diocleziano elevò la sua dignità imperiale al di sopra del livello umano e della tradizione romana. Egli voleva risultare intoccabile. Soltanto lui risultava dominus et deus, signore e dio, tanto che a tutti coloro che lo circondavano gli fu attribuita una dignità sacrale: il palazzo divenne sacrum palatium e i suoi consiglieri sacrum consistorium.[76][77] Segni evidenti di questa nuova qualificazione monarchico-divina furono il cerimoniale di corte, le insegne e le vesti dell'imperatore. Egli, infatti, al posto della solita porpora, indossò abiti di seta ricamati d'oro, calzature ricamate d'oro con pietre preziose.[78] Il suo trono poi si elevava dal suolo del scarum palatium di Nicomedia.[79] Veniva, infine, venerato come un dio, da parenti e dignitati, attraverso la proschinesi, una forma di adorazione in ginocchio, ai piedi del sovrano.[77][80]

Lo spostamento dall'acclamazione militare alla santificazione divina tolse all'esercito il potere di scegliere gli imperatori; la legittimazione religiosa elevò Diocleziano e Massimiano al di sopra dei potenziali rivali con un'efficacia che né il potere militare né le rivendicazioni dinastiche potevano vantare.[81] Dopo la sua acclamazione, il cesare Massimiano fu inviato a combattere i Bagaudi in Gallia, mentre Dioleziano ritornò in Oriente.[63][82]

Primi conflitti con germani e sarmati del medio-basso Danubio (285)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sua acclamazione, Massimiano fu inviato a combattere i ribelli Bagaudi in Gallia. Diocleziano, invece, fece ritorno in Oriente.[83] Durante il viaggio di ritorno, raggiunse il 2 novembre la città di Citivas Iovia (Botivo, nei pressi di Poetovio, oggi in Slovenia).[84] Nei Balcani durante l'autunno del 285, incontrò una tribù di Sarmati che chiesero all'Augusto aiuto a recuperare le loro terre perdute o, in alternativa, a concedere loro i diritti di pascolo all'interno dell'impero. E poiché Diocleziano si rifiutò di aiutarli, fu costretto ad affrontarli in battaglia, anche se non riuscì ad ottenere una vittoria completa sugli stessi. La pressione delle tribù nomadi della pianura europea non poteva essere risolto con una sola battaglia; presto i Sarmati avrebbero dovuto essere combattuti di nuovo.[85]

Egli infatti poco dopo fu costretto a respingere nuove invasioni germano-sarmatiche, non solo in Pannonia, ma anche in Mesia, favorite dall'aver sguarnito le frontiere del medio-basso tratto danubiano a causa della recente guerra civile. In seguito a tali successi ricevette l'appellativo di "Germanicus maximus" e "Sarmaticus maximus", avendo battuto in modo decisivo Quadi e Iazigi.[86][87][88][89]

Contemporaneamente Massimiano mosse in Gallia, ingaggiando prima i ribelli Bagaudi nell'estate avanzata di quell'anno.[90] I dettagli della campagna sono sparsi e non forniscono alcun dettaglio tattico. Nell'autunno due eserciti barbarici, uno di Burgundi e Alemanni, l'altro di Chaibones ed Eruli, forzarono il limes renano ed entrarono in Gallia; il primo esercito morì di fame e malattia, mentre Massimiano intercettò e sconfisse il secondo.[91] In seguito a questi eventi il cesare stabilì il quartier generale sul Reno in previsione di future campagne,[92]

La questione persiana (286-287)[modifica | modifica wikitesto]
Moneta del re dei re Bahram II

Diocleziano svernò a Nicomedia.[93] E sembra che in questo periodo ci fosse una rivolta nelle province orientali, poiché egli fu costretto a portare dei coloni dalla provincia d'Asia per popolare i terreni agricoli svuotati della Tracia.[94] Visità quindi la provincia di Siria Palestina la primavera del 286,[95] Il Midrash ebraico suggerisce che lo stesso risiedesse a Panias (oggi Banias) sulle alture settentrionali del Golan.[96] La sua presenza in Oriente lo vide ottenere alcuni successi diplomatici con l'Impero sasanide: nel 287, Bahram II gli inviò doni preziosi, una dichiarazione di amicizia tra i due Imperi, e lo stesso Diocleziano venne invitato a fargli visita.[97] Fonti romane insistono sul fatto che ciò fu del tutto volontario.[98]

Attorno a questo periodo, forse nel 287,[99] i Sasanidi avevano abbandonato ogni pretesa sulla vicina Armenia ed avevano riconosciuto l'autorità di Roma ad ovest e a sud del fiume Tigri. La parte occidentale dell'Armenia era stata trasformata in provincia romana. Tiridate III, Arsacide, che reclamava il trono armeno e il fatto di essere cliente di Roma, era stato costretto a rifugiarsi nella capitale romana dopo la conquista persiana del 252-253. Nel 287, tornò a rivendicare la parte orientale dei suoi antichi domini senza incontrare alcuna opposizione.[100] I doni che Bahram II aveva fatto, vennero interpretati come i simboli di una vittoria romana sui Sasanidi, tanto che Diocleziano venne salutato come il "fondatore della pace eterna". Gli eventi potrebbero aver rappresentato la fine formale della campagna sasanide di Caro, che probabilmente era stata conclusa senza un vero e proprio trattato di pace.[101] Al termine delle discussioni con i Persiani-Sasanidi, Diocleziano riorganizzò la frontiera mesopotamica e fortificò la città di Circesium (Buseira, Siria) sull'Eufrate.[102]

Massimiano viene promosso Augusto (286)[modifica | modifica wikitesto]
Carausio: Antoniniano[103]
CARAUSIUS RIC V 204 - 2860388.jpg
IMP C C CARAVSIVUS P P I AUG, testa radiata e busto con corazza verso destra. CONCORDIA AVGGG, due imperatori uno di fronte all'altro, si stringono la mano destra; in esergo SPC.
23 mm, 4.24 g, 5 h (terza officina, zecca in Britannia: Londinium o Camulodunum), coniato forse nel 286-287 (celebra la concordia tra Carausio e i due Augusti).
Carausio: Antoniniano[104]
CARAUSIUS RIC V pt. 2.1- 621074.jpg
CARAVSIVS ET FRATRES SVI, teste con radiata e busto con corazza verso sinistra di Carausio, in mezzo a Diocleziano e Massimiano, definiti fratres (fratelli). PAX AVGGG, la Pace in piedi verso sinistra, tiene un ramo d'olivo e uno scettro verticale; in esergo S P/C.
4.16 g (terza officina, zecca di Camulodunum), coniato già dal 287.

Contemporaneamente in Occidente (nel 286), il prefetto della flotta del canale della Manica, il futuro usurpatore Carausio, che aveva come sede principale della flotta la città di Gesoriacum, riuscì a respingere gli attacchi dei pirati Franchi e Sassoni lungo le coste della Britannia e della Gallia Belgica,[105] mentre Massimiano sconfisse Burgundi ed Alemanni, come suggerisce un suo panegirico del 289.[106][107] Secondo alcune fonti letterarie, Carausio cominciò a tenere per se stesso i beni confiscati ai pirati. Massimiano emise allora una sentenza di morte nei confronti del suo infido subordinato, ma Carausio preferì fuggire dalla Gallia, si proclamò Augusto e condusse alla rivolta la Britannia e la Gallia nord-occidentale contro Massimiano e Diocleziano.[108]

Molto probabilmente, secondo le testimonianze archeologiche disponibili, Carausio aveva già sotto controllo alcune postazioni militari in Britannia[109] e una solida base di potere sia in Britannia, sia nella Gallia settentrionale (una moneta trovata a Rouen dimostra che questa zona continentale era già sotto il suo controllo all'inizio della rivolta), e che egli approfittò della mancanza di legittimità del governo centrale.[110] Carausio si sforzò di ottenere una legittimità da Diocleziano, come se fosse un cesare designato: nel suo conio (che aveva una qualità di gran lunga migliore di quella ufficiale, in particolare nei suoi pezzi d'argento) egli esaltava la "concordia" tra lui e il potere centrale (PAX AVGGG "la pace dei tre Augusti", si legge su una moneta di bronzo del 290, dove troviamo sul fronte l'immagine di Carausio insieme a quella Diocleziano e Massimiano, con la didascalia CARAVSIVS ET FRATRES SVI,"Carausio & i suoi fratelli").[111] Tuttavia, Diocleziano non poteva permettere ad un usurpatore di entrare a far parte del suo governo imperiale, come in passato era accaduto a Postumo, solo perché lo reclamava. Avrebbe costituito un pericoloso precedente, che poteva generare usurpazioni a non finire in tutto il resto dell'impero. E così Carausio doveva essere mandato via.[112]

Spinto dalla Crisi, Diocleziano elevò Massimiano ad Augusto il 1º aprile del 286,[113] chiamato Nobilissimus et frater.[114]La cronologia di quando Massimiano venne elevato ad Augusto rimane incerta.[115] Qualcuno suggerisce che Massimiano ottenne l'investitura ad Augusto fin da subito, senza aver mai detenuto la carica di Cesare;[116] altri ritengono che l'assunzione alla carica di Augusto sia avvenuta il 1º marzo 286.[117] Ma il 1º aprile del 286 rimane la datazione maggiormente usata dagli storici moderni.[113][118] La sua nomina risulta insolita, in quanto è impossibile che Diocleziano fosse presente all'evento. È stato persino ipotizzato che Massimiano avesse usurpato il titolo e che solo più tardi gli fu riconosciuto da Diocleziano, per evitare una nuova guerra civile.[119] Questa interpretazione ha avuto però scarsa considerazione, poiché è chiaro che Diocleziano avesse fin da principio stabilito che Massimiano potesse agire con una certa dose di indipendenza.[120] Questa scelta può essere invece stata dettata dalla necessità che Diocleziano volesse legare maggiormente a se Massimiano, associandolo al trono imperiale, evitando che quest'ultimo potesse stringere un patto con lo stesso Carausio.[121]

Diocleziano, che si considerava sotto la protezione di Giove (Iovio), mentre Massimiano era sotto la protezione "semplicemente" di Ercole (Erculio, figlio di Giove), manteneva però la supremazia.[72] Tale sistema, concepito da un soldato come Diocleziano, non poteva che essere estremamente gerarchizzato.[122]

Nuovi successi su Germani e Sarmati (287 - 289)[modifica | modifica wikitesto]

L'anno successivo (287), poiché Massimiano si rese conto che non era in grado di eliminare l'usurpatore, preferì dedicarsi a combattere le tribù germaniche d'oltre Reno.[123] E poiché Carausio si era alleato con i Franchi, le campagne militari di Massimiano sembra abbiano costituito un tentativo di negare l'autorità dell'imperatore separatista di Britannia e delle sue basi d'appoggio sulla terraferma.[124] Nuovi successi sono, infatti, confermati dal fatto che a Diocleziano fu rinnovato l'appellativo di "Germanicus maximus" per ben due volte nel corso dell'anno. I successi furono ottenuti dalle armate dell'altro augusto, Massimiano, contro Alemanni e Burgundi sull'alto Reno,[89][125][126] oltre a Sassoni e Franchi lungo il corso inferiore.[127]

La primavera del 288, mentre Massimiano era intento nei preparativi di una grande flotta per una spedizione contro Carausio, Diocleziano tornò dall'Oriente per incontrare Massimiano. I due imperatori concordarono una campagna congiunta contro gli Alemanni.[128] Diocleziano invase quindi la Germania Magna dalla Retia mentre Massimiano avanzò da Mogontiacum (Magonza). Ciascun imperatore portò distruzione man mano che avanzava nel territorio nemico, bruciando raccolti e mezzi di sostentamento delle popolazioni germaniche.[129] Questi successi portarono all'annessione di nuovi territori e permisero a Massimiano di continuare nei suoi preparativi contro Carausio senza ulteriori impedimenti.[130] La fine del 288 registra la quarta acclamazione di Diocleziano quale "Germanicus maximus",[89][131] E sempre questo stesso anno Massimiano riuscì a catturare il re dei Franchi Sali, Gennobaude, e a ottenere la restituzione di tutti i prigionieri romani. A completamento dell'opera di pacificazione, dislocò alcuni Franchi nei territori circostanti Augusta Treverorum e Bavai.[132][133]

Di ritorno in Oriente, Diocleziano si trovò nuovamente impegnato in una nuova e rapida campagna contro i Sarmati. Nessun dettaglio ci è tramandato, se non che ci sono pervenute alcune iscrizioni dove si afferma che Diocleziano venne salutato per la seconda volta con il titolo vittorioso di Sarmaticus Maximus (nel 289).[134][86][89] Contemporaneamente un altro successo sugli Alemanni fu celebrato dal futuro cesare, Costanzo Cloro.[135][136]

Tra Oriente e Occidente (290-293)[modifica | modifica wikitesto]
Istanbul - Museo archeol. - Diocleziano (284-305 d.C.) - Foto G. Dall'Orto 28-5-2006 (cropped enhanced).jpg MSR - Tête de l'empreur Maximien Hercule - Inv 34 b (cropped).jpg
Testa di Diocleziano, Augusto Giovio (Musei archeologici di Istanbul) Testa di Massimiano, Augusto Erculeo (Museo Saint-Raymond)

In Oriente, Diocleziano una serie di azioni diplomatiche con le tribù del deserto che si trovavano nelle regioni comprese tra Roma e la Persia. Potrebbe essere stato un tentativo per renderli alleati a Roma, facendo così rivivere la vecchia amicizia romana nella sfera di influenza palmirena,[137] o semplicemente cercando di ridurre la frequenza delle loro incursioni.[138] Nessun dettaglio è sopravvissuto di questi eventi.[139] Alcuni di questi principi erano stati clienti dei re persini, un fatto inquietante alla luce delle crescenti tensioni con i Sasanidi.[140] Nel 290 furono menzionati per la prima volta i Saraceni, tribù araba stanziata nella penisola del Sinai, i quali, dopo aver tentato di invadere la Siria, furono battuti dalle armate di Diocleziano.[87][141]

In Occidente intanto, Massimiano aveva perduto la frlotta appena costruita nel 288 e 289, probabilmente nella primavera del 290. I panegyrici latini riferiscono che la causa della perdita fu una tempesta,[142] ma questo potrebbe essere semplicemente un tentativo di nascondere una sconfitta militare imbarazzante.[143] Diocleziano interruppe il suo viaggio nelle province orientali subito dopo e tornò rapidamente verso l'Occidente, raggiungendo Emesa il 10 maggio del 290,[144] e Sirmium sul Danubio dal 1º luglio del 290.[145]

Diocleziano incontrò Massimiano a Mediolanum (Milano) nell'inverno del 290–91, verso il tardo dicembre del 290 oppure nel gennaio del 291.[146] L'incontro fu realizzato con un senso di fastosità solenne. Gli imperatori trascorsero la maggior parte del loro tempo in apparizioni pubbliche. Si è ipotizzato che le cerimonie fossero organizzate per dimostrare il sostegno continuo di Diocleziano al suo collega in difficoltà,[137] mentre una delegazione proveniente dal Senato romano incontrò i due imperatori, che troppo spesso avevano snobbato la capitale dell'Impero romano e dove Mediolanum era stata preferita a Roma stessa.[147] Ma era ormai consuetudine da lungo tempo che Roma fosse utilizzata solo come una capitale "cerimoniale", mentre la sede amministrativa fosse determinata dalle esigenze di difesa dei confini imperiali. Già molto tempo prima di Diocleziano, Gallieno (253 - 268), aveva scelto Mediolanum come suo quartier generale.[148] Se il panegirico descrive nei dettagli la cerimonia, seconda la quale il vero centro dell'impero non era Roma, ma dove l'imperatore si trovava («la capitale dell'impero sembrava fosse lì, dove i due imperatori si erano incontrati»),[149] ciò fa semplicemente eco a quanto aveva anticipato lo storico Erodiano agli inizi del III secolo, secondo il quale «Rome si trovava dov'era l'imperatore».[148] Durante l'incontro, le decisioni in materia di politica e guerra vennero probabilmente prese in gran segreto.[150] Gli Augusti non si incontrarono più almeno fino al 303.[137]

Tetrarchia (293 - 305)[modifica | modifica wikitesto]

Nascita della tetrarchia (293)[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Tetrarchia.
Romuliana Galerius head.jpg Altes Museum Constantius Chlorus scontornato png.png
Testa di Galerio, Cesare Giovio (Musei archeologici di Istanbul) Testa di Costanzo Cloro, Cesare Erculeo (Museo Saint-Raymond)

Qualche tempo dopo il suo ritorno, e prima del 293, Diocleziano trasferì il comando della guerra contro Carausio da Massimiano a Flavio Costanzo, un ex governatore della Dalmazia, uomo di grande esperienza militare che risaliva alle campagne di Aureliano contro Zenobia (272-273). Egli era il prefetto del pretorio di Massimiano in Gallia, e il marito della figlia di Massimiano, Teodora. Il 1º marzo del 293 a Mediolanum (Milano), Massimiano diede a Costanzo il titolo di cesare.[151] Nella primavera del 293, a Philippopolis (Plovdiv, Bulgaria) oppure a Sirmium, Diocleziano fece la stessa cosa con Galerio, marito della figlia di Diocleziano, Valeria, e forse suo prefetto del pretorio.[152] A Costanzo vennero assegnat Gallia e Britannia; a Galerio Siria, Palestina, Egitto e la responsabilità per i confini orientali.[153]

Questo nuovo assetto dello stato è chiamato tetrarchia, che in greco antico significava «dominio dei quattro».[154] I tetrarchi era più o meno sovrani nei loro territori; viaggiavano con le loro stesse corti imperiali, amministratori, segretari e armate.[155] Si erano uniti grazie a matrimoni combinati e legami di sangue; Diocleziano e Massimiano erano come due fratelli. I due Augusti adottarono formalmente Galerio e Costanzo come figli nel 293. Queste relazioni implicavano una linea di successione. Galerio e Costanzo sarebbero diventati Augusti dopo l'abbandono di Diocleziano e Massimiano. Il figlio di Massimiano, Massenzio, e quello di Costanzo Costantino sarebbero divenuti cesari. In preparazione degli incarichi futuri, Costantino e Massenzio erano stati mandati alla corte di Diocleziano a Nicomedia.[156]

Fine della secessione in Britannia (293 - 296)[modifica | modifica wikitesto]

Diocleziano ricevette la quinta acclamazione come "Germanicus maximus" in seguito ai successi riportati da Costanzo Cloro (nel 293), il quale dopo aver marciato su per la costa fino agli estuari di Reno e Schelda, riportò una vittoria sugli alleati franchi del ribelle Carausio.[157] Poco prima della sua elevazione a Cesare, Costanzo aveva infatti proceduto a tagliare fuori Carausio dalla sua base di appoggio in Gallia, recuperando Boulogne dopo un assedio particolarmente sanguinoso. Questo successo si tradusse, poco dopo, nell'assassinio di Carausio, il quale fu sostituito da un suo collaboratore, Aletto, che avrebbe resistito per altri tre anni nella roccaforte della Britannia,[158] fino a quando una doppia invasione navale provocò la sua definitiva sconfitta e morte per mano del prefetto del pretorio di Costanzo, Giulio Asclepiodoto, nel corso di una battaglia terrestre nei pressi di Farnham. Lo stesso Costanzo, dopo lo sbarco avvenuto nel sud-est dell'isola, liberò Londinium (Londra) dal saccheggio dei disertori Franchi di Alletto, meritandosi per questo il ruolo di liberatore della Britannia (Redditor Lucis Aeternae), il "restauratore della luce eterna di Roma", come è mostrato nel famoso medaglione dove la personificazione di Londinium supporta Costanzo a cavallo.[159]

Lungo i limes occidentali di Reno e Africa (297 - 302)[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi limes renano e limes africano.
Arco trionfale della tetrarchia a Sbeitla (Tunisia)

La soppressione di questa minaccia alla legittimità dei Tetrarchi consentì a Costanzo e Massimiano di concentrarsi sulle minacce esterne: dal 297 Costanzo tornò di nuovo sul Reno contro i pirati Franchi e gli Alemanni, mentre Massimiano fu impegnato in una campagna militare su vasta scala, prima lungo il Danubio e poi in Africa, contro le popolazioni nomadi, facendo probabilmente un ingresso trionfale in Cartagine, il 10 marzo 298.[160]

Nel 297, Costanzo Cloro, dopo aver riorganizzato la Britannia con il suo Augusto, Massimiano, ripopolò il territorio un tempo abitato dai Batavi, con i Franchi Sali provenienti dalla Frisia.[161] L'anno seguente (298), ancora il Cesare, Costanzo, cui era stata affidata la frontiera renana, riuscì a battere la coalizione degli Alemanni in due importanti scontri (battaglia di Lingones e battaglia di Vindonissa), rafforzando questo tratto di confine almeno per qualche decennio.[161]

« Nello stesso periodo il cesare Costanzo Cloro combatté in Gallia con fortuna. Presso i Lingoni in un solo giorno sperimentò la cattiva e la buona sorte. Poiché i barbari avanzavano velocemente, fu costretto ad entrare in città, e per la necessità di chiudere le porte tanto in fretta, da essere issato sulle mura con delle funi, ma in sole cinque ore arrivando l'esercito fece a pezzi circa sessantamila Alemanni. »
(Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9, 23.)

Il 301 vide un nuovo successo sulle tribù germaniche, confermato dalla sesta acclamazione ricevuta da Diocleziano di "Germanicus maximus",[89][162] mentre l'anno successivo (302), sembra che fu combattuta una nuova battaglia presso Vindonissa, dove, ancora una volta, le armate romane ebbero la meglio su quelle di Alemanni e Burgundi, ma forse potrebbe trattarsi della stessa battaglia combattuta nel 298.[107]

Lungo invece il fronte africano, le fonti raccontano che una rivolta scoppiata nel 293 tra i Quinquegentiani, fu domata solo quattro anni più tardi da Massimiano.[163] Egli infatti con la fine del 297, partito per la Mauretania (con un esercito formato da contingenti della guardia pretoriana, legionari di Aquileia, egiziani e danubiani, ausiliari galli e germani e reclute della Tracia),[164] riuscì a respingere le tribù dei Mauri[165] ed a debellare quella dei Quinquegentiani, che erano penetrati anche in Numidia.[166] Nel 297 Massimiano diede inizio ad una sanguinosa offensiva contro i Berberi. La campagna fu lunga.[167] Non contento di averli ricacciati nelle loro terre d'origine tra le montagne dell'Atlante, da dove avrebbero potuto proseguire gli attacchi, Massimiano si avventurò in profondità nel territorio nemico infliggendo loro quanto più danno possibile a scopo punitivo, e devastandone i loro territori e respingendoli fino al Sahara. L'anno successivo (298) rinforzò le difese della frontiera africana dalle Mauritanie alla provincia d'Africa.[168]

Tuttavia, il fallimento di Massimiano con Carausio e Aletto, aveva messo in discussione la posizione del figlio, Massenzio, come erede destinato al posto di suo padre come Augusto d'Occidente, con il figlio di Costanzo, Costantino, che appariva come un rivale pretendente alla porpora imperiale.[169]

Lungo il limes danubiano (293 - 303)[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi limes danubiano.
Galerio: Argenteo[170]
Galerius Argenteus 295 859322.jpg
MAXIMIANVS CAES, testa laureata a destra con drappeggio sulle spalle. VICTORIA SARMAT, i quattro tetrarchi sacrificano sopra un tripode davanti ad una città con sei torri; Γ sotto.
18 mm, 3.33 g, coniato nel 295-297 (celebra la vittoria sarmatica di Galerio del 294).

Diocleziano trascorse la primavera del 293 a viaggiare con Galerio da Sirmium (Sremska Mitrovica, Serbia) a Byzantium (Istanbul, Turchia). Poi, nell'ottobre di quell'anno, tornò a Sirmium, dove rimase per l'inverno e la primavera successiva, per organizzare una nuova campagna militare contro i sarmati Iazigi.[86][89] L'anno successivo (294), infatti, condusse una campagna contro i Sarmati, forse fino all'autunno,[171] riportando una vittoria su queste genti. Questa sconfitta mantenne le province danubiane tranquille per un lungo periodo successivo e gli fruttò la terza acclamazione a "Sarmaticus maximus".[86][89][172] E sempre a questo stesso anno risalirebbero altri successi sulle popolazioni dei Goti.[173]

Contemporaneamente Diocleziano iniziò la costruzione di alcuni forti a nord del Danubio,[174] ad Aquincum (Budapest, Ungheria), Bononia (Vidin, Bulgaria), Ulcisia Vetera, Castra Florentium, Intercisa (Dunaújváros, Ungheria) e a Onagrinum (Begeč, Serbia). I nuovi forti fecero parte di una nuova linea difensiva chiamata Ripa sarmatica.[175]

Nel 295 e nell'estate del 296 Diocleziano condusse nuove campagne militari nella regione danubiana, vincendo questa volta i Carpi.[176] Questo popolo non fu solo sconfitto dalle armate di Diocleziano e Galerio, ma fu in parte trasferito in territorio romano, come era già accaduto al tempo di Aureliano.[177]

Il 297 vide il breve ritorno lungo la frontiera danubiana dell'altro Augusto, Massimiano, il quale era stato costretto a recarsi su questo tratto di limes a causa dell'assenza contemporanea di Diocleziano e Galerio, impegnati in Oriente contro i Persiani. Egli riuscì a respingere una nuova invasione di Carpi lungo il basso corso del Danubio.[178] E il 298 vide un nuovo successo sulle tribù gotiche è confermato dall'acclamazione ricevuta da Diocleziano a "Gothicus maximus".[179]

Più tardi nel 299, Diocleziano e Galerio, una volta terminate le operazioni in Oriente si concentrarono nel difendere i confini danubiani della Mesia inferiore, conducendo una campagna contro Carpi,[180] Bastarni e Sarmati (presumibilmente si trattava dei Roxolani).[181] Una grande quantità di persone appartenenti a questi popoli fu fatta prigionieri e trasferita all'interno delle frontiere imperiali (nella Pannonia a nord del fiume Drava, come sembra suggerire Ammiano Marcellino[182]). Nel 300, veniva decretata la quarta acclamazione imperiale di "Sarmaticus maximus" a Diocleziano per i successi conseguiti l'anno precedente, ancora sulle tribù sarmatiche.[89][183]

Nel 302, una volta che Diocleziano era stato costretto a tornare in Oriente, fu Galerio a condurre una nuova campagna vittorioso sul Danubio.[184] Con la fine del suo regno, Diocleziano era riuscito a rendere sicure le frontiere per l'intera lunghezza del Danubio, fornendole di nuove fortezze, teste di ponte, ampie strade e città dotate di mura, e inviando quindici o più legioni a pattugliare la regione; una scritta rinvenuta a Sexaginta Prista, sul basso Danubio, esaltava la restaurata tranquilitas della regione.[185] I costi della difesa lievitarono in modo significativo, ma si ebbero importanti risultati in una zona difficile da difendere.[186]

Rivolta in Egitto (293 - 298)[modifica | modifica wikitesto]
Tempio traianeo sull'isola di Philae, il nuovo confine meridionale tra Nobati e Blemmi e la provincia romana d'Egitto[187]

Galerio fu impegnato in controversie dell'Alto Egitto (tra il 291 e il 293), dove fu costretto a sopprimere una rivolta regionale.[188] Poi fece ritorno in Siria nel 295 per combattere una nuova minaccia dell'Impero sasanide.[189] I tentativi di Diocleziano di portare la tassazione egiziana ai livelli di quelle delle altre province romane generò malcontento tra la popolazione, e scoppiò una rivolta subito dopo la partenza di Galerio.[190] L'usurpatore Domizio Domiziano dichiarò se stesso augustus nel luglio/agosto del 297. La maggior parte dell'Egitto, compresa Alessandria, lo riconobbe come tale.[189] Diocleziano decise di recarsi in Egitto per sopprimerlo, prima di tutto ponendo fine alla rivolta nella Tebaide (autunno 297),[171] poi muovendo su Alessandria, che venne così assediata. Domiziano morì nel dicembre del 297,[191] permettendo a Diocleziano di avere il controllo sull'intero Egitto. Solo Alessandria resistette fino a marzo del 298, grazie alle difese predisposte dal precedente corrector Aurelio Achilleo,[192] ma poi dovette cedere e venne saccheggiata. Al termine della rivolta fu ripristinata la circolazione lungo le coste del Mar Rosso, ma i territori del Dodecascheno furono abbandonati ed affidati ai Nobati, come foederati contro i Blemmi.[193]

Questioni burocratiche vennero completate durante la permanenza di Diocleziano:[194] ebbe luogo un censimento, e Alessandria, punita per la sua ribellione, perdette la sua capacità di battere moneta.[195] Le riforma di Diocleziano nella regione, combinata con quanto era già stato avviato da Settimio Severo, portarono le pratiche amministrative egiziane ad essere molto più simili a quelle delle altre province.[196] Egli viaggiò verso sud lungo il Nilo l'estate successiva, dove visitò Ossirinco ed Elefantina.[195] In Nubia, egli fece pace con le popolazioni dei Nobati e dei Blemmi. Sotto l'egida di un trattato di pace, egli mosse le frontiere verso nord a Philae, mentre le due popolazioni ricevettero un donativo annulae in oro. Subito dopo il trattato, Diocleziano lasciò l'Africa, muovendo dall'alto Egitto (settembre del 298) alla Siria (febbraio del 299). Incontrò, quindi, Galerio in Mesopotamia.[187]

Guerra con la Persia (296 - 298)[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagne sasanidi di Galerio, limes orientale e Strata diocletiana.
Offensiva persiana e controffensiva romana

Nel 294, Narsete, figlio di Sapore I, era succeduto al padre nella dinastia sasanide. Egli eliminò Bahram III, un giovane uomo messo sul trono dopo la morte di Bahram II, avvenuta nel 293.[197] Agli inizi del 294, Narsete inviò una serie di doni a Diocleziano, come si usava fare normalmente tra i due imperi, e l'Augusto romano rispose con uno scambio di ambascerie. In Persia, tuttavia, Narsete distrusse ogni traccia del predecessore dai monumenti pubblici, in una sorta di damnatio memoriae. Egli cercava di andare ad assomigliare ai re guerrieri, Ardashir I (regno 226-41) e Shapur I (regno 241–72), dove quest'ultimo era riuscito a saccheggiare Antiochia di Siria e aveva fatto prigioniero l'imperatore romano, Valeriano (regno 253–60) abbellendo poi il suo tempio di guerra.[198]

Dettaglio di Galerio che attacca Narsete sull'omonimo arco di Tessalonica (Grecia), sede dove Galerio effettuò i suoi principali atti amministrativi[199]

Narsete dichiarò guerra a Roma nel 295 o nel 296. Sembra che per prima cosa invase la parte occidentale dell'Armenia, regno cliente di roma, dove occupò i territori affidati dai Romani a Tiridate dopo la pace del 287.[200] Il re sasanide mosse poi verso sud, all'interno della provincia romana di Mesopotamia nel 297, dove inflisse una severa sconfitta a Galerio, accorso con l'armata romana nella regione tra Carrhae (Harran, Turchia) e Callinicum (Al-Raqqa, Siria),[201] che lo storico Fergus Millar identifica probabilmente lungo il fiume Balikh.[202] Diocleziano potrebbe essere stato presente alla battaglia,[203] ma si chiamò fuori da ogni genere di responsabilità. In una pubblica cerimonia tenutasi ad Antiochia di Siria, la versione ufficiale degli eventi fu chiara: Galerio era il responsabile della sconfitta, non Diocleziano. L'Augusto romano pubblicamente umiliò il suo Cesare, costringendolo a camminare per un miglio alla testa della carovana, in abiti di porpora imperiale.[204] È possibile che la posizione di Galerio alla testa della carovana imperiale rientrasse in una normale processione imperiale, per mostrare ai sudditi la deferenza del Cesare nei confronti del suo Augusto, e non un modo per umiliarlo.[205]

Galerio riuscì a convincere Dioclezano a dargli una seconda occasione. Probabilmente nella primavera del 298, la sua armata venne rinforzata da tutta una serie di vexillationes provenienti dal limes danubiano.[206] Narsete rimase ad aspettare le mosse della controffensiva romana, che prevedeva un attacco dall'Armenia in Mesopotamia settentrionale.[207] Secondo quanto ci tramanda Fausto di Bisanzio, vi sarebbe stata una battaglia, dopo che Galerio dispose a Satala (Sadak, Turkey) in Armenia minore, il suo quartier generale, e Narsete avanzò dalla sua base di Oskha per attaccare.[208] Altre storie del periodo non fanno riferimento a quest'ultima notizia. Non è chiaro poi, se Diocleziano fosse presente alla campagna militare del suo Cesare o meno; egli potrebbe essere invece tornato in Egitto o in Siria. Lattanzio critica Diocleziano per la sua assenza dal fronte,[209] ma Southern, che data la campagna africana di Diocleziano un anno prima di Barnes, pone Diocleziano nelle retrovie, a supporto di Galerio lungo il fronte meridionale.[210] Narsete fu così costretto a ritirarsi in Armenia per combattere l'armata di Galerio, in netto svantaggio; il terreno armeno, particolarmente accidentato, era magiormente favorevole alla fanteria legionaria romana, che non alla cavalleria sasanide. Galerio riuscì a battere l'avversatio persiano in due successive battaglie. Durante il secondo scontro, le forze romane riuscirono ad impossessarsi del campo di Narsete, dei suoi tesori, del suo harem e di sua moglie.[211] Galeriò continuò l'avanzata verso il basso corso del Tigri, e occupò la capitale persiana di Ctesifonte, prima di far ritorno nei territori romani lungo il fiume Eufrate.[212]

Negoziati di pace
Gli Augusti sono seduti, circondati dai rispettivi Cesari. A sinistra si vede un gruppo di prigionieri sasanidi, due dei quali hanno il culto dell'imperatore. La composizione si concentra sulla compassione ed il perdono da parte del vincitore romano al sasanide sconfitto (arco di Galerio, Tessalonica, Grecia).

Nonostante ciò fu richiamato da Diocleziano, che se ne stava nelle retrovie con un esercito di riserva, per intavolare trattative di pace col nemico. Narsete inviò allora ambasciatori a Galerio per chiedere la restituzione delle mogli e dei figli fatti prigionieri durante la guerra, ma il Cesare li mandò via.[213] I negoziati di pace veri e propri iniziarono nella primavera del 299. Il magister memoriae (segretario) di Diocleziano e Galerio, Sicorio Probo, venne inviato dal re sasanide per presentate i termini.[213] Le condizioni della pace di Nisibis erano pesanti:[214] l'Armenia doveva tornare sotto il dominio romano con il forte di Ziatha lungo il confine; l'Iberia caucasica sarebbe stata posta sotto il controllo di un incaricato di Roma; Nisibis, ora sotto il dominio romano, sarebbe diventata la sola città preposta agli scambi tra i due imperi; e Roma avrebbe esercitato il controllo su cinque satrapie tra il Tigri e l'Armenia: Ingilene, Sophanene (Sofene), Arzanene (Aghdznik), Corduene (Carduene), and Zabdicene (presso la moderna Hakkâri, Turchia). Queste regioni includevano il passaggio del Tigri attraverso la catena dell'Anti-Tauro; il passo di Bitlis, il percorso più veloce attraverso l'Armenia persiana; e l'accesso alla regione di Tur Abdin.[215] Queste vittorie garantirono un periodo relativamente lungo di tranquillità, durante il quale Diocleziano poté attuare una drastica ma decisiva riforma dell'esercito che segnò tutto il tardo impero romano.

Una linea di territori contenenti una serie di tarde roccaforti tra Amida (Diyarbakır, Turchia) e Bezabde passò sotto il controllo romano.[216] Con questi territori Roma ottenne delle postazioni a nord di Ctesifonte, riuscendo a ridurre il rischio di invasione da parte delle forze persiane lungo questo tratto di frontiera.[214] Molte città ad est del Tigri passarono sotto il controllo dei Romani, comprese Tigranocerta, Saird, Martiropoli, Balalesa, Moxos, Daudia, e Arzan – sebbene non sia chiaro sotto quale stato fosse.[216] Dopo aver siglato il trattato di pace, Tiridate III di Armenia ottenne nuovamente il suo trono e la sua discendenza.[213] Roma si assicurò una vasta zona di infuenza culturale, che portò ad un'ampia diffusione del cristianesimo siriaco dal centro di Nisibis nei secoli successivi, e alla cristianizzazione dell'Armenia.[214]

E sempre a questo periodo si deve la costruzione di una nuova linea di fortificazioni: la strata Diocletiana. Si trattava di una via militaris, lungo il cosiddetto tratto di limes arabicus, e quindi comprendente forti, fortini e torri di avvistamento, e che rimase in uso fino al VI secolo. La strada era munita di una lunga serie di fortificazioni, costruite tutte allo stesso modo: si trattava di castra rettangolari con mura molto spesse e con torri sporgenti verso l'esterno. Erano situate normalmente ad un giorno di marcia (ca. 20 miglia romane) le une dalle altre. Il percorso cominciava presso l'Eufrate a Sura, lungo il confine prospiciente il nemico sasanide, e continuava verso sud-ovest, passando prima per Palmira e poi per Damasco e congiungendosi, quindi, con la Via Traiana Nova. Vi era poi una diramazione che si spingeva ad est dell'Hauran, per Imtan, fino all'oasi di Qasr Azraq. Si trattava in sostanza di un sistema continuo di fortificazioni che dall'Eufrate collegava il Mar Rosso presso Aila.

Diocleziano e il Cristianesimo (303-305)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Persecuzione dei cristiani sotto Diocleziano.
Prime persecuzioni (299-302)[modifica | modifica wikitesto]
Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro lungo la Via Labicana. Cristo tra Pietro e Paolo. Ai loro lati i martiri Gorgonio, Pietro, Marcellino e Tiburzio.

Dopo aver siglato con il sovrano sasanide, la pace di Nisibis, Diocleziano e Galerio tornarono ad Antiochia di Siria.[217] Durante quell'anno (nel 299), gli imperatori presero parte ad una cerimonia di sacrificio e divinazione con la prospettiva di predire il futuro. Gli aruspici non furono in grado di leggere le viscere degli animali sacrificati e accusarono i cristiani presenti all'interno della corte imperiale. Gli imperatori allora, ordinarono che tutti i membri della corte eseguissero un sacrificio per purificare il palazzo. Inviarono, quindi, lettere ai vari comandi militari, chiedendo che l'intero esercito eseguisse i sacrifici richiesti e, chi si fosse rifiutato, fosse espulso.[218] Diocleziano era un conservatore in materia religiosa, un uomo dedito ai valori tradizionali del pantheon romano e alla richiesta di purificazione religiosa,[219] ma Eusebio, Lattanzio e Constantino ritenevano che fosse Galerio, non Diocleziano, il principale fautore della persecuzione contro i cristiani.[220] Galerio, ancor più devoto e passionale di Diocleziano, vide nella persecuzione un vantaggio politico. Fu così disposto a rompere con la precedente politica del governo imperiale di tacita tollearnza.[221]

Antiochia fu la residenza imperiale principale di Diocleziano dal 299 al 302, mentre Galerio preferì utilizzare diverse sedi anche insieme al suo Augusto lungo la frontiera del medio-basso Danubio.[222] Diocleziano visito ancora una volta l'Egitto nell'inverno del 301–302, e concesse un sussidio in grano ad Alessandria.[221] In seguito ad alcune pubbliche controversie con i Manichei, l'Augusto ordinò che i capi dei seguaci di Mani fossero bruciati vivi insieme alle loro scritture. Il 31 marzo del 302, come riportato in un rescritto di Alessandria, egli dichiarò che i manichei di basso ceto sociale fossero messi a morte, quelli di alto rango fossero inviati a lavorare nelle miniere del Proconneso (isole del Mar di Marmara, Turchia) o in quelle di Phaeno nel sud della Palestina. Tutte le proprietà dei manichei furono poi confiscate e depositate nel tesoro imperiale.[223] Diocleziano trovò molto offensivo il credo della religione manichea: la sua novità, le sue origini straniere, il modo in cui corrompesse la morale della razza romana, e la sua opposizione alle preesistenti tradizioni religiose.[224] Il manicheismo era pure sostenuto dall'impero persioano di quel periodo, aggravando così il dissenso religioso nella politica internazionale.[225] A parte il sostegno persiano, le ragioni per le quali all'Augusto non piaceva il manicheismo, furono le stesse applicate, se non proprio così, ai cristiani, il suo obbiettivo successivo.[226]

Grande persecuzione (303-305)[modifica | modifica wikitesto]
I nomi di quattro martiri della "grande persecuzione" - Zoticos, Attalos, Kamasis, Filippos - sulla loro tomba, nella cripta della chiesa paleocristiana di Niculiţel, in Romania.

Diocleziano tornò ad Antiochia nell'autunno del 302. Ordinò che al diacono, Romano di Cesarea, gli fosse tolta la lingua per aver sfidato i tribunali imperiali e per aver interrotto i sacrifici ufficiali. Romano venne mandato in prigione, dove fu messo a morte il 17 novembre del 303. L'Augusto lo ritenne colpevole di essere un arrogante; poi lasciò la città per recarsi a Nicomedia, accompagnato da Galerio, dove trascorse l'inverno.[227] Secondo quanto ci ha tramandato Lattanzio, i due imperatori discussero sulla politica imperiale da tenere nei confronti dei cristiani. Diocleziano riteneva che sarebbe stato sufficiente vietare ai cristiani la carriera amministrativa e militare per placare gli dei, ma Galerio spinse l'Augusto allo sterminio di questa setta. La riluttanza di Diocleziano ad agire nei confronti dei Cristiani fu vinta dalle insistenze di Galerio, che lo convinse a radunare un consiglio sull'argomento. Per quanto manchino testimonianze precise di quelle riunioni, gli argomenti che piegarono i dubbi dell'imperatore furono certamente quelli cari a Galerio: i Cristiani avevano creato uno Stato nello Stato, che era già governato da proprie leggi e magistrati, possedeva un tesoro e manteneva la coesione grazie alle frequenti riunioni tenute dai vescovi, ai cui decreti le comunità obbedivano ciecamente; occorreva intervenire prima che acquistassero anche una forza militare[228] I due uomini cercarono anche il consiglio del Didymaion, l'oracolo di Apollo di Didyma.[229] L'oracolo rispose che, a causa degli "empi" sulla Terra, Apollo non era ingrado di dare il suo aiuto.[230] Diocleziano si fece convincere da alcuni membri della corte imperiale, che questi empi, non potevano che essere i cristiani. Fu così che Diocleziano aderì alle richieste di persecuzione universale.[231]

La persecuzione iniziò il 23 febbraio del 303, e fu condotta con grande ferocia, soprattutto in Oriente, dove la religione cristiana era ormai notevolmente diffusa. Il primo editto venne affisso nella capitale, Nicomedia,[232] e ordinava:[233]

a) il rogo dei libri sacri, la confisca dei beni delle chiese e la loro distruzione;[234]
b) il divieto per i cristiani di riunirsi e di tentare qualunque tipo di difesa in azioni giuridiche;[234]
c) la perdita di carica e privilegi per i cristiani di alto rango, l'impossibilità di raggiungere onori ed impieghi per i nati liberi, e di poter ottenere la libertà per gli schiavi;
d) l'arresto di alcuni funzionari statali.[235]

Questa nuova forma di persecuzione, basata su precise norme di legge, da un lato esasperò gli animi dei Cristiani, da un altro era soggetta ad abusi ed atti di violenza da parte dei non cristiani, che comunque lo Stato non poteva tollerare. Nel giro di pochi giorni, prima della fine di febbraio, per due volte il palazzo e le stanze di Diocleziano subirono un incendio.[236] La strana coincidenza fu considerata prova della dolosità dei due eventi, ed il sospetto, fagocitato da Galerio, ricadde ovviamente sui Cristiani. Venne allora promossa un'indagine, ma diede esisto negativo, poiché nessun responsabile venne trovato. Diocleziano, sentendosi minacciato in prima persona, abbandonò ogni residua prudenza ed irrigidì la persecuzione. Nonostante i numerosi arresti, torture ed esecuzioni ovunque, sia nel palazzo che nella città, non fu possibile estorcere alcuna confessione di responsabilità nel complotto. Ad alcuni apparve però sospetta la frettolosa partenza di Galerio dalla città, che fu giustificata con il timore di restare vittima dell'odio dei cristiani.[237] Vennero inizialmente messi a morte gli eunuchi di corte, Doroteo e Gorgonio. Il cubicolario, Pietro, fu spogliato, innalzato e flagellato. Sale e aceto vennero versati sulle sue ferite, e lentamente venne messo sul fuoco e fatto bollire fino alla morte. Le esecuzioni continuarono fino almeno al 24 aprile del 303, quando sei persone, incluso il vescovo Antimo di Nicomedia, furono decapitate.[238] Dopo il secondo incendio, scoppiato sedici giorni dopo il primo, Galerio abbandonò la città per Roma, dichiarando Nicomedia insicura,[236] e poco dopo anche Diocleziano lo seguì.[238]

Acquaforte di Jan Luyken raffigurante la Persecuzione degli imperatori Diocleziano e Massimiano (Eeghen 686)

Forse per l'iniziale scarsa animosità nei confronti della persecuzione da parte di Diocleziano, che voleva magari verificarne gli esiti personalmente prima di dover intervenire su larga scala, stranamente l'editto impiegò quasi due mesi per arrivare in Siria e quattro per essere reso pubblico in Africa. Nelle varie parti dell'impero i magistrati e i governatori applicarono comunque con varia severità (e a volte con mitezza) il decreto, ma le vittime e le distruzioni delle chiese furono numerose, come numerosi furono i roghi dei libri sacri (che però, grazie alla loro diffusione, non ottennero il risultato voluto).[239] Questo editto fu seguito da altri, nei quali si comminavano pene sempre più gravi, dapprima nei confronti dei funzionari pubblici, e quindi di tutti i cittadini di fede cristiana.[240] Malgrado il crescendo delle persecuzioni, queste risultarono infruttuose. La maggior parte dei cristiani che riuscirono a fuggire, e anche i pagani, risultarono generalmente indifferenti alla persecuzione. Le sofferenze dei martiri rafforzarono la determinazione dei loro fratelli cristiani.[241]

Eusebio definirà una vera guerra gli anni che seguirono: molti furono i lapsi, ma anche i martiri.[242]. Il maggior numero di vittime si ebbe nell'area controllata da Diocleziano (Asia minore, Siria, Egitto), dove i cristiani erano molto numerosi; nei meno cristianizzati Balcani il cesare Galerio, spesso indicato come l'ispiratore della persecuzione, fu egualmente duro. Anche in Italia e in Africa Occidentale, governata dall'augusto Massimiano, le violenze furono dure e si contarono molti martiri, anche se il quarto editto fu applicato in modo limitato; invece in Britannia e Gallia il cesare Costanzo Cloro, padre di Costantino I, applicò solo il primo editto[243]. A proposito dei martiri di questo periodo sono rimaste testimonianze epigrafiche ed agiografie ritenute autentiche[244]

La persecuzione prese forma in un periodo nel quale il cristianesimo era ormai radicato nell'impero (si stima che all'inizio del regno di Diocleziano circa il 10% della popolazione dell'impero fosse cristiana[240]); non mancavano però le resistenze: verso il 300 circolavano numerose pubblicazioni anticristiane, che spaziavano dal filosofico al triviale[240]. Diocleziano fu in genere tollerante nei confronti degli avversari politici, ma si dimostrò molto rigido nei confronti di quelle che considerava deviazioni intellettuali: nel 297 si rivolse ad esempio contro i manichei. Il difficile equilibrio con il cristianesimo resse fino al 303. Per spiegare l'avvio della persecuzione sono state proposte diverse motivazioni: rafforzamento dei pregiudizi[240], interessi economici, reazione alla cristianizzazione dell'Armenia.

All'abdicazione di Diocleziano, nel 305, la persecuzione non aveva ottenuto i risultati sperati, ma gli attacchi contro i cristiani vennero portati avanti da Galerio, anche se in modo intermittente, fino al 311.[245] Durante la persecuzione i cristiani trovarono, in molte località, protezione anche presso i vicini pagani, segno di una crescente tolleranza popolare nei confronti della nuova religione.[240] L'apostasia temporanea di alcuni cristiani, e la consegna delle scritture, durante la persecuzione giocò un ruolo importante nella successiva controversia donatista.[246] Entro i venticinque anni dall'inizio delle presecuzioni, l'imperatore cristiano Costantino, avrebbe governato da solo l'impero. Egli avrebbe invertito le conseguenze degli editti, restituendo tutti i beni confiscati in precedenza ai cristiani.[247] Sotto il suo regno, il cristianesimo sarebbe divenuta la religione imperiale favorita.[248] Diocleziano fu demonizzato dai suoi successori cristiani: Lattanzio fece intuire che l'ascesa dello stesso fosse il preludio all'apocalisse,[249] e nella mitologia serba, Diocleziano è ricordato come l'avversario di dio.[250]

Riforme[modifica | modifica wikitesto]

Tetrarchica e ideologica[modifica | modifica wikitesto]

Diocleziano vide il suo compito come quello di un restauratore, un'autorità il cui dovere era di riportare l'impero alla pace, di ridare stabilità e giustizia dove le orde dei barbari avevano portato devastazione.[251] Egli si assunse la responsabilità di irreggimentare, centralizzare l'autorità politica in modo massiccio. Egli impose un sistema di valori verso il pubblico spesso diverso e poco ricettivo da parte dei provinciali.[252] Nella propaganda imperiale del periodo, la storia recente minimizzò e distorse il significato dei tetrarchi come "restauratori". I successi di Aureliano vennero ignorati, la rivolta di Carausio fu retrodatata al regno di Gallieno, rendendo implicito che il progetto dei tetrarchi producesse la sconfitta di Aureliano dei Palmireni; il periodo tra Gallieno e Diocleziano venne di fatto cancellato. La storia dell'impero romano prima della tetrarchia venne interpretato come un periodo di guerre civili, dispotismo selvaggio e collasso imperiale.[253] In quelle iscrizioni che recavano i loro nomi, Diocleziano e gli altri tetrarchi vennero indicati come "restauratori dell'intero mondo",[254] uomini che riuscirono a "sconfiggere le nazioni dei barbari, dando la tranquillità ai loro mondi".[255] Diocleziano venne indicato come il "fondatore della pace eterna".[256] La tematica della restaurazione era congiunto con l'enfasi sull'unicità e sul genio degli stessi tetrarchi.[253]

Le città maggiormente utilizzate quali sedi imperiali di questo periodo furono: Mediolanum (Milano), Augusta Treverorum (Treveri), Arelate (Arles), Sirmium (Sremska Mitrovica), Tessalonica (Salonicco), Serdica (Sofia), Nicomedia (İzmit) e Antiochia (Antakya). Esse erano considerate sedi imperiali alternative ad esclusione della città di Roma e dell'aristocrazia senatoriale.[257] Si perfezionò così il processo di esautoramento del Senato romano come autorità decisionale: l'impero divenne una monarchia assoluta ed assunse caratteristiche tipiche delle monarchie orientali, come l'origine divina del monarca e la sua adorazione.

Un nuovo stile di cerimonia venne sviluppato, enfatizzando isalto la figura dell'imperatore nei confronti delle altre persone. Gli ideali quasi repubblicani di Augusto, primus inter pares, furono abbandonati completamente da tutti a parte i tetrarchi. Diocleziano iniziò ad indossare una corono d'oro e gioielli, proibì l'utilizzo degli abiti color porpora a tutti, eccetto che agli imperatori.[258] I sudditi erano tenuti a prostrarsi alla sua presenza (adoratio); ai più fortunati era concesso il privilegio di baciare l'orlo della sua veste (proskynesis, προσκύνησις).[259] Circhi e basiliche vennero costruite per mettere in risalto la grandezza, il potere e l'autorità di ciascun tetrarca nella propria sede imperiale. La figura dell'imperatore ebbe un'autorità transcendente, un uomo al di sopra delle masse.[260] Il suo apparire era gestito in ogni dettaglio.[261] Questo stile di presentazione non era nuovo, molti dei suoi elementi si erano già andati mostrando durante i regni di Aureliano e Settimio Severo, ma fu sono sotto i tetrarchi che ciò venne esplicitato in modo tanto evidente.[262]

Territoriale e amministrativa[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diocesi (impero romano).
Territoriale
Le 12 diocesi nella nuova divisione tetrarchica dell'impero romano voluta da Diocleziano attorno al 300.

La tetrarchia venne progettata prima di tutto su base territoriale, sia per le crescenti difficoltà dovute alle numerose rivolte interne all'impero, sia a causa delle devastanti incursioni dei barbari lungo i confini esterni. Si provvedette a dividere l'impero in quattro parti, tra due Augusti e due Cesari. Ogni sua parte era poi costituita da tre diocesi, per un totale di dodici.

La diocesi era governata da un pretore vicario o semplicemente vicario (vicarius), sottoposto al prefetto del pretorio (alcune diocesi, peraltro, potevano essere governate direttamente dal prefetto del pretorio). Il vicario controllava i governatori delle province (variamente denominati: proconsules, consulares, correctores, praesides) e giudicava in appello le cause già decise in primo grado dai medesimi (le parti potevano scegliere se appellarsi al vicario o al prefetto del pretorio). I vicari non avevano poteri militari, infatti le truppe stanziate nella diocesi erano sotto il comando di un comes rei militaris, che dipendeva direttamente dal magister militum e aveva alle sue dipendenze i duces ai quali era affidato il comando militare nelle singole province. Qui sotto, la prima riorganizzazione voluta da Diolceziano con la tetrarchia, divisa in 12 diocesi, di cui 6 in Occidente e 6 in Oriente.[263]

Per evitare la possibilità di usurpazioni locali,[264] per facilitare una raccolta più efficiente delle tasse e forniture, e per facilitare l'applicazione della legge, Diocleziano raddoppiò il numero delle province da cinquanta a almeno cento.[265] Le province vennero raggruppate in dodici diocesi, ciascuna governata da un funzionario chiamato vicarius, o "vice tra i prefetti del pretorio".[266]

Alcune delle divisioni provinciali richiesero delle successive revisioni, che portarono a modifiche subito dopo il 293 o agli inizi del IV secolo.[267] La stessa Roma (inclusi i suoi dintorni per un perimetro di circa 150 km) venne esclusa dall'autorità del prefetto del pretorio, poiché venne amministrata da un prefetto urbano dell'ordine senatorio (l'unico funzionario di prestigio riservato esclusivamente ai senatori, ad eccezione di alcuni governatori: in Italia con il titolo di corrector, oltre ai proconsules d'Asia e Africa.[268]

Questa divisione territoriale portò inevitabilmente ad un numero di sedi imperiali crescenti, alternative a Roma:[5][269]

Il sistema si rivelò efficace per la stabilità dell'impero e rese possibile agli augusti di celebrare i vicennalia, ossia i vent'anni di regno, come non era più successo dai tempi di Antonino Pio. Tutto il territorio venne ridisegnato dal punto di vista amministrativo, abolendo le regioni augustee con la relativa divisione in "imperiali" e "senatoriali". Vennero create dodici circoscrizioni amministrative (le "diocesi", tre per ognuno dei tetrarchi), rette da vicarii e a loro volta suddivise in 101 province. Restava da mettere alla prova il meccanismo della successione.

Amministrativa

In linea con fatto di essere passato da un'ideologia repubblicana ad una autocrate, la corte dei consigliari di Diocleziano, il suo consilium, fu differente da quello dei precedenti imperatori. Egli mutò completamente l'illusione augustea di un governo imperiale, nato dalla cooperazione tra l'imperatore, l'esercito e il senato.[270] Nel suo palazzo egli stabilì una struttura a tutti gli effetti autocratica, un cambiamento più tardi sintetizzato nel nome di concistoro (consistorium), non un consiglio.[271] Il termine consistorium era già stato utilizzato per definire il luogo dove avvenivano questi incontri del consiglio imperiale.[272] Diocleziano regolò la sua corte iniziando a distinguendola per reparti separati (scrina), a cui erano affidati particolari compiti.[273] Da questa struttura vennero create le funzioni dei diversi magistri, come il Magister officiorum, e delle segreterie associate. Si trattava di uomini preposti a trattare petizioni, richieste, corrispondenza, affari legali, oltre alle ambasciate straniere. All'interno della sua corte, Diocleziano mantenne un organismo permanente di consulenti legali, uomini con un'influenza notevole sul riordino degli affari giuridici. C'erano poi due "ministri" delle finanze, che avevano a che fare sia con il tesoro pubblico (aerarium populi Romani), sia con i domini privati dell'imperatore (fiscus Caesaris), oltre al prefetto del pretorio, il funzionario sicuramente più influente di tutti. La riduzione della guardia pretoriana a livello di semplice guarnigione della città di Roma ridusse notevolmente il potere militare nelle mani del prefetto (sebbene prefetti come Giulio Asclepiodoto, che sconfisse Alletto in Britannia romana, fu un valente comandante militare[274]), a vantaggio di compiti prevalentemente civili. Il prefetto mantenne uno staff di centinaia di collaboratori e diresse affari in numerose discipline del governo imperiale: dalla tassazione, all'amministrazione, alla materia legale, ai comandi militari minori, tanto che il prefetto del pretorio spesso risultò essere secondo solo all'imperatore stesso.[275]

Complessivamente Diocleziano generò un forte aumento del numero dei burocrati all'interno dell'amministrazione imperiale; Lattanzio era solito affermare che vi fossero più uomini che utilizzavano il denaro delle tasse di quanti le pagassero.[276] Lo storico Warren Treadgold ritiene che sotto Diocleziano il numero di persone dedito all'amministrazione imperiale raddoppiò, passando da 15.000 a 30.000.[277] Roger Bagnall stimò che ci fosse un funzionario imperiale per ogni 5–10.000 persone in Egitto, vale a dire tra i 400 e i 800 funzionari per 4 milioni di abitanti (nessuno conosce la popolazione della provincia nel 300 d.C.; Strabone, 300 anni prima, indicava in 7.5 milioni, esclusa Alessandria). E paragonando l'Impero di Diocleziano a quello cinese del V secolo della dinastia Song, qui vi era un funzionario ogni 15.000 abitanti. Jones stimò in 30.000 funzionari per un impero di 50–65 milioni di abitanti, pari ad un funzionario ogni 1.667-2.167 abitanti, come media dell'intero impero. Il numero dei funzionari e della percentuale per abitante, variava naturalmente a seconda della diocesi, del numero delle province che la componevano e della popolazione delle stesse. Il personale provinciale e delle diocesi si aggirava sulle 13–15.000 unità, come stabilito dalla legge. Il restante 50% si trovava con l'imperatore all'interno del suo comitatus, insieme a vari prefetti del pretorio, con gli ufficiali addetti all'approvvigionamento del grano (più tardi per entrambe le capitali, Roma e Constantinopoli), di Alessandria, Cartagine, oltre ai funzionari degli uffici centrali di tutte le province.[278]

La diffusione del diritto imperiale nelle province fu facilitato dalla riforma che Diocleziano fece a livello di struttura provinciale, ora che vi era un numero maggiore di governatori (praesides) che prendevano decisioni su più ridotte aree geografiche e su popolazioni meno numerose.[279] La riforma di Diocleziano fece sì che tra le funzioni dei governatori ci fosse quella di presiedere ufficialmente alle corti minori:[280] mentre le funzioni militari e giudiziarie nell'alto impero romano erano le funzioni tipiche del governatore, e i procuratori si occupavano di tassazione, sotto il nuovo sistema dei vicarii, i governatori erano responsabili della giustizia e della tassazione, mentre un nuovo tipo di funzionario, il dux, agiva indipendente dal servizio civile, e deteneva il comando militare.[281] Questi duces spesso amministravano le forze militari di due o tre delle nuove province create da Diocleziano, comandando su forze militari che potevano essere costituite da 2.000 fino a più di 20.000 armati.[282] Oltre al ruolo di giudici e funzionari addetti a riscuotere le tasse, i governatori dovevano mantenere il servizio postale (cursus publicus) e garantire che i consigli cittadini facessero il loro dovere.[283]

Questa riduzione dei poteri dei governatori, come rappresentanti degli imperatori, potrebbe aver ridotto i rischi politici di una classe fin troppo potente dei delegati imperiali, ma anche aver limitato la capacità dei governatori in opposizione ai proprietari terrieri locali, specialmente quelli dell'ordine senatorio, che, sebbene con minori opportunità di ottenere una determinata carica, conservarono le ricchezze, il prestigio sociale e i rapporti di clientela (soprattutto nelle regioni relativamente tranquille, dove non era necessaria una forte presenza militare).[284] In un'occasione Diocleziano dovette esortare un proconsole d'Africa, a on temere le conseguenze di grossi proprietari terrieri di rango senatoriale.[285] Se un governatore di rango senatoriale subiva queste pressioni, possiamo immaginare quali difficoltà a cui andavano incontro i semplici praeses.[286] Questo spiega il difficile rapporto tra il potere centrale e le caste locali: nel 303, un tentativo di sedizione militare Seleucia di Pieria e Antiochia di Siria costrinse Diocleziano a compiere una tremenda vendetta su entrambe le città, mettendo a morte alcuni membri del consiglio cittadino per aver fallito nel loro incarico di mantenere l'ordine nella propria giurisdizione.[287]

Giuridica[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Diritto romano e Corpus Iuris Civilis.
Una stampa del 1581 del Digestorum dal Corpus Iuris Civilis di Giustiniano (527–534). Il Corpus era formato dai codici di Gregorio e Ermogene, redatto e pubblicato sotto il regno di Diocleziano.

Come la maggior parte degli imperatori, gran parte della routine quotidiana ruotava attorno agli affari legali, rispondendo agli appelli e alle petizioni, emettendo giudizi su questioni controverse. Rescritti, interpretazioni autorevoli emessi dall'imperatore in risposta a una serie di questioni legali posti sia tra contendenti nel campo pubblico che privato, erano un dovere comune proprio degli imperatori del II e III secolo. Diocleziano era inondato da un lavoro di questo genere, ed era incapace di delegare le sue funzioni. Sarebbe stato visto come un inadempimento, il fatto di ignorarli. Nella corte imperiale itinerante della tarda antichità, possiamo analizzare lo stato di avanzamento del seguito imperiale attraverso le posizioni da cui furono emessi determinati rescritti - la presenza dell'Imperatore era ciò che permetteva al sistema di funzionare.[288] Quando mai la corte imperiale decise di stabilirsi in una delle capitali, vi era un eccesso di petizioni, come accadde nel 294 a Nicomedia, dove Diocleziano pose i suoi quartieri d'inverno.[289]

Certamente i prefetti del pretorio (Afranio Annibaliano, Giulio Asclepiodoto e Aurelio Ermogeniano) aiutarono a regolare il flusso e la presentazione di tali documenti, il profondo senso della legalità insito nella cultura romana fece sì che il carico di lavoro fosse pesante.[290] Gli imperatori che avevano preceduto Diocleziano nei quarant'anni antecedenti il suo regno, non erano riusciti a far fronte ai loro doveri in modo efficace, e la loro produzione di rescritti attestata risulta bassa. Diocleziano al contrario, fu prodigioso nei suoi affari: ci sono almeno 1.200 rescritti a suo nome che ancora sopravvivono, e questi rappresentano solo una piccola parte dell'enorme mole di lavoro svolta.[291] Il forte aumento del mumero di editti e rescritti prodotti sotto il governo di Dioclezioano è stato letto come la prova tangibile di un continuo sforzo per riallineare tutto l'impero alle condizioni dettate dal potere centrale imperiale.[292]

Sotto la guida di giuristi come Gregorio, Aurelio Arcadio Carisio e Ermogeniano, il governo imperiale cominciò a pubblicare libri ufficiali sui precedenti legislativi, raccogliendo ed elencando tutti i rescritti che erano stati rilasciati a partire dal principato di Adriano (regno 117–138) a quello di Diocleziano.[293] Il Codex Gregorianus includeva rescritti fino al 292, che il Codex Hermogenianus aggiornò con una vasta collezione di rescritti emessi da Diocleziano nel 293 e nel 294.[267] Anche se l'atto stesso di codificare fu una radicale innovazione, che aveva il progetto di basarsi sui precedenti del sistema giuridico romano,[294] i giuristi rimasero generalmente conservativi, osservanti la pratica e la teoria dell'antico passato romano come loro guida.[295] Essi diedero probabilmente più libero sfogo nella compilazione dei codici di quanto non fecero in seguito i compilatori del Codex Theodosianus (438) e Codex Iustinianus (529). I codici di Gregorio e Ermogeniano non sottostavano ancora alla ferrea struttura dei codici di età più tarda,[296] e non furono pubblicati con il nome del loro imperatore (Codex Diocletianus), ma sotto il nome dei loro compilatori.[297] Le loro caratteristiche ufficiali erano chiare. Si trattava di raccolte, successivamente riconosciute nei tribunali, come fonti autorevoli della legislazione imperiale fino alla data della loro pubblicazione e regolarmente aggiornate.[298]

Dopo la riforma delle province di Diocleziano, i governatori vennero chiamati iudex o giudice. Il governatore divenne responsabile delle sue decisioni, prima nei confronti del suo superiore, così come in quelli dell'imperatore.[299] Fu proprio attorno a questo periodo che i documenti giudiziari divennero trascrizioni di quanto era stato detto nel corso del processo, rendendo più facile determinare il pregiudizio o il comportamento improprio da parte del governatore. Con queste fonti e il diritto universale d'appello, le autorità imperiali probabilmente avevano un grande potere di far rispettare le norme di comportamento da parte dei loro giudici.[300] Nonostante i tentativi riformistici di Diocleziano, la ristrutturazione provinciale era tutt'altro che chiara, specialmente quando i cittadini facevano ricorso contro le decisioni dei funzionari imperiali. I proconsoli, per esempio, erano spesso giudici di primo grado e del successivo grado d'appello, e i governatori di alcune province ricevevano casi di appello da quelle vicine. Ben presto divenne impossibile per l'imperatore evitare di occuparsi di alcuni casi di arbitrato o di giudizio.[301] Il regno di Diocleziano segna la fine del periodo classico del diritto romano. E se il sistema dei rescritti di Diocleziano mostrò aderenza alla tradizione classica, la giurisprudenza di Costantino fu invece piena di influenze greche e orientali.[302]

Militare[modifica | modifica wikitesto]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Riforma dioclezianea dell'esercito romano e Difesa in profondità (esercito romano).
I tetrarchi, una scultura di porfido saccheggiata a Bisanzio nel 1204 (Basilica di San Marco a Venezia)

Diocleziano riformò ed organizzò l'esercito romano che era uscito dalla grande crisi del III secolo. Egli non fece altro che continuare l'opera iniziata da Gallieno e dagli imperatori illirici (da Aureliano a Marco Aurelio Probo, fino a Marco Aurelio Caro). Alcuni suoi atti erano già stati in parte preceduti dalle trasformazioni volute dei suoi predecessori, ma Diocleziano impostò una organica riorganizzazione.

Gerarchica

La vera grande riforma militare di Diocleziano fu soprattutto di tipo politico.[303] Il nuovo imperatore dispose, prima di tutto, una divisione del sommo potere imperiale, dapprima attraverso una diarchia (due Augusti, a partire dal 285/286) e poi tramite una tetrarchia (nel 293, tramite l'aggiunta di due Cesari),[5][304] compiendo così una prima vera "rivoluzione" sull'intera struttura organizzativa dell'esercito romano dai tempi di Augusto. Questa forma di governo a quattro, se da un lato non fu così felice nella trasmissione dei poteri (vedi successiva guerra civile), ebbe tuttavia il grande merito di fronteggiare con tempestività i pericoli esterni al mondo romano.[305]. La presenza di due Augusti e due Cesari facilitava, infatti, la rapidità dell'intervento armato e riduceva i pericoli che la prolungata assenza di un unico sovrano poteva arrecare alla stabilità dell'Impero.

Diocleziano creò una vera e propria nuova gerarchia militare sin dalle più alte cariche statali, quelle dei "quattro" Imperatori, dove il più alto in grado era l'Augusto Iovio (protetto da Giove), assistito da un secondo Augusto Herculio (protetto da un semidio, Ercole),[72] a cui si aggiungevano i due rispettivi Cesari,[304] ovvero i "successori designati".[303] In sostanza si trattava di un sistema politico-militare che permetteva di dividere meglio i compiti di difesa del confine: ogni tetrarca, infatti, curava un singolo settore strategico e la sua sede amministrativa era il più possibile vicino alle frontiere che doveva controllare (Treviri e Milano in Occidente; Sirmio e Nicomedia in Oriente[303]), in questo modo era possibile stroncare rapidamente i tentativi di incursione dei barbari, evitando che diventassero catastrofiche invasioni come quelle che si erano verificate nel III secolo.

Fortificazioni e limes
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Limes romano e Difesa in profondità (esercito romano).
Fortificazioni romane lungo le cosiddette ripa sarmatica e "diga del Diavolo".

Il nuovo sistema difensivo dei confini venne reso più elastico e "profondo": alla rigida difesa del vallum venne aggiunta una rete sempre più fitta di castella interni, collegati tra di loro da un più complesso sistema viario (un esempio su tutti: la strata Diocletiana in Oriente). In sostanza si passò da un sistema difensivo di tipo "lineare"[306] ad uno "più profondo" (sebbene non nelle proporzioni generate dalla crisi del III secolo, quando Gallieno e gli imperatori illirici erano stati costretti dai continui "sfondamenti" del limes a far ricorso a "riserve" strategiche molto "interne" rispetto alle frontiere imperiali), che vide un notevole ampliamento dello "spessore" del limes, il quale fu esteso da una fascia interna del territorio imperiale ad una esterna, in Barbaricum, attraverso la costruzione di numerose "teste di ponte" fortificate (anche oltre i grandi fiumi Reno, Danubio ed Eufrate), avamposti con relative vie di comunicazione e strutture logistiche.[307]

« Infatti, per la previdenza di Diocleziano tutto l'impero era stato diviso [...] in città, fortezze e torri. Poiché l'esercito era posizionato ovunque, i barbari non potevano penetrarvi. In ogni sua parte le truppe erano pronte a opporsi agli invasori ed a respingerli»
(Zosimo, Storia nuova, II, 34.1.)

Una conseguenza di questa trasformazione delle frontiere fu anche l'aumento della protezione delle nuove e vecchie strutture militari, che vennero adeguate alle nuove esigenze difensive (tale necessità non era così urgente nei primi due secoli dell'Impero romano, dedicati soprattutto alla conquista di nuovi territori). Le nuove fortezze cominciarono così ad essere costruite, o ricostruite, in modo più compatto nelle loro dimensioni (riducendone il perimetro complessivo), più solide nello spessore delle loro mura (in alcuni casi si passò da uno spessore di 1,6 metri a 3,4 metri, come nel caso della fortezza di Sucidava) e con un maggior utilizzo di torri esterne, per migliorarne la difesa.[307]

Vero è anche che da un punto di vista archeologico risutla difficile distinguere quali siano state le fortificazioni messe in opera da Diocleziano e quali dai suoi predecessori e successori. La "diga del Diavolo", per esempio, il terrapieno costruito ad oriente del Danubio e tradizionalmente attribuito a Diocleziano, non può essere datato con sicurezza ad un particolare secolo. Ciò che possiamo dire delle strutture costruite al tempo di questo imperatore è che:

  • ricostruì e fortificò molti forti del corso superiore del Reno (dove egli continuò l'opera di Marco Aurelio Probo lungo il Lago di Costanza-Basel e la linea di fortificazioni Reno–Iller–Danubio);[308]
  • lungo il Danubio (dove una nuova linea di forti venne costruita sul lato opposto del fiume, la cosiddetta Ripa Sarmatica, e aggiunta a quella vecchia, rinforzando le fortezze);[309]
  • in Egitto e lungo la frontiere della Persia. La Strata Diocletiana, costruita dopo le guerre persiane, che correva dall'Eufrate a nord di Palmira, poi a sud verso la parte nord-est dell'Arabia nei pressi della fortezza legionaria di Bostra, rappresenta il classico sistema di frontiera dioclezianeo, costituito da una strada esterna seguita da una fitta rete di forti, difesi da piccoli contingenti armati, seguita da ulteriori fortificazioni nelle retrovie.[310]

Nel tentativo di risolvere le difficoltà e la lentezza con cui venivano trasmessi gli ordini alla frontiera, le nuove sedi imperiali del sistema tetrarchico furono poste più vicino ai confini, di quanto in passato era stata Roma:[311] Augusta Treverorum era nei pressi del Reno, Sirmium e Serdica erano vicine al Danubio, Tessalonica si trovava lungo la strada che portava verso Oriente, Nicomedia e Antiochia erano importanti località nei rapporti con la vicina Persia.[312]

Dimensione e dislocazione
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dimensione dell'esercito romano e Dislocazione delle legioni romane.

Se da un lato Lattanzio fu critico nei confronti di Diocleziano per il suo eccessivo incremento degli effettivi dell'esercito romano, dichiarando che «ciascuno dei quattro [tetrarchi] aveva un numero di armati largamente superiore a quello di qualunque altro imperatore avessero governato lo Stato da soli»;[313] dall'altro viene lodato dallo storico Zosimo, che ne descrive l'apparato quantitativamente concentrato lungo le frontiere, a differenza di quanto invece fece Costantino che lo concentrò nelle città.[314]

Entrambi questi punti di vista avevano qualche verità, nonostante i pregiudizi dei loro autori: Diocleziano e i tetrarchi potenziarono notevolmente l'esercito, e la crescita si ebbe soprattutto nelle regioni di confine, dove l'incremento degli effettivi delle nuove legioni dioclezianee sembra sia stato distribuito attraverso una fitta rete di fortezze.[315] Tuttavia, è difficile stabilire i dettagli precisi di questi cambiamenti, data la scarsità delle fonti.[316] L'esercito raggiunse i 580.000 uomini circa dal 285 (quando era composto da 390.000 armati), dei quali 310.000 erano posizionati in Oriente, soprattutto lungo la frontiera persiana. La flotta venne incrementata approssimativamente da 45.000 a 65.000 uomini.[317] L'autore bizantino, Giovanni Lido ci fornisce in modo straordinariamente preciso il numero delle truppe: 389.704 nelle truppe di terra e 45.562 in quelle di mare.[318] La sua precisione ha incuriosito molto gli storici moderni. Alcuni ritengono che Lido trovò questi dati in documenti officiali, e che perciò siano credibili e reali; altri ritengono invece che si tratti di pura invenzione.[319]

Diocleziano, in sostanza, non solo intraprese una politica a favore dell'aumento degli effettivi, ma anche volta a migliorare e moltiplicare le costruzioni militari del periodo, sebbene queste ultime siano risultate, sulla base dei ritrovamenti archeologici, meno numerose di quanto non abbiano raccontato gli antichi[320] ed i moderni.[305]

L'espansione del numero dei soldati e dei funzionari civili, costrinse il sistema imperiale a dovervi provvedere con ulteriori tassazioni. E poiché il mantenimento delle armate comportava la parte di budget maggior del bilancio statale, qualsiasi riforma risultò particolarmente costosa.[321] La percentuale della popolazione dei maschi adulti, escludendo gli schiavi, che prestavano servizio sotto le armi passò da un venticinquesimo ad un quindicesimo, un incremento giudicato eccessivo da alcuni storici moderni. Le paghe delle truppe furono mantenute a livelli bassi, tanto che spesso gran parte degli uomini ricorreva all'estorsione o al ricoprire normali posti di lavoro tra i civili.[322] Gli arretrati divennero una costante per la maggior parte delle truppe, molte delle quali erano perfino pagate in natura al posto di ricevere un regolare stipendio.[323] E dove non era possibile pagare questo immenso esercito, spesso scoppiavano conflitti civili e rivolte. Per questo motivo Diocleziano dovette anche riformare il sistema imperiale della tassazione.[322]

Economiche (294-301)[modifica | modifica wikitesto]
Fiscale
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Iugatio-capitatio.
Follis
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DIOCLETIANUS AUGUSTUS. Testa laureata volta a destra.

Nella prima età imperiale (dal 30 a.C. al 235 d.C.), il governo romano pagava per quello di cui aveva bisogno in oro e argento. Il valore della moneta era così rimasto pressoché stabile. L'acquisto forzato venne utilizzato solo nel caso in cui fosse strettamente necessario, per mantenere la fornitura di eserciti durante una campagna militare. Nel corso della crisi del III secolo (235-285), che aveva comportato pesanti conseguenze economiche e sociali, il governo fece ricorso spesso all'esproprio piuttosto che al pagamento in moneta svalutata, poiché non era possibile capire quale fosse il reale valore del denaro. L'esproprio aveva un significato pari a quello del sequestro.

Diocleziano effettuò una specie di confisca sotto forma di tassazione. Egli introdusse un vasto sistema di tasse basato sui singoli individui (capita) e sui terreni (iuga) e lo legò ad un nuovo e regolare censimento della popolazione dell'impero e della sua ricchezza. I funzionari di questo censimento viaggiavano in tutto l'impero, valutavano il valore del lavoro e della terra di ciascun proprietario terriero, e univano il valore di tutti i proprietari terrieri al totale di tutta la popolazione residente in città, con lo scopo di avere una valutazione complessiva di tutti i capita e gli iuga dell'intero impero. Si trattava di un vero e proprio bilancio statale annuale.[324] Lo iugum non era una vera e propria misurazione dei terreni. Esso variava a secondo della tipologia del terreno, del suo raccolto ed era legato anche alla quantità di lavoro necessario per il sostentamento. Anche il caput dipendeva dalla tipologia delle persone censite: ad esempio una donna era spesso valutata come mezzo caput, o comunque un valore differente da un caput completo.[323] Le città dovevano fornire animali, denaro e forza lavoro in proporzione ai loro capita, e il grano doveva essere fornito in proporzione ai loro iuga.[324] La tassa di reclutamento era chiamata praebitio tironum, e poteva essere pagata in natura (con l'arruolamento di reclute tra gli addetti al lavoro di un proprietario terriero) oppure, quando un capitulum era esteso a molte aziende agricole, gli agricoltori contribuivano a pagare il vicino che era stato costretto a fornire le reclute. I proprietari terrieri dell'ordine senatorio avevano anche la facoltà di pagare le tasse con un pagamento in oro (aurum tironicum). Questa forma di tassazione era denominata capitazione.[325]

La maggior parte delle imposte veniva pagata il 1 settembre di ogni anno, ed erano riscossi presso ciascun proprietario terriero dai decuriones. Essi avevano un ruolo analogo a quello dei consiglieri comunali, ed erano responsabili per il pagamento di tasca propria per quello che non riuscivano a raccogliere.[326] La riforma di Diocleziano incrementò inoltre il numero di funzionari finanziari nelle province: più rationales e magistri privatae sono attestati sotto il suo regno rispetto ai suoi predecessori. Questi funzionari avevano il compito di gestire gli interessi del fisco, che raccoglieva le tasse in oro, e le proprietà imperiali.[267] Le fluttuazioni del valore della moneta, fece sì che la riscossione delle tasse avvenisse di norma soprattutto in natura, benché tutto poi fosse convertito in moneta, tenendo conto dell'inflazione.[324] Nel 296, Diocleziano emise un editto che riformava le procedure di censimento. Esso introduceva un censimento ogni cinque anni sull'intero impero, sostituendo così i precedenti censimenti e valutando i cambiamenti del valore dei nuovi capita e iuga.[327]

Monetaria e anti-inflazionistica
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Editto sui prezzi massimi, riforma monetaria di Diocleziano e monetazione tetrarchica.
Lapide con parte del testo dell'editto sui prezzi massimi di Diocleziano, al Pergamonmuseum di Berlino.

Diocleziano tentò anche di ridare valore alla moneta d'argento, aumentando la quantità di metallo prezioso nelle nuove emissioni, e per contenere l'inflazione i prezzi massimi furono fissati dall'Editto sui prezzi massimi (de pretiis rerum venalium) del 301 con un calmiere. Questi provvedimenti, tuttavia, non ebbero successo: la nuova moneta scomparve rapidamente dal mercato in quanto si preferiva conservarla (tesaurizzazione) ed i prezzi fissati fecero scomparire alcuni beni dal mercato ufficiale per essere venduti alla borsa nera e quindi lo stesso Diocleziano fu costretto a ritirare l'editto. Nel frattempo, però, le condizioni di vita della popolazione peggiorarono: le tasse erano pesantissime e molti abbandonarono le proprie attività produttive, non più redditizie, spesso per vivere come mendicanti. Diocleziano ricorse allora alla precettazione, ossia l'obbligo per gli abitanti dell'impero a continuare il proprio mestiere e la negazione della scelta libera della professione, costringendo gli abitanti dell'impero romano a subentrare ai padri nelle loro attività produttive.

La divisione per area geografica indusse Diocleziano ad autorizzare la creazione di numerose zecche imperiali decentrate che, insieme alle tradizionali di Roma e Lugdunum, dovevano battere moneta in modo uniforme, per la sicurezza economica di tutte le quattro parti dell'Impero ed a supporto economico di tutte le principali armate che si concentravano lungo i confini imperiali.

Mobilità sociale e professionale

Anche in risposta alle pressioni economiche e al fine di proteggere le funzioni vitali dello Stato, Diocleziano limitò la mobilità sociale e professionale. I contadini risultarono legati alla terra in un modo tale che ciò lasciasse presagire un successivo sistemo in cui le occupazioni risultassero ereditarie, come nel caso dei possidenti terrieri o delle occupazioni di panettieri, armaioli, intrattenitori dello spettacolo e lavoratori della zecca.[328] I figli dei soldati furono arruolati con la forza, qualcosa che divenne poi una tendenza spontanea, ma che espresse anche le crescenti difficoltà nel reclutamento degli eserciti.[329]

Gli ultimi anni (303-311/13)[modifica | modifica wikitesto]

Malattia e abdicazione (303-305)[modifica | modifica wikitesto]

Diocleziano entrò nella città di Roma agli inizi dell'inverno del 303. Il 20 novembre, celebrò insieme a Massimiano i ventennale del proprio governo (vicennalia), il decimo anniversario della tetrarchia (decennalia), e il trionfo per la vittoria ottenuta sui Persiani. Presto divenne insofferente nei confronti della città, poiché i Romani ebbero nei suoi confronti, come sottolinea Edward Gibbon, sulla base di quello che ci ha tramandato Lattanzio, una "familiarità licenziosa".[330] Il popolo romano non ebbe sufficiente deferenza nei confronti della sua suprema autorità; si aspettava che lo stesso recitasse la parte di un sovrano democratico, non monarchico. Il 20 dicembre del 303,[331] Diocleziano decise di allontanarsi dalla capitale, deluso (dopo aver visionato anche la costruzione delle più grandi terme romane, a lui dedicate),[332] e si recò al nord. Non attese neppure la cerimonia che lo avrebbe investito del nono consolato; lo fece invece a Ravenna il 1º gennaio del 304.[333] Secondo quanto narrano i Panegyrici Latini e Lattanzio, Diocleziano organizzò il ritiro dalla vita politica suo e di Massimiano, abdicando in favore dei due cesari. Massimianao, secondo questi racconti, giurò di tener fede a quanto auspicato dall'Augusto Giovio, in una cerimonia tenutasi nel tempio di Giove Ottimo Massimo.[334]

Da Ravenna, lo stesso partì per il Danubio. Qui, probabilmente in compagnia di Galerio, prese parte ad una campagna militare contri i Carpi.[331] Si ammalò durante questo periodo, e le sue condizioni di salute peggiorarono rapidamente, tanto da costringerlo ad essere trasportato in lettiga. Nella tarda estate partì per Nicomedia. Il 20 November, apparve in pubblico per inaugurare il nuovo circo, davanti al palazzo imperiale. Crollò subito dopo le cerimonie. Durante l'inverno del 304/5 rimase per tutto il tempo all'interno del palazzo di Nicomedia. Alcuni diffusero la voce che lo stesso augusto fosse morto e che tutto ciò era stato tenuto segreto fino a quando Galerio non avesse potuto ottenere il completo controllo del potere sulla città. Il 13 dicembre, qualcuno diramò la falsa notizia che fosse morto. Venne proclamato il lutto cittadino, fino a quando non vennero smentite le voci della sua morte. E quando Diocleziano riapparve in pubblico il 1º marzo del 305, egli era emaciato e appena riconoscibile.[335]

Galerio giunse nella città più tardi, in marzo. Secondo quanto ci racconta Lattanzio, egli venne armato con l'intenzione di ricostituire la tetrarchia, costringendo Diocleziano a dimettersi e a inserire negli uffici imperiali uomini di sua fiducia. Sembra che abbia minacciato lo stesso Augusto, tanto che alla fine riuscì a convincerlo a rispettare il suo piano. Lattanzio sostiene anche che fece lo stesso con Massimiano a Sirmio.[336] Il 1º maggio del 305, Diocleziano convocò in assemblea i suoi generali, i comes tradizionali e i rappresentanti delle rispettive legioni. Si incontrarono tutti presso la stessa collina, a cinque miglia da Nicomedia, dove un tempo Diocleziano era stato proclamato imperatore. Davanti alla statua di Giove, la sua divinità protettrice, Diocleziano si rivolse alla folla con le lacrime agli occhi. Egli parlò loro della sua debolezza, della sua necessità di riposar e di ritirarsi. Dichiarò che vi era la necessità di passare il comando a chi fosse stato più forte di lui. Divenne così il primo imperatore romano ad abdicare volontariamente.[337]

La maggior parte ritiene che essi sapessero cosa sarebbe accaduto: a Costantino e Massenzio, i soli figli adulti degli imperatori regnanti, uomini che si erano preparati da lungo tempo a succedere ai loro padri, sarebbe stato loro concesso il titolo di cesari. Costantino aveva viaggiato attraverso la Palestina a fianco di Diocleziano, ed era presente nel palazzo di Nicomedia nel 303 e 305. È probabile che Massenzio abbia ricevuto un identico trattamento.[338] Nel racconto di Lattanzio, quando Diocleziano annunciò le sue dimissioni, l'intera folla si voltò verso Costantino.[339] Non dovevano essere dichiarati cesari, Flavio Valerio Severo e Massimino Daia. Quest'ultimo apparve e prese le vesti di Diocleziano. Lo stesso giorno, Severo ricevette quelle da Massimiano a Mediolanum (Milano). Costanzo divenne così il nuovo augusto d'Occidente al posto di Massimiano, e Costantino e Massenzio vennero totalmente ignorati nella nuova transizione di potere. Questo non fece ben sperare per la futura sicurezza del sistema tetrarchico.[340]

Ritiro e morte (305-311/13)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palazzo di Diocleziano e Guerra civile romana (306-324).
Ricostriuzione del palazzo imperiale di Diocleziano a Spalato al memento del suo completamento nel 305, da Ernest Hébrard.

Dopo una solenne cerimonia, il 2 maggio 305, deposta la carica e il titolo di Augustus, si ritirò in un meraviglioso palazzo fatto costruire appositamente per lui a Spalato, poco distante da Salona, l'importante centro provinciale della Dalmazia (oggi in Croazia). Si trattava di una struttura pesantemente fortificata in riva al Mare Adriatico. Massimiano, invece, si ritirò in una villa in Campania o in Lucania.[341] Le loro nuove residenze erano distanti dalla vita politica, ma i due ex-augusti erano abbastanza vicini per rimanere in stretto contatto tra loro.[342] Galerio assunse i fasces consolari nel 308 con Diocleziano come suo collega. Nell'autunno dello stesso anno, Galerio chiese a Diocleziano di partecipare ad un convegno a Carnuntum (Petronell-Carnuntum, Austria). I due ex-augusti si recarono nella fortezza legionaria sul Danubio, dove si tenne questa riunione l'11 novembre del 308, dove Galerio sostituì lo scomparso Severo con Licinio, poiché era stato ucciso da Massenzio. Diocleziano vietò a Massimiano di avere nuove aspirazioni alla porpora imperiale dopo il suo ritiro, che si doveva intendere definitivo. A Carnuntum molti pregarono Diocleziano di riprendere il potere, per risolvere i conflitti che erano sorti con l'ascesa al potere di Costantino e l'usurpazione di Massenzio,[343] ma egli replicò:

« Se voi poteste mostrare il cavolo che ho piantato con le mie stesse mani al vostro imperatore, egli non avrebbe mai osato di suggerire di rimpiazzare la pace e la felicità di questo posto con i temporali di un'avidità mai soddisfatta »
(Aurelio Vittore, Liber de Caesaribus 39.6.)

A Carnuntum venne, pertanto, stabilita per l'ultima volta in modo pacifico, la gerarchia tetrarchica:

  • Galerio, augusto' d'Oriente (Asia Minore, il Vicino Oriente e l'Egitto);
  • Massimino Daia, cesare d'Oriente (Provincie illiriche, Tracia, Dacia, Grecia e Macedonia);
  • Licinio, augusto d'Occidente (Pannonia, Italia, Norico, Rezia e Nordafrica);
  • Costantino, cesare d'Occidente (Britannia, Gallie, Germania Superior e Inferior e Spagna).

Massenzio veniva riconosciuto per l'ennesima volta usurpatore e Massimiano costretto a ritirarsi a vita privata.[343] È curioso notare come in oriente il potere dei tetrarchi fosse ben saldo, mentre in occidente l'usurpatore Massenzio governava di fatto su Italia, Spagna, Norico, Rezia e Nordafrica. Questo presupponeva una nuova ondata di guerre civili, in cui Costantino e Licinio avrebbero dovuto rivendicare quelle regioni che Diocleziano aveva loro riconosciuto.

Diocleziano visse per altri tre anni o poco più, trascorrendo le sue giornate nei giardini del suo palazzo. Vide il sistema tetrarchico fallire, sotto i colpi delle ambizioni dei suoi successori. Egli venne anche a conoscenza del terzo tentativo da parte di Massimiano di riprendere il potere imperiale, del suo suicidio forzato e della sua damnatio memoriae. Nel suo stesso palazzo, le immagini di statue e pitture del suo co-augusto vennero tutte cancellate e distrutte. A causa della profonda depressione che lo colpì e della malattia, potrebbe essersi suicidato, il 3 dicembre del 311.[4][344]

Titolatura imperiale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Monetazione tetrarchica.
Titolatura imperiale di Diocleziano Numero di volte Datazione evento
Tribunicia potestas 20 anni consecutivi: dal 20 novembre del 284[89] al 1º maggio del 305.
Consolato 10 volte: nel 284 (I), 285 (II), 287 (III), 290 (IV), 293 (V), 296 (VI), 299 (VII), 303 (VIII), 304 (IX) e 308 (X).
Salutatio imperatoria 21 volte:[89] la prima nel 284, poi nel 285[345] (2° e 3°), 286 (4°), 287[346] (5º e 6º), 288[347] (7°), 289 (8°), 293[348] (9°), 294[172] (10°), 295 (11°), 297[349][350] (12° e 13°), 298;[349][350] (14°-19°), 300[351] (20°) e 301[352] (21°).
Titoli vittoriosi Adiabenicus nel 298 (I);[349][350] Armeniacus Maximus nel 298 (I);[349][350] Britannicus Maximus nel 297/298 (I);[350] Carpicus Maximus nel 297 (I);[349] Germanicus Maximus nel 285 (I),[345] due volte nel 287 (II e III),[346] nel 288 (IV),[347] nel 293 (V) e nel 301 (VI);[352] Gothicus Maximus nel 298 (I);[179] Medicus Maximus nel 298 (I);[349][350] Parthicus Maximus nel 298 (I);[350][353] Persicus Maximus nel 295 (I) e 298 (II);[350][354][355] Restitutor orbis e Conservator orbis nel 286 (I) e 293 (II);[348][356] Sarmaticus Maximus[350][354][355][357] nel 285 (I), 289 (II), 294 (III)[172] e nel 300 (IV);[89][351]
Altri titoli Augustus (nel 284[89]), Pater Patriae (nel 284[89]), Iovius (nel 286[89]) e Pontifex Maximus (nel 284[89]).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Barnes 1982, p. 4.
  2. ^ Barnes 1982, pp. 31; Bowman, Diocletian, p. 68; Williams 1997, p. 32.
  3. ^ a b c Barnes 1982, pp. 30, 46; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 68.
  4. ^ a b c Barnes, "Lactantius and Constantine", 32–35; Barnes 1982, pp. 31-32.
  5. ^ a b c Aurelio Vittore, Caesares, 39.30; Lattanzio, De mortibus persecutorum, 18.
  6. ^ Aurelio Vittore, Epitome 39, 1: «matre pariter atque oppido nomine Dioclea, quorum vocabulis, donec imperium sumeret, Diocles appellatus». Anche Lattanzio (De mortibus persecutorum 9) riferisce del suo nome Diocle. Le rovine dell'antica Doclea, ora Duklja, sono in Montenegro, presso la capitale Podgorica.
  7. ^ Eutropio, Breviarium 9, 22; Aurelio Vittore, cit., 39, 1.
  8. ^ Aurelio Vittore, cit., 39, 7
  9. ^ T. D. Barnes, The New Empire of Diocletian and Constantine, 1982, in base alla notizia riportata da Lattanzio, secondo la quale Diocleziano si sarebbe lasciato morire di fame quando Costantino decretò la distruzione delle statue sue e di Massimiano.
  10. ^ A. H. M. Jones, J. R. Martindale e J. Morris, Prosopography of the Later Roman Empire, 1971.
  11. ^ T. D. Barnes, p.30.
  12. ^ Come riferisce S. Williams, Diocleziano, p. 32, n. 20.
  13. ^ SHA, Vita Aureliani 15, 3.
  14. ^ SHA, Vita Probi 22, 3.
  15. ^ a b c Williams 1997, p. 26.
  16. ^ Zonara, Epitome XII, 31; Southern 2001, p. 331.
  17. ^ Mathisen, "Diocletian".
  18. ^ SHA, Vita Cari; Aurelio Vittore, Liber de Caesaribus 39, 1; Zonara XII, 31.
  19. ^ Così afferma il Chronicon Paschale: del resto, il suo primo consolato da imperatore, nel 285, è registrato come secondo consolato. Cfr. anche W. Seston, Dioclétien et la Tétrarchie, p. 46.
  20. ^ a b c Leadbetter, "Numerianus."
  21. ^ a b c d e Barnes 1981, p. 4.
  22. ^ Codice giustinianeo 5.52.2; Leadbetter, "Numerianus"; Potter, 279.
  23. ^ Secondo altri a Calcedonia: cfr. SHA, Vita Numeriani, 12, 13; Eutropio IX, 18; Aurelio Vittore, 38; Epitome 39; Zonara XII, 90.
  24. ^ Southern 2001, p. 133.
  25. ^ Odahl 2004, p. 39; Williams 1997, p. 35.
  26. ^ Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 68.
  27. ^ Williams 1997, pp. 35-36.
  28. ^ Secondo W. Seston, cit., p. 49, il 17 settembre; secondo Eusebio, De martyribus Palestina 1, 5 e 2, 4, e Lattanzio, cit., 17, 1, il 17 novembre.
  29. ^ Aurelio Vittore 39, 1: «ducum Consilio tribunorumque».
  30. ^ Barnes 1981, pp. 4-5; Odahl 2004, pp. 39-40; Williams 1997, pp. 36-37.
  31. ^ Barnes 1981, pp. 4-5; Leadbetter, "Numerian"; Odahl 2004, pp. 39-40; Williams 1997, p. 37.
  32. ^ SHA (Vita Cari 13.2) con il particolare del verso di Virgilio pronunciata da Diocleziano, uccidendo Lucio Apro: «Gloriare, Aper, Aenaee magni dextra cadis», giocando sul significato di aper, «cinghiale»; Williams 1997, p. 55-56.
  33. ^ Flavio Vopisco, Historia Augusta
  34. ^ E. Gibbon, Decadenza e caduta dell'impero romano I, 12.
  35. ^ Aurelio Vittore, Liber de Caesaribus, 39; Eutropio IX, 20.
  36. ^ SHA, Vita Numeriani, 11; E. Gibbon, cit. I, 12: «Vinse tutte le corone contro Nemesiano col quale gareggiava nella poesia didattica».
  37. ^ V. A. Sirago, Diocleziano, p. 584: «La morte di Numeriano sarà stata dunque voluta dallo stesso Diocleziano, non certo col consenso dei soldati, ma dei suoi colleghi generali. La soppressione spettacolare di Apro deve servire a due scopi, a liberarsi d'un rivale e a placare l'ira dei soldati».
  38. ^ Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL), VIII, 2529, 2530, 2532, 10382; XI, 727, 3580; XII, 110; XIV, 126.
  39. ^ Panegyrici latini, III, 5, 3.
  40. ^ Corcoran, "Before Constantine", 39.
  41. ^ Barnes 1982, p. 31; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 68–69; Potter, 280; Southern 2001, p. 134; Williams 1997, p. 37.
  42. ^ a b c d e f g h Barnes 1981, p. 5.
  43. ^ a b c d e f g h Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 69.
  44. ^ a b c d e Leadbetter, "Carinus."
  45. ^ a b Southern 2001, pp. 134-135; Williams 1997, p. 38.
  46. ^ a b c d e f Potter, 280.
  47. ^ Southern 2001, p. 134.
  48. ^ a b c Southern 2001, p. 135.
  49. ^ a b Odahl 2004, p. 40.
  50. ^ Aurelio Vittore, 39.11
  51. ^ Aurelio Vittore, Epitome 38; Liber de Caesaribus 39, 1; Zosimo, Historia nova I, 73; SHA, Vita Cari XVIII; Eutropio, cit., IX, 20.
  52. ^ Williams 1997, p. 38.
  53. ^ Roman Imperial Coinage 5.2.241 no. 203–04; Barnes 1981, pp. 5, 287; Barnes 1982, p. 50.
  54. ^ a b Williams 1997, p. 41.
  55. ^ Aurelio Vittore, De Cesaribus, 37.5, citato in Carrié & Rousselle, L'Empire Romain, 654
  56. ^ Southern 2001, pp. 135, 331.
  57. ^ Potter, 281.
  58. ^ Barnes 1981, pp. 5-6; Barnes 1982, p. 113;Williams 1997, p. 41-42.
  59. ^ Aurelio Vittore, 39.15, citato in Leadbetter, "Carinus."
  60. ^ a b Barnes, "Two Senators," 46; Barnes 1981, pp. 5–6.
  61. ^ RIC VI 299; Depeyrot 2/3; Calicó 4524.
  62. ^ RIC V 558.
  63. ^ a b c Barnes 1981, p. 6.
  64. ^ a b c d Southern 2001, p. 136.
  65. ^ Barnes e Bowman sono per il 21 luglio (Barnes 1981, p. 6, Barnes 1982, p. 4; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy", 69) Potter per il 25 luglio (Potter, 280–81).
  66. ^ a b c d e Corcoran, "Before Constantine", 40.
  67. ^ Barnes 1982, p. 4; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 69; Bleckmann; Potter, 280–81; Williams 1997, pp. 43-45.
  68. ^ Grant, p.265; Chris Scarre, Chronicle of the roman emperors, New York 1999, pp.197-198.
  69. ^ Williams 1997, pp. 48-49.
  70. ^ Williams 1997, p. 43.
  71. ^ Odahl 2004, pp. 42-43; Williams 1997, p. 45.
  72. ^ a b c Aurelio Vittore, Epitome 40, 10; Aurelio Vittore, Caesares, 39.18; Lattanzio, De mortibus persecutorum, 8 e 52.3; "XII panegyrici latini"Panegyrici latini, II, XI, 20].
  73. ^ Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 70–71; Liebeschuetz, 235–52, 240–43; Odahl 2004, pp. 43-44; Williams 1997, pp. 58-59.
  74. ^ Barnes 1981, pp. 11–12; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 70–71; Odahl 2004, p. 43; Southern 2001, pp. 136-137; Williams 1997, p. 58.
  75. ^ Barnes 1981, p. 11; Cascio, "The New State of Diocletian and Constantine" (CAH), 172.
  76. ^ Aurelio Vittore, Caesares, 39.4.
  77. ^ a b E.Horst, Costantino il Grande, p.49.
  78. ^ Aurelio Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Zonara, XII, 31.
  79. ^ .
  80. ^ Aurelio Vittore, Caesares, 39.2-4; Eutropio, IX, 26; Eumenio, Panegyrici latini, V, 11.
  81. ^ Williams 1997, pp. 58-59. Si veda anche: Cascio, "The New State of Diocletian and Constantine" (CAH), 171.
  82. ^ Southern 2001, p. 137.
  83. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 6; Southern, 137.
  84. ^ Codex Justinianus 4.48.5; Fragmenta Vaticana 297; Barnes, Constantine and Eusebius, 6; Barnes, New Empire, 50; Potter, 281.
  85. ^ Southern, 143; Williams, 52.
  86. ^ a b c d Mócsy, p. 268.
  87. ^ a b Grant, p. 265.
  88. ^ CIL 14, 128 (p. 613).
  89. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Scarre, p. 197.
  90. ^ Barnes, New Empire, p. 57; Bowman, pp. 70–71.
  91. ^ Barnes, New Empire, p. 57; Bowman, p. 71; Rees, Layers of Loyalty, p. 31.
  92. ^ Williams, p. 46.
  93. ^ Sembra che fosse nella città di Nicomedia il 3 marzo del 286. Cfr. Fragmenta Vaticana 275; Barnes, Constantine and Eusebius, 6; Potter, 281, 649.
  94. ^ Panegyrici Latini 8(5)21.1; Barnes, Constantine and Eusebius, 6.
  95. ^ Risulta che diocleziano fosse in Siria Palestina il 31 Maggio del 287. Cfr. Codex Justinianus 4.10.3; 1.51.1; 5.17.3; Barnes, Constantine and Eusebius, 6; Barnes, New Empire, 50–51; Potter, 281, 649.
  96. ^ Bereishis Rabbah, Ed. Vilna, Parashas Toledos 63:8.
  97. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 6; Millar, 177.
  98. ^ Southern, 242.
  99. ^ Barnes, New Empire, 51; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 73.
  100. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 6; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 73; Potter, 292, 651; Southern, 143; Williams, 52.
  101. ^ Southern, 242, 360–61.
  102. ^ Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 73; Millar, 180–81; Southern, 143; Williams, 52.
  103. ^ RIC V 204.
  104. ^ RIC V pt. 2, 1; N. Shiel, "Carausius et Fratres Sui," BNJ 48 (1978), pg. 8, 10; R.A.G. Carson, "Carausius et Fratres Sui: A Reconsideration," in SPNO, 5.
  105. ^ Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9.21; Grant, p. 279.
  106. ^ Southern, p. 209.
  107. ^ a b Southern, p. 214.
  108. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 6–7; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 70–71; Potter, 283–84; Southern, 137–41; Williams, 45–47.
  109. ^ Southern, 138
  110. ^ Potter, 284
  111. ^ Southern, 138 & 140
  112. ^ Williams, 61/62
  113. ^ a b Barnes, Constantine and Eusebius, 6–7; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 69; Potter, 282; Southern, 141–42; Williams, 47–48.
  114. ^ CIL VIII, 22116-CIL VIII, 22187.
  115. ^ Corcoran, Before Constantine, 40; Southern, 142.
  116. ^ Potter, 281; Southern, 142; following De Caesaribus 39.17.
  117. ^ Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 69; a seguire BGU 4.1090.34.
  118. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 7; Bleckmann; Corcoran, Before Constantine, 40; Potter, 282; Southern, 141–42; Williams, 48.
  119. ^ Potter, 649.
  120. ^ Potter, 282; Williams, 49.
  121. ^ Southern, 141
  122. ^ Y.Le Bohec, Armi e guerrieri di Roma antica. Da Diocleziano alla caduta dell'impero, Roma 2008, p.33.
  123. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 7; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 71; Corcoran, "Before Constantine", 40.
  124. ^ Williams, 62
  125. ^ CIL XI, 1594; CIL XIII, 5249; Grant, p. 273.
  126. ^ Panegyrici latini, II, 5 XII panegyrici latini.
  127. ^ Panegyrici latini, II, 7-8; VI, 8 XII panegyrici latini.
  128. ^ Panegyrici latini, II e III.
  129. ^ Rees, Layers of Loyalty, 31; Southern, 142–43; Williams, 50.
  130. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 7; Corcoran, "Before Constantine", 40; Southern, 143.
  131. ^ CIL III, 22; CIL III, 13578.
  132. ^ Southern, p. 218.
  133. ^ Gregorio di Tours, Storia dei Franchi, libro II.
  134. ^ Barnes, New Empire, 255; Southern, 144.
  135. ^ Panegyrici latini, III, 7, 1; VI, 4.
  136. ^ Orosio, Historiarum adversum paganos, VII, 25, 7.
  137. ^ a b c Potter, 285.
  138. ^ Williams, 63.
  139. ^ Southern, 144.
  140. ^ Williams, 78.
  141. ^ Panegyrici latini, III, 5 - 7,1.
  142. ^ Panegyrici Latini 8(5)12.2; Barnes, Constantine and Eusebius, 7, 288; Potter, 284–85, 650; Southern, 143; Williams, 55.
  143. ^ Southern, 143; Williams, 55.
  144. ^ Codex Justinianus 9.41.9; Barnes, New Empire, 51; Potter, 285, 650.
  145. ^ Codex Justinianus 6.30.6; Barnes, New Empire, 52; Potter, 285, 650.
  146. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 8; Barnes, New Empire, 52; Potter, 285.
  147. ^ Panegyrici Latini 11(3)2.4, 8.1, 11.3–4, 12.2; Barnes, Constantine and Eusebius, 8, 288; Potter, 285, 650; Williams, 56.
  148. ^ a b Elsner, Imperial Rome, 73.
  149. ^ Panegyrici Latini 11(3)12, qtd. in Williams, 57.
  150. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 8; Potter, 285, 288.
  151. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 8–9; Barnes, New Empire, 4, 36–37; Potter, 288; Southern, 146; Williams, 64–65.
  152. ^ Le date suggerito per l'elevazione a cesare di Galerio sono il 1º marzo e il 21 maggio. Al momento non c'è consenso tra gli storici moderni su quale delle due sia corretta: Barnes, Constantine and Eusebius, 8–9; Barnes, New Empire, 4, 38; Potter, 288; Southern, 146; Williams, 64–65.
  153. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 8–9; Williams, 67.
  154. ^ Southern, 145.
  155. ^ Corcoran, "Before Constantine", 45–46; Williams, 67.
  156. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 8–9.
  157. ^ Barnes, New Empire, p. 255.
  158. ^ Jill Harries, Imperial Rome.
  159. ^ Williams, 74
  160. ^ Williams, 75
  161. ^ a b Grant, p. 284.
  162. ^ AE 1890, 66; AE 1973, 526ª.
  163. ^ Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9.22.
  164. ^ Barnes, New Empire, p. 59.
  165. ^ Panegyrici latini, III, 17; IV, 5-6; VI, 8; VIII, 6.
  166. ^ Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9.23.
  167. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, p. 16; Barnes, New Empire, p. 59.
  168. ^ Grant, p. 274.
  169. ^ Jill Harris, Imperial Rome.
  170. ^ Roman Imperial Coinage, Galerius, VI, 39; Jelocnik 84b; RSC 208.
  171. ^ a b Odahl, 59.
  172. ^ a b c SupIt-16-R, 50.
  173. ^ Grant, p. 287.
  174. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 17; Williams, 76–77.
  175. ^ Williams, 76.
  176. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 17; Odahl, 59; Southern, 149–50.
  177. ^ Aurelio Vittore, De Caesaribus, XXXIX, 43.
  178. ^ Grant, p. 274 e 287.
  179. ^ a b AE 1995, 1345; AE 1936, 10.
  180. ^ CIL XVI, 157.
  181. ^ Eutropio, Breviarium ab urbe condita, 9.25.
  182. ^ Ammiano Marcellino, Res Gestae, 27.5.5.
  183. ^ AE 1890, 66
  184. ^ Carrie & Rousselle, L'Empire Romain, 163–164
  185. ^ Carrié & Rousselle, L'Empire Romain, 164
  186. ^ Williams, 77.
  187. ^ a b Barnes, Constantine and Eusebius, 17–18.
  188. ^ Carrié & Rousselle, L'Empire Romain, 163
  189. ^ a b Barnes, Constantine and Eusebius, 17.
  190. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 17. Vedi anche Southern, 160, 338.
  191. ^ DiMaio, "Domitius".
  192. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 17; DiMaio, "Domitius".
  193. ^ Procopio di Cesarea, Guerre: persiana, vandalica e gotica, I, 19; Robert B. Jackson, At Empire's Edge. Exploring Rome's Egyptian Frontier, p. 152; Mazzarino, p. 588.
  194. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 17–18; Southern, 150.
  195. ^ a b Southern, 150.
  196. ^ Harries, 173.
  197. ^ Potter, 292; Williams, 69.
  198. ^ Williams, 69–70.
  199. ^ Rees, Diocletian and the Tetrarchy, 14; Southern, 151.
  200. ^ Ammiano Marcellino 23.5.11; Barnes, Constantine and Eusebius, 17; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 81; Potter, 292; Southern, 149.
  201. ^ Eutropio 9.24–25; Barnes, Constantine and Eusebius, 17; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 81; Millar, 177–78.
  202. ^ Millar, 177–78.
  203. ^ Potter, 652.
  204. ^ Eutropio 9.24–25; Theofane, anno 5793; Barnes, Constantine and Eusebius, 17; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 81; Potter, 292–93.
  205. ^ Rees, Diocletian and the Tetrarchy, 14.
  206. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 18; Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 81; Millar, 178.
  207. ^ Millar, 178; Potter, Roman Empire at Bay, 293.
  208. ^ Bowman, "Diocletian and the First Tetrarchy" (CAH), 81.
  209. ^ Lattanzio, De Mortibus Persecutorum 9.6.
  210. ^ Southern, Severus to Constantine, 151, 335–36.
  211. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 18; Potter, 293.
  212. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 18; Millar, 178.
  213. ^ a b c Barnes, Constantine and Eusebius, 18.
  214. ^ a b c Potter, 293.
  215. ^ Millar, 178–79; Potter, Roman Empire at Bay, 293.
  216. ^ a b Millar, 178.
  217. ^ Southern, 151.
  218. ^ Lactantius, De Mortibus Persecutorum 10.1–5; Barnes, "Sossianus Hierocles", 245; Barnes, Constantine and Eusebius, 18–19; Burgess, "Date of the Persecution", 157–58; Helgeland, "Christians and the Roman Army", 159; Liebeschuetz, 246–8; Odahl, 65.
  219. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 20; Corcoran, "Before Constantine", 51; Odahl, 54–56, 62.
  220. ^ Lactantius, De Mortibus Persecutorum 10.6, 31.1; Eusebius, Historia Ecclesiastica 8, a1, 3; Constantine, Oratio ad Coetum Sanctum 22; Barnes, Constantine and Eusebius, 19, 294.
  221. ^ a b Barnes, Constantine and Eusebius, 19.
  222. ^ Barnes, New Empire, 49; Carrié & Roussele, L'Empire Romain, 163–164
  223. ^ Inscriptiones Latinae Selectae 660; Barnes, Constantine and Eusebius, 20.
  224. ^ Lactantius, De Mortibus Persecutorum 33.1; Barnes, Constantine and Eusebius, 20; Williams, 83–84.
  225. ^ Williams, 78–79, 83–84.
  226. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 20.
  227. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 20–21.
  228. ^ Gibbon, op. cit., pp. 265-266.
  229. ^ Lactantius, De Mortibus Persecutorum 10.6–11; Barnes, Constantine and Eusebius, 21; Odahl, 67.
  230. ^ Eusebius, Vita Constantini 2.50.
  231. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 21; Odahl, 67; Potter, 338.
  232. ^ Secondo il testimone Lattanzio (riportato in L. Pietri, cit., p. 174 e in Gibbon, cit., pp. 266-267) già il giorno prima, festa dei Terminalia, la chiesa di Nicomedia, posta davanti al palazzo di Diocleziano, fu rasa al suolo. Le porte furono aperte, le scritture bruciate, il santuario distrutto (Barnes, Constantine and Eusebius, 22; Odahl, 67–69; Potter, 337; Southern, 168).
  233. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 22; Williams, 176.
  234. ^ a b Barnes, Constantine and Eusebius, 22; Liebeschuetz, 249–50.
  235. ^ August Frannzen, Breve Storia della Chiesa, 1987, Editrice Queriniana
  236. ^ a b Barnes, Constantine and Eusebius, 24; Southern, 168.
  237. ^ Gibbon, op. cit., pp. 268-269.
  238. ^ a b Barnes, Constantine and Eusebius, 24.
  239. ^ Gibbon, op.cit., pp. 269-271.
  240. ^ a b c d e Chester G. Starr, Storia del mondo antico, Editori Riuniti, 1977; Barnes, Constantine and Eusebius, pp. 23–24.
  241. ^ Treadgold, 25.
  242. ^ La stima del numero totale di vittime è estremamente difficile: C. Lepelley (I cristiani e l'Impero romano in AA.VV., Storia del Cristianesimo – Vol. 1 a cura di L. Pietri Il nuovo popolo: dalle origini al 250, 2003, Borla / Città Nuova, Roma, p. 248) sostiene che fino a prima della persecuzione di Decio i martiri sarebbero stati «diverse migliaia». Le cifre non dovettero variare molto in seguito: secondo W.H.C. Frend (Martyrdom and Persecution in the Early Church, 1965, Basil Blackwell, Oxford, p. 413) furono probabilmente centinaia sotto Decio; per la "grande persecuzione", A. Marcone (La politica religiosa in AA.VV. Storia di Roma - vol. 3 L'età tardoantica, tomo I Crisi e trasformazioni, 1993 Einaudi, Torino, p. 239) ritiene abbastanza attendibile la cifra di 91 vittime fornita da Eusebio per la sola provincia di Siria Palestina. Solidoro Maruotti riporta una stima complessiva di 18 mila martiri o meno (in Laura Solidoro Maruotti, Sul fondamento giuridico della persecuzione dei cristiani, Lezione tenuta presso la Sede napoletana dell'AST il 17 febbraio 2009).
  243. ^ Marcone, cit., p. 235; a p. 236 riporta come al termine della persecuzione i lapsi delle zone governate da Costanzo Cloro furono rimproverati solo di aver ceduto i libri sacri, segno di una condotta più mite. Southern, p. 168.
  244. ^ L. Pietri, cit., p. 172 ss. - Frend, 2006 cit. p. 519-520.
  245. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 39.
  246. ^ Tilley, xi.
  247. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 48–49, 208–213.
  248. ^ Barnes, Constantine and Eusebius, 208–213.
  249. ^ Lactantius, Divinae Institutiones 7.16–17; cfr. Daniel 7:23–25; Digeser, 149–50.
  250. ^ Š. Kulišić, P. Ž. Petrović e N. Pantelić, Српски митолошки речник, Belgrado, Nolit, 1970, pp. 111–12.
  251. ^ Potter, 294–95.
  252. ^ Potter, 298.
  253. ^ a b Potter, 296–98.
  254. ^ Inscriptiones Latinae Selectae 617, tradotta in Potter, p. 296.
  255. ^ Inscriptiones Latinae Selectae 641, tradotto in Potter, p. 296.
  256. ^ Inscriptiones Latinae Selectae 618, tradotta in Potter, p. 296. Vedi anche Millar, p. 182, sul trionfalismo tetrarchico nel Vicino Oriente.
  257. ^ Corcoran, Before Constantine, pp. 44–45.
  258. ^ Corcoran, Before Constantine, p. 43; Potter, p. 290.
  259. ^ Cascio, The New State of Diocletian and Constantine (CAH), pp. 171–72; Corcoran, Before Constantine, p. 43; Liebeschuetz, pp. 235–52, 240–43.
  260. ^ Potter, p. 290.
  261. ^ Southern, p. 163.
  262. ^ Southern, pp. 153–54, 163.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Simone Sarasso, Invictus: Costantino, l'imperatore guerriero, Milano, Rizzoli Max, 2012, ISBN 978-88-586-2939-0.

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