Comitatensi

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Comitatensi
Descrizione generale
Attiva 325 (?) - V secolo
Nazione Civiltà romana
Tipo forza armata terrestre
Guarnigione/QG "in profondità"
Anniversari 21 aprile
Decorazioni Dona militaria
Onori di battaglia Trionfo,
Ovatio,
Spolia opima,
Cognomina ex virtute
Comandanti
Comandante attuale Dux limitis

[senza fonte]

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I comitatensi erano soldati di fanteria pesante del tardo esercito imperiale romano,[1] e potevano appartenere alle legioni o agli ausiliari. Sono menzionati per la prima volta nella legge del 325, contenuta nel Codice teodosiano, in contrapposizione alle forze stabili lungo la frontiera romana dei riparienses (o limitanei).[2]

La riforma di Costantino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Riforma costantiniana dell'esercito romano e difesa in profondità (esercito romano).

La loro introduzione nell'ordinamento militare avviene dopo la grande riforma militare di Costantino I,[3] tracciata in parte da Diocleziano, con la quale scompaiono le antiche legioni da 5-6.000 effettivi, e vengono sostituite in parte da legioni di mille uomini ciascuna, aumentate molto di numero, fino a 100 circa (soprattutto a partire dalla morte di Costantino del 337, con la successiva divisione tra i suoi eredi: Costante I, Costantino II e Costanzo II). In sostanza le unità Comitatenses, che rappresentavano le unità "mobili regionali", ovvero quelle unità a disposizione dei singoli Cesari (nel caso dei figli di Costantino) o dei vari magistri militum non-praesentalis (non di "corte"), si suddividevano in:

  1. Legiones comitatenses, ovvero la fanteria pesante dell'esercito mobile non-praesentalis;
  2. Vexillationes comitatenses, ovvero la cavalleria dell'esercito mobile non-praesentalis;

Assieme alle legioni classiche scomparvero anche i vecchi gloriosi centurioni e i tribuni militari assunsero tutt'altro ruolo che in precedenza. Ciononostante abbiamo notizia di tribuni, ancora in epoca bizantina al tempo di papa Gregorio I.

L'esercito venne diviso in comitatensi e limitanei, i primi concentrati nelle retrovie e nelle principali città, i secondi sulla frontiera. La differenza di armamento era notevole.

I comitatensi erano armati con la lunga patha barbarica, e la lorica hamata o la squamata senza uniformità non solo tra i diversi reparti, ma tra i diversi stessi soldati. Scomparsa l'uniformità dei tempi repubblicani e del principato, così come le più costose e robuste loriche segmentate.

Addestramento ed equipaggiamento[modifica | modifica sorgente]

Anche il sistema di schieramento e combattimento, e conseguentemente l'addestramento, non avevano più nulla a che vedere con le antiche legioni, ma molto più con quello delle truppe ausiliarie. Gli scudi ovali e rotondi, utilizzati già in precedenza, diventano preminenti; solitamente vengono dipinti con il monogramma di Cristo, ma anche molto frequentemente con il simbolo "regimentale" dell'unità di appartenenza, come si può evincere dalla notitia dignitatum.

La parte posteriore ospitava delle frecce piombate (plumbate), che venivano scagliate a distanza ravvicinata prima di ingaggiare il corpo a corpo. Le frecce piombate erano in qualche misura in sostituzione del pilum, la vecchia lancia da tiro che aveva l'importante compito di rendere inutilizzabile lo scudo della fanteria nemica. Le frecce piombate tendevano invece semplicemente a cercare di causare il maggior danno possibile, in quanto efficaci contro milizie barbariche prive di armature e scudi efficienti.

Le corazze utilizzate rimangono la lorica hamata, nelle versioni corte o lunghe fino al ginocchio e con maniche lunghe, come pure le loriche squamate; la lorica segmentata sparisce nella fanteria, ma rimane in uso alla cavalleria soprattutto pesante; ad essa venga applicate maniche segmentate.
Con il tempo l'esercito romano aveva capito che le loriche hamate e squamate presentavano notevoli vantaggi dal punto di vista produttivo e della manutenzione; inoltre le squamate risultavano flessibili e leggere e sufficientemente robuste, soprattutto permettevano di coprire parti del corpo quali gambe e braccia. Il problema della lorica hamata nel resistere ai dardi fu risolto con il totramacus, indumento pesante da indossare sotto la corazza e con imbottitura per il collo; oltre a sostenere il peso della corazza permetteva l'assorbimento dei colpi e impediva ai dardi di raggiungere direttamente il corpo quando essi riuscivano a perforare gli anelli.

Gli elmi erano molto più semplici, del tipo Intercisa per la fanteria o Conceşti conici; tipo Bersakovo conico con paranaso per la cavalleria; anche i primi due modelli avevano varianti con il paranaso e tutti quanti una volta allacciati avvolgevano completamente testa guance e nuca. Risultavano facili da produrre nelle fabbriche centralizzate imperiali ed erano di buona qualità. da quanto risulta da ritrovamenti archeologici, potevano essere rivestiti da argento o addirittura oro per gli ufficiali.

Le truppe del tardo impero erano meno romane, ma più specializzate; lo scopo era soprattutto di avere sempre un grande quantitativo di truppe mobili da concentrare in quelle zone ove avvenivano incursioni barbariche. Oltre tutto, dopo la crisi del terzo secolo, i romani avevano notato che le grosse unità, lo erano solo sulla carta, in quanto i continui distacchi di truppe per le campagne belliche e per le guerre civili avevano lasciato deboli ed inconsistenti le legioni sul confine; le truppe ausiliarie, composte da unità di 550 uomini, risultarono più flessibili ed utili ed in grado di adattarsi ad ogni ambiente.

Diocleziano e Costantino sancirono con una riforma ciò che ormai da 2 secoli era evidente.

Premesse e conseguenze della riforma[modifica | modifica sorgente]

Appare evidente come le truppe del tardo impero, e i comitantensi non vi fecero eccezione, nonostante la nomea di truppe d'élite, avessero assorbito profondamente i costumi barbarici e in parte orientali. Ciò era dovuto in parte ai cospicui reclutamenti fra i barbari, che erano frequenti anche tra i comitatensi stanziati nelle province interne, in parte a mutamenti dettati dalla crisi economica e politica che rese insostenibile mantenere il vecchio equipaggiamento, ma richiedeva una centralizzazione e standardizzazione più spinta.

Molti autori contemporanei, tra cui Zosimo, ci mostrano questi soldati come scarsamente preparati alle fatiche della guerra dopo lunghe permanenze in città, dove anzi, grossi raggruppamenti di uomini, oltre a rappresentare un onere insostenibile in termini di mantenimento, tendevano a creare danno alla popolazione locale:

« ...città che non avevano bisogno di protezione, privò del soccorso quelle minacciate dai barbari [lungo le frontiere] e procurò alle città tranquille il danno generato dalla soldataglia, per questi motivi molte città risultano deserte. Lasciò anche che i soldati rammollissero, frequentando i teatri, ed abbandonandosi alla vita dissoluta. »
(Zosimo, Storia nuova, II, 34.2.)

Questo giudizio severo rifletteva un certo modo di pensare della élite culturale molto legato alle antiche tradizioni; la realtà era che il nuovo esercito risultò più efficace ed efficiente del vecchio la cui rigidità fu causa della crisi militare del terzo secolo e la quasi distruzione dell'impero. La rovina del nuovo furono purtroppo le continue e sanguinose guerre civili e la separazione de facto tra oriente e occidente.

Imbarbarimento e dissoluzione in Occidente[modifica | modifica sorgente]

L'inizio della disgregazione (379-395)[modifica | modifica sorgente]

L'inizio della disgregazione dell'esercito nazionale romano cominciò con Teodosio I. Costui si trovò con l'esercito disastrato in seguito alla disfatta di Adrianopoli (378), e con i Balcani devastati dai Goti vittoriosi. Teodosio I si trovò in notevoli difficoltà quando tentò di ricostituire in tempi brevi un esercito nazionale: le resistenze dei proprietari terrieri a permettere ai propri contadini di svolgere il servizio militare (soprattutto per il timore di perdere manodopera) e la scarsa volontà da parte dei romani stessi a combattere (le leggi romane del tempo lamentano che molti, pur di non essere reclutati, arrivavano persino a mutilarsi le dita della mano) lo costrinsero a fare sempre maggior affidamento sui barbari.[4] Zosimo narra infatti che Teodosio I reclutò molti barbari da oltre Danubio per ricostituire il suo esercito.[5] Alcuni si rivelarono anche fedeli all'Impero, come Modare, grazie a cui, secondo Zosimo, la Tracia poté ritrovare un po' di quiete dopo i saccheggi nemici.[6] La fedeltà di molti di questi barbari reclutati da Teodosio, molti dei quali di origine gotica e quindi connazionali dei barbari che avrebbero dovuto combattere per conto dell'Impero, era però dubbia, e di questo ne era consapevole lo stesso Teodosio, il quale, prudentemente, trasferì parte dei Barbari in Egitto, e trasferì le legioni dell'Egitto in Tracia.[5] L'esercito, riempito di barbari e caduto nel disordine più totale, non poté che perdere un'altra battaglia contro i Goti: probabilmente informati dai loro connazionali che servivano nell'esercito di Teodosio I, i Goti saccheggiatori dei Balcani assalirono l'esercito di Teodosio che stava volgendo verso di loro, infliggendo all'Imperatore una sconfitta nei pressi di Tessalonica (estate 380), nella quale Teodosio stesso scampò a stento alla cattura.[7] L'intervento delle truppe romano-occidentali inviate dall'Imperatore d'Occidente Graziano costrinse però i Goti a ritirarsi in Tracia, dove negoziarono un trattato di pace con Teodosio I.[8] L'Imperatore si era reso conto che non poteva sconfiggere i Goti in battaglia, e dunque dovette firmare una pace di compromesso con essi. I Goti, con il trattato del 3 ottobre 382, divennero foederati di Roma: si stanziavano in territorio imperiale, nell'Illirico orientale, sotto il comando dei loro capi e non erano obbligati a versare tasse all'Impero; in cambio si impegnavano a fornire truppe all'esercito romano-orientale in caso di necessità.

Teodosio I fece molto affidamento sui barbari, reclutandone molti anche in seguito. Quando Promoto, generale di Teodosio I, sconfisse i Greutungi e ne fece molti prigionieri, l'Imperatore decise di reclutare i prigionieri greutungi nell'esercito romano-orientale, perché voleva rinforzare il suo esercito in vista di una spedizione contro l'usurpatore occidentale Magno Massimo.[9] In Tracia settentrionale, nella provincia di Scizia, Teodosio I aveva collocato truppe di barbari, riempendoli di doni; questi però furono accusati di cospirare contro l'Impero dal generale Geronzio, che li assalì e li sconfisse in battaglia.[10] Teodosio I prese però le difese dei barbari dando loro ragione e punendo Geronzio, i cui tentativi di giustificare l'accaduto accusando i barbari di cospirazione furono vani.[10] La fedeltà dei foederati goti e di altri barbari che servivano nell'esercito di Teodosio I era però dubbia, e l'usurpatore Magno Massimo ne approfittò, eccitandoli, con la promessa di grandi premi, alla rivolta: Teodosio I riuscì però a reprimere la rivolta.[11] Teodosio tentava di assicurarsi la fedeltà dei foederati goti con doni e banchetti.[12] Malgrado ciò, erano sorte due fazioni tra i foederati goti: quella capeggiata da Eriulfo intendeva rompere il trattato di alleanza con l'Impero e invaderlo, mentre quella capeggiata da Fravitta intendeva continuare a servire fedelmente l'Impero in battaglia.[12] Durante un banchetto con Teodosio I, i due litigarono al punto che Fravitta giunse ad uccidere Eriulfo; i seguaci di Eriulfo tentarono di uccidere Fravitta, ma furono fermati dalle guardie del corpo dell'Imperatore.[12] I Foederati goti furono utili all'Imperatore nella battaglia del Frigido, nella quale subirono perdite consistenti, contribuendo alla sconfitta dell'usurpatore occidentale Eugenio.[13]

L'imbarbarimento dell'esercito orientale stava arrecando molti danni, e anche se esisteva ancora un esercito campale nazionale, esso aveva subito delle perdite dopo la battaglia di Adrianopoli a cui non fu possibile porre completamente rimedio, se non facendo maggiormente affidamento sui barbari. Vegezio, autore di un manuale di strategia militare datato a fine IV secolo/inizi V secolo, si lamentò per l'imbarbarimento progressivo dell'esercito: secondo Vegezio, l'esercito romano aveva conquistato un vasto impero grazie alla sua superiore disciplina e strategia militare, non per la mera superiorità numerica sull'avversario; l'imbarbarimento progressivo dell'esercito fece sì che l'esercito romano cominciasse a combattere alla maniera barbarica, perdendo il suo vantaggio nella superiore disciplina e strategia militare; lo stesso Vegezio si lamentò per il fatto che l'Imperatore Graziano permise ai suoi fanti, probabilmente di origini barbariche, di non indossare più elmo e armature, esponendoli maggiormente alle armi nemiche: e fu così, narra Vegezio, che i Romani subirono diverse sconfitte contro gli arcieri goti, proprio a causa della mancanza delle armature.[14] Vegezio lamentò poi che non si costruissero più accampamenti e narra le conseguenze nefaste di questa scelta.[15] Sempre Vegezio lamentava poi che i proprietari terrieri, non intendendo perdere manodopera, escogitavano diversi espedienti pur di non fornire soldati all'esercito, anche approfittando della corruzione degli ufficiali reclutatori: ciò fece sì che, invece di reclutare gente idonea al combattimento (come potevano essere fabbri, carpentieri e altre attività che avessero un qualche legame con la guerra), venissero reclutati pescatori, pasticcieri, tessitori ed altre professioni ritenute non idonee da Vegezio.[16] La soluzione di Vegezio era tornare all'antico modo di combattere, alla "maniera romana", abbandonando il modo di combattere "alla barbara" introdotto dal sempre più crescente arruolamento di Barbari; in Occidente, tuttavia, per diverse ragioni, non si riuscì a invertire questa tendenza, portando alla sua rovina.[17]

La crisi germanica e la sua risoluzione in Oriente (395-400)[modifica | modifica sorgente]

In seguito al decesso di Teodosio I, la situazione in Oriente si aggravò sempre di più, con i capi germanici dell'esercito che cospiravano contro lo stato per aumentare sempre di più la loro ingerenza. I foederati Visigoti che servivano nell'esercito romano, scontenti per le perdite subite nella battaglia del Frigido e lamentando l'interruzione dei sussidi, si rivoltarono eleggendo loro capo uno di loro, Alarico: costui aveva finora servito nell'esercito romano ed aveva anch'egli motivi per rivoltarsi, essendogli stata promessa da Teodosio I la carica di magister militum, promessa poi non mantenuta.[18] Vi furono anche sospetti di collusione tra i Goti e il prefetto del pretorio d'Oriente Flavio Rufino, comunque non provati.[18] Il resoconto di Zosimo sui saccheggi dei Goti di Alarico nei Balcani è ingarbugliato, e parrebbe aver fuso gli avvenimenti di due campagne distinte (una nel 395 e un'altra nel 396) in una sola: certo è, comunque, che i Visigoti devastarono senza opposizione la Tracia e la Macedonia forse anche con la complicità di alcuni generali romani traditori.[18] Alla fine Eutropio, il nuovo primo ministro di Arcadio, imperatore d'Oriente, fu costretto a nominare Alarico magister militum per Illyricum, pur di porre fine alla rivolta. Secondo Sinesio, oratore romano-orientale, era necessario che l'esercito tornasse ad essere veramente romano e non più composto in buona parte da truppe germaniche a rischio continuo di rivolta, ma Arcadio, almeno inizialmente, non gli diede ascolto.

Nel frattempo Gainas, generale goto al servizio di Costantinopoli, tramando di impossessarsi del controllo dello stato, si alleò con Tribigildo, un comandante di foederati greutungi stanziati in Asia Minore, sobillandolo a rivoltarsi e a devastare l'Asia Minore.[19] Arcadio e Eutropio affidarono il comando della guerra ai generali Gainas e Leone, non pensando che Gainas fosse in combutta con Tribigildo.[20] Gainas provvedette a sabotare, facendo il doppio gioco, tutti i tentativi da parte dei Romani di fermare i saccheggi di Tribigildo in Asia Minore, costringendo Arcadio a negoziare con il ribelle.[21] Tribigildo richiese che Eutropio cadesse in disgrazia e Arcadio acconsentì, comandando la sua esecuzione; furono esiliati inoltre diversi uomini illustri sgraditi a Gainas.[22] Ben presto però si ebbe una rivolta antigermanica nella capitale: sospettando che Gainas intendesse attaccare la capitale con le truppe germaniche per impossessarsi stabilmente del potere, i soldati romani, per ordine dell'Imperatore, uccisero tutti i soldati barbari di Gainas presenti nella Capitale (probabilmente più di 7.000).[23] Gainas, per tutta risposta, con i soldati rimasti, devastò le campagne della Tracia, progettando di invadere l'Asia Minore attraversando l'Ellesponto.[23] I piani di Gainas però fallirono perché l'Imperatore affidò l'esercito a Fravitta, un generale gotico che finora aveva sempre servito fedelmente l'Impero.[24] Fravitta distrusse le zattere che Gainas aveva fatto costruire per attraversare con il suo esercito l'Ellesponto, sconfiggendo così le truppe di Gainas in questa battaglia navale e impedendo loro di giungere in Asia Minore.[25] Gainas tentò di attraversare il Danubio con le truppe rimanenti, ma fu catturato e ucciso dagli Unni di Uldino.[25] Fravitta fu ricompensato con la nomina a console, ma, accusato di tradimento, fu poco tempo dopo giustiziato.[25] L'Impero d'Oriente si era così liberato della minaccia barbarica all'interno dell'esercito. Ruppe il trattato che aveva stretto con Alarico sotto Eutropio destituendolo dalla carica di magister militum per Illyricum. Alarico dovette quindi volgere la sua attenzione ad Occidente, dato che non era più gradito in Oriente.

L'inizio della dissoluzione in Occidente (400-423)[modifica | modifica sorgente]

L'esercito dell'Impero romano d'Occidente, come quello orientale, era suddiviso in truppe di campo (comitatensi) e truppe da frontiera (limitanei), queste ultime però di qualità nettamente inferiore rispetto a comitatensi e in quanto tali inadatti a difendere la frontiera dagli incursori nemici. Il comando supremo degli eserciti era esercitato dai due magistri militum praesentales, uno per la fanteria (magister peditum) e uno per la cavalleria (magister equitum), residenti in Italia e al fianco dell'Imperatore; quasi sempre le due cariche erano esercitate da un'unica persona, che assumeva così il titolo di magister utriusque militiae, in quanto generale supremo sia della cavalleria che della fanteria.[26] In Gallia il generale di grado più elevato era il magister equitum, coadiuvato da comites rei militaris nelle regioni periferiche, mentre la difesa delle frontiere era affidata a duces, comandanti di reggimenti di limitanei. Eserciti di campo esistevano anche in Britannia, Spagna e Illirico occidentale, ma erano di scarsa consistenza: la Britannia era difesa da appena 3.000 soldati, mentre gli eserciti di Spagna e Illirico consistevano all'incirca di 10.000 soldati; le uniche regioni dell'Impero difese da un numero consistente di soldati erano Italia (intorno ai 30.000 soldati), Gallia (30.000-35.000 soldati) e Africa (intorno ai 23.000 soldati).[27] Dei 250.000 soldati arruolati nell'esercito romano d'Occidente, almeno la metà erano limitanei, soldati posti a difesa permanente delle frontiere e non impiegabili altrove, e per giunta di qualità scadente e dunque scarsamente efficaci nel respingere le incursioni nemiche; pertanto, gli unici soldati su cui l'Impero d'Occidente poteva contare per respingere le incursioni erano i comitatensi, che tuttavia erano divisi ulteriormente in piccoli gruppi regionali e dunque risultavano anch'essi di efficacia ridotta.[28]

L'Impero romano d'Occidente era uscito ancora indenne dalle invasioni, ma aveva comunque subito un indebolimento. Gli eserciti di campo dell'Occidente avevano subito delle perdite in seguito alla battaglia del Frigido del 394, ed è difficile che tutte le perdite furono colmate, data la difficoltà nel reclutare nuovi soldati dovuta alla resistenza alla leva sia da parte dei grandi proprietari terrieri, che non volevano perdere manodopera, che dai contadini stessi, che non volevano intraprendere la carriera militare. Stilicone, il comandante dell'esercito d'Occidente, dopo aver dovuto restituire ad Arcadio le truppe orientali che erano venute con Teodosio in Italia, tentò di rinforzare l'esercito nazionale emanando leggi che costringevano persino i senatori a fornire soldati: i senatori e i proprietari terrieri opposero, tuttavia, resistenza alla mossa di Stilicone, non essendo intenzionati a perdere manodopera, e alla fine ottennero, con continue pressioni, la revoca della legge: fu concesso ai senatori e ai proprietari terrieri di versare una tassa di 25 solidi per ogni recluta non fornita all'esercito.[29] Viste le resistenze dei proprietari terrieri, Stilicone fu costretto, pertanto, a far affidamento soprattutto su mercenari barbari per colmare le perdite. Secondo Zosimo, più di 30.000 mercenari barbari servivano nell'esercito di Stilicone.[30] Sempre Zosimo riferisce che le guardie del corpo che lo difendevano erano unni.[31] Per essere in grado di vincere Alarico, dovette reclutare anche parte dei Vandali e degli Alani che avevano invaso la Rezia e il Norico e che aveva sconfitto, costringendoli ad entrare nel suo esercito (401/402). Quando un'orda di Goti condotta da Radagaiso invase l'Italia (405/406), Stilicone li sconfisse soltanto dopo aver arruolato mercenari goti (condotti da Saro), unni (inviati da re Uldino) e forse anche alani (se si presta fede al resoconto ingarbugliato di Zosimo).[32] Inoltre, dopo aver sconfitto Radagaiso, Stilicone reclutò parte dei guerrieri fatti prigionieri nel suo esercito, barbarizzandolo ancora di più.[32] Stilicone contava molto sull'alleanza con i Barbari, al punto da considerare l'Impero d'Oriente una minaccia e i Goti di Alarico un possibile alleato. Inimicandosi l'Impero d'Oriente per le sue ambizioni personali (ambiva a impossessarsi anche del controllo dell'Impero d'Oriente nonché a costringere Costantinopoli a cedere all'Occidente romano l'Illirico orientale) ed evitando sempre di annientare Alarico nella speranza di renderselo alleato contro Costantinopoli, Stilicone commise un grave errore.[32] I Goti di Alarico, infatti, che, per i giochi di potere di Stilicone, non erano stati annientati quando sarebbe stato possibile farlo, avrebbero poi saccheggiato Roma nel 410.

La priorità di Stilicone era soprattutto la difesa dell'Italia e per difenderla con efficacia dagli invasori dovette sguarnire le altre frontiere, agevolando le invasioni successive. Durante l'invasione dell'Italia da parte dei foederati goti ribelli di Alarico (401-403), Stilicone dovette richiamare legioni dalla Gallia e dalla Britannia per poter respingere l'attacco dei Visigoti, e probabilmente lo stesso avvenne quando dovette respingere l'invasione dell'Italia da parte dei Goti di Radagaiso. La difesa della frontiera del Reno fu affidata agli alleati Franchi, che però non furono in grado di respingere gli invasori Vandali, Alani e Svevi quando essi varcarono il Reno e invasero la Gallia (31 dicembre 406). Gli invasori del Reno non ebbero problemi a devastare la Gallia sguarnita di difensori e l'unica resistenza trovata fu ad opera delle truppe di Costantino III, un usurpatore eletto nel corso del 407 dalle truppe britanniche in rivolta e che era sbarcato in Gallia per sottrarla al controllo dell'Imperatore d'Occidente Onorio e difenderla dagli invasori.[33] Costantino III riuscì a strappare ad Onorio anche il controllo della Spagna, ma commise alcuni gravi errori.[34] Affidò l'esercito della Spagna a Geronzio e rimosse la guarnigione romana a presidio dei Pirenei, sostituendola con mercenari barbari noti come Onoriaci.[35][36] E così, quando Geronzio si rivoltò e nominò come usurpatore Massimo, incitò i Barbari che erano in Gallia ad insorgere contro Costantino III, e le province della Britannia e dell'Armorica furono colpite da incursioni tanto devastanti da spingerle a rivoltarsi al governo di Costantino III per poter così provvedere alla loro autodifesa, dato che l'usurpatore non faceva nulla per difenderli.[37] Inoltre i Vandali, gli Alani e gli Svevi, dopo aver devastato la Gallia per tre anni, poterono invadere senza difficoltà la Spagna proprio per la decisione di affidare la difesa dei Pirenei ai mercenari barbari Onoriaci, che infatti non ostacolarono l'invasione e anzi sembra che si unirono agli invasori stessi.[35][36] Gran parte della Spagna cadeva così nelle mani dei Barbari, ad eccezione della Tarraconense (409).

I disastri che colpivano l'Impero d'Occidente si ritorsero contro Stilicone. Costui aveva stretto un'alleanza con Alarico spingendolo ad invadere l'Impero d'Oriente così da costringere Arcadio a restituire all'Impero d'Occidente l'Illirico orientale.[32] I piani non andarono in porto perché impediti dall'invasione della Gallia e dall'usurpazione di Costantino III, e Stilicone dovette annullare la spedizione contro Costantinopoli.[38] Come se non bastasse, Alarico avanzò minaccioso fino in Norico, minacciando i Romani che avrebbe invaso l'Italia nel caso non fossero stati pagati gli arretrati (4.000 libbre d'oro) per i suoi foederati Visigoti per tutto il tempo in cui si erano mantenuti inoperosi in Epiro in attesa dell'inizio della prevista campagna contro l'Impero d'Oriente.[39] Stilicone convinse il senato ad accogliere la richiesta di Alarico, e intendeva ora impiegare i foederati Visigoti di Alarico in Gallia contro Costantino III, ma i suoi piani non poterono prosperare perché Stilicone, accusato di tradimento per gli intrighi di Olimpio, fu giustiziato con tale accusa il 23 agosto 408.[31] Diventato in tal modo il primo ministro di Onorio, Olimpio tentò di sbarbarizzare l'esercito romano-occidentale, con esiti disastrosi: ordinando infatti ai soldati romani di uccidere le famiglie dei soldati barbari che servivano nell'esercito romano e di saccheggiare i loro possedimenti, non fece altro che spingere 30.000 soldati barbari, un tempo al servizio di Roma, a passare dalla parte di Alarico per poter ottenere così la loro vendetta.[30] Alarico, rinforzatosi di ulteriori 30.000 soldati che un tempo servivano Roma, poté quindi procedere ad invadere l'Italia senza trovare opposizione, anche grazie al fatto che l'Imperatore aveva congedato Saro, guerriero valoroso goto ma al servizio dell'Impero, e affidato l'esercito a generali inetti quali Turpilione e Vigilanzio.[40] Alarico fu poi rinforzato da 40.000 schiavi in fuga da Roma e da un forte contingente di Goti provenienti dalla Pannonia e condotti dal cognato Ataulfo.[41][42] In teoria Onorio doveva disporre di circa 30.000 soldati a Pavia, che però non si mossero contro Alarico, si ignora il perché di ciò. Si ha unicamente notizia che Onorio inviò contro Alarico un esercito di 6.000 soldati provenienti dalla Dalmazia e contro Ataulfo un esercito composto da mercenari unni: entrambi gli eserciti non ottennero grandi successi contro gli invasori, e così Onorio non poté far altro che inviare richiesta agli Unni di inviare 10.000 dei loro mercenari in difesa di Roma.[43][42][44]

Le mire di Alarico erano inizialmente queste: pretendeva che Onorio permettesse ai Visigoti di stanziarsi in qualità di foederati nelle province delle Venezie, del Norico e della Dalmazia, e che versasse loro un tributo in oro e in grano.[45] Successivamente abbassò le sue pretese annunciando che si sarebbe accontentato semplicemente del Norico e di un tributo in grano.[44] Ravenna non volle però negoziare con Alarico, rinunciando però anche a combatterlo, e così Alarico, spazientito da tutti i tentativi falliti di negoziazione, saccheggiò Roma il 24 agosto 410.[46] I Visigoti presero come ostaggio Galla Placidia, sorella dell'Imperatore, e, condotti ora da Ataulfo, succeduto ad Alarico, risalirono la penisola invadendo la Gallia (412). Nel frattempo Onorio inviò il generale Costanzo contro gli usurpatori Costantino III e Massimo: Costanzo riuscì a sconfiggere e deporre entrambi gli usurpatori nel corso del 411.[47][48] A questi due usurpatori ne erano succeduti, tuttavia, altri: in Africa si rivoltò Eracliano, che fu però rapidamente sconfitto, mentre in Gallia settentrionale gli invasori Burgundi e Alani elessero come usurpatore Giovino, che ottenne poi anche l'appoggio dei Visigoti di Ataulfo.[48] La corte di Ravenna, tuttavia, intrigò affinché i Visigoti deponessero Giovino, e, quando Giovino associò al trono il fratello Sebastiano senza l'assenso dei Visigoti, Ataulfo detronizzò lui e il fratello.[48] Il mancato accordo raggiunto con Costanzo, che prometteva ai Visigoti il tributo in grano solo nel caso fosse stata restituita prima ai Romani Galla Placidia, spinse i Visigoti a occupare la Gallia Narbonense e affidarne il governo a un loro Imperatore fantoccio, l'usurpatore Prisco Attalo.[48] Costanzo, tuttavia, bloccando loro le vie di rifornimento, costrinse i Visigoti a migrare in Spagna, dove furono costretti dalla fame a negoziare con Costanzo.[49] Il nuovo re dei foederati Visigoti, Vallia, accettò di restituire Galla Placidia a Onorio, e a combattere per conto dell'Impero i Vandali, gli Alani e gli Svevi, ma in cambio i Visigoti ottennero di stabilirsi in Gallia Aquitania in qualità di foederati dell'Impero e di ricevere un tributo in grano.[49] Grazie all'aiuto dei foederati Visigoti, l'Impero d'Occidente poté recuperare temporaneamente Betica, Cartaginense e Lusitania, costringendo i barbari a riparare nella remota Galizia, ma tali successi furono solo temporanei: nel 420 i Vandali rioccuparono di nuovo la Betica e nel 422 sconfissero un esercito romano condotto da Castino, forse a causa del tradimento dei foederati Visigoti. Nel 418 Costanzo fu, inoltre, costretto a concedere ai Visigoti di stabilirsi, in qualità di Foederati, nella valle della Garonna, in Aquitania: in base all' hospitalitas, ovvero l'obbligo da parte dei proprietari terrieri di ospitare nelle loro abitazioni i soldati romani stazionati nella regione, i Goti ottennero, in quanto almeno formalmente soldati romani, un terzo delle case e delle terre della regione, nonché l'esenzione delle tasse: l'amministrazione civile nelle regioni in cui furono stanziati i Visigoti rimase comunque, almeno inizialmente, in mano ai funzionari romani.[50]

L'Impero d'Occidente nel 420 era considerevolmente indebolito rispetto al 395. Il fatto che l'esercito romano-occidentale avesse subito molte perdite nel corso delle invasioni è evidente da un'analisi dettagliata della Notitia Dignitatum: dei 181 reggimenti che componevano l'esercito di campo romano-occidentale intorno al 420, infatti ben 97 furono costituiti dopo il 395; congetturando che nel 395 i reggimenti dell'esercito di campo dell'Impero d'Occidente fossero circa 160 esattamente come quelli dell'Impero d'Oriente, si può così concludere che nel corso delle invasioni fossero stati annientati 76 reggimenti, il 47,5% del totale.[51] Molte delle perdite subite furono colmate non arruolando nuove truppe, bensì spostando reggimenti di limitanei nell'esercito di campo: ben 62 delle 97 nuove unità (il 64%) erano infatti limitanei promossi a Comitatensi, mentre furono solo 35 i reggimenti effettivamente costituiti con nuovi reclutamenti, e di questi circa un terzo erano costituiti da barbari, a giudicare dai loro nomi (come attecotti, marcomanni e brisigavi).[52] Si può concludere che l'esercito di campo ne uscì considerevolmente indebolito: i limitanei promossi a comitatensi non sembrerebbero, infatti, essere stati addestrati adeguatamente alla loro nuova mansione, risultando quindi di efficacia minore rispetto ai comitatensi veri e propri. Furono gli eserciti di Gallia e Nord Africa a trovarsi nella situazione peggiore: ben 21 dei 58 reggimenti dell'esercito di campo della Gallia erano, infatti, costituiti da limitanei spostati nell'esercito di campo; in Nord Africa la situazione era nettamente peggiore, con la quasi totalità dell'esercito di campo costituita da limitanei promossi a comitatensi.[53] Heather imputa il non adeguato rinforzamento dell'esercito di campo alla diminuzione del gettito fiscale dovuto alle devastazioni dei campi provocate dalle invasioni barbariche, che rese sempre più difficile per l'Impero trovare il denaro necessario per colmare le perdite subite rinforzando l'esercito.[54] Altri studiosi, invece, danno maggiore risalto alla sempre crescente difficoltà da parte dello stato romano di trovare cittadini romani disposti a servire nell'esercito romano, a cui si aggiunse la resistenza dei proprietari terrieri a fornire soldati all'esercito permettendo ai propri contadini di essere reclutati, in quanto temevano di perdere manodopera.

Oltre a tentare di ricostituire l'esercito di campo della Gallia, Costanzo sembrerebbe aver preso altre misure per assicurare la sicurezza delle province minacciate dai barbari. In Gallia cercò di stabilizzare la difesa della regione affidando a un comes tractus Armoricani et Nervicani, che disponeva di reggimenti di limitanei, il compito di difendere una nuova linea di difesa lungo la Loira, più arretrata rispetto al limes renano, ormai reso insicuro dalle continue incursioni; in Spagna costituì un esercito di campo sotto il comando di un comes Hispaniarum, attestato per la prima volta nel 420 (Asterio); il fatto che la Notitia Dignitatum menzioni un Comes Britanniarum lascia supporre alcuni studiosi, sebbene non vi siano evidenze dirette, che Costanzo possa aver ristabilito, sia pur precariamente, l'autorità romana sulla Britannia e affidato la difesa della diocesi a un Comes Britanniarum.[55]

Disgregazione finale dell'esercito d'Occidente (423-476)[modifica | modifica sorgente]

L'instabilità politica nell'Impero d'Occidente susseguitasi in seguito al decesso del valido generale (e poi imperatore d'Occidente insieme ad Onorio nel 421, anche se regnò solo per circa sette mesi) Costanzo portò a un deterioramento ulteriore della situazione. In un primo momento, nel 421/422, i litigi tra Onorio e la sorella Galla Placidia portarono a frequenti tumulti a Ravenna e culminarono con l'esilio di Galla a Costantinopoli (422). Successivamente, spentosi Onorio, l'usurpazione di Giovanni Primicerio indusse l'Impero d'Oriente a inviare una spedizione in Italia per restaurare sul trono d'Occidente la dinastia teodosiana: sconfitto l'usurpatore, fu innalzato sul trono d'Occidente, Valentiniano III, figlio di Galla Placidia e di Costanzo. Infine, le guerre civili tra i tre generali Felice, Bonifacio e Ezio portarono a ulteriore instabilità politica. Alla fine fu Ezio ad avere la meglio: fatto giustiziare Felice con l'accusa di cospirazione nel 430 e ucciso in battaglia nei pressi di Ravenna Bonifacio nel 432, Ezio riuscì nel 433 a conquistare il potere supremo dello stato, ricoperto solo nominalmente dall'imbelle Valentiniano III.

Mentre parte dell'esercito romano era impegnato in evitabili guerre civili, i Barbari, foederati compresi, colsero l'occasione per espandere la propria sfera d'influenza.[56] In particolare i Vandali e gli Alani, uniti sotto la guida del loro re Genserico, invasero l'Africa, forse chiamati dal generale romano d'Africa Bonifacio, rivoltatosi contro Ravenna (429). Bonifacio si pentì di aver chiamato in Africa i Vandali e gli Alani e tentò di spingerli al ritiro, ma gli invasori si rifiutarono e sconfissero Bonifacio in battaglia. Sembra che all'epoca l'esercito romano in Africa fosse abbastanza debole, e ciò spiegherebbe perché i Vandali riuscirono ad avere la meglio: infatti, la stragrande maggioranza dei comitatensi posti a difesa dell'Africa, erano semplicemente limitanei spostati nell'esercito di campo, senza aver però raggiunto del tutto, a quanto pare, il livello dei comitatensi veri e propri. Per esempio, dei cinque reggimenti dell'esercito di campo della Tingitana, ben tre erano costituiti da limitanei promossi a comitatensi.[57] Dei 31 reggimenti dell'esercito di campo del Nord Africa, ben 27 erano costituiti da limitanei spostati nell'esercito di campo, mentre solo 4 erano i reggimenti di Comitatensi propriamente detti.[58] Neanche i rinforzi da Costantinopoli sotto il comando di Aspar riuscirono a fermare i Vandali, che, dopo una breve tregua (435), nel 439 si impadronirono di Cartagine e nel 440 invasero la Sicilia, venendo però respinti. Nel 442 l'Impero, in cambio della pace, dovette riconoscere ai Vandali il possesso di Byzacena e Proconsolare nonché di parte della Numidia; in cambio i Vandali restituirono ai Romani le province rimanenti dell'Africa (le Mauretanie, una parte della Numidia e la Tripolitania), province però devastate dai saccheggi nemici e che dunque non potevano più fornire un grande gettito fiscale.[59] La perdita delle province più produttive dell'Africa e del loro gettito fiscale provocò un ulteriore indebolimento dell'esercito: nel 444 un decreto imperiale ammetteva che le finanze dello stato, andate in forte crisi in seguito alla perdita del gettito fiscale dell'Africa, non erano più sufficienti per potenziare l'esercito, malgrado fosse necessario farlo a causa dei diversi nemici che lo minacciavano.[60] Alla difficoltà già presente di reclutare soldati tra i Romani, dovuta alle opposizioni dei proprietari terrieri a fornire soldati e dei contadini stessi, si aggiunse quindi il crollo del gettito fiscale, con conseguente impossibilità di potenziare un esercito già debole, per cui i Romani dovettero ricorrere sempre più spesso all'arruolamento di mercenari barbari.

Ezio faceva molto affidamento sui mercenari unni, i quali erano stati determinanti per la conquista del potere supremo dello stato. Nel 425 Ezio, con un esercito di 60.000 mercenari unni, era accorso in Italia in sostegno dell'usurpatore Giovanni Primicerio; arrivato troppo in ritardo per salvare Giovanni, Ezio riuscì però a costringere Galla a nominarlo generale nonostante fosse un sostenitore dell'usurpatore proprio grazie al grande potere che gli aveva fornito l'armata unna.[61] In seguito, nel 433, Ezio riuscì a costringere Galla a nominarlo magister utriusque militiae, ovvero generalissimo d'Occidente, invadendo l'Italia con altri mercenari unni. Ezio fece ampio uso di mercenari unni anche in Gallia: grazie ad essi vinse in Gallia, tra il 436 e il 439, Burgundi, ribelli separatisti Bagaudi e Visigoti, riuscendo a frenare le loro mire espansionistiche a danni dello stato. In cambio del sostegno degli Unni, Ezio fu però costretto a cedere loro la Pannonia.[62] Ormai l'esercito romano in Occidente era costituito quasi unicamente da barbari. Tra il 440 e il 443 Ezio autorizzò nuovi gruppi di barbari ad insediarsi in Gallia come foederati: tra il 440 e il 442 stanziò Alani in Armorica affidando loro l'incarico di reprimere le rivolte dei Bagaudi, mentre nel 442/443 stanziò i Burgundi in Savoia (nei pressi del lago di Ginevra) affinché difendessero l'Impero contro altre minacce. La politica dei trattati, con i quali si permetteva ai barbari di insediarsi all'interno dell'Impero, stava erodendo sempre di più il territorio controllato di fatto dall'Impero, ma non si poteva fare altrimenti, perché non si riuscivano più a respingere questi invasori.[63] Quando gli Unni da alleati divennero nemici di Ezio e, condotti dal loro re Attila, invasero la Gallia, Ezio non poté far altro che costituire un esercito "romano" in realtà formato da foederati Visigoti, Burgundi e numerose altre genti barbare: l'esercito romano che sconfisse Attila nella Battaglia dei Campi Catalaunici aveva in realtà ben poco di "romano".[64] L'armata nazionale romana era praticamente scomparsa e negli ultimi decenni dell'Impero l'esercito era costituito quasi esclusivamente da mercenari e foederati barbari.

In seguito alle uccisioni di Ezio (454) e Valentiniano III (455), gli ultimi imperatori d'Occidente erano praticamente Imperatori fantoccio, manovrati dai generalissimi di origine germanica, come il visigoto Ricimero e il burgundo Gundobado. L'unico Imperatore che cercò di condurre una politica autonoma da Ricimero fu Maggioriano (457-461): fu proprio perché Ricimero non riusciva a controllarlo che Maggioriano fu ucciso nel 461. Maggioriano tentò di risollevare le sorti dell'Impero d'Occidente tentando di riconquistare la Gallia, la Spagna e l'Africa, ma, non potendo contare su truppe romane, essendo ormai l'esercito costituito quasi esclusivamente da barbari, dovette reclutare molti barbari da oltre Danubio.[65] E fu proprio con l'aiuto dei mercenari barbari che riuscì a ricondurre nominalmente sotto la supremazia imperiale Visigoti e Burgundi, riuscendo così a recuperare sia pur precariamente Gallia e Spagna. In seguito al suo tentativo fallito di riconquistare l'Africa, sfumato per colpa dei pirati vandali che attaccarono e distrussero la flotta romana mentre era ancora ancorata in un porto della Spagna, Maggioriano, al ritorno in Italia, fu ucciso per ordine di Ricimero (461). Ormai privo di una propria flotta ed esposto ai saccheggi dei pirati vandali, ormai l'Impero non poteva far altro che implorare il sostegno dell'Impero d'Oriente contro i Vandali: Ricimero, per ottenerlo, fu costretto a detronizzare l'Imperatore fantoccio Libio Severo ed accettare come Imperatore il "greco" Antemio, candidato dell'Imperatore d'Oriente. La spedizione del 468 contro i Vandali, tuttavia, fallì, e con essa l'Impero d'Occidente andò verso il completo collasso. Le guarnigioni a difesa del Norico sbandarono perché non arrivava più la paga (ormai il gettito fiscale dello stato era ridotto ai minimi termini), anche se, dovendo comunque difendere la propria famiglia, continuarono comunque a difendere la regione dalle incursioni dei predoni barbari. Persa anche la Gallia in seguito alle conquiste del re visigoto Eurico, l'Impero si era ridotto quasi esclusivamente all'Italia. L'esercito romano d'Italia era però ormai quasi esclusivamente costituito da truppe di mercenari Sciri, Rugi, Eruli e Turcilingi: quando essi pretesero dallo stato romano un terzo delle terre dell'Italia, e ricevettero il rifiuto dal generale Oreste, che governava l'Impero per conto del figlio e Imperatore nominale Romolo Augusto, essi si rivoltarono, elessero come capo uno di costoro, Odoacre, e marciarono verso Ravenna. Deposto Romolo Augusto, Odoacre decise di non nominare più un Imperatore d'Occidente, anche perché sarebbe stato solo un suo imperatore fantoccio, per cui l'Impero aveva ormai perso ogni ragione di esistere. Inviò, invece, un'ambasceria presso Zenone, Imperatore d'Oriente. L'ambasceria del senato romano, presentatosi di fronte a Zenone, gli comunicò che non erano più necessari due imperatori ma che ora ne era sufficiente soltanto uno, quello di Costantinopoli, e chiese a Zenone di riconoscere ad Odoacre il titolo di patrizio: quest'ultimo, in cambio avrebbe governato l'Italia come funzionario dell'Impero d'Oriente. Così cadde l'Impero d'Occidente, a causa di una rivolta interna dell'esercito romano ormai imbarbaritosi al punto da portare l'Impero sotto il controllo dei barbari.

Lista di legioni comitatensi[modifica | modifica sorgente]

Lista derivata dalla Notitia dignitatum:

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ CIL IX, 5649.
  2. ^ Codice teodosiano, VII, 20.4.
  3. ^ Zosimo, Storia nuova, II, 34.2.
  4. ^ Ravegnani 2012, pp. 23-26.
  5. ^ a b Zosimo, IV,30.
  6. ^ Zosimo, IV,25.
  7. ^ Zosimo, IV,31.
  8. ^ Zosimo, IV,33.
  9. ^ Zosimo, IV,39.
  10. ^ a b Zosimo, IV,40.
  11. ^ Zosimo, IV,45.
  12. ^ a b c Zosimo, IV,56.
  13. ^ Zosimo, IV,58.
  14. ^ Ravegnani 2012, pp. 29-30.
  15. ^ Ravegnani 2012, p. 30.
  16. ^ Ravegnani 2012, p. 29.
  17. ^ Ravegnani 2012, pp. 30-31.
  18. ^ a b c Zosimo, V,5.
  19. ^ Zosimo, V,13.
  20. ^ Zosimo, V,14.
  21. ^ Zosimo, V,17.
  22. ^ Zosimo, V,18.
  23. ^ a b Zosimo, V,19.
  24. ^ Zosimo, V,20.
  25. ^ a b c Zosimo, V,21.
  26. ^ Ravegnani 2012, p. 43.
  27. ^ Ravegnani 2012, p. 44.
  28. ^ Ravegnani 2012, pp. 43-44.
  29. ^ Ravegnani 2012, p. 48.
  30. ^ a b Zosimo, V,35.
  31. ^ a b Zosimo, V,34.
  32. ^ a b c d Zosimo, V,26.
  33. ^ Zosimo, VI,3.
  34. ^ Zosimo, VI,4.
  35. ^ a b Sozomeno, IX,12.
  36. ^ a b Orosio, VII,44.
  37. ^ Zosimo, VI,5.
  38. ^ Zosimo, V,27.
  39. ^ Zosimo, V,29.
  40. ^ Zosimo, V,36.
  41. ^ Zosimo, V,42.
  42. ^ a b Zosimo, V,46.
  43. ^ Zosimo, V,45.
  44. ^ a b Zosimo, V,50.
  45. ^ Zosimo, V,48.
  46. ^ Sozomeno, IX,9.
  47. ^ Sozomeno, IX,15.
  48. ^ a b c d Orosio, VII,46.
  49. ^ a b Orosio, VII,47.
  50. ^ Ravegnani 2012, pp. 89-90.
  51. ^ Heather, pp. 303-304.
  52. ^ Heather, pp. 304-305.
  53. ^ Heather, p. 304.
  54. ^ Heather, p. 305.
  55. ^ Ravegnani 2012, p. 90.
  56. ^ Heather, p. 322.
  57. ^ Heather, p. 331.
  58. ^ Heather, p. 332.
  59. ^ Heather, p. 361.
  60. ^ Heather, pp. 362-363.
  61. ^ Filostorgio, XII,14.
  62. ^ Heather, p. 350.
  63. ^ Ravegnani 2012, pp. 107-108.
  64. ^ Giordane, 191.
  65. ^ Ravegnani 2012, p. 143.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie

Fonti moderne