Sacco di Roma (410)

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Sacco di Roma (410)
Sacco di Roma ad opera dei Visigoti in un quadro di JN Sylvestre del 1890
Sacco di Roma ad opera dei Visigoti in un quadro di JN Sylvestre del 1890
Data 410
Luogo Roma
Esito Vittoria visigota ed occupazione della città di Roma.
Schieramenti
Comandanti
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Il Sacco di Roma del 24 agosto 410 concluse il terzo assedio (dopo quelli del 408 e 409) condotto dai Visigoti di Alarico I ed ebbe un'immediata risonanza in tutto l'Impero, avvertito come evento epocale, venne visto da sant'Agostino (nel De civitate Dei) come segno della prossima fine del mondo o della punizione che Dio infliggeva alla capitale del paganesimo.

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Stilicone e i Visigoti[modifica | modifica sorgente]

Onorio assurse al soglio all'età di soli 11 anni, venendo affidato alla reggenza del magister militum Stilicone, prescelto per questo incarico da Teodosio sin dal 393. Stilicone, di origine vandala, si trovò così a guidare un Impero certamente debilitato dalle lunghe lotte intestine e dalle tribù barbare di origine germanica che premevano sui suoi confini, ma in quel momento ancora piuttosto saldo e in posizione più sicura rispetto al più ricco ma anche più esposto Oriente. Pare che Stilicone affermasse di essere stato nominato custode di entrambi i figli di Teodosio,[1] e questo incrinò in pratica i suoi rapporti con la corte della metà orientale dell'Impero, che temeva che Stilicone intendesse impadronirsi anche dell'Oriente.[2]

I due neonati imperi si trovarono subito a fronteggiare un grave problema. Il neo-proclamato re dei Visigoti, Alarico, che aveva servito come foederatus nell'esercito romano sotto Teodosio, giungendo perfino ad aspirare alla carica di magister militum, destinata invece poi a Stilicone, decise di approfittare del delicato periodo di successione per rivoltarsi. Secondo diversi studiosi, i Visigoti di Alarico erano gli stessi goti che avevano sconfitto l'esercito di Valente nella battaglia di Adrianopoli nel 378 e che erano stati insediati come foederati nei Balcani da Teodosio I nel 382; essi vennero impiegati da Teodosio I nelle lotte contro gli usurpatori gallici Magno Massimo (387-388) ed Eugenio (392-393) e avevano subito pesanti perdite durante la battaglia del Frigido nella quale, secondo Paolo Orosio, Teodosio I aveva ottenuto due vittorie: una sull'usurpatore gallico Eugenio, e un'altra sui foederati goti che servivano nel proprio esercito.[3] Secondo Heather, le perdite subite in quella battaglia spinsero i Goti a rivoltarsi nel tentativo di costringere l'Impero a rinegoziare il foedus del 382 a condizioni più favorevoli: non è ben chiaro a cosa mirassero, ma, con ogni probabilità, le richieste gote comprendevano il riconoscimento di un proprio capo, e la nomina di costui a magister militum dell'esercito romano.[4]

Prendendo a pretesto il fatto che Alarico non avesse ottenuto un ruolo di comando nell'esercito romano,[5] i Visigoti invasero la Tracia e la Macedonia: all'epoca vi furono sospetti di collusione con il prefetto del pretorio d'Oriente Rufino, che avrebbe spinto Alarico a rivoltarsi.[6] Stilicone intervenne in soccorso dell'Impero d'Oriente marciando con le sue forze contro Alarico, ma Arcadio, spinto dal praefectus praetorio per Orientem Flavio Rufino, nemico di Stilicone, ordinò alle truppe orientali, che formavano una parte dell'armata di Stilicone, di far ritorno in Oriente.[7] In Oriente infatti si aveva ancora timore che in realtà Stilicone mirasse a conquistare il dominio anche di Costantinopoli. Lo stesso Alarico, a capo di un popolo che non era più stato respinto dai Romani dopo la disastrosa sconfitta di Adrianopoli del 378, si trovò a giocare abilmente in mezzo alle rivalità esistenti tra le due parti dell'Impero. Stilicone obbedì e rimandò indietro le truppe che di fatto non avevano fatto ritorno in Oriente dopo la battaglia del Frigido, indebolendo il suo esercito. Intanto, giunte a Costantinopoli, le truppe uccisero Rufino: i sospetti che fossero state sobillate dallo stesso Stilicone furono alti.[8]

Nel 397, intanto, Alarico aveva invaso il Peloponneso, ma venne affrontato da Stilicone; Arcadio, questa volta consigliato dal suo nuovo consigliere Eutropio, gli ordinò però di ritirarsi, e il generale romano obbedì;[9] probabilmente, a causa di questa intromissione di Stilicone negli affari orientali, Eutropio fece dichiarare dal senato di Costantinopoli Stilicone nemico pubblico dell'Impero d'Oriente.[10] Nel frattempo Alarico, giunto ad un accordo con Arcadio, venne nominato dall'Impero d'Oriente magister militum per Illyricum, e ciò gli permise di riequipaggiare il suo esercito di nuove armi.[11]

In quello stesso anno i contrasti tra i due imperi portarono a una rivolta in Africa: il comes Africae Gildone trasferì infatti la propria obbedienza all'Impero d'Oriente, rivoltandosi e interrompendo il rifornimento del grano che proveniva dall'Africa a Roma.[12] Stilicone reagì immediatamente inviando le truppe contro il ribelle Mascezel, che era il fratello di Gildone stesso; la rivolta venne immediatamente sedata e l'Africa ritornò a rifornire Roma e l'Italia di grano, anche se Mascezel perì in circostanze sospette, forse assassinato per ordine di Stilicone.[13]

Migrazione principale dei Visigoti

Nel frattempo Alarico, rafforzatosi con le armi romane ottenute come governatore militare e ancora insoddisfatto del trattamento ricevuto dai Romani, mosse ben presto verso l'Italia, superando i primi contrafforti alpini nell'anno 401. Erano iniziate, per l'occidente romano, le invasioni barbariche.

Fu proprio Stilicone a fronteggiare Alarico e i suoi Visigoti quando questi varcarono le Alpi marciando su Milano. Ripetutamente sconfitti a Pollenzo (402) ed a Verona (403), i Visigoti ripiegarono sull'Illirico, mentre Stilicone garantiva ad Alarico un congruo tributo nel tentativo di tenerlo sotto controllo. La dinamica di tali battaglie resta tuttavia sconosciuta: nessuna si rivelò decisiva, e Alarico poté sempre sfuggire ad un disastro definitivo. Più di uno storico ritiene che in realtà Stilicone, a corto di soldati, cercasse un accomodamento e forse addirittura un'alleanza con il potente esercito visigoto.[14] In effetti le fonti narrano che Stilicone strinse un'alleanza con Alarico affinché lo assistesse nel tentativo di sottrarre all'Impero d'Oriente l'Illirico orientale, appartenente alla parte orientale ma rivendicato dall'Impero d'Occidente.[15][16]

Il pericolo corso durante l'invasione visigota aveva dimostrato la vulnerabilità della frontiera sud-orientale, tanto da spingere Onorio a trasferire nel 402 la sua capitale da Milano alla più sicura Ravenna, difesa dallo sbarramento naturale del Po e difesa dalla potente Classis Praetoria Ravennatis, che con il controllo del mare garantiva anche un sicuro collegamento con il resto dell'Impero e con l'Oriente.

Nel 405 Stilicone riprese i progetti contro l'Impero d'Oriente sfruttando l'alleanza con Alarico.[15] Al fine di sottrarre ad Arcadio l'Illirico orientale, ordinò ad Alarico, che era stato nominato generale dell'esercito romano, di invadere l'Epiro, territorio appartenente all'Impero d'Oriente; nominò inoltre Giovio prefetto del pretorio d'Illirico e lo inviò presso Alarico, concordando con il re visigoto di raggiungerlo in breve tempo con truppe romane, per sottomettere la regione sotto il controllo di Onorio.[16][15] In seguito all'ordine di Stilicone, Alarico abbandonò la Dalmazia e la Pannonia, dove si era insediato in seguito alla ritirata dall'Italia, e marciò alla testa delle proprie truppe in Epiro, che occupò in attesa dell'arrivo delle truppe di Stilicone.[16][15]

Stilicone non poté, tuttavia, portare avanti i suoi progetti ostili all'Impero d'Oriente perché ne fu impedito da una nuova serie di invasioni barbariche.[15] Nel 405/406, la strada aperta da Alarico venne ripercorsa da una nuova orda di barbari coalizzati sotto la guida dell'ostrogoto Radagaiso, i quali desolarono le regioni dell'Italia centro-settentrionale, prima di essere fermati a Fiesole da Stilicone, grazie all'intervento di truppe ausiliarie unne e gote, condotte rispettivamente da Uldino e Saro; 12.000 soldati dell'esercito di Radagaiso furono arruolati nell'esercito romano, mentre il resto fu ridotto in schiavitù.[17][18] In quello stesso anno, il giorno 31 dicembre un'orda barbara di straordinarie proporzioni, costituita da Vandali, Alani e Suebi, sospinta verso occidente dagli Unni, attraversò il Reno ghiacciato e penetrò in Gallia.[19]

La fine di Stilicone (408)[modifica | modifica sorgente]

Dittico di Stilicone, Monza, Tesoro del Duomo
Solidus dell'usurpatore Costantino III, associato nel 408 da Onorio quale co-imperatore.

L'invasione e la debolezza manifestata dal governo di Onorio, spinse le legioni britanniche a rivoltarsi acclamando imperatore prima un certo Marco, poi, alcuni mesi dopo, un certo Graziano e poi, dopo il rifiuto di questi di intervenire contro i barbari, il generale Flavio Claudio Costantino.[20][21] Questi, attraversata La Manica, riuscì a bloccare temporaneamente l'avanzata dei barbari e a prendere il controllo di gran parte dell'Impero: Gallia, Spagna e Britannia.[20][21]

Stilicone non fu energico com'era stato con Radagaiso, e la Gallia restò abbandonata a barbari e usurpatori. La notizia falsa di un presunto decesso di Alarico e, soprattutto, dell'usurpazione di Costantino III, trattennero Stilicone dal raggiungere Alarico in Epiro per condurre una guerra civile contro l'Impero romano d'Oriente per il possesso dell'Illirico orientale.[22] Stilicone inviò comunque nel 407 il generale romano di origini gote Saro in Gallia per porre fine all'usurpazione di Costantino III, ma la spedizione fallì e Saro, vinto dai generali dell'usurpatore, Edobico e Geronzio, fu costretto a ritirarsi in tutta fretta in Italia, venendo costretto durante la ritirata persino a cedere tutto il bottino accumulato ai Bagaudi (briganti) per ottenere da loro il permesso di passare le Alpi.[20] Il mancato arrivo di Stilicone in Epiro spinse inoltre, nel 408, Alarico a spostarsi in Norico, minacciando di invadere l'Italia se non fosse stata soddisfatta la richiesta di un pagamento di 4000 libbre d'oro "per i servizi resi", ovvero gli arretrati per l'esercito gotico per tutto il tempo trascorso in Epiro in attesa di Stilicone.[23] Stilicone si recò a Roma per consultarsi con il senato per discutere se pagare o meno Alarico: la maggioranza dei senatori e l'Imperatore propendevano per la guerra piuttosto che al pagamento ad Alarico, ma Stilicone, facendo valere la sua superiore autorità, riuscì a convincerli a versare le 4000 libbre d'oro, asserendo che Alarico era intervenuto in Epiro per assistere l'Impero d'Occidente nel tentativo di sottrarre all'Impero d'Oriente l'Illirico orientale e il piano avrebbe già avuto successo se non fosse intervenuta Serena, moglie di Stilicone, che, volendo evitare una guerra civile tra le due parti dell'Impero, riuscì a indurre Onorio a fermare la spedizione.[23] Il senato, ascoltate le argomentazioni di Stilicone, accettò di versare ad Alarico le quattromila libbre d'oro: soltanto un senatore di nome Lampadio, secondo la tradizione, ebbe il coraggio di affermare che non si trattava di alleanza ma di schiavitù.[23] Secondo Zosimo, Stilicone intendeva inviare Alarico in Gallia per combattere l'usurpatore Costantino III, e avrebbe avuto l'approvazione di Onorio, che scrisse persino ad Alarico, ma l'assassinio di Stilicone mandò a monte tutto.[24]

Una volta versate le 4.000 libbre d'oro ad Alarico, Onorio decise di recarsi dapprima a Ravenna e poi a Pavia, dove voleva visionare l'esercito che doveva essere inviato contro l'usurpatore Costantino III.[25] Giustiniano, un avvocato sostenitore di Stilicone, temendo che se Onorio si fosse recato a Pavia, il rischio di una rivolta dell'esercito contro Stilicone sarebbe stato elevato, perché i soldati riuniti a Pavia poco sopportavano Stilicone, tentò di distogliere l'Imperatore dal viaggio, senza però riuscirci.[25] Nello stesso tempo lo stesso Stilicone, volendo anch'egli distogliere Onorio dal viaggio per gli stessi motivi di Giustiniano, sobillò i federati condotti da Saro, che si trovavano a Ravenna, alla rivolta.[25] Onorio, tuttavia non si fece intimorire e partì per Bologna, dove scrisse a Stilicone, che all'epoca si trovava a Ravenna, ordinandogli di punire i rivoltosi.[26] Quando però Stilicone annunciò la sua intenzione di punirli con la decimazione, i soldati con un dirotto pianto ottennero che il generale scrivesse all'Imperatore, chiedendo di non punirli, ottenendo così il perdono dall'Imperatore e scampando pertanto alla punizione.[26]

Stilicone raggiunse quindi Onorio a Bologna, dove i due ebbero una discussione accesa: Onorio, essendosi spento da poco suo fratello Arcadio, intendeva infatti andare a Costantinopoli per assicurare la successione al nipote Teodosio II, figlio di Arcadio; ma Stilicone lo convinse che la presenza dell'Imperatore in Italia in questi frangenti così delicati (con Alarico e Costantino "III" in agguato) era necessaria e che sarebbe andato lui stesso in Oriente a sistemare le cose.[26] Stilicone consigliò inoltre Onorio di negoziare con Alarico per stringere una nuova alleanza con lui: il generale intendeva impiegare i foederati Visigoti di Alarico in Gallia contro l'usurpatore Costantino III insieme alle legioni romane, sperando che con l'aiuto di Alarico sarebbe riuscito a recuperare la Gallia.[26] Convinto da Stilicone, Onorio scrisse ad Alarico e all'Imperatore d'Oriente e partì da Bologna per raggiungere Pavia.[26] Partito Onorio, Stilicone si preparò per partire per Costantinopoli, ma, narra Zosimo, Stilicone tardò ad eseguire ciò che aveva promesso.[27]

Nel frattempo Olimpio, un cortigiano originario dal Ponto Eusino, odiando Stilicone, cominciò a tramare contro di lui: durante il viaggio dell'Imperatore Onorio verso Pavia, cominciò a suscitare sospetti in Onorio sulla fedeltà di Stilicone, affermando che avesse pianificato l'assassinio di Rufino, stesse brigando con Alarico[28] che avesse invitato i barbari nel 406 in Gallia[29] e che intendesse dirigersi a Costantinopoli con l'intenzione di mettere sul trono imperiale il figlio Eucherio.[30]. Giunto poi a Pavia, Olimpio ripeté gli stessi discorsi volti a screditare Stilicone all'esercito radunato a Pavia, spingendolo pertanto alla rivolta.[27] La rivolta delle truppe di Pavia avvenne il 13 agosto 408, nel corso del quarto giorno dall'entrata di Onorio nella città, proprio nel momento in cui Onorio, nel passare in rassegna le truppe, le stava incitando a dare il massimo nella guerra contro l'usurpatore Costantino III.[27] Le truppe, al segnale di Olimpio, cominciarono la rivolta uccidendo i principali sostenitori di Stilicone e saccheggiando la città.[27] Si narra che Onorio, nel tentativo di porre fine alla rivolta, si togliesse la porpora e il diadema e vagasse per la città nel tentativo di fermare i soldati, riuscendoci con molta fatica.[27] Nel frattempo, Stilicone, che all'epoca si trovava a Bologna, alla notizia della rivolta di Pavia, radunò i foederati barbari per stabilire le mosse da intraprendere: si stabilì che, nel caso Onorio non fosse uscito incolume dalla rivolta, sarebbero intervenuti per reprimere la rivolta assalendo l'intero esercito in sommossa; in caso contrario, avrebbero castigato i soli principali responsabili della sommossa.[31] Quando arrivò la notizia che Onorio era uscito incolume, Stilicone stabilì di non intervenire per punire l'esercito, ma di recarsi a Ravenna, con ogni probabilità per tentare di difendersi dalle accuse di tradimento parlando direttamente con l'Imperatore.[31] I federati barbari, non essendo d'accordo con Stilicone, diedero segni di rivolta nel tentativo di distorglierlo: Saro massacrò di notte le guardie del corpo unne di Stilicone, che però riuscì a fuggire.[32] Il generale, pertanto, constatato che vi era discordia anche tra i soldati barbari che lo servivano, decise, mentre viaggiava verso Ravenna, di avvertire le città dove dimoravano le mogli e i figli dei federati barbari di non aprire le porte a loro nel caso essi si fossero presentati di fronte a queste città chiedendo di entrare.[32]

Stilicone non riuscì però a conferire con Onorio nel tentativo disperato di persuaderlo dell'infondatezza delle accuse di tradimento, in quanto Olimpio era riuscito a persuadere l'Imperatore a scrivere alle truppe di Ravenna di arrestare e giustiziare Stilicone.[32] Stilicone riuscì a trovare riparo in una chiesa, dove entrarono le truppe di Onorio: esse presentarono a Stilicone una prima lettera scritta da Onorio, in cui veniva ordinato semplicemente il suo arresto e detenzione in carcere, ma non la sua esecuzione, e lo indussero a uscire dalla chiesa.[32] Non appena Stilicone uscì dalla chiesa, tuttavia, i soldati gli lessero una seconda lettera, nella quale veniva ordinata la sua esecuzione per presunto tradimento.[32] Non appena fu letta la seconda lettera, i soldati barbari fedeli a Stilicone erano sul punto di intervenire per salvare il generale dall'esecuzione, ma Stilicone li fermò all'istante, accettando il suo destino.[32] Stilicone fu giustiziato il 23 agosto del 408 da Eracliano.[32]

In seguito all'esecuzione di Stilicone, Olimpio si impossessò del controllo dell'Impero, ottenendo da Onorio la carica di magister officiorum.[33] Molti familiari o sostenitori di Stilicone furono processati e giustiziati.[33] Onorio divorziò da Termanzia, figlia di Stilicone, e ordinò l'esecuzione di un altro figlio del generale, Eucherio, il quale, pertanto, si rifugiò in una chiesa di Roma.[33] A Roma il prefetto del fisco Eliocrate ricevette addirittura l'ordine di confiscare e vendere i beni di chiunque avesse ottenuto magistrature nel periodo della reggenza di Stilicone.[33] Come se non bastasse, forse per ordine di Olimpio, le truppe di presidio delle città massacrarono le mogli e i figli dei soldati barbari al servizio dell'Impero e ne saccheggiarono le case.[33] I soldati barbari, udita la notizia, per vendicarsi dei Romani che avevano trucidato le loro famiglie, decisero di disertare e allearsi con Alarico.[33] Secondo Zosimo, Alarico fu così rinforzato da 30.000 soldati barbari che fino a poco tempo prima avevano servito Roma e Stilicone.[33] Peter Heather ritiene invece che la cifra di 30.000 soldati sia un errore di Zosimo e che tale cifra si riferisca invece all'intero esercito di Alarico.

Onorio, rimasto privo di una valida forza militare con cui opporsi ai barbari e all'usurpatore Costantino, decise nel 408 di associare quest'ultimo al trono riconoscendolo co-imperatore e associandolo al consolato per l'anno successivo.[21]

Invasione dell'Italia e assedio di Roma (408)[modifica | modifica sorgente]

Alarico, rinforzato dai già citati 30.000 soldati barbari un tempo al servizio dell'Impero, subì da essi pressioni affinché rompesse gli accordi stretti con Roma e invadesse l'Impero, in modo da vendicare il massacro delle loro famiglie.[34] Alarico, tuttavia, decise di anteporre le negoziazioni alla guerra: inviò ambasciatori alla corte di Onorio proponendo la pace a condizione che fossero ceduti come ostaggi Ezio e Giasone e una piccola somma di denaro, in cambio del ritiro dei Visigoti dal Norico per stabilirsi in Pannonia.[34] La proposta di pace di Alarico venne però rifiutata da Onorio, che, influenzato da Olimpio, nominò Turpilione comandante della cavalleria, Varane della fanteria, Vigilanzio delle truppe domestiche.[34] Secondo Zosimo queste scelte risultarono nefaste, dato che questi tre generali non si rivelarono nei fatti all'altezza degli incarichi a loro affidati in un momento così critico: secondo Zosimo, l'Imperatore, invece, avrebbe dovuto affidare il comando dell'esercito a Saro, guerriero di origini gote molto valoroso ed esperto, il quale avrebbe opposto, a dire di Zosimo, una resistenza molto più strenua ad Alarico; al contrario, Saro fu addirittura congedato e l'esercito fu affidato a quei tre generali che, invece di radunare tutte le forze a loro disposizione per fermare Alarico, trascurarono ogni preparativo di arginare l'invasione ormai imminente.[34]

Alarico, dopo aver chiesto a suo cognato Ataulfo, che si era stabilito con i suoi Goti in Pannonia, di unirsi a lui nell'impresa, raggiungendolo con la sua armata in Italia, iniziò l'invasione della Penisola: passando per Aquileia e le altre città oltre il Po, cioè Concordia, Altino e Cremona, attraversò poi il fiume e, senza trovare alcuna opposizione, arrivò fino al castello di Bononia.[35] Da lì attraversò tutta l'Emilia, passando per Rimini (Ariminum), che si trovava in Flaminia, e da lì passò per il Piceno. Dal Piceno si diresse verso Roma, saccheggiando tutte le città lungo il tragitto.[35]

Quando Alarico era nei pressi di Roma, e iniziò ad assediare la città eterna, il senato romano sospettò (probabilmente a torto) che Serena, moglie di Stilicone, progettasse di consegnare Roma ai Barbari e, dopo averla processata, la giustiziarono, sperando così che Alarico, abbandonata ogni speranza di espugnare la città con la presunta traditrice eliminata, avrebbe levato l'assedio.[36] Le loro speranze vennero frustrate e Alarico continuò l'assedio della Città, impadronendosi del controllo del fiume Tevere e impedendo l'arrivo di ogni rifornimento dal porto alla Città, prendendola per la fame.[37] I Romani, in attesa di aiuti da Ravenna, deliberarono di ridurre la distribuzione di annona dapprima a un mezzo, e poi a un terzo.[37] Leta, moglie dell'ex Imperatore Graziano, coadiuvata da sua madre Tisamena, si adoperò con la sua carità per sfamare il più possibile la popolazione affamata per il protrarsi dell'assedio, ma, ben presto, anch'ella non poté far nulla di fronte alla carestia dilagante.[37] Non ricevendo aiuti da Ravenna, ed essendosi diffusa la carestia per la carenza di cibo, molta della popolazione di Roma perì di fame.[37]

Stremati dalla fame, i Romani inviarono un'ambasceria ad Alarico, per informarlo che avrebbero accettato qualsiasi condizione ragionevole purché levasse l'assedio: l'ambasceria era condotta da Basilio e da Giovanni, i quali addirittura avevano dubbi che fosse veramente Alarico ad assediare la città, avendo invece il sospetto che fosse un sostenitore di Stilicone in cerca di vendetta.[38] Quando gli ambasciatori ebbero invece conferma che l'assediatore della città eterna era proprio Alarico, gli proposero le offerte del senato romano, ricordandogli che, se non fosse stato disposto ad accettarle, il senato e il popolo romano era pronto ad uscire dalla città con armi alla mano per combatterlo.[38] Alarico, alla minaccia dei Romani di uscire dalla città con le armi per combatterlo, rispose con sarcasmo che l'erba folta si taglia meglio di quella rada.[38] Affermò, inoltre, che avrebbe levato l'assedio solo a condizione che avesse ricevuto tutto l'oro, l'argento, le suppellettili e gli schiavi della città, e quando gli ambasciatori gli chiesero che cosa sarebbe rimasto ai cittadini di Roma, Alarico replicò: "la vita".[38] L'ambasceria ritornò nella città comunicando ai cittadini le dure condizioni di pace imposte da Alarico.[38] Il praefectus urbi, Pompeiano, raccontò di aver udito alcuni abitanti della Tuscia narrare che Narni si salvò dall'assedio di Alarico grazie alla devozione della popolazione nei confronti delle antiche divinità pagane, e chiese a Papa Innocenzo il permesso di condurre riti pagani: il pontefice acconsentì, ma solo a patto che tali riti avvenissero segretamente.[39] I Tusci tuttavia obiettarono che, per aver efficacia, i riti pagani dovessero avvenire in luogo pubblico, con il senato che ascendeva sul campidoglio e celebrava pubblicamente in quel luogo i riti in questione; poiché però nessuno intendeva disobbedire al pontefice compiendo i riti pagani in luogo pubblico, i cittadini di Roma accettarono le richieste di pace di Alarico, spogliando di ogni ornamento le statue di culto in modo da pagare il riscatto.[39] Dopo lunghe trattative con il nemico, Alarico accettò di levare l'assedio in cambio di 5.000 libbre d'oro, 30.000 libbre d'argento, 4.000 abiti di seta, 3.000 abiti di lana scarlatta e 3.000 libbre di pepe.[39] Per versare il tributo ad Alarico, essendo vuoto l'erario, i senatori dovettero contribuire al versamento del tributo in proporzione al proprio reddito; a Palladio fu affidato l'incarico di stabilire la cifra che ogni senatore dovesse versare, compito assai oneroso sia perché alcuni senatori dichiaravano di possedere meno di quanto non possedessero in realtà, sia perché nella città, essendo stata ridotta alla miseria dalle continue e rapaci riscossioni imperiali, non circolava molto denaro.[39] Pur di ottenere il denaro mancante da versare ad Alarico, i Romani furono pertanto costretti a privare di ogni ornamento le statue pagane, nonché fonderne parecchie di esse composte di oro e argento.[39] Prima di procedere al versamento del tributo, il senato romano inviò un'ambasceria a Onorio, per indurlo a negoziare una pace con Alarico: quest'ultimo pretendeva dallo stato romano non solo denaro, ma anche la cessione in ostaggio di alcuni figli di persone di illustre rango; in cambio di ciò, i Visigoti di Alarico non avrebbero più guerreggiato lo stato romano, ma sarebbero passati al suo servizio, divenendo così confederati e alleati dell'esercito romano.[40] Avendo ricevuto l'assenso di Onorio, il senato procedette a versare il tributo ad Alarico.[40] Il re visigoto decise quindi di concedere al senato e al popolo romano il mercato, consentendo loro di uscire dalla città da varie porte, nonché di introdurre provviste dal porto.[40] Quando accadde però che alcuni soldati visigoti, violando il trattato, assalirono alcuni romani che si erano recati al porto per procurarsi del cibo, Alarico, per mettere chiaro e tondo che questo incidente diplomatico era avvenuto contro la sua volontà, ordinò di punire i colpevoli.[40] I barbari si stabilirono temporaneamente in Toscana, venendo raggiunti da schiavi in fuga da Roma, che entrarono nell'esercito visigoto, portandolo a 40.000 soldati.[40][41] Nel frattempo l'Imperatore Onorio aveva appena cominciato il suo ottavo consolato a Ravenna e Teodosio II il suo terzo consolato a Costantinopoli (inizi del 409).[40] Intorno a quel periodo Onorio ricevette un'ambasceria dall'usurpatore Costantino III, il quale chiedeva il riconoscimento ad Imperatore.[42] Onorio, che già aveva notevoli problemi nel fronteggiare l'invasione di Alarico e voleva evitare il più possibile di fornire a Costantino III un pretesto per invadere l'Italia, decise di riconoscere almeno temporaneamente Costantino III come Imperatore: gli inviò dunque una veste imperiale.[42]

Non essendo ancora stata confermata la pace con Alarico, essendosi l'Imperatore rifiutato sia di consegnargli gli ostaggi sia di soddisfare tutte le sue pretese, il senato inviò a Ravenna un'ambasceria condotta da Ceciliano, Attalo e Massimiano; gli ambasciatori rappresentarono all'Imperatore gli stenti subiti dai cittadini romani durante l'assedio esortandolo ad accettare la pace proposta da Alarico; ma poiché l'Imperatore era influenzato da Olimpio, il quale era contrario, l'ambasceria non ottenne i risultati desiderati e venne congedata dall'Imperatore, il quale nominò Ceciliano prefetto del pretorio, privando di tale carica Teodoro, e Attalo tesoriere.[43]

L'Imperatore inviò quindi un esercito romano di 5 reggimenti (secondo Zosimo 6.000 soldati) in Italia per difendere Roma: l'esercito in questione proveniva dalla Dalmazia ed era condotto da un certo Valente.[44] Essi vennero però attaccati e distrutti dall'esercito di Alarico e solo 100 di essi con il loro comandante riuscirono a riparare a Roma.[44] Nel frattempo, Attalo fu nominato prefetto dell'erario sostituendo Eliocrate, che aveva perso il favore di Olimpio: costui infatti pretendeva che egli confiscasse rigorosamente tutti i beni di coloro che avessero stretto dei legami con Stilicone, in modo da incamerarle nel fisco, cosa che Eliocrate si rifiutava di fare; Olimpio lo fece sostituire, pertanto, con Attalo, e Eliocrate riuscì a scampare all'esecuzione soltanto trovando riparo in una chiesa.[44] Nel frattempo, avendo Onorio rifiutato di riprendere le negoziazioni, Alarico riprese a minacciare Roma, al punto che gli abitanti della Città Eterna non avevano più la libertà di uscire dalle mura.[44] Il senato romano, messo alle strette da Alarico, decise di inviare una nuova ambasceria presso Onorio, a cui si unirono Papa Innocenzo ed alcuni visigoti inviati da Alarico come scorta per difendere l'ambasceria da eventuali attacchi nemici durante il viaggio.[44] Mentre l'ambasceria era dall'Imperatore, a Ravenna giunse la notizia che l'esercito visigoto condotto dal cognato di Alarico, Ataulfo, aveva oltrepassato le Alpi Giulie invadendo la Penisola; essendo però un esercito non molto consistente, Onorio ordinò a tutti i soldati, sia fanti che cavalieri, che erano nelle differenti città, di andare incontro all'esercito di Ataulfo e sconfiggerlo in battaglia, e affidò a Olimpio un'armata composta da 300 ausiliari unni; codesti si scontrarono con il nemico nei pressi di Pisa infliggendogli delle perdite: secondo Zosimo, le perdite nemiche ammontarono a 1.100 Goti contro le sole 17 perdite subite dai Romani.[44]

Tuttavia, Ataulfo riuscì alla fine a ricongiungersi con Alarico e gli eunuchi di corte accusarono Olimpio per tutte le calamità che stavano colpendo l'Impero romano d'Occidente, ottenendo la sua destituzione.[45] Olimpio, temendo calamità maggiori, fuggì in Dalmazia.[45] Onorio inviò quindi Prisco Attalo a Roma come prefetto della città e nominò come comandante dell'esercito di Dalmazia un certo Generido.[45] Quest'ultimo, lodato da Zosimo perché pagano, si rese ben presto amato dall'esercito con distribuzioni di grano e ricompense, costituendo quindi non solo un terrore per i barbari ma anche una sicurezza per le nazioni che erano sotto la sua tutela.[45] Nel frattempo le truppe di Ravenna insorsero, occupando il porto, e chiedendo la presenza dell'Imperatore: Giovio, patrizio e prefetto del pretorio, si recò a parlamentare con le truppe in rivolta chiedendo il perché della sommossa: l'esercito rispose che volevano che fossero loro consegnati i comandanti dell'esercito Turpilione e Vigilanzio, nonché i cortigiani eunuchi Terenzio e Arsacio; Onorio, per porre fine alla rivolta, condannò i due comandanti all'esilio, il primo in Oriente e il secondo a Milano, ma non appena saliti sulla nave che li avrebbe dovuti trasportare nel luogo dove scontare la pena, furono uccisi dall'equipaggio dell'imbarcazione, sembra per ordine di Giovio.[46] Secondo Zosimo, infatti, la rivolta dell'esercito ravennate fu sobillata appunto da Giovio e dal comandante Allobico, il quale volevano impadronirsi del controllo dello stato facendo le veci dell'imbelle Onorio, togliendo di mezzo gli uomini di fiducia di Olimpio, a loro scomodi.[46] Posta fine alla rivolta, Onorio nominò al posto di Turpilione il generale Valente e al posto di Vigilanzio il generale Allobico.[46]

Avendo consolidato il proprio potere, Giovio inviò ambasciatori ad Alarico invitandolo a Ravenna dove avrebbero concluso la pace: Alarico, ricevute le lettere dall'Imperatore e da Giovio, marciò fino a Rimini, dove si incontrò con Giovio.[47] Le richieste di Alarico erano un tributo annuale in oro e in grano, e lo stanziamento dei Visigoti in Norico, Pannonia e nelle Venezie.[47] Giovio inviò le richieste di Alarico per iscritto all'Imperatore, suggerendogli inoltre di nominare Alarico magister militum, nella speranza che ciò sarebbe bastato per convincere Alarico ad accettare la pace a condizioni meno gravose per lo stato romano.[47] Onorio, letta la lettera, rimproverò Giovio per la sua temerarietà, sostenendo che sarebbe stato disposto a versare ad Alarico un tributo annuale, ma che mai e poi mai avrebbe accettato di nominare Alarico magister militum.[47] Quando Alarico venne a sapere che Onorio aveva rifiutato di nominarlo magister militum, sentendosi insultato, ruppe ogni trattativa e si diresse di nuovo verso Roma.[48]

Essendo la situazione ormai disperata, l'Imperatore chiese agli Unni di inviare 10.000 loro guerrieri come ausiliari nella guerra contro Alarico.[49] Nel frattempo, però, Alarico cambiò idea, fermandosi nella sua avanzata verso Roma, e inviando ambasciatori a Ravenna per negoziare una nuova pace a condizioni più moderate delle precedenti: in cambio di un modesto tributo in grano e lo stanziamento dei Visigoti nella poco prospera provincia del Norico, Alarico avrebbe accettato la pace con lo stato romano.[49] Anche questa volta le richieste di Alarico vennero respinte, e il re dei Visigoti fu dunque costretto ad assediare per la seconda volta Roma (409).[50]

La perdita della Spagna e della Britannia, l'invasione dell'Italia e il caos (409-410)[modifica | modifica sorgente]

Siliqua celebrante Costante II, associato da Costantino III nel 409.

Nel frattempo, Costantino III, dopo aver elevato al rango di Cesare suo figlio Costante, lo aveva inviato in Spagna, insieme al generale Geronzio (che Zosimo chiama erroneamente Terenzio) e al prefetto del pretorio Apollinare, per reprimere la rivolta di due parenti di Onorio, Didimo e Vereniano: essi si erano rifiutati di riconoscere l'autorità dell'usurpatore e avevano messo insieme un'armata che minacciava di invadere la Gallia e deporlo.[51][52] Nonostante ai soldati ribelli si fossero aggiunti un'immensa massa di schiavi e contadini, l'esercito di Costante riuscì, dopo alcune difficoltà iniziali, a reprimere la rivolta e a catturare i capi dei ribelli (Vereniano e Didimio, parenti di Onorio), e li condusse prigionieri in Gallia da suo padre, dove furono giustiziati.[51][52][53] I fratelli dei due ribelli, Teodosiolo e Lagodio, che risiedevano in altre province, fuggirono dalla Spagna: il primo fuggì in Italia presso Onorio, il secondo in Oriente, presso Teodosio II.[53]

Nel frattempo, nel 409, mentre i Burgundi si stanziarono sulla riva sinistra del Reno per dare vita a un loro regno, Costantino III richiamò suo figlio Costante in Gallia per consultarsi sulle prossime mosse da attuare; Costante, che aveva posto la propria corte a Saragozza, salutò la moglie e partì per la Gallia; Costante aveva però commesso l'errore di affidare temporaneamente al generale Geronzio il governo della Spagna mentre era via, affidandogli il compito di sorvegliare i Pirenei; altro errore che commise fu quello di sostituire con truppe di origini barbariche (gli Honoriaci) i presidi locali che un tempo sorvegliavano i passi.[52][53][54][55]. Quando dunque Costante ritornò in Spagna per la seconda volta per governarla come Cesare, con l'intenzione di destituire Geronzio dal comando dell'esercito ispanico sostituendolo con un certo Giusto, Geronzio, adirato per la sostituzione ma anche per brame di potere, si rivoltò proclamando a sua volta imperatore un tale Massimo e sobillando i barbari invasori della Gallia a devastare i territori di Costantino III.[53][54][55] Le incursioni compiute dagli invasori barbari in Gallia spinsero gli abitanti della Britannia e dell'Armorica a rivoltarsi a Costantino III, cacciando i magistrati romani e formando un loro governo autonomo.[54] Probabilmente anche i Vandali, gli Alani e gli Svevi furono sobillati da Geronzio a invadere la Gallia meridionale per danneggiare Costantino III; tale tentativo di sobillare gli invasori barbari contro Costantino III in modo da indebolirlo e così vincere la guerra civile si rivelò però controproducente: negli ultimi mesi del 409, i Vandali, gli Alani e Svevi, a causa del tradimento o della negligenza dei reggimenti Honoriaci a presidio dei Pirenei, entrarono in Spagna, sottomettendola per la massima parte.[52][53][54][56]

La Spagna nel 411, con le popolazioni vandaliche di Asdingi (nel nord-ovest) e Silingi (nel sud).

Secondo la testimonianza del cronista spagnolo Idazio, nel 411 i Vandali, gli Alani e gli Svevi si spartirono per sorteggio i territori conquistati in Spagna:

« [I barbari] si spartirono tra loro i vari lotti delle province per insediarvisi: i Vandali [Hasding] si impadronirono della Galizia, gli Svevi di quella parte della Galizia situata lungo la costa occidentale dell'Oceano. Gli Alani ebbero la Lusitania e la Cartaginense, mentre i Vandali Siling si presero la Betica. Gli spagnoli delle città e delle roccaforti che erano sopravvissuti al disastro si arresero in schiavitù ai barbari che spadroneggiavano in tutte le province. »

Tutta la Spagna, tranne la Tarraconense rimasta ai Romani, risultò dunque occupata dai Barbari nell'anno 411,[57] mentre le legioni di Massimo marciavano sulla Gallia e, nel caos generale, la Britannia, rimasta sguarnita e priva di difese contro le incursioni dei pirati Sassoni, si ribellò uscendo dall'orbita dell'impero (410). Su tutto gravava la minaccia dei Visigoti di Alarico, che in quello stesso anno, marciarono sull'Italia.

A quel punto l'Impero d'Occidente si trovava spezzato in tre, preda delle invasioni e governato da un imperatore e da tre usurpatori in lotta tra loro: da una parte Onorio, dall'altra Costantino III col figlio Costante II e infine Massimo.

Secondo assedio di Roma e l'usurpazione di Attalo (409-410)[modifica | modifica sorgente]

Mentre Alarico, furente per il rifiuto delle sue condizioni di pace, marciava verso Roma per assediarla una seconda volta, Onorio ricevette a Ravenna un'ambasceria condotta da Giovio, un ambasciatore dell'usurpatore Costantino III.[58] Giovio richiese ad Onorio la conferma della pace che aveva raggiunto con l'usurpatore Costantino III, e gli suggerì di fare qualche concessione all'usurpatore, per ottenere il suo aiuto contro Alarico.[58] Costantino III aveva sotto il suo controllo l'esercito delle Gallie, dunque sarebbe stato conveniente per Onorio raggiungere ad un accordo con l'usurpatore in modo da convincerlo ad accorrere in Italia con l'esercito delle Gallie per salvarla da Alarico, anche se il rischio che Costantino III approfittasse della situazione per detronizzare Onorio stesso era forte.[58]

Nel frattempo, Alarico assediò per la seconda volta Roma, minacciando di distruggerla se gli abitanti della città non si fossero rivoltati contro Onorio e avessero eletto un imperatore fantoccio sotto il controllo dei Visigoti.[59] Si impadronì del porto della città e di tutte le provviste, prendendo Roma per fame.[59][60] Il senato romano, essendo conscio che se non avessero accettato le condizioni di Alarico, Roma sarebbe stata distrutta, dopo una lunga discussione, accettò di far entrare Alarico in città e di nominare un imperatore fantoccio sotto il controllo dei Visigoti, il prefetto della città Prisco Attalo.[60][61] Attalo nominò come propri generali Alarico e Valente, che un tempo era al comando delle truppe di Dalmazia.[61] Ataulfo, cognato di Alarico, fu nominato comandante della cavalleria domestica.[60] Lampadio fu nominato prefetto della corte e Marciano prefetto della città.[61] Il giorno dopo, Attalo rivolse al senato un discorso pieno di arroganza con le quali dichiarava che avrebbe sottomesso il mondo intero per Roma, comprese le province dell'Impero d'Oriente.[60][61]

Sacco di Roma ad opera dei Visigoti da una miniatura francese del XV secolo

Alarico consigliò Attalo di inviare un esercito di barbari condotti dal visigoto Drumas in Africa per rovesciare Eracliano e sottomettere l'Africa.[61] Attalo rifiutò però di affidare il comando della spedizione a un barbaro e lo affidò a un certo Costante: dei divinatori avevano convinto Attalo che avrebbe preso possesso dell'Africa senza nemmeno combattere.[60][61] Rifiutò anche il consiglio di un certo Giovanni di inviare in Africa Costante con un editto imperiale firmato a (falso) nome di Onorio con cui si ordinava la destituzione del Comes Africae Eracliano e la sua sostituzione con Costante; secondo Sozomeno, se questo artifizio fosse stato adottato, molto probabilmente avrebbe avuto successo, poiché l'Africa era ancora ignara dell'usurpazione di Attalo.[60] Nel frattempo, Attalo inviò un esercito in direzione di Ravenna per detronizzare l'Imperatore legittimo Onorio.[60][61] Onorio, terrorizzato, inviò un'ambasceria presso Attalo comunicandogli di essere disposto a riconoscerlo co-imperatore; Attalo rispose che non avrebbe accettato nessuna negoziazione, essendo intenzionato a detronizzare ad ogni costo Onorio e inviarlo in esilio su un'isola; fu in quel momento che Giovio, che faceva parte dell'ambasceria, decise di passare dalla parte del nemico, ricevendo in cambio una posizione preeminente alla corte di Attalo; Giovio propose ad Attalo di mutilare Onorio nel caso fossero riusciti a detronizzarlo; Attalo, tuttavia, rifiutò con sdegno la proposta.[60][62][63] Onorio, terrorizzato, si stava preparando alla fuga, quando arrivarono dall'Impero d'Oriente dei rinforzi: 6 reggimenti, per un totale di 4.000 soldati.[60][62] Onorio, ripreso il coraggio, decise di rimanere a Ravenna affidando la difesa della città ai rinforzi che gli aveva inviato Teodosio II.[60][62] Il suo piano era attendere che Eracliano sconfiggesse in Africa le truppe di Attalo, pacificando quella diocesi dell'Impero.[62] Una volta pacificata l'Africa, Onorio avrebbe radunato tutte le sue truppe per preparare la guerra contro Alarico.[62] Nel caso invece Attalo e i Visigoti avessero sottomesso l'Africa, Onorio aveva intenzione di fuggire a Costantinopoli.[62]

Nel frattempo, Onorio corruppe Giovio convincendolo a passare di nuovo dalla sua parte.[64] Giovio, che iniziò a questo punto a fare il doppio gioco fingendo ancora di sostenere Attalo, dichiarò dunque al senato romano che non avrebbe più agito come ambasciatore, e lo rimproverò per i fallimenti in Africa.[64] L'armata di Costante era stata infatti sconfitta da Eracliano, e ulteriori tentativi da parte di Attalo di impadronirsi dell'Africa erano falliti.[64] Giovio inoltre riuscì a persuadere Alarico che se Attalo si fosse impadronito di Ravenna e avesse rovesciato Onorio, avrebbe ucciso proprio il re visigoto.[64] Alarico dunque abbandonò l'assedio di Ravenna.[64] Mentre, nel frattempo, il comandante della cavalleria, Valente, veniva arrestato con l'accusa di tradimento, Alarico marciò con il suo esercito in Emilia, che si era rifiutata di accettare Attalo come imperatore.[65] Sottomise alcune delle fortezze della regione, ma dopo il tentativo fallito di impadronirsi di Bononia, si diresse in Liguria sottomettendola sotto il controllo di Attalo.[65]

Nel frattempo Costantino III promosse suo figlio Costante al rango di Augusto e cercò di prendere il possesso dell'Italia, attraversando le Alpi Cozie ed entrando in Liguria.[53] Era sul punto di attraversare il Po, probabilmente nei pressi di Verona, quando fu costretto a ritornare in Gallia alla notizia dell'assassinio di Allobico.[53][63] Costui era il comandante delle truppe di Onorio, il quale essendo stato sospettato di essersi accordato con Costantino III per cospirare contro Onorio, fu massacrato mentre tornava da una processione.[53][63] Costantino fuggì ad Arelate, dove fu raggiunto dal figlio Costante, il quale non era riuscito a sedare l'usurpazione in Hispania del generale Geronzio.[53]

Mentre Onorio inviava lettere alle città della Britannia (o del Bruzio?), consigliando loro di provvedere da sé alla propria difesa, e pagava il soldo alle proprie truppe con il denaro inviatogli dal comes Africae Eracliano, Roma soffriva la fame a causa del mancato arrivo dall'Africa del grano.[60][65] Infatti Eracliano, poiché riconosceva come unico imperatore in occidente Onorio, aveva interrotto i rifornimenti di grano che la Città Eterna riceveva da secoli dall'Africa, ora che Roma era in mano a un usurpatore, fantoccio per di più dei Visigoti.[60][66] La popolazione di Roma soffrì a tal punto la fame che molti sarebbero stati disposti anche ad atti di cannibalismo pur di sopravvivere.[60][66]

In tal occasione Attalo giunse a Roma e radunò il senato: la maggioranza dei senatori sosteneva che il generale visigoto Drumas avrebbe dovuto essere inviato in Africa con un esercito di barbari per condurre sotto il controllo di Attalo la diocesi africana, ma Attalo e una minoranza dei senatori dissentiva, non volendo affidare il controllo di un esercito a un barbaro.[60][67] Nel frattempo, Giovio continuava a calunniare Attalo di fronte ad Alarico, accusandolo di voler uccidere il re visigoto una volta deposto Onorio.[67] Alarico, dunque, avendone abbastanza dei tentennamenti di Attalo, condusse Attalo a Rimini e qui lo privò del trono, spogliandolo di diadema e porpora che inviò all'Imperatore Onorio.[60][67] Ma, pur riducendolo a cittadino privato, lo mantenne accanto a sé, fino a quando l'Imperatore Onorio non l'avrebbe perdonato.[63][67]

Alarico procedette quindi in direzione di Ravenna per discutere la pace con Onorio; ma il generale romano-goto Saro stazionava con alcune truppe nel Piceno, al servizio né dell'Imperatore né di Alarico; quando Saro seppe dell'avvicinarsi dell'esercito di Ataulfo, con cui aveva rapporti ostili, non avendo truppe sufficienti per scontrarsi con lui, avendo con sé solo 300 soldati, decise di fuggire da Onorio e di assisterlo nella guerra contro Alarico.[68] Saro sospettava di Alarico a causa della loro antica rivalità, e riteneva che un trattato di pace tra Visigoti e Romani non gli sarebbe stato di alcun vantaggio.[69] Aggredì all'improvviso con le proprie truppe l'esercito di Alarico, rompendo ancora una volta le trattative di pace e spingendo Alarico ad assediare per la terza volta Roma.[69]

Assedio[modifica | modifica sorgente]

Il sacco di Roma in un dipinto di Evariste-Vital Luminais. New-York, Sherpherd Gallery.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio (storia romana).

I Visigoti, dopo due falliti tentativi (408 e 409), nel corso del 410 (dopo essere stati attaccati a tradimento dalle truppe dell'imperatore Onorio a Ravenna), ritornarono sotto le mura di Roma dando inizio così al terzo assedio in tre anni; bloccarono tutte le vie d'accesso, compreso il Tevere e i rifornimenti da Porto e da Ostia.[70]

Socrate Scolastico narra che:

« Si narra che, mentre [Alarico] avanzava verso Roma, un pio monaco lo esortò a non perpetuare tali atrocità, e di non più godere nel massacro e nel sangue. A costui Alarico rispose, 'Non sto seguendo questo percorso per mia volontà; ma c'è qualcosa che irresistibilmente mi spinge ogni giorno a proseguire per questa via, dicendo, 'Procedi a Roma, e devasta quella città.' »
(Socrate Scolastico, Storia Ecclesiastica, VII, 10.)

L'assedio continuò incessantemente per diverso tempo, riducendo allo stremo la popolazione affamata. Le malattie infettive mieterono molte vittime (le fonti parlano di peste, ma si trattò più verosimilmente di colera) e sono citati anche casi di cannibalismo.[18]

L'assedio colpì soprattutto le fasce più povere della popolazione e fu probabilmente di un disperato gruppo di affamati la decisione di far terminare l'assedio.[70] La fonte più vicina agli avvenimenti, la Storia Ecclesiastica di Sozomeno sostiene che Alarico entrò a Roma per un tradimento, ma non fornisce ulteriori dettagli.[69] Secondo Procopio di Cesarea, Roma sarebbe stata espugnata dai Visigoti grazie a Proba, una donna di rango senatoriale, che, provando pietà per gli stenti subiti dai Romani per la fame, avrebbe comandato ai suoi domestici di aprire le porte al nemico di notte.[70] È possibile comunque che questa versione dei fatti sia stata diffusa ad arte da un sostenitore di Attalo, nel tentativo di diffamare la famiglia degli Anici, a cui Proba apparteneva, rea di essersi opposta all'ascesa al potere di Attalo.[71]

Procopio fornisce poi un'ulteriore e discordante versione su come il re dei Visigoti riuscì ad espugnare la Città Eterna. Secondo questa versione alternativa, Alarico, non essendo riuscito a prendere la città né con la forza né con ogni altro mezzo, escogitò il seguente piano: scelse tra i giovani sbarbati dell'esercito visigoto 300 di essi di buona nascita e di talento, e disse loro segretamente che stava per regalarli come schiavi ad alcuni patrizi di Roma, e disse inoltre che, una volta entrati in città come schiavi, avrebbero dovuto aprire di notte la porta Salaria dopo aver ucciso le guardie.[70] Dopo aver dato le seguenti istruzioni ai trecento giovani, Alarico avrebbe inviato ambasciatori ai membri del senato, regalando i 300 giovani come schiavi e dando poi ordine ai suoi di levare (per finta) l'assedio.[70] Una volta entrati in città, i giovani visigoti aprirono a mezzogiorno la porta salaria dopo aver ucciso le guardie permettendo ai Visigoti di Alarico di entrare in città (24 agosto 410).[70] Quest'ultima versione, che ricorda un po' troppo l'espediente del cavallo di Troia, viene ritenuta inattendibile.[71]

Iniziò così il secondo saccheggio della Città Eterna, rimasta inviolata dai tempi di Brenno. Nonostante tutto, Roma incuteva rispetto agli invasori e nei tre giorni di saccheggio Alarico impartì l'ordine di risparmiare i luoghi di culto (soprattutto la basilica di San Pietro), che considerò come luoghi di asilo inviolabili dove non poteva essere ucciso nessuno.[69][72] Lo scempio in cui cadde la città fu compiuto comunque non tanto dai Goti stessi, quanto dagli ex schiavi (liberati l'anno prima) assetati di vendetta. Alarico rese omaggio ai sepolcri degli Apostoli e in un certo senso rispettò la sacralità dell'Urbe.[69] Sozomeno scrisse che l'ordine di Alarico che proclamava i luoghi di culto luoghi di asilo inviolabili dove non poteva essere ucciso nessuno "fu l'unica causa che impedì l'intera demolizione di Roma; e quelli che si salvarono, ed erano molti, ricostruirono la città".[69]

Secondo Procopio, i Visigoti diedero fuoco a molte delle case prossime alle porte, tra cui la casa di Gaio Sallustio Crispo, l'autore delle opere storiche La Congiura di Catilina e La guerra giugurtina.[70] Orosio conferma che furono incendiati degli edifici, ma sostiene anche che l'incendio fu circoscritto a una zona limitata della città, e che l'incendio di Roma ordinato da Nerone fu di gran lunga più distruttivo.[72] Secondo Orosio, i Visigoti lasciarono l'Urbe dopo tre giorni di saccheggio, un tempo di gran lunga inferiore all'anno intero in cui Roma fu occupata dai Galli di Brenno.[72]

Ben più cataclismatica è la testimonianza di Girolamo il quale parla di una vera e propria carneficina:

« 12. Mentre queste cose stanno avvenendo a Jebus una terribile notizia proviene dall'Occidente. Roma è stata assediata e i suoi abitanti sono stati costretti a comperare le proprie vite con l'oro. Poi spogliati vennero assediati di nuovo perdendo non solo le loro sostanze ma anche le proprie vite... I singhiozzi mi soffocano le parole. La città che aveva dominato l'intero mondo è stata essa stessa conquistata; e per di più la carestia anticipò la fame e pochi cittadini rimasero per essere fatti prigionieri. Nella loro frenesia le persone che stavano perendo di fame fecero ricorso a orribile cibo; e si strappavano uno con l'altro gli arti in modo da poter mangiare quella notte della carne. Persino la madre non risparmiò il suo piccolo che portava al seno.. [Segue citazione da Isaia 15:01, qui tagliata ma alquanto macabra]
Chi può esporre la carneficina di quella notte?
Quali lacrime sono pari alla sua agonia?
Una città sovrana di antica data cade;
E senza vita nelle sue strade e case giaciono
innumerevoli corpi dei suoi cittadini... »
(Girolamo, Epistola 127.)

Anche secondo il resoconto confuso dello storico ecclesiastico greco Socrate Scolastico, i Visigoti saccheggiarono Roma in modo brutale:

« ...incendiando il più grande numero di strutture magnifiche e le altre ammirevoli opere d'arte contenute [nella città]. Si impadronirono di denaro e di altra roba di valore e se la spartirono tra loro. Molti dei principali senatori furono giustiziati con pretesti vari. »
(Socrate Scolastico, Storia Ecclesiastica, VII, 10.)

Comunque il resoconto di Socrate non è privo di imprecisioni: per esempio, sostiene erroneamente che dopo o durante il saccheggio, Alarico proclamò Attalo imperatore, mentre in realtà ciò era avvenuto prima, e appare poco credibile, secondo diversi storici tra cui Gibbon[73], la sua affermazione secondo cui Alarico avrebbe abbandonato Roma perché «gli giunse la notizia che l'Imperatore Teodosio aveva inviato un esercito per combatterlo. E non era questa notizia falsa; perché le forze imperiali erano realmente in marcia; ma Alarico, non attendendo che la notizia divenisse realtà, levò gli accampamenti e scappò».[74] Infatti la notizia, fornita da Socrate, che l'Imperatore d'Oriente Teodosio II avrebbe inviato un esercito contro Alarico, non è confermata da altre fonti.

A parte le testimonianze di parte di autori come Orosio, che per fini di propaganda non potevano non minimizzare il più possibile le spoliazioni subite dalla città saccheggiata, i danni che la città subì furono comunque ingenti: le case nei pressi della porta Salaria, tra cui spiccava la dimora di Sallustio, furono incendiate, e stessa sorte capitò al palazzo dei Valerii sul Celio e alle residenze private sull'Aventino; le stesse terme di Decio subirono danni ingenti, come anche al tempio di Giunone Regina, che fu completamente distrutto, insieme all'intero quartiere, come è possibile dedurre dai ritrovamenti archeologici; le statue del Foro furono depredate, l'edificio del Senato fu dato alle fiamme e diverse chiese, come la basilica di Papa Giulio, oltre a subire danni ingenti, furono depredate dei vasi liturgici.[75] Come attesta Agostino da Ippona, i Visigoti compirono numerose violenze contro la popolazione, come saccheggio dei beni, torture e stupri compiuti persino a danni delle monache.[76]

Chi era già scappato prima del sacco si era rifugiato sull'Isola del Giglio, che raccolse numerosi profughi, stando la testimonianza di Rutilio Namaziano; altri cittadini, ridotti in miseria dal sacco, cercarono rifugio nelle province dell'Impero d'Oriente.[77]

Durante il sacco, Alarico catturò come ostaggio Galla Placidia, sorella di Onorio, che poi avrebbe sposato il suo successore Ataulfo, con cui avrebbe governato il nuovo regno visigoto in Gallia Narbonense.[78].

Procopio narra anche un aneddoto inattendibile secondo cui l'Imperatore Onorio avrebbe ricevuto da un eunuco la notizia che Roma era perduta, e avrebbe replicato: "Ma se sta appena beccando dalle mie mani!" riferendosi alla sua gallina, che si chiamava Roma proprio come la città.[70]

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Reazioni immediate tra i cristiani e i pagani[modifica | modifica sorgente]

L'Impero romano d'Occidente nel 410.

██ Impero d'Occidente (Onorio).

██ Area controllata da Costantino III (usurpatore).

██ Aree in rivolta.

██ Franchi, Alamanni, Burgundi.

██ Area controllata da Massimo (usurpatore).

██ Vandali Silingi.

██ Vandali Asdingi e Suebi.

██ Alani.

██ Visigoti.

La notizia del sacco di Roma, il cuore dell'Impero, il sacro suolo rimasto inviolato per 800 anni da eserciti stranieri, ebbe vasta risonanza in tutto il mondo romano ed anche al di fuori di esso. L'imperatore d'Oriente Teodosio II proclamò a Costantinopoli - Nuova Roma tre giorni di lutto, mentre San Girolamo si chiese smarrito chi mai poteva sperare di salvarsi se Roma periva:

« Ci arriva dall'Occidente una notizia orribile. Roma è invasa.[...] È stata conquistata tutta questa città che ha conquistato l'Universo.[...] »
(San Girolamo)

In Oriente il monaco Isacco di Amida compose poemi lirici sulla caduta di Roma.[79]

Persino la nuova religione, il Cristianesimo, ne sembrò scossa, e i pagani attribuirono all'introduzione del cristianesimo e al conseguente abbandono del paganesimo la colpa di tutte le calamità che affliggevano in quel periodo l'Impero.[79] Infatti, secondo i pagani, per colpa dell'abbandono degli antichi culti pagani, Roma avrebbe perso la protezione delle divinità pagane, con conseguente declino progressivo dell'Impero. Lo storico pagano di inizio VI secolo Zosimo, usando probabilmente come fonte lo storico pagano del V secolo Olimpiodoro, narra che durante l'assedio di Roma del 408:

« Il prefetto urbano venne in contatto con alcuni [individui] giunti a Roma dalla Tuscia, i quali asserivano che la città di Narni era stata liberata da un pericolo simile attraverso alcuni riti sacrificali. [...] Dopo avere parlato con essi, dato che si era già imposta la religione contraria, ritenne opportuno, per la massima sicurezza, dover informare di quella questione, prima di iniziare alcunché, papa Innocenzo. A sua volta Innocenzo, anteponendo la salvezza della città alla propria fede, permise che quelli attuassero di nascosto le pratiche di cui erano esperti. Dunque queste persone provenienti dalla Tuscia replicarono che per la salvezza della città non vi sarebbe stato alcun vantaggio se i sacrifici prescritti non fossero stati effettuati pubblicamente, con il senato che ascendeva al Campidoglio e che sul Campidoglio e nelle piazze celebrava i riti di circostanza. Ma nessuno ebbe il coraggio di partecipare a quei sacrifici secondo il costume patrio: i Tusci vennero rispediti indietro e ripresero le trattative con i barbari. [...] [Per pagare il riscatto chiesto da Alarico] decisero di ricorrere agli ornamenti che rivestivano le statue: questo significava che le statue di culto, riccamente ornate per aver mantenuto prospera la città, erano senza vita e inefficaci, perché le cerimonie sacre erano andate scomparendo. »
(Zosimo, Storia Nuova, V, 41.)

Proprio in risposta alle tante voci che si levarono contro gli empi monoteisti, accusati di aver suscitato contro Roma la giusta punizione delle divinità, Sant'Agostino fu spinto a scrivere il suo capolavoro, De civitate Dei.[80] Nei primi tre libri dell'opera Agostino fa notare (citando episodi narrati da Tito Livio) ai pagani accusatori che anche quando erano pagani i Romani avevano subito tremende sconfitte, senza che però venissero incolpati di questo gli dei pagani:[81]

« Dov'erano dunque [quegli dei] quando il console Valerio fu ucciso mentre difendeva ... il campidoglio...? ... Quando Spurio Melio, per aver offerto grano alla massa affamata, fu incolpato di aspirare il regno e ... giustiziato? Dov'erano quando [scoppiò] una terribile epidemia? ... Dov'erano quando l'esercito romano ... per dieci anni continui aveva ricevuto presso Veio frequenti e pesanti sconfitte...? Dov'erano quando i Galli presero, saccheggiarono, incendiarono e riempirono di stragi Roma? »

Anche il cristiano Paolo Orosio cercò nella sua Storia contro i pagani di ribattere alle accuse rivolte dai pagani contro i cristiani.[79] Secondo Orosio il sacco di Roma ad opera di Alarico fu la giusta punizione divina per castigare la Città Eterna per i suoi peccati, in particolare per il persistere del paganesimo nell'Urbe; in ogni modo, tale sacco, per Orosio, fu molto meno distruttivo di altri disastri capitati alla capitale quando era pagana, ad esempio dell'incendio ordinato da Nerone nel 64 o del sacco di Roma ad opera dei Galli di Brenno nel 390 a.C.:[82][83]

« 39. Quindi, dopo tutto questo grande divampare di blasfemie senza alcun segnale di pentimento, il disastro finale a lungo incombente colpì la città. Alarico apparve di fronte a Roma, la assediò, sparse confusione, e irruppe nella Città... E a provare ulteriormente che la devastazione della città era dovuta all'ira divina più che alla forza del nemico accadde che il beato Innocenzo, il vescovo di Roma, proprio come il giusto Loth sottratto a Sodoma, in quel momento si trovasse, per opera della Divina e imperscrutabile Provvidenza, a Ravenna, non assistendo alla distruzione della popolazione peccaminosa.

...Il terzo giorno dopo la loro entrata in città, i barbari partirono di propria iniziativa. Avevano, certo, incendiato diversi edifici, ma persino il loro fuoco non era così grande quanto quelli causati accidentalmente in settecento anni di Roma. Ché, se si considera l'incendio offerto come spettacolo dall'imperatore Nerone, senza dubbio non si può fare alcun paragone tra l'incendio suscitato dal capriccio del principe e quello provocato dall'ira del vincitore. Né in tal paragone dovrò ricordare i Galli, che per quasi un anno calpestarono da padroni le ceneri dell'Urbe abbattuta e incendiata. E perché nessuno potesse dubitare che tanto scempio era stato consentito ai nemici al solo scopo di castigare la città superba, lasciva, blasfema, nello stesso tempo furono abbattuti dai fulmini i luoghi più illustri dell’Urbe che i nemici non erano riusciti ad incendiare. »

(Orosio, Storia contro i Pagani, VII, 39.)

D'altronde la catastrofe giungeva appena due anni dopo il rogo dei libri sibillini, ordinato dal cristiano Stilicone.[84]

Le sconfitte degli usurpatori (410-413)[modifica | modifica sorgente]

Alarico abbandonò Roma agli inizi dell'autunno, per dirigersi verso l'Italia meridionale: conduceva con sé, oltre a enormi ricchezze, anche un ostaggio prezioso, la sorella dell'imperatore Onorio, Galla Placidia. I Visigoti devastarono la Campania e la Calabria, saccheggiando e radendo al suolo Capua e Nola, e minacciando di invadere la Sicilia: il loro obbiettivo era invadere l'Africa.[71] Una tempesta distrusse però la loro flotta durante il loro tentativo di attraversare lo stretto di Messina e i Goti dovettero dunque rinunciare ai loro propositi. Alarico si spense poco tempo dopo in Calabria, venendo sepolto con tutto il suo tesoro nel letto del fiume Busento.[85] I Visigoti, eletto re Ataulfo, marciarono quindi verso nord, dirigendosi sulla Gallia meridionale.[86] Secondo Giordane, nel corso della marcia verso la Gallia, i Visigoti di Ataulfo avrebbero saccheggiato per la seconda volta Roma, ma questa notizia non viene ritenuta attendibile perché non confermata da altre fonti.[87] Le devastazioni provocate durante la marcia furono ingenti, al punto che nel 412 Onorio concesse alle province devastate del Sud Italia la riduzione delle imposte a un quinto rispetto alla norma per cinque anni.[88]

Nel 411 la situazione politico-militare giunse finalmente ad un punto di sblocco. Geronzio, generale di Costantino III, come già detto, si era rivoltato, eleggendo usurpatore Massimo, suo amico intimo secondo Sozomeno, addirittura suo figlio secondo Olimpiodoro.[89] Posta la propria sede a Tarragona, Geronzio, una volta fatta pace con i Vandali, gli Alani e gli Svevi che avevano invaso la penisola iberica, marciò contro Costantino III.[89][90] Quando Costantino III fu informato dell'usurpazione di Massimo, inviò il suo generale Edovico oltre il Reno, per reclutare un esercito di ausiliari franchi e alemanni; e inviò suo figlio Costante a difesa di Vienna (in Gallia) e delle città limitrofe.[55][89]

Geronzio avanzò con la sua armata, facendo prigioniero Costante e uccidendolo a Vienna, una città della Gallia, raggiungendo ben presto Arelate (l'odierna Arles), che assediò.[89][90][91] Della situazione approfittò Onorio, inviando sul posto il generale Flavio Costanzo.[89][91]

Moneta dell'usurpatore Giovino, sconfitto nel 413.
Moneta di Costanzo III, co-imperatore di Onorio nel 421.

Quando l'armata di Costanzo raggiunse Arelate, Geronzio levò precipitosamente l'assedio ritirandosi in Hispania con pochi soldati, mentre la maggior parte delle sue truppe disertava in massa unendosi all'esercito di Costanzo.[89] Geronzio fu poi costretto al suicidio dai suoi stessi soldati, che, intenzionati a ucciderlo, assaltarono la sua casa di notte.[89] Uno dei soldati rimasti fedeli a Geronzio, un certo Alano, salì però sui tetti con altri arcieri, uccidendo a suon di frecce all'incirca 300 soldati ribelli.[89] Il giorno successivo i soldati diedero fuoco all'abitazione, e non essendo rimasta altra via di fuga, Geronzio si suicidò con i suoi parenti.[89][90] Massimo nel frattempo abdicava rifugiandosi tra i barbari.[89][90][91]

Nel frattempo l'assedio di Arelate ad opera di Costanzo proseguiva: nonostante tutto, Costantino III continuava a resistere e a sperare nell'arrivo del suo generale Edovico con i suoi ausiliari franchi e alemanni reclutati da oltre Reno.[92] Quando però Edovico era sul punto di arrivare con i rinforzi, i soldati di Onorio attraversarono il fiume Rodano: il generale Costanzo, comandante della fanteria, decise saggiamente di attendere l'appropinquarsi del nemico, mentre Ulfila si era appostato a preparare un'imboscata con la sua cavalleria.[92] Il nemico, ormai arrivato sul campo di battaglia, si stava scontrando con le truppe di Costanzo, quando quest'ultimo diede il segnale a Ulfila, che assaltò quindi da dietro il nemico, mandandolo in rotta: alcuni fuggirono, altri furono massacrati, alcuni abbassarono le armi e chiesero perdono, venendo generosamente risparmiati.[92] Edovico montò sul suo destriero e cercò rifugiò nelle terre di un proprietario terriero di nome Ecdicio, il quale però lo tradì decapitandolo e inviando la sua testa ai generali di Onorio.[92]

Dopo questa vittoria le truppe di Costanzo cinsero di nuovo d'assedio Arelate.[93] Durante il quarto mese di assedio, tuttavia, giunse la notizia dell'usurpazione di Giovino in Gallia Ulteriore (settentrionale), il quale ottenne il sostegno non solo di Burgundi e Alani, ma anche di Franchi, Alamanni, e dell'esercito romano di stanza sul Reno.[55] Quando Costantino seppe dell'uccisione di Edovico e dell'usurpazione di Giovino, abbandonata ogni speranza, si levò la porpora e gli altri ornamenti imperiali, riparandosi in chiesa, dove si fece ordinare sacerdote.[90][93] Le guardie a difesa delle mura, avendo ricevuto garanzie che sarebbero stati risparmiati, aprirono le porte a Costanzo, che effettivamente mantenne la promessa data.[93] Costantino III e suo figlio Giuliano furono inviati in Italia, ma Costanzo fece decapitare Costantino III a trenta miglia da Ravenna, nonostante la promessa che lo avrebbe risparmiato.[90][91] Secondo un frammento di Renato Profuturo Frigerido, Costantino III fu inviato immediatamente in Italia, venendo giustiziato presso il fiume Mincio da sicari inviati dall'Imperatore.[55]

Costantino III era stato tuttavia sostituito da un nuovo usurpatore, Giovino.[91] I Burgundi e gli Alani insediati lungo la frontiera renana (condotti rispettivamente da Gunziario e Goar) sobillarono, infatti, le legioni di stanza nella regione a proclamare imperatore a Magonza il generale Giovino, a cui tentarono di unirsi anche i Visigoti di Ataulfo, spinto a tentare di passare al servizio dell'usurpatore per suggerimento di Attalo.[91][94] Giovino, tuttavia, non intendeva accettare l'appoggio dei Visigoti di Ataulfo e se ne lamentò con Attalo; come se non bastasse, i disaccordi iniziali tra Giovino e Ataulfo si aggravarono non solo a causa dell'intervento del prefetto del pretorio delle Gallie Dardano, il quale, fedele a Onorio, cercò di convincere Ataulfo a deporre l'usurpatore, ma anche per il fatto che all'esercito di Giovino aveva tentato di unirsi anche il suo rivale Saro, il quale aveva deciso di disertare al nemico perché Onorio non aveva punito con vigore l'assassinio di Belleride suo domestico; deciso a risolvere il conto in sospeso con Saro, Ataulfo lo attaccò e lo uccise in una battaglia impari (Saro aveva solo una ventina di guerrieri con sé contro circa 10.000 guerrieri dalla parte di Ataulfo).[94] I disaccordi si tramutarono in ostilità aperta quando Giovino innalzò al rango di Augusto suo fratello Sebastiano nonostante il mancato assenso del re visigoto, il quale inviò un messaggio ad Onorio promettendogli di inviargli le teste degli usurpatori in cambio della pace.[95] Onorio accettò e Ataulfo si scontrò quindi con Sebastiano, vincendolo e inviando la sua testa a Ravenna, e poi catturando Giovino, inviandolo al prefetto del pretorio delle Gallie Claudio Postumo Dardano, che lo fece decapitare e inviò la sua testa a Ravenna, dove venne esposta, insieme a quelle degli altri usurpatori, fuori Cartagine.[91][95] Nel frattempo Decimio Rustico, prefetto di Costantino III ed ex magister officiorum, e Agrezio, uno dei principali segretari di Giovino, insieme a molti nobili rei di aver appoggiato gli usurpatori, furono catturati in Alvernia dai comandanti di Onorio e crudelmente giustiziati.[55] Più o meno nello stesso periodo la città di Treviri fu saccheggiata e data alle fiamme nel corso di una seconda incursione di Franchi.[55] Nel frattempo, nel 413, il comes Africae Eracliano si proclamò imperatore, tagliando le forniture di grano all'Italia. Nello stesso anno, in Italia, le forze comandate dall'usurpatore Eracliano, sbarcato per abbattere Onorio, vennero sconfitte costringendo l'usurpatore a fuggire a Cartagine, dove trovò la morte.[91] Flavio Costanzo, fresco della vittoria su Eracliano, fu ricompensato con l'incorporazione delle immense ricchezze dell'usurpatore sconfitto.[96]

Negoziazioni con i Visigoti (413-415)[modifica | modifica sorgente]

Onorio chiese a questo punto in cambio della pace la restituzione di Galla Placidia, ostaggio dei Visigoti fin dal 410. Ataulfo, tuttavia, non era disposto a restituire a Onorio sua sorella, se in cambio non veniva rispettata la condizione di fornire ai Visigoti una grossa quantità di grano, una cosa che i Romani avevano promesso ai Visigoti ma che non era stata finora mantenuta.[95] Quando i Romani si rifiutarono di fornire ai Visigoti il grano promesso se prima non avveniva la restituzione di Galla Placidia, Ataulfo riprese la guerra contro Roma (autunno 413).[95] Ataulfo invase la Gallia meridionale, dove vi era già fin dal 412, tentando di impadronirsi di Marsiglia ma fallendo nella sortita grazie al valore del generale Bonifacio, il quale difese strenuamente la città, riuscendo anche nell'impresa di ferire, durante la battaglia, Ataulfo.[95]

L'anno successivo il re dei Visigoti sposò la sorella di Onorio, Galla Placidia, tenuta in ostaggio prima da Alarico e poi da Ataulfo stesso fin dai giorni del sacco di Roma.[97][98][99] L'ex-imperatore Prisco Attalo, che aveva seguito il suo popolo d'adozione fin nelle Gallie, festeggiò l'evento decantando il panegirico in onore degli sposi. Secondo Orosio, Ataulfo:

« ...preferì combattere fedelmente per l'Imperatore Onorio e impiegare le forze dei Goti per la difesa dello stato romano... Sembra che in un primo momento desiderasse combattere contro il nome romano e rendere tutto il territorio romano un impero gotico di nome e di fatto, in modo che, per usa espressioni popolari, la Gothia avrebbe preso il posto della Romània, ed egli, Ataulfo, sarebbe diventato un nuovo Cesare Augusto. Avendo scoperto dall'esperienza degli anni che i Goti, a causa della loro barbarie..., erano incapaci di ubbidire alle leggi, e ritenendo che lo stato non dovrebbe essere privato di leggi senza le quali non sarebbe tale, scelse per sé almeno la gloria di restaurare e aumentare la grandezza del nome romano tramite la potenza dei Goti, desiderando di essere ricordato dalla posterità come il restauratore dell'Impero romano e non il suo distruttore... Cercò quindi di trattenersi dalla guerra e di promuovere la pace, aiutato in ciò specialmente da sua moglie, Placidia, una donna di intelligenza e di pietà straordinaria; fu guidato dai suoi consigli in tutte le misure conducenti al buon governo. »
(Orosio, VII,43.)

Il matrimonio tra Ataulfo e Placidia non trovò però l'approvazione della corte di Onorio, che si rifiutò di negoziare con i Visigoti. A quel punto - era sempre il 414 - Ataulfo proclamò nuovamente imperatore Prisco Attalo, nel tentativo di raccogliere attorno a lui l'opposizione a Onorio. L'avanzata delle legioni di Flavio Costanzo costrinse però i Visigoti ad abbandonare Narbona e ripiegare in Spagna, lasciando Attalo nelle mani di Onorio, che lo condannò al taglio di due dita della mano destra e all'esilio sulle isole Eolie.[63][91][97][100] La tattica di Costanzo era stata di bloccare tutti i porti e le vie di comunicazione impedendo ai Visigoti di ricevere rifornimenti di cibo: in Spagna i Visigoti furono talmente ridotti alla fame dalla tattica di Costanzo che essi furono costretti a comprare dai Vandali il grano a un prezzo esorbitante di una moneta d'oro per ogni trula di frumento (e per tale motivo i Vandali cominciarono a soprannominarli "truli").[101]

A Barcellona, ai due sposi nacque un figlio, di nome Teodosio.[102] Secondo Heather, il matrimonio di Galla Placidia con Ataulfo aveva fini politici: sposando la sorella dell'Imperatore di Roma, Ataulfo sperava di ottenere per sé e per i Visigoti un ruolo di preponderante importanza all'interno dell'Impero, nutrendo forse anche la speranza che una volta deceduto Onorio suo figlio Teodosio, nipote di Onorio, per metà romano e per metà visigoto, sarebbe diventato imperatore d'Occidente in quanto Onorio non aveva avuto figli. Tuttavia, ogni tentativo di negoziazione tra i Visigoti e Roma ad opera di Ataulfo e Placidia fallì a causa dell'opposizione alla pace di Flavio Costanzo, e la dipartita prematura del figlioletto Teodosio dopo nemmeno un anno di età mandò a monte tutti i piani di Ataulfo.[102]

Nel 415 Ataulfo si spense nei pressi di Barcellona, ucciso nelle sue stalle da un servo che aveva un conto in sospeso con lui: perendo, si era fatto giurare dal fratello che avrebbe restituito Placidia ad Onorio, e di fare di tutto affinché si giungesse alla riconciliazione tra Visigoti e Romani, e affinché entrambe le nazioni vivessero in mutua ed eterna alleanza.[103] Si impadronì tuttavia del trono visigoto con la violenza un certo Segerico, fratello di Saro, il quale uccise i figli di Ataulfo impadronendosi del trono regnando tuttavia soli 7 giorni poiché il settimo giorno di regno fu assassinato.[103] Il suo successore, Vallia, si riappacificò con l'Impero, ricevendo calorosamente l'ambasciatore Euplazio magistriano che gli era stato inviato da Costanzo per concludere la pace: accettò il trattato di pace propostogli, e, in cambio della pace, della restituzione di Galla Placidia a Onorio, e l'obbligo di combattere come federato di Roma i Barbari nella Spagna, i Visigoti ricevevano un'immensa quantità di grano (600.000 misure di frumento) e la concessione di stabilirsi come foederati in Aquitania.[97][104] Galla Placidia fece così trionfalmente ritorno in Italia, andando in sposa, nel 417, proprio a Flavio Costanzo, che nel frattempo assumeva una posizione sempre più preminente a corte.[105]

La pace con l'Impero, le campagne in Spagna e lo stanziamento in Aquitania (415-418)[modifica | modifica sorgente]

L'Impero romano d'Occidente nel 421.

██ Impero d'Occidente (Onorio).

██ Aree in rivolta.

██ Franchi, Alamanni, Burgundi.

██ Vandali e Alani.

██ Suebi.

██ Visigoti.

Grazie all'operato di Flavio Costanzo, rispetto al 410, l'Impero aveva recuperato la Gallia, sconfiggendo usurpatori e ribelli, e una parte della Spagna, annientando, grazie ai Visigoti, gli Alani.

I Goti condotti da Wallia ottennero dei promettenti ma effimeri a lungo termine successi contro i Vandali e gli Alani in Hispania, come narrato da Idazio:

« I Vandali Silingi della Betica furono spazzati via attraverso il re Wallia. Gli Alani, che regnavano su Vandali e Svevi, furono sterminati dai Goti al punto che... scordarono perfino il nome del loro regno e si misero sotto la protezione di Gunderico, il re dei Vandali [Asdingi] che si era stabilito in Galizia. »
(Idazio, Cronaca, anni 416-418.)

Ottenuti questi successi, grazie ai quali le province ispaniche della Lusitania, della Cartaginense e della Betica tornarono sotto il precario controllo romano,[106] nel 418 Onorio e Costanzo richiamarono, come era stato stabilito dall'accordo del 415, i Visigoti in Aquitania (una regione della Gallia meridionale), nella valle della Garonna, dove i barbari ricevettero - in base al sistema dell'hospitalitas - terre da coltivare.[107] In base all'hospitalitas, i Visigoti ricevettero un terzo delle case e delle terre della regione dove si insediarono, in quanto almeno formalmente soldati romani: infatti, l'hospitalitas consisteva nella cessione temporanea ai soldati di un terzo delle case nelle quali essi erano provvisoriamente alloggiati; a differenza dei soldati romani, i Visigoti ricevettero tuttavia permanentemente un terzo di queste terre e di queste case e, inoltre, erano esentati dal pagamento delle imposte.[108] L'Aquitania sembra sia stata scelta da Costanzo come terra dove far insediare i foederati Visigoti per la sua posizione strategica: infatti era vicina sia dalla Spagna, dove rimanevano da annientare i Vandali Asdingi e gli Svevi, sia dal Nord della Gallia, dove forse Costanzo intendeva impiegare i Visigoti per combattere i ribelli separatisti Bagaudi nell'Armorica.[109] Nel 418, inoltre, per riallacciare le relazioni con i proprietari terrieri gallici, alcuni dei quali, vista la latitanza del potere centrale romano, avevano mostrato tendenze filo-barbariche o filo-gotiche, il regime di Costanzo stabilì di ristabilire il consiglio delle sette province della Gallia meridionale.[110] Il consiglio delle sette province si teneva ogni anno ad Arelate e riguardava gli interessi dei proprietari terrieri della Gallia. Probabilmente la seduta del 418 riguardò la questione dello stanziamento dei Goti nella valle della Garonna in Aquitania (province di Aquitania II e Novempopopulana, che comunque per un certo periodo continuarono ad essere governate da governatori romani).

Stato della città di Roma e dell'Impero nel 418[modifica | modifica sorgente]

Roma, prima del sacco, era una città vastissima ed opulenta: Olimpiodoro narra che ognuna delle grandi case sembrava da sola una piccola città, esclamando E' città una casa sola; e una sola città comprende mille città minori.[111] Olimpiodoro riferisce poi che i bagni pubblici di Roma erano di una grandezza smisurata: le terme antoniniane avevano 1600 sedili di marmo ben liscio, mentre quelle di Diocleziano circa il doppio.[111] Olimpiodoro riferisce poi che le mura di Roma prima del sacco, secondo le misure dell'ingegnere Amnone, erano lunghe 21 miglia.[112] Sempre secondo Olimpiodoro, molte delle famiglie di Roma avevano una rendita annua di circa 40.000 centenaria di oro, senza tenere in considerazione frumento ed altri beni preziosi, che, se venduti, valevano in oro un terzo della stima sulla rendita annua più sopra menzionata; i pretori celebravano per sette giorni solenni giochi.[113]

I danni riportati dalla città durante il sacco furono ingenti, ma otto anni dopo sia l'Impero che la città di Roma sembravano essersi riprese. I danni provocati dal sacco visigoto furono riparati entro pochi anni e, nel 414, il prefetto della città Albino scrisse che non bastavano gli assegnamenti fatti al popolo per la moltitudine cresciuta, essendovi giunti in un giorno solo 14000 cittadini, segno che la città fu ripopolata.[114] Secondo Sozomeno i sopravvissuti al sacco ricostruirono ciò che era stato distrutto,[69] e testimonianze dell'epoca attestano una profonda fiducia nelle capacità dell'Impero di riprendersi dalle calamità passate: nel 417/418 Claudio Rutilio Namaziano ritornò in Gallia, sua terra natia, dopo essere vissuto per tanto tempo a Roma, e nel suo poema che narra il suo ritorno nella terra natia (intitolato Il ritorno), esprime una profonda fiducia nel futuro:

« Che la tua terribile sventura sia riassorbita e dimenticata;
Che il tuo disprezzo per le sofferenze subite sani le tue ferite.
Le cose che si rifiutano di affondare, riemergono ancor più forti
e più in alto dalle più ime profondità rimbalzano;
E mentre la fiaccola rovesciata riprende nuova forza
Tu, più luminosa dopo la caduta, aspiri al cielo! »

Nello stesso anno, un poeta cristiano scrisse il Carmen de Providentia Dei nel quale emerge fiducia in una ripresa dell'Impero e un appello a non arrendersi di fronte alle calamità passate e presenti: «Non dobbiamo aver paura: siamo caduti in volo durante la prima battaglia, ma solo per riprendere lo slancio e gettarci di nuovo nella mischia.» L'autore del Carmen, in questo caso, intendeva dire che l'Impero aveva perso i primi scontri, ma se si fosse rinnovato anche dal punto di vista morale (riforma morale), evitando di allontanarsi dalla retta via, e avesse continuato a lottare con tenacia, avrebbe potuto vincere gli scontri successivi.[115]

La ragione di questa rinnovata fiducia furono i successi conseguiti tra il 411 e il 418 dal generale Flavio Costanzo: costui sconfisse tutti gli usurpatori che si erano rivoltati a Onorio riunificando l'Impero, era riuscito a negoziare una pace con i Visigoti arruolandoli come foederati dell'Impero in cambio del loro stanziamento in Aquitania e con il loro aiuto era riuscito a recuperare gran parte della Spagna a Vandali, Alani e Svevi, lasciando loro per il momento solo la provincia periferica e sacrificabile della Galizia. Se si confronta lo stato dell'Impero nel 418 con quello del 410, la situazione era notevolmente migliorata: se nel 410 l'Italia era saccheggiata dai Visigoti, la Gallia e l'Hispania Tarraconense erano occupate da usurpatori, il resto della Spagna era occupata da Vandali, Alani e Svevi, e la Britannia e l'Armorica si erano rivoltate separandosi dall'Impero, nel 418 l'Italia era libera dai barbari, la Gallia e la Tarraconense erano state riportate nell'alveo dell'Impero dopo la sconfitta degli usurpatori, e quasi tutta la Spagna romana (a parte la Galizia) era stata liberata dai barbari e riannessa all'Impero.

Nonostante i successi di Costanzo, l'Impero aveva subito delle ferite che non fu possibile cancellare del tutto. Svevi e Vandali in Galizia costituivano ancora una potente minaccia, e avrebbero ripreso ben presto una controffensiva contro l'Impero (nel 420 i Vandali si ripresero la Betica sottraendola di nuovo al controllo dell'Impero). I Visigoti furono stanziati in Aquitania, ricevendo terre da coltivare nella valle della Garonna in base al sistema dell'hospitalitas, e, sebbene ciò non poneva fine per il momento all'autorità romana sulla regione (continuarono ad essere eletti nelle province dell'Aquitania governatori romani per qualche tempo ancora), i Visigoti costituivano in pratica una forza centrifuga che avrebbe ben presto separato definitivamente prima l'Aquitania e poi tutta la Gallia a sud della Loira dall'Impero.[116]

Infatti, le fonti narrano che i proprietari terrieri delle regioni galliche occupate dai Visigoti cercarono degli accordi con gli invasori, tradendo lo stato romano: ciò è dovuto al fatto che la ricchezza dei proprietari terrieri era costituita dalla terra, per cui non potendo andarsene senza lasciare i propri possedimenti e quindi perdere la propria ricchezza, molti proprietari terrieri scelsero di trovare un compromesso con gli invasori cercando di conservare in questo modo le proprie terre scongiurando una possibile confisca.[117] Questo fenomeno era molto dannoso per l'Impero, perché le rendite imperiali si basavano sull'intesa e sulla protezione dei proprietari terrieri, i quali in cambio di privilegi e della loro difesa tramite le leggi e l'esercito, accettavano di pagare le tasse. Secondo Heather, "l'Impero romano era sostanzialmente un mosaico di comunità locali che in buona misura si autogovernavano, tenute insieme da una combinazione di forza militare e baratto politico: in cambio dei tributi il centro amministrativo si occupava di proteggere le élite locali".[117] Questo baratto politico fu messo in crisi dalla comparsa dei Visigoti: i proprietari terrieri, lasciati indifesi dall'Impero, decisero di accordarsi con gli invasori.[117] Costanzo, tuttavia, aveva compreso la gravità di questo problema e cercò di riallacciare i contatti con i proprietari terrieri gallici tramite la ricostituzione del Consiglio delle sette province della Gallia, che si riuniva ogni anno ad Arelate e metteva a contatto ogni anno i proprietari terrieri gallici con il centro imperiale.[117] In questo modo Costanzo cercò di limitare il problema delle forze centrifughe visigote che mettevano in crisi il baratto politico che teneva unito il centro imperiale con le comunità locali.[117] È possibile che il consiglio svoltosi nel 418 abbia riguardato lo stanziamento in Aquitania dei Visigoti e delle conseguenze che ciò avrebbe portato per i proprietari terrieri.[117]

Inoltre il gettito fiscale dell'Impero tra il 405 e il 418 era crollato a dismisura a causa delle devastazioni apportate dai barbari: la Britannia si era separata dall'Impero fin dal 410 e non versava da allora tributi al centro imperiale, le tasse delle regioni occupate da Vandali, Alani e Svevi in parte della Spagna romana non pervenivano più nelle casse dello stato a Ravenna, mentre il resto dell'Impero aveva subito parecchi danni a causa delle invasioni: l'Italia era stata saccheggiata dai Visigoti di Alarico, la Spagna dagli invasori del Reno e la Gallia da entrambi.[118] Le devastazioni subite da quelle province furono tali da compromettere la loro capacità di versare le tasse allo stato alla quota normale, per cui gli imperatori furono costretti ad abbassare le tasse in quelle province, portando un ulteriore diminuzione del gettito fiscale.[118] Per esempio nel 412 alle province italiche devastate dai Visigoti fu concessa la riduzione delle imposte a 1/5 della quota normale.[118] La conclusione che si può trarre che il gettito fiscale dello stato nel 418 era calato in maniera considerevole rispetto al 405.[118]

Una riduzione del gettito fiscale determinò inoltre un indebolimento dell'esercito: secondo la Notitia dignitatum, infatti, nel 420 l'esercito campale occidentale consisteva di 181 reggimenti, di cui però solo 84 esistevano prima del 395.[119] Ipotizzando che nel 395 l'esercito campale occidentale avesse all'incirca lo stesso numero di reggimenti dell'esercito orientale (ovvero circa 160), questo vuol dire che le invasioni avevano cagionato la perdita di almeno 76 reggimenti comitatensi (equivalenti a circa 30.000 uomini, il 47,5% del totale), che, per problemi di bilancio, dovettero essere rimpiazzati promuovendo numerosi reggimenti di frontiera a comitatensi piuttosto che arruolando nuove truppe.[119] Il numero di veri comitatenses (escludendo quindi le truppe di frontiera promosse per colmare il buco) era quindi diminuito del 25% (da 160 a 120 reggimenti).[119]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Zosimo, V,4; Claudiano, Ruf., II, 4-6.
  2. ^ Heather, pp. 269-270.
  3. ^ Heather, p. 263.
  4. ^ Heather, pp. 263-264.
  5. ^ Zosimo, V,5.
  6. ^ Claudiano, In Rufinum, I, 308sgg.; Zosimo, V,5.
  7. ^ Claudiano, In Ruf., II,101 sgg.
  8. ^ Claudiano, in Ruf, II, 202 sgg.; Zosimo, V,7; Giovanni Antiocheno, frammento 190; Filostorgio, XI,3.
  9. ^ Claudiano, de IV cons. Hon 459 sgg.; Claudiano, De bello Get., 513-517; Zosimo, V,7.
  10. ^ Zosimo, V,11.
  11. ^ Claudiano, In Eutrop., II, 214-218.
  12. ^ Orosio, VII,36.
  13. ^ Claudiano, De bello Gildonico; Zosimo, V,11; Orosio, VII,36.
  14. ^ Halsall, Barbarian migration and the Roman West, p. 202: «[Stilicone] è stato spesso criticato dagli storici innamorati dell'Impero romano per non aver finito Alarico. La sua decisione di permettere ad Alarico di ritirarsi in Pannonia ha più senso se ipotizziamo che l'esercito di Alarico fosse entrato al servizio di Stilicone, e la vittoria di Stilicone fosse meno totale di quanto ci vorrebbe far credere Claudiano... Narrando gli eventi del 405, Zosimo narra di un accordo tra Stilicone e Alarico; Alarico era chiaramente al servizio dell'Impero d'Occidente a questo punto.»
  15. ^ a b c d e Zosimo, V,26.
  16. ^ a b c Sozomeno, IX,4.
  17. ^ Orosio, VII,37.
  18. ^ a b Olimpiodoro, frammento 2.
  19. ^ Prospero Tirone, s.a. 406; Zosimo, VI,3.
  20. ^ a b c Zosimo, VI,2.
  21. ^ a b c Olimpiodoro, frammento 4.
  22. ^ Zosimo, V,27; Sozomeno, VIII,25 e IX,4.
  23. ^ a b c Zosimo, V,29.
  24. ^ Zosimo, V,31 e V,34-35.
  25. ^ a b c Zosimo, V,30.
  26. ^ a b c d e Zosimo, V,31.
  27. ^ a b c d e Zosimo, V,32.
  28. ^ Orosio, VII,38; Filostorgio, XII,2; Namaziano, II,41-60; Jerome, Epistola 123.
  29. ^ Giordane, Getica, 115; Orosio, VII,38.
  30. ^ Sozomeno, IX,4; Orosio, VII,38; Filostorgio, XI,3 e XII,1; Giordane, Romana, 322.
  31. ^ a b Zosimo, V,33.
  32. ^ a b c d e f g Zosimo, V,34.
  33. ^ a b c d e f g Zosimo, V,35.
  34. ^ a b c d Zosimo, V,36.
  35. ^ a b Zosimo, V,37.
  36. ^ Zosimo, V,38.
  37. ^ a b c d Zosimo, V,39.
  38. ^ a b c d e Zosimo, V,40.
  39. ^ a b c d e Zosimo, V,41.
  40. ^ a b c d e f Zosimo, V,42.
  41. ^ Secondo Zosimo, gli schiavi che si unirono ai Visigoti di Alarico erano in 40.000, ma Heather ritiene che sia un possibile errore di interpretazione di Zosimo, nel riassumere la storia perduta di Olimpiodoro, e che la cifra si riferisca all'intero esercito visigoto.
  42. ^ a b Zosimo, V,43.
  43. ^ Zosimo, V,44.
  44. ^ a b c d e f Zosimo, V,45.
  45. ^ a b c d Zosimo, V,46.
  46. ^ a b c Zosimo, V,47.
  47. ^ a b c d Zosimo, V,48.
  48. ^ Zosimo, V,49.
  49. ^ a b Zosimo, V,50.
  50. ^ Zosimo, V,51.
  51. ^ a b Zosimo, VI,4.
  52. ^ a b c d Orosio, VII,40.
  53. ^ a b c d e f g h i Sozomeno, IX,12.
  54. ^ a b c d Zosimo, VI,5.
  55. ^ a b c d e f g Gregorio di Tours, Historia Francorum, II,7.
  56. ^ Kulikowsky, p. 159.
  57. ^ Heather, p. 258. Secondo Procopio, storico vissuto nel VI secolo, i Barbari avrebbero avuto il riconoscimento dell'occupazione dei territori da parte di Roma, mentre al contrario Orosio, vissuto all'epoca dei fatti, afferma esplicitamente che l'occupazione fu illegale. Tra le due testimonianze discordanti, Heather (p. 259) propende a dare credito a quella di Orosio, in quanto fonte più vicina cronologicamente ai fatti.
  58. ^ a b c Zosimo, VI,1.
  59. ^ a b Zosimo, VI,6.
  60. ^ a b c d e f g h i j k l m n o Sozomeno, IX,8.
  61. ^ a b c d e f g Zosimo, VI,7.
  62. ^ a b c d e f Zosimo, VI,8.
  63. ^ a b c d e Olimpiodoro, frammento 5.
  64. ^ a b c d e Zosimo, VI,9.
  65. ^ a b c Zosimo, VI,10.
  66. ^ a b Zosimo, VI,11.
  67. ^ a b c d Zosimo, VI,12.
  68. ^ Zosimo, VI,13.
  69. ^ a b c d e f g Sozomeno, IX,9.
  70. ^ a b c d e f g h Procopio, III,2.
  71. ^ a b c Ravegnani, p. 73.
  72. ^ a b c Orosio, VII,39.
  73. ^ Edward Gibbon, Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano, Capitolo 31.
  74. ^ Socrate Scolastico, VII,10.
  75. ^ Ravegnani, pp. 76-77.
  76. ^ Ravegnani, p. 77.
  77. ^ Ravegnani, pp. 77-78.
  78. ^ Conte Marcellino, Chronicon, I, 8.
    «Placidia Honorii principis sorore abducta, quam postea Athaulfo propinquo suo tradidit uxorem.».
  79. ^ a b c Ravegnani, p. 80.
  80. ^ S. Agostino, La città di Dio, I,1.
  81. ^ Heather, pp. 284-285.
  82. ^ Due interpretazioni opposte del saccheggio di Roma.
  83. ^ Fonti per lo studio della storia medievale.
  84. ^ Rutilio Namaziano, De reditu suo, II,41–60
  85. ^ Giordane, Getica, 156-158.
  86. ^ Olimpiodoro, frammento 3.
  87. ^ Giordane, Getica, 159.
  88. ^ Heather, p. 305.
  89. ^ a b c d e f g h i j Sozomeno, IX,13.
  90. ^ a b c d e f Olimpiodoro, frammento 7.
  91. ^ a b c d e f g h i Orosio, VII,42.
  92. ^ a b c d Sozomeno, IX,14.
  93. ^ a b c Sozomeno, IX,15.
  94. ^ a b Olimpiodoro, frammento 8.
  95. ^ a b c d e Olimpiodoro, frammento 11.
  96. ^ Olimpiodoro, frammento 13.
  97. ^ a b c Orosio, VII,43.
  98. ^ Filostorgio, XII,4.
  99. ^ Olimpiodoro, frammento 15.
  100. ^ Filostorgio, XII,5.
  101. ^ Olimpiodoro, frammento 20.
  102. ^ a b Olimpiodoro, frammento 17.
  103. ^ a b Olimpiodoro, frammento 18.
  104. ^ Olimpiodoro, frammento 21.
  105. ^ Olimpiodoro, frammento 24.
  106. ^ Heather, p. 324.
  107. ^ Heather, p. 297.
  108. ^ Ravegnani, p. 89.
  109. ^ Heather 2005, pp. 298-299.
  110. ^ Heather, pp. 307-308.
  111. ^ a b Olimpiodoro, frammento 32.
  112. ^ Olimpiodoro, frammento 33.
  113. ^ Olimpiodoro, frammento 34.
  114. ^ Olimpiodoro, frammento 16.
  115. ^ Heather 2005, pp. 290-291.
  116. ^ Ravegnani, p. 90.
  117. ^ a b c d e f Heather 2005, p. 307.
  118. ^ a b c d Heather 2005, pp. 300-302.
  119. ^ a b c Heather 2005, pp. 303-305.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie

Studi moderni

  • P.J. Heather, La caduta dell'Impero romano: una nuova storia, Garzanti, 2006.
  • G. Halsall, Barbarian migrations and the Roman West, Cambridge Press, 2007.
  • G. Ravegnani, La caduta dell'Impero romano, Il Mulino, Bologna, 2012. ISBN 978-88-15-23940-2

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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