Schiavismo
Lo schiavismo è quel sistema sociale ed economico basato sulla schiavitù, e quindi dell'imposizione di diritti di proprietà sulla persona. Secondo definizione dell'ONU, la schiavitù è
| « lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi, e lo «schiavo» è l’individuo che ha tale stato o condizione » |
| (Nazioni Unite, Convenzione supplementare sull'abolizione della schiavitù, del commercio di schiavi e delle istituzioni e pratiche analoghe alla schiavitù [1]) |
Storicamente il proprietario di uno schiavo aveva diritto di vita e di morte su di esso e sulla sua famiglia, e aveva diritto a sfruttarne il lavoro senza fornire nessun compenso; spesso il costo per il lavoro degli schiavi era limitato al necessario per la loro sopravvivenza. Uno schiavo poteva nascere in questa condizione, se figlio di schiavi, oppure poteva perdere la libertà in determinate situazioni, le più comuni delle quali erano la cattura in guerra o la schiavitù per debiti, per cui un debitore, se non era in grado di rimborsare il proprio creditore, diventava egli stesso una sua proprietà.
La definizione dello schiavismo comporta innumerevoli problemi: infatti esistono le più svariate forme di transizione tra rapporti di semplice sfruttamento e rapporti di schiavitù vera e propria (un caso classico di forma di transizione, assai diffuso del Medioevo, era ad esempio la servitù della gleba). La complessità del problema rende perciò arduo valutare statisticamente il fenomeno nelle varie società (tra cui quella attuale). Tra le varie e numerose forme di schiavismo moderno, particolarmente vergognosa è la piaga della schiavitù di bambini reclutati a scopi militari, o di soddisfacimento sessuale, o per i lavori forzati nell'agricoltura.
In quanto segue, si ripercorrono alcune tappe storiche del fenomeno, cominciando dall'antichità classica. Secondo la maggior parte delle fonti, il termine schiavo deriva dal termine "slavo", in quanto nel medioevo il commercio di schiavi si riforniva soprattutto nell'Europa orientale.[2] (l'etimo è tuttavia contestato). Questo è vero soprattutto nella lingua inglese, dove sia per schiavo che per slavo si usa la stessa parola (slave).
Indice |
Civiltà antiche [modifica]
| Per approfondire, vedi Schiavitù nell'antica Grecia e Schiavitù nell'antica Roma. |
La schiavitù era ampiamente accettata nella gran parte delle civiltà antiche, ed era regolata dalle leggi e dalle consuetudini come ogni altra pratica economica. Tra le antiche civiltà, quella romana ha rappresentato il culmine delle società schiaviste, nelle quali il lavoro degli schiavi rappresentava una componente essenziale dell'economia: uno dei più importanti frutti delle guerre di conquista, per i Romani, era l'acquisizione di nuovi schiavi. Anche l'antica Grecia basava gran parte della sua economia sugli schiavi, tanto è vero che ad Atene per lunghi periodi ci sono stati più schiavi che uomini liberi.
Per i greci la schiavitù era un istituto di "diritto naturale"; per i Romani, invece, l’uomo non era schiavo per natura, ma lo poteva diventare se la legge positiva l’avesse deciso. Per questo lo schiavo romano poteva essere liberato e ottenere la cittadinanza romana.
La vasta portata del fenomeno economico-sociale spiega come mai sia stato possibile, in antichità, costruire arditi capolavori architettonici che, nonostante la loro semplicità tecnica, oggi stupiscono (oltre che per la loro bellezza) per le loro dimensioni e la loro accuratezza.
Schiavismo nel Medioevo [modifica]
Per quanto riguarda la servitù della gleba, che costituiva il principale fenomeno di lavoro forzato dell'epoca storica, va detto che essa non costituisce un fenomeno di schiavitù vera e propria. Comunque si ricorda in questa sede che oltre ai contadini privi di libertà (villani) c'erano degli schiavi (servi, ancillae).
Anche i conventi, ad esempio in Inghilterra si servivano del lavoro degli schiavi. Si tratta, però, di sopravvivenze del sistema antico, a cui la Chiesa, in genere, si opponeva.[3] Alla fine del X secolo la schiavitù era praticamente eliminata in gran parte dell'Europa. Carlo Magno, ad esempio, proibì ai cristiani di utilizzare altri cristiani come schiavi, ma spesso il divieto non veniva osservato.
Nell'Europa medievale in realtà la schiavitù finì anche perché la Chiesa estese a tutti gli schiavi i sacramenti e fece in modo di far proibire la schiavitù per i cristiani e gli ebrei, tanto da ottenere una abolizione totale della schiavitù nelle terre dei re cristiani[4]; non mancavano però provvedimenti dei comuni: si ricordi ad esempio il Liber Paradisus con cui nel 1256 furono liberati a Bologna i servi della gleba e anche gli schiavi al cui traffico i comuni partecipavano.
Se la schiavitù era proibita, questo non valeva per il commercio degli schiavi. Durante tutto il medioevo questo commercio fu fiorente, ed il principale mercato era la città di Verdun, in cui giungevano soprattutto dalla Polonia e venivano inviati via Spagna nei paesi arabi. Non per niente i primi paesi europei a proibire il commercio di schiavi furono Polonia e Lituania nel XVI secolo. I mercanti erano principalmente ebrei (ai cristiani era proibito).[5]
Si osservarono però i primi fenomeni di traffico marittimo di schiavi africani, dato che nei Paesi Islamici la schiavitù allora prosperava. Questa pratica avrebbe avuto maggior espansione in età moderna, dopo le grandi scoperte geografiche. La tendenza di fondo era chiara: la schiavitù non avrebbe più colpito le popolazioni cristiane, ma ne avrebbe colpite altre. Per esempio, nel 1430 gli spagnoli colonizzarono le Isole Canarie ed asservirono la popolazione locale, schiavizzandola. Quando il papa Eugenio IV venne a conoscenza di quanto accadeva emise una bolla papale contro la schiavitù, la Sicut Dudum che però fu disattesa dagli spagnoli.
Il fenomeno della schiavitù conobbe però un nuovo triste culmine tra i secoli XIV e XVII e i paesi dell'Europa ne furono questa volta vittime. Arabi e turchi gestivano infatti un fiorente commercio di schiavi bianchi, commercio che si intensificò con numeri da capogiro con l'espansione dell'Impero ottomano nel Mediterraneo. Interessati più al commercio degli schiavi che alle conquiste territoriali, i Turchi razziavano soprattutto le coste dell'Italia, ma anche della Spagna e dei paesi slavi, rapendo e riducendo in schiavitù persone anche in numero di migliaia per volta. Sebbene persistenti leggende letterarie abbiano tramandato lo stereotipo della cosiddetta "tratta delle bianche", in realtà nove schiavi su dieci erano maschi perché il mercato richiedeva muratori, contadini e soprattutto rematori nelle galee. Vero che donne giovanissime e belle - meglio se di estrazione nobile - potevano essere prede ambite da collocare sul mercato come concubine per gli harem di ricchi signori ottomani, ma potevano anche essere utilizzate come semplici domestiche per le padrone musulmane.
Le scorrerie turche, che avevano fatto del Mediterraneo un vero e proprio "mare della paura" [6], subirono una battuta d'arresto dopo la vittoria cristiana a Lepanto (1571), per poi avere una forte recrudescenza nel XVII secolo e quindi affievolirsi definitivamente nel XVIII, salvo una breve parentesi favorita dal caos generato dalle guerre napoleoniche.
La Chiesa cattolica e lo schiavismo [modifica]
Secondo le credenze diffuse nel 1500, era per volontà di Dio che gli africani fossero schiavi di padroni bianchi e cristiani. Essi meritavano tale sorte non solo perché appartenevano presumibilmente alla razza su cui ricadeva, secondo la Bibbia, la maledizione lanciata da Noè sui discendenti del figlio Cam, ma anche per l'enormità dei peccati commessi dai loro antenati, della quale il colore della pelle era un'indubbia testimonianza. Anche la riluttanza a lavorare con zelo in condizioni di schiavitù era ritenuta una prova della loro inadeguatezza, e si pensava che l'asservimento li avrebbe abituati ai benefici effetti di una vita faticosa e regolare, preparandoli a ricevere il dono divino del messaggio cristiano. È comprensibile quindi che in un'Europa in cui i vagabondi erano marchiati e i dissidenti religiosi torturati o arsi vivi, non si sollevassero serie obiezioni ad analoghi trattamenti inflitti ai neri ritenuti altrettanto recalcitranti.[7]
Il vescovo di Darien ebbe a dichiarare nel 1519 che gli amerindi erano «a mala pena uomini e la schiavitù è il mezzo più efficace ed in realtà l'unico utilizzabile con loro»[8] con la scoperta del Nuovo Mondo che entrò a far parte dell'Impero spagnolo. Carlo V nel decreto del 1526, su parere del Consiglio Reale delle Indie, istituito per la protezione degli Indios, proibiva la schiavitù in tutto l'Impero.
Il 2 giugno del 1537, papa Paolo III in una sua lettera Veritas ipsa indirizzata al cardinale Jean de Tavera, arcivescovo di Toledo, dichiarava che gli Amerindi sono esseri umani che hanno diritto alla libertà e alla proprietà condannando decisamente la pratica della schiavitù: argomenti questi ribaditi ufficialmente, quasi con le stesse parole, con la bolla pontificia Sublimis Deus pubblicata pochi giorni dopo.
La scoperta del Nuovo Mondo aveva infatti posto nuovi problemi teologici alla Chiesa. «Già la stessa esistenza della popolazione americana su terre così lontane da ogni altro continente conosciuto faceva sorgere la questione di spiegarne l'origine e il passaggio sul Nuovo Mondo in maniera conforma al racconto della Genesi...» e d'altra parte veniva a mancare «...quella che era stata una convinzione unanime dei teologi medioevali che cioè non esistesse alcun paese al mondo in cui il Vangelo non fosse stato predicato» [9]
Si trattava di stabilire «quali possibilità di salvezza avesse l'uomo virtuoso rimasto nell'ignoranza della religione» [10]
La Chiesa rispose sostenendo che anche i popoli rimasti fuori della Chiesa potevano partecipare della salvezza grazie all'assistenza diretta dell'Onnipotente. Il che voleva dire affermare la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini e di tutte le nazioni così come avrebbe sostenuto il frate Bartolomeo de Las Casas che difendendo l'indigeno americano difendeva l'uomo in quanto tale.
Il dibattito sull'abolizionismo [modifica]
Nonostante le leggi protettive delle popolazioni d'America lo sfruttamento degli Indios continuò al punto che fin dal 1516 il frate Las Casas per evitarne l'estinzione totale si era fatto promotore del trasferimento in America dei negri dell'Africa e ciò veniva auspicato anche per motivazioni economiche in quanto i negri apparivano assai più idonei a resistere alle fatiche.
Era chiaro anche che con i massacri degli Indios: «Vostra Maestà e la sua reale corona perdono grandi tesori e ricchezze che in tutta giustizia potrebbero ottenere , tanto dai vassalli indiani, quanto dalla popolazione spagnola, che se lasciasse vivere gli indiani, diverrebbe grande e potente, il che non sarà possibile se gli indiani muoiono».
Si stabilì così che ad ogni colono spagnolo fosse concesso il diritto di importare dodici neri africani con l'obbligo di liberare e rimandare i suoi indiani ai loro villaggi e a quello che rimaneva delle loro terre.
| « Di questo consiglio il prete Las Casas si pentì grandemente, poiché poté vedere e constatare che la cattività dei Negri è altrettanto ingiusta che quella degli Indiani...che l'ignoranza in cui si trovava e la sua buona volontà lo facciano perdonare dal giudizio divino... [11] » |
La Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie occidentali che il Las Casas inviò al re di Spagna nel 1542 denunciando il genocidio degli Indios causò l'accesa reazione dei coloni che, accusandolo di aver tradito la sua razza e la sua religione, lo costrinsero a lasciare la sua diocesi di Chiapas e a ritornare in Spagna.
Le tesi di Juan Ginés de Sepúlveda [modifica]
Di fronte alla relazione di B. De Las Casas, la Spagna fu scossa da un vasto dibattito tra i sostenitori della schiavitù e gli "abolizionisti". A sostegno dei primi un alto funzionario, il cronachista imperiale Juan Ginés de Sepúlveda scrisse nel 1547 un Trattato sopra le giuste cause della guerra contro gli indi [12]
Secondo Sepúlveda, rifacendosi anche all'autorità di Aristotele, gli Indios non sono uomini ma omuncoli, servi per natura. La loro essenza umana è tale da destinarli inesorabilmente a divenire schiavi. Essi nascono come servi in potenza che diverranno prima o poi schiavi in atto e che proprio «...per la loro condizione naturale , sono tenuti all'obbedienza, in quanto il perfetto deve dominare sull'imperfetto.». Le prove di questa loro inferiorità naturale risiedono nel fatto che essi sono privi di cultura e di leggi scritte, che per loro ignavia si sono lasciati conquistare da un così piccolo numero di spagnoli e che infine anche quelli ritenuti i più civili tra loro, gli Aztechi eleggono i loro re invece di più civilmente designarli per successione ereditaria.
«Le idee esposte da Sepúlveda» scrisse Laurette Séjourné, archeologa ed etnologa francese «furono biasimate dalle autorità stesse che avevano sollecitato l'aiuto del casista e il manoscritto fu successivamente rifiutato dal Consiglio delle Indie e dal Consiglio Reale, dopo che le venerabili Università di Salamanca e di Alcalá ebbero dichiarato l'opera indesiderabile «per la sua dottrina malsana» [13] [14]
Ma data la buona volontà del governo spagnolo per un umano trattamento degli Indios cosa nella pratica lo impediva? Innanzitutto era lo stesso sistema dell'encomienda, cioè dell'assegnazione ai coloni spagnoli non solo della piena disponibilità della terra ma anche degli indios che vi risiedevano con l'obbligo teorico dell'assistenza e della conversione al cristianesimo.
Inoltre data l'impossibilità di applicare il sistema feudale alle popolazioni americane l'ipotetico diritto dell'indio, vittima di angherie e crudeltà, di chiedere giustizia ad un'autorità superiore a quella del colono suo padrone, era possibile solo con un appello diretto al lontanissimo imperatore in Spagna, al Consiglio reale e supremo delle Indie corte suprema di giustizia per tutte le cause civili e penali dei regni americani.
Le riduzioni gesuite [modifica]
I gesuiti in un primo momento avevano cercato di contrastare l'usanza dello schiavismo tra i coloni, tramite il sistema delle reducciones con il quale si sottraevano gli indios agli schiavisti rinchiudendoli in villaggi amministrati paternalisticamente dagli stessi gesuiti.
Gli indigeni erano esenti dalla giurisdizione dei funzionari regi e dipendevano direttamente dal viceré; erano liberi da ogni servitù e dovevano solo pagare un tributo al governo di Madrid (una certa quantità di mate).
Un sistema questo che i coloni mal sopportavano tanto che nel XVIII secolo riuscirono ad ottenere dalla Chiesa, sotto scacco per i diffusi ideali laici illuministici, l'abolizione delle reducciones dei gesuiti.[15]
I gesuiti si trasformarono dunque in latifondisti, controllando nel 1700 circa un terzo delle terre produttive delle Americhe. Nei loro campi lavoravano, secondo le modalità tipiche dell'economia coloniale iberica, mille indios ogni centocinquanta schiavi neri.[16]
Un atteggiamento favorevole all'abolizione dello schiavismo è rintracciabile in età moderna nei Papi Pio II, Pio VII e Gregorio XVI che condannò apertamente nel breve In Supremo Apostolatus (3 dicembre 1839) il traffico dei negri. «Né manchi una simil lode [quella dell'abolizionismo] ad altri romani pontefici Paolo III che si adoperò efficacemente a pro della libertà degli indigeni dell'America...» e ancora papa Alessandro III (secolo XII) e molto tempo prima Gregorio Magno. Nell'anno 1102 un concilio cattolico a Londra severamente vietava il traffico di schiavi che definiva nefarium negotium (traffico infame) [17]
Giacomo Martina[18] nell'opera dedicata a Pio IX (3 voll., 1974-90) a proposito del contrasto fra abolizionisti e schiavisti scrive:
| « Pio IX sostanzialmente favorevole ad una graduale evoluzione della schiavitù e contrario ad una abolizione immediata...esortò l’episcopato ad evitare ogni discussione sul problema della schiavitù ed intervenne solo due volte...per disapprovare più o meno esplicitamente le due tesi opposte degli abolizionisti e dei conservatori. [19] » |
Colonialismo europeo e schiavitù [modifica]
| Per approfondire, vedi Tratta atlantica degli schiavi africani e Schiavismo in Africa. |
Commercio triangolare - La tratta occidentale [modifica]
Né in America settentrionale, né in America meridionale fu possibile sfruttare la mano d'opera locale durante il periodo del colonialismo europeo. Gli indios sudamericani non avevano i requisiti fisici necessari per svolgere i lavori più pesanti e non avevano resistito alle epidemie di vaiolo introdotte dagli spagnoli.
I neri d'Africa, per loro natura più resistenti, costituivano da questo punto di vista un'alternativa. Venivano reclutati sul posto, il più delle volte acquistati da mercanti arabi. Il contesto più ampio in cui si introduceva la tratta degli schiavi era quello del cosiddetto commercio triangolare che, intorno al XVII secolo/fine 1660 ruotava tra i vari continenti affacciati sull'oceano Atlantico su grandi e moderne navi. Una volta comprati o catturati, gli schiavi attraversavano l'oceano (ci sono degli schiavi che si suicidavano cioè si buttavano in mare) verso il continente americano per svolgere lavori negli orti (vedi immagine a destra). Dall'Europa alcuni prodotti tessili venivano poi esportati, per esser barattati con nuovi schiavi. Scopo dell'immensa rotazione era anche quello di creare ricchezza pagando i mercanti di schiavi africani con merce di poco valore, ma tecnologicamente abbastanza interessante (forbici, bigiotteria, stoffe ecc.).[20]
Questo sistema conosceva una triste e ricca gamma di variazioni (vedi l'immagine a sinistra): ad esempio, dall'Africa gli schiavi raggiungevano i paesi dell'America Latina e lavoravano per l'agricoltura, la quale forniva zucchero da esportare in Nordamerica. Dal Nordamerica, i beni prodotti con queste risorse (ad esempio i liquori come il rum) attraversavano l'Atlantico, venendo trasportati dal nuovo mondo: essi erano destinati ai mercanti di schiavi in Africa o alla vendita in Europa, e così si chiudeva il ciclo. Quest'ultimo aveva una durata annuale. Ogni percorso veniva coperto da navi diverse.
La fonte principale di manodopera era la cosiddetta Costa degli Schiavi, che si estende, a Sud del Sahara, ed include particolarmente il Sudan (Darfur). Questo bacino di manodopera è stato attivato nel VII secolo dell'era cristiana, in seguito all'invasione arabo-islamica, la cui cultura praticava lo schiavismo. Dal punto di vista sociale, la detenzione ed il commercio degli schiavi fiorirono proprio anche perché in Africa erano attività legali: a partire dalla Costa degli schiavi si sviluppò un ricco commercio che esportava manodopera in diverse direzioni. Una parte degli schiavi era infatti destinata al mercato interno africano: soprattutto, era in voga l'esportazione di schiavi destinata ai porti mediterranei dell'Africa del Nord. Il trasporto passava legalmente per il deserto del Sahara formando la cosiddetta tratta orientale.[20] Nonostante il commercio fosse in buona parte legale, la Chiesa Cattolica condannava l'intero commercio costruito dagli europei (che facevano uso della cosiddetta tratta occidentale, cioè quella atlantica) attraverso l'emissione di bolle papali. Si ricordano la Sublimis Deus di Papa Paolo III del 2 giugno 1537 relativa non solo ai nativi americani ma a tutti i popoli, quella di Papa Urbano VIII emessa nel 1639 che riaffermava la precedente bolla di Paolo III, quella di Papa Benedetto XIV la "Immensa Pastorum principis" del 22 dicembre 1741. Si posero in questo modo delle primitive basi a quella che sarebbe diventata una lunga contestazione. In particolare il forte impegno dei Gesuiti contro la schiavitù ne provocò nel 1767 l'espulsione da tutto il Nuovo Mondo anche per aver dato vita ad autonome comunità di nativi molto avanzate.
Il commercio degli schiavi sulla tratta occidentale era controllato da compagnie francesi, olandesi, tedesche ed inglesi. Fra tutte spiccava la English Royal African Company, che vendeva schiavi alle colonie più disparate.[21] Di questo enorme movimento, la traccia più appariscente rimasta fino al giorno d'oggi è la mescolanza di etnie e lingue sul continente americano. Il commercio degli schiavi sulla tratta orientale era controllato dal mondo arabo-islamico; questa tratta ha lasciato scarse tracce al giorno d'oggi, in quanto gli schiavi venivano castrati, impedendo così il perpetuarsi della razza.
Perdurare dello schiavismo nei paesi americani [modifica]
In America, il sistema dello schiavismo basato sul commercio triangolare poté sopravvivere all'epoca d'oro del colonialismo. Nella tabella sottostante, si nota come il fenomeno dopo il Seicento durò ancora per secoli. L'anno indica l'epoca in cui lo schiavismo fu abolito. Alcuni paesi (Cuba, Canada), non avevano, all'epoca, raggiunto la piena sovranità.

(*): Abolizione iniziata alla fine del Settecento sotto l'amministrazione di Sir John Graves Simcoe (Alto Canada).
(**) Data dell'abolizione a livello federale sancita dalla Costituzione dopo la guerra civile americana. Svariati stati federali avevano sancito l'abolizione a livello locale tra il 1777 ed il 1864.
L'abolizionismo [modifica]
| Per approfondire, vedi Abolizionismo. |
L'abolizione della schiavitù è stato un processo secolare. Sebbene vi siano stati precedentemente episodi di critica della schiavitù e di liberazioni di schiavi, la schiavitù fu messa efficacemente in discussione in Europa nell'alto medioevo dai re cristiani che la proibirono nei propri regni su intervento diretto della Chiesa che estese i sacramenti a tutti gli schiavi, tanto che per la fine del X secolo la schiavitù era sparita dall'Europa. Questo riguarda soprattutto la condizione di schiavitù dei cristiani. Nelle colonie del Nuovo Mondo (le Americhe) la tradizione schiavista continuava e fu messa in discussione dal papa Paolo III nel XVI secolo[22].
Abolizionismo e Illuminismo [modifica]
Una severa condanna dello schiavismo si ritrova nelle pagine della Encyclopédie alla voce "esclavage":[23] e lo stesso redattore dell'opera, Diderot nel 1871 scriveva contro «i tiranni religiosi» e aggiungeva: «il libro che amo e che i re e i loro cortigiani detestano è il libro che fa nascere dei Bruti», coloro che si oppongono, anche con la violenza agli oppressori della libertà perché «i mortali sono tutti uguali» [24] e quindi
| « Mai un uomo potrà essere la proprietà di un sovrano, un bambino la proprietà di un padre, una donna la proprietà di un marito, un domestico la proprietà di un padrone, un negro la proprietà di un colono. Dunque non possono esistere schiavi, neanche per diritto di conquista, ancora meno per acquisto e vendita. I Greci dunque sono stati degli animali feroci contro i quali i loro schiavi giustamente si sono ribellati. I Romani dunque sono stati bestie feroci [...] [25] » |
Ma nella stessa corrente di pensiero dell'Illuminismo, pur riconoscendo l'immoralità dello schiavismo, si avanzavano anche considerazioni razzistiche di stampo poligenista:
| « Nell'Encyclopédie, Diderot e D’Alembert dipingono i "negri" come tendenzialmente viziosi e "per lo più inclini al libertinaggio, alla vendetta, al furto e alla menzogna"; l’illuminato Voltaire, poligenista convinto e risoluto sostenitore della legittimità della schiavitù nel celebre Essai sur les moeurs et l’esprit des nations (prefazione all’edizione del 1769) rifiuta con convinzione l’idea che "bianchi, negri e albini, ottentotti, lapponi, cinesi e americani", possano discendere da un medesimo progenitore; e lo stesso Hume, un altro faro della cultura del 1700, in una nota aggiunta all’edizione del 1754 degli Essays, parla di "distinzione originaria delle razze umane" e asserisce "che i negri, e in generale tutte le altre specie umane (perché ve ne sono quattro o cinque di diversi generi), sono per natura inferiori ai bianchi" [26] » |
Ed ancora David Hume ribadiva:
| « Sospetto i Negri e in generale le altre specie umane di essere naturalmente inferiori alla razza bianca. Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco. Né individuo celebre per le sue azioni o per la sua capacità di riflessione... Non vi sono tra di loro né manifatture, né arti, né scienze. Senza fare menzione delle nostre colonie, vi sono dei Negri schiavi dispersi attraverso l’Europa, non è mai stato scoperto tra di loro il minimo segno di intelligenza. [27] » |
Queste considerazioni possono meravigliare chi consideri lo spirito libertario degli illuministi della Encyclopédie, ma in realtà esse sono giustificate storicamente dalla cultura del tempo della quale gli illuministi, come movimento elitario borghese, facevano parte e di cui non potevano non risentire, e dall’idea che siano da giudicare "barbari" i popoli che non hanno apportato il loro contributo razionale al progresso della civiltà umana. Perciò si poteva sostenere l’immoralità e l’ingiustizia dello schiavismo auspicando la sua abolizione e, nel contempo, ritenere i neri una razza inferiore.
Emblematici, tra i passi di certa attribuzione, alcune righe del Saggio sui costumi, in cui Voltaire considera gli africani inferiori intellettualmente, motivo per cui sono ridotti "per natura" in schiavitù [28], e l'intero primo capitolo del Trattato di Metafisica (1734), in cui chiaramente, pur deprecando la crudeltà dello schiavismo, esprime la sua tesi sull'inferiorità della razza "negra", che avrebbe avuto origine da amplessi tra uomini e scimmie.[29]. Anche alcuni brani del Dizionario filosofico non sono affatto teneri con gli Ebrei (in particolare per le loro presunte abitudini, come l'usura e l'avarizia, ma non per razzismo "biologico"), e non da meno il filosofo si espresse sui cristiani e sugli arabi musulmani, fatto che ha portato alcuni ad accusare Voltaire di antisemitismo e razzismo.[30]
| (FR) « Article "Anthropophage" :"Pourquoi les Juifs n’auraient-ils pas été anthropophages? C’eût été la seule chose qui eût manqué au peuple de Dieu pour être le plus abominable peuple de la terre." Article «Juifs» :"Vous ne trouverez en eux qu’un peuple ignorant et barbare, qui joint depuis longtemps la plus sordide avarice à la plus détestable superstition et à la plus invincible haine pour tous les peuples qui les tolèrent et qui les enrichissent. Il ne faut pourtant pas les brûler." [31] » |
(IT) « Voce "Antropofago":Perché i giudei non sarebbero stati antropofagi? Questa fu la sola cosa che mancò al popolo di Dio per essere il più abominevole popolo della terra. Voce:"Giudei": Voi non troveree in essi che un popolo ignorante e barbaro, che raggiunse dopo lungo tempo la più sordida avarizia e la più detestabile superstizione e il più invincibile odio per tutti i popoli che li tollerano e li arricchiscono. Ma non per questo bisogna mandarli al rogo. » |
È spesso del resto diffusa anche la tesi che Voltaire, John Locke e David Hume, investissero i loro risparmi nel commercio degli schiavi[32], ma queste tesi cominciano ad essere diffuse dalla fine del XIX secolo presso la stampa clericale e anti-illuminista[33].
Nel caso di Voltaire, contro cui si alimentano gran parte delle accuse postume di commercio di schiavi, è esemplare il riferimento a una sua presunta lettera (scritta nel 1877 dal falsario Jacquot)[34] in cui si complimenta con un armatore negriero di Nantes. In realtà, esiste solo una lettera di Voltaire indirizzata all'armatore Montadouin, datata 2 giugno 1768, in cui il filosofo illuminista ringrazia l'armatore per aver dato il suo nome ad un vascello[35].
La schiavitù ieri e oggi [modifica]
Quando, ai tempi dell'Imperialismo ottocentesco, riprese la corsa all'espansione dei paesi europei (soprattutto verso l'Asia e l'Africa), lo schiavismo aveva ormai le gambe tagliate. Verso la metà dell'Ottocento i governi occidentali si erano messi d'accordo di considerare il trasporto di schiavi come atto di pirateria. Si era fra l'altro diffusa la convinzione illuminista che un servo libero potesse in qualche modo portare migliori servizi rispetto ad uno schiavo. Negli Stati Uniti, fra i maggiori pensatori coinvolti nel movimento abolizionista del XIX secolo ci sono Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson.
Oggi la schiavitù è una condizione formalmente illegale in tutto il mondo occidentale, fatto sancito tramite l'adozione, da parte delle Nazioni Unite, della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, avvenuta nel 1948. Il mondo islamico si è rifiutato di aderire a questa Dichiarazione e ne ha una sua propria, la Dichiarazione islamica dei diritti dell'uomo, e nel mondo islamico la schiavitù è di fatto praticata.
Nonostante gli enormi progressi raggiunti dall'abolizionismo, la condizione di schiavitù viene purtroppo vissuta ancora ai giorni nostri in un gran numero di paesi molto diversi tra di loro, in quanto possono essere paesi sia in via di sviluppo, sia industrializzati. Se da una parte il fenomeno è sulla difensiva, dall'altra è in indiscutibile espansione. Le varie stime sui dati della schiavitù al giorno d'oggi presentano clamorose differenze, dovute presumibilmente alle diverse accezioni del termine di schiavismo: a seconda delle fonti si registrano indicazioni oscillanti tra le decine e le centinaia di milioni di schiavi. L'associazione umanitaria internazionale Terre des hommes (2006) ritiene che a livello mondiale, il numero delle persone schiavizzate sia di dodici milioni. Secondo l'ONG Slavery Footprint, nel 2011 27 milioni di persone al mondo sono oggi ridotte in schiavitù, e producono i beni di consumo per gli altri.[36]
Persistenza di vecchie forme di schiavitù [modifica]
La maggior parte dei fenomeni di schiavitù ricorrono oggi, secondo Terre des hommes, nel subcontinente indiano e zone confinanti. Infatti, i governi locali non riescono ad applicare le normative ufficiali, perché in questi paesi esiste ancora la possibilità di nascere schiavi in virtù dei debiti non estinti da parte dei genitori, e successivamente ereditati. Questo avviene per esempio e nello specifico nel Pakistan, dove si procede a matrimoni di sangue[37], oppure in Afghanistan, dove le bambine vengono vendute quali pagamento di un debito[38] Altri specifici fenomeni di schiavitù si riscontrano nel continente africano: ad esempio, la Mauritania ha concluso il processo legislativo di abolizione solo nel 1980, senza che si siano mai spente le contestazioni e le critiche al governo.[39] Gli stessi rappresentanti delle autorità di un paese possono essere interessati ad una sopravvivenza dello stato attuale delle cose. Dato che le normative non vengono ancora applicate, si può parlare di una tolleranza di fatto. In virtù di una certa tradizione storica, per i paesi in via di sviluppo non è del tutto appropriato parlare di schiavismo moderno, ma piuttosto della tenace sopravvivenza di antichi sistemi sociali, che sono in lento declino (solo) laddove sono in atto processi di democratizzazione, laicizzazione, e di adozione dei Principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, nella Carta dei Diritti del Bambino[40] e pure ufficiosamente nella Carta dei Doveri umani[41].
Fino ad un certo punto, valgono analoghe considerazioni per lo schiavismo in America Latina. Se da una parte i suoi paesi si avvicinano per certi versi alla cultura occidentale (il Brasile ha abolito lo schiavismo nel 1888, la stessa epoca storica degli Stati Uniti), dall'altra le vaste zone delle foreste tropicali sono ben lontane dal pieno controllo da parte dello stato. Su questo argomento intervenne anche il Papa Pio X con l'enciclica "Lacrimabili Statu" del 7 giugno 1912.
In particolare nel mondo islamico nei riguardi della schiavitù è presente una barriera invalicabile di tipo filosofico e teologico data dal fatto che il profeta Maometto comprava, vendeva, catturava e possedeva schiavi, pertanto secondo alcune concezioni non sarebbe possibile mettere in dubbio la moralità dell'istituzione stessa; del resto, alcuni passi del Corano ne parlano dando indicazioni di comportamento del credente verso i propri schiavi. Casi di schiavismo[42] si riscontrano in seno alla scuola giuridica wahhabita che è preponderante in Arabia Saudita. Un caso eclatante eppure poco discusso è quello relativo al Darfur, dove lo sfruttamento perdura dal 652 d.C., come è spiegato nel Libro di Tediane N'Diaye[43]. Altra problematica esistente e documentata è lo schiavismo intra-africano, dove schiavi-bambini vengono inviati alla tratta in paesi africani più ricchi e in generale all'interno di tradizioni di origine araba o islamica, per essere impiegati come lavoratori domestici.[44]
Nascita di nuove forme di schiavitù [modifica]
Come visto, in Europa, scomparve la schiavitù nel X secolo mentre nel resto del mondo a partire dall'epoca dell'Illuminismo si è potuto parlare di una sparizione graduale del fenomeno, avallata persino durante eventi reazionari come il Congresso di Vienna. Dalla fine dell'ultimo millennio, tuttavia, si assiste ad un inaspettato e consistente ritorno dello schiavismo, benché esso assuma oggi delle peculiarità proprie (come del resto in tutti i paesi e tutte le epoche).
Similmente a quanto si è potuto osservare nel corso della storia, lo schiavismo colpisce spesso etnie di paesi stranieri, che per una ragione o l'altra si trovano in un ruolo subalterno o in posizione svantaggiata. Ad esempio tra gli immigrati provenienti dall'Est Europa e da altri continenti non si trovano più solo persone motivate dal bisogno di sicurezza o di sostentamento personale: spesso infatti gli emigranti lasciano il paese contro la propria volontà; altre volte si tratta di persone che sono state convinte a partire con promesse ingannevoli. In questi casi, non è esagerato scomodare il termine di tratta di schiavi verso i paesi occidentali (vedi nota sulla legislazione alla fine di questo capitolo). In Italia, i settori economici dove il fenomeno dello schiavismo è più frequente sono forse la prostituzione[45] - e l'agricoltura.
Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici. Secondo lo studioso Bales Kevin, l'espansione di nuove forme di schiavismo, che spesso riguardano anche le società occidentali, sarebbero il rapido incremento della popolazione mondiale e la mal gestione (spesso da parte dei governi di paesi poveri) delle nuove sfide cui deve andare incontro la politica. Tra queste, la globalizzazione ha senza dubbio un posto di primo piano[46]. La cattiva gestione avrebbe favorito, infine, la formazione ed il consolidarsi di nuovi gruppi di élite interessati a sfruttare il mutamento sociale ed economico in corso.
Per una rudimentale caratterizzazione delle nuove forme di schiavismo si ricordano pochi punti di vista essenziali: [47]
- Riconoscimento sociale: la schiavitù dell'epoca postmoderna viene sempre ed unanimemente condannata dalla coscienza comune (vedi ad es. Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, art. 4, per il caso europeo). In quanto illegale, in Occidente il rapporto di schiavitù non può quasi esistere senza l'appoggio della criminalità organizzata, spesso internazionale, e di forme di mobilità come l'emigrazione clandestina. [48]
- Mansioni: Nel caso dello schiavismo dei paesi occidentalizzati, lo spettro delle mansioni cui può essere addetto uno schiavo è notevolmente mutato. Non esistono in Occidente più schiavi guerrieri, né insegnanti; neanche le mansioni dei lavori domestici presso una famiglia sembrano poter rientrare sotto il fenomeno di schiavismo.[49] A parte la prostituzione e l'agricoltura, sono spesso considerate come schiavismo moderno forme di sfruttamento violento, il racket delle elemosine, il traffico di organi e l'abuso di minorenni per pedo-pornografia. [50]
- Acquisizione e durata del rapporto di schiavitù: La condizione di schiavitù acquisita per nascita è ormai almeno in teoria impossibile. Essendo meno facile da instaurare e meno difficile da sciogliere, il rapporto di schiavitù non dura quasi mai tutta la vita della vittima, ma tende a colpire soprattutto le fasce di età giovane. Sono infatti molte le fonti a sostenere che gli schiavi siano in buona parte dei minorenni.[51]
- Mezzi di pressione: Per lo sfruttatore attivo nei paesi occidentali, oggi la maniera più efficace per sostenere il rapporto di schiavitù è probabilmente la minaccia di violente ritorsioni contro i parenti rimasti in patria. Va inoltre detto che ancor oggi i debiti vengono usati come mezzo di pressione nei confronti della vittima.Ovviamente, se nell'antichità la schiavitù era spesso il normale risvolto dell'incapacità di pagare un regolare debito, oggi la schiavitù si basa abbastanza sistematicamente su accordi di prestito abusivi, in quanto è in pratica impossibile estinguere il debito. [52]
In Italia, il legislatore è intervenuto in favore delle vittime. Fra i provvedimenti iniziati, si ricorda la Legge 11 agosto 2003, n. 228, "Misure contro la tratta di persone".[53]
Note [modifica]
- ^ admin; immigrazione.biz
- ^ etimo.itjgdcmhtrsx
- ^ Rodney Stark, The Victory of Reason: How Christianity Led to Freedom, Capitalism, and Western Success, 2005
- ^ Ibid. pp. 57-58
- ^ Storia di Popoli, Bonifazi editore; Atlante storico Garzanti; Enciclopedia Universalis, ed. Michelangelo; e tanti altri testi
- ^ Cfr. Giuseppe Bonaffini, Un mare di paura: il Mediterraneo in età moderna, editore S. Sciascia, 1997
- ^ G.V. Scammell, op. cit., p. 184.
- ^ G.V. Scammell, op. cit., p. 172.
- ^ R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana del Cinquecento, Ricciardi, Milano-Napoli, 1959
- ^ Ibidem
- ^ Istoria o Brevissima Relazione della Distruttione dell'Indie Occidentali di Mons. Reverendissimo Don Bartolomeo Dalle Case, Sivigliano dell'ordine dei Predicatori trad. di G.Castellani, Venezia, 1643
- ^ in G. Gliozzi, La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo da Colombo a Diderot, Principato, Milano, 1971
- ^ In Antiguas culturas precolombinas, México, Siglo XXI de España editores, 1976.
- ^ Singolare potrebbe essere considerato il fatto che il trattato di Sepúlveda, proibito nella Spagna del XVI secolo, fu pubblicato e ampiamente diffuso nell'Europa del 1892, quando cioè al colonialismo europeo faceva comodo rispolverare le tesi razzistiche e schiaviste del cronachista spagnolo.
- ^ Nel 1759 i Gesuiti furono espulsi dal Portogallo, nel 1767 dalla Spagna causando l'arresto dell'espansione missionaria. Un ulteriore colpo lo subirono con la soppressione dell'Ordine nel 1773.
- ^ G.V. Scammell, op. cit., p. 193.
- ^ La Civiltà cattolica, Anno secondo, Volume VII, edizioni La Civiltà cattolica, 1851, p.67
- ^ Giacomo Martina (1924), Storico della Chiesa italiano. «Gesuita, per oltre un trentennio ha insegnato all'Università Gregoriana di Roma (1964-94); ha fatto parte del comitato direttivo dell'Enciclopedia dei papi pubblicata nel 2000 dall'Istituto della Enciclopedia Italiana.» (in Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente)
- ^ Giacomo Martina, Pio IX, Volume 1, Gregorian&Biblical BookShop, 1985, p. 494
- ^ a b Antonio Brancati, Civiltà nei secoli, vol. II, La Nuova Italia, Scandicci 1989 (p. 61).
- ^ The slave trade
- ^ Di fronte alla tratta degli schiavi operata dalle potenze coloniali, papa Paolo III (1468-1549) dichiarò Satana il padre della schiavitù, condannandone fermamente ogni forma di pratica (Cfr. R. Stark, For the Glory of God. How Monotheism Led to Reformation, Science, Witch-Hunts, and the End of Slavery, Princeton University Press, Princeton 2003, p. 331.
- ^ Encyclopédie
- ^ Lettera di Diderot all'amico Friedrich Grimm del 23 marzo 1871 in difesa dell'abate Raynal e del suo spirito libertario in Vincenzo Ferrone, Daniel Roche, L'Illuminismo: dizionario storico, Editori Laterza, 1997 p. 52
- ^ In Girodivite.it)
- ^ René Gallissot, Mondher Kilani, A. Rivera, Imbroglio etnico in 14 parole-chiave, Edizioni Dedalo, 2001, p. 159.
- ^ David Hume, Sui caratteri nazionali, volume III, 1754
- ^ Voltaire, Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni (1756) a cura di G. Gliozzi La scoperta dei selvaggi. Antropologia e colonialismo da Colombo a Diderot, ed. Principato, Milano 1980
- ^ Maurizio Ghiretti, Storia dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo, ed. Pearson Italia S.p.a., 2007 p. 164 e sgg.
- ^ Antologia di passi volterriani ispirati al razzismo e all'antisemitismo, in lingua originale
- ^ Voltaire, Dizionario filosofico, Newton Compton Editori, 2011 (alle voci citate)
- ^ Domenico Losurdo, Hegel, Marx e la tradizione liberale: libertà, uguaglianza, stato, Editori Riuniti, 1988 p.95
- ^ Christopher L. Miller, The French Atlantic Triangle. Literature and Culture of the Slave Trade, Duke University Press (2008), p. 428.
- ^ Jean Ehrard, Lumières et esclavage. L'esclavage colonial et l'opinion publique en France XVIIIe siècle, André Versaille éditeur (2008), p. 28
- ^ Voltaire, Oeuvres complètes, tomo XII "Correspondence générale"
- ^ Cento schiavi per ogni consumatore: dietro tutti gli oggetti c'è sfruttamento. Repubblica.it, 1 novembre 2011. URL consultato in data 2 novembre 2011.
- ^ matrimoni di sangue
- ^ [1];
- ^ peacereporter
- ^ http://www.ass6.sanita.fvg.it/allegati/REGTI02-3.pdf
- ^ Carta dei Doveri umani
- ^ Schiavismo
- ^ 'Il Genocidio velato'
- ^ [2]
- ^ Federica Resta, Vecchie e nuove schiavitù. Dalla tratta allo sfruttamento sessuale, Giuffrè Editore, 2008 p. 197 e sgg.
- ^ Bales Kevin, I nuovi schiavi. La merce umana nell'economia globale, traduzione di Maria Nadotti, Feltrinelli, Collana Universale Economica, Saggi, 2000.
- ^ Maria Grazia Giammarinaro, Neo-schiavismo, servitù e lavoro forzato: uno sguardo internazionale, in Rivista: QUESTIONE GIUSTIZIA, 2000, fascicolo 3
- ^ Francesca Coin, Gli immigrati, il lavoro, la casa: tra segregazione e mobilitazione, FrancoAngeli, 2004 p. 90 e sgg.
- ^ Francesca Coin, op. cit., p. 47 e sgg.
- ^ Cfr. Terre des hommes
- ^ Francesco Carchedi, Giovanni Mottura, Enrico Pugliese, Il lavoro servile e le nuove schiavitù, FrancoAngeli, 2003, p. 163 passim
- ^ Emilio Santoro,Un modello neo-schiavistico d'inclusione dei migranti, Università di Pisa
- ^ Legge italiana del 2003, misure contro la tratta
Bibliografia [modifica]
- Bales Kevin, I nuovi schiavi. La merce umana nell'economia globale, traduzione di Maria Nadotti, Feltrinelli, Collana Universale Economica, Saggi, 2000.
- Marcel Dorigny, Les abolitions de l'esclavage de L.F. Sonthonax à V. Schoelcher. 1793-1794-1848, Presses Universitaires de Vincennes et éditions UNESCO, Paris 1995.
- Thomas Casadei, Sauro Mattarelli, Schiavitù, Milano, FrancoAngeli, 2009.
- Eric Foner, Forever Free. The Story of Emancipation and Reconstruction, Vintage, New York 2005.
- Geoffrey V. Scammell, Genesi dell'Euroimperialismo, ECIG, Genova, 2000
Voci correlate [modifica]
- Abolizionismo
- Tratta degli schiavi africani
- Servitù debitoria
- Abolizione della tratta degli schiavi
- Body Rental
- Schiavismo azteco
Altri progetti [modifica]
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Collegamenti esterni [modifica]
- Anti-Slavery International (organizzazione abolizionista, sito in lingua inglese)
- " Slavery in Ethiopia" Abyssinian colonialism and slavery/slavery trade in Abyssinia/Ethiopia
- Schiavismo nel Tesauro della BNCF