Schiavismo nelle colonie spagnole del Nuovo Mondo

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Lo schiavismo nelle colonie spagnole del Nuovo Mondo iniziò con la conquista e la sottomissione dei nativi americani locali. Inizialmente la schiavitù era uno dei metodi con cui gli spagnoli recuperavano forza lavoro dai nativi. Altre forme di lavoro forzato erano encomienda, repartimiento e mita. Quando la popolazione locale iniziò a diminuire a causa di malattie importate, guerre e fame, si iniziarono ad utilizzare gli schiavi africani. Partito nel 1502, lo schiavismo degli africani nell'America spagnola non terminò ufficialmente prima del 1886. La messa in schiavitù dei nativi fu vietata nella prima metà del XVI secolo, nonostante ne sopravvissero alcune forme divenute note come guerra giusta.

Africani durante la conquista spagnola[modifica | modifica wikitesto]

Molti dei primi immigrati neri nelle Americhe erano nati in Spagna, come ad esempio Pedro Alonso Niño, un navigatore che accompagnò Cristoforo Colombo nel suo primo viaggio, ed i coloni neri che aiutarono Nicolás de Ovando a creare il primo insediamento spagnolo su Hispaniola nel 1502. Il nome di Nuflo de Olano appare nei registri del tempo come schiavo nero presente quando Vasco Núñez de Balboa avvistò l'oceano Pacifico nel 1513. Altri schiavi neri servirono Hernán Cortés quando conquistò il Messico e Francisco Pizarro quando entrò in Perù.

Estebanico, uno dei partecipanti alla sfortunata spedizione Narváez tenuta tra il 1527 ed il 1536, era uno schiavo nero. Con tre altri sopravvissuti passò sei anni viaggiando via terra dal Texas a Sinaloa, per poi raggiungere Città del Messico, imparando numerose lingue indiane nel tragitto. In seguito, esplorando quello che oggi è il Nuovo Messico alla ricerca delle Sette città d'oro, perse la vita in uno scontro con i Zuñi.

Juan Valiente, altro nero, guidò gli spagnoli in numerose battaglie contro i Mapuche cileni tra il 1540 ed il 1546. Nonostante Valiente fosse uno schiavo, fu ricompensato con una proprietà nei pressi di Santiago e col controllo di numerosi villaggi indiani.

Schiavismo spagnolo degli africani[modifica | modifica wikitesto]

Bartolomé de las Casas (1484 - 1566) trattò gli effetti dello schiavismo delle popolazioni native. Seguendo quello che molti contemporanei ipotizzavano, preferì sostituire gli schiavi nativi con gli africani per alleviare le loro sofferenze.[1] In seguito sostenne anche la necessità di vietare la schiavitù africana, una volta vista in azione.[2]

Nel 1501 i monarchi spagnoli, Ferdinando e Isabella, concedettero ai coloni dei Caraibi la possibilità di importare schiavi africani. Tra il 1502 ed il 1518 furono trasportati via nave centinaia di neri nati in Spagna, chiamati ladinos, per lavorare soprattutto nelle miniere. Coloro che si opponevano a questa pratica ne citavano la debole fede cristiana, ed il timore che potessero scappare sulle montagne unendosi ai nativi americani in rivolta. I favorevoli indicavano invece la rapida diminuzione dei nativi americani che aveva reso critica la ricerca di nuova forza lavoro. Gli spagnoli liberi erano riluttanti a fare lavori manuali, soprattutto dopo la scoperta di oro sul continente, e solo il lavoro degli schiavi poteva garantire la sostenibilità economica delle colonie. Nel 1518 giunse nelle Indie Occidentali la prima nave di schiavi africani. Gli spagnoli, nonostante permettessero l'acquisto di schiavi, non commerciarono sulle coste africane prima della fine del 1700. Si stima che il 95% degli schiavi africani trasportati nel Nuovo Mondo tra il XV ed il XIX secolo finì in America latina e Caraibi. In tutto si parla di circa 2 milioni di schiavi.[3]

La Spagna abolì la schiavitù a Porto Rico nel 1873, ed a Cuba nel 1886. Le repubbliche indipendenti dell'America continentale lo fecero in generale poco dopo aver dichiarato l'indipendenza, approssimativamente tra il 1810 ed il 1830.

Limitazioni al commercio[modifica | modifica wikitesto]

Le leggi spagnole che proteggevano le flotte del tesoro dell'America centro-meridionale mantennero molto basso il numero di schiavi che era possibile portare nelle colonie. Le flotte dovevano partire una volta l'anno, e poche di loro portavano schiavi. Queste leggi restrittive permisero di mantenere relativamente bassa la percentuale di popolazione di schiavi a Cuba e Porto Rico fino al 1760.

Nel 1762 i britannici presero l'Avana. A quel tempo oltre 10 000 schiavi, quantità che avrebbe richiesto 20 anni di tempo per importarli da altre isole, giunsero in porto.[4] Questo cambiamento viene spesso legato all'apertura del commercio spagnolo di schiavi con le altre potenze nel XVIII secolo (vedi Asiento).

Forse per il fatto di aver poi scoperto quanti soldi potevano fare grazie al lavoro degli schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero, le colonie spagnole furono tra le ultime ad abolire la schiavitù. Mentre i britannici lo fecero nel 1834, Cuba li sfruttò ancora fino al 1886.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sergio Tognetti, "The Trade in Black African slaves in fifteenth-century Florence", un capitolo di T. F. Earle e K. J. P. Lowe, editors, Black Africans in Renaissance Europe, Cambridge University Press, 2005, ISBN 978-0521815826
  2. ^ Juan Friede e Benjamin Keen, Bartolome de las Casas in History. Toward an Understanding of the Man and His Work, Northern Illinois University Press, 1971, ISBN 0875800254
  3. ^ Jose Luciano Franco, The Slave Trade in the Caribbean and Latin America, in The African Slave Trade from the Fifteenth to the Nineteenth Century, 1978
  4. ^ Jan. Rogozinsky, A Brief History of the Caribbean, Plume, 1999
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