Papa Niccolò V

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Papa Niccolò V
Niccolò V
208º papa della Chiesa cattolica
Escudo del papa Nicolás V.svg
Elezione 6 marzo 1447
Insediamento 19 marzo 1447
Fine pontificato 24 marzo 1455
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Eugenio IV
Successore papa Callisto III
Nome Tomaso Parentucelli
Nascita Sarzana, 15 novembre 1397
Morte Roma, 24 marzo 1455
Sepoltura Grotte vaticane

Niccolò V, al secolo Tomaso Parentucelli (in latino: Nicolaus V; Sarzana, 15 novembre 1397Roma, 24 marzo 1455), fu il 208º papa della Chiesa cattolica dal 1447 alla morte.

Origini e formazione[modifica | modifica sorgente]

Nacque nella Repubblica di Genova a Sarzana, dove suo padre esercitava la professione di medico. La madre fu Andreola Bosi della Verrucola di Fivizzano[1].

Il padre morì quando Tomaso era ancora giovane. Trasferitosi a Firenze, divenne precettore nelle famiglie Strozzi e Albizzi, dove fece la conoscenza dei principali studiosi umanisti. Tomaso studiò a Bologna, dove conobbe Leon Battista Alberti, conseguendo la laurea in teologia nel 1422. Il vescovo Niccolò Albergati fu così colpito dalle sue capacità che lo prese a servizio e gli diede la possibilità di approfondire i suoi studi, mandandolo in viaggio attraverso Germania, Francia ed Inghilterra. Egli fu così in grado di raccogliere numerosi libri, per i quali nutriva una sincera passione intellettuale, ovunque si recò. Alcuni di questi sono sopravvissuti fino ai nostri giorni, con le sue note a margine in bella grafia.

Tomaso si distinse al Concilio di Ferrara-Firenze, e nel 1444, quando morì il suo patrocinatore, venne nominato vescovo di Bologna al suo posto. A causa dei prolungati disordini civici a Bologna, Papa Eugenio IV lo nominò come uno dei suoi legati inviati a Francoforte per negoziare un'intesa tra Santa Sede e Sacro Romano Impero, circa l'abolizione, o almeno il contenimento, dei decreti di riforma del Concilio di Basilea. La sua azione diplomatica, coronata dal successo, gli fece ottenere come ricompensa, al suo ritorno a Roma, il titolo di cardinale-prete di Santa Susanna (dicembre 1446).

Al Soglio Pontificio[modifica | modifica sorgente]

Statua di Niccolò V sul frontone della cattedrale di Sarzana

Venne eletto Papa come successore di Eugenio IV il 6 marzo dell'anno successivo, prendendo il nome di Niccolò in onore del suo benefattore.

Potere spirituale[modifica | modifica sorgente]

Il 20 luglio 1447, con la bolla Pastoralis officii elevò il Terzo Ordine Regolare di San Francesco come Ordine canonicamente distinto all'interno della famiglia francescana, dotato di un proprio Ministro Generale.

Nel marzo 1452 incoronò imperatore Federico III, nella Basilica di San Pietro. Fu l'ultima circostanza in cui un imperatore venne incoronato a Roma.

Il 16 giugno dello stesso anno Niccolò firmò la bolla Dum Diversas, indirizzata al re del Portogallo Alfonso V. Il pontefice riconobbe al re portoghese le nuove conquiste territoriali; lo autorizzò ad attaccare, conquistare e soggiogare i musulmani, i pagani e altri nemici della fede; ad impossessarsi dei loro beni e delle loro terre; a ridurre gli indigeni in schiavitù perpetua ed a trasferire le loro terre e proprietà al re del Portogallo e ai suoi successori.

Potere temporale[modifica | modifica sorgente]

Busto bronzeo del pontefice presso Fivizzano

Gli otto anni del pontificato di Niccolò V furono importanti per la storia politica, scientifica e letteraria del mondo. Dal punto di vista politico, fu responsabile del Concordato di Vienna, o Aschaffenburg (17 febbraio 1448), con l'imperatore Federico III d'Asburgo, tramite il quale vennero abrogati i decreti del Concilio di Basilea contrari alle prerogative papali per quanto concerneva la Germania. Nell'anno seguente si assicurò un ancor maggiore trionfo tattico, con la rinuncia dell'antipapa Felice V (7 aprile) e il suo riconoscimento da parte del Concilio di Basilea, riunito a Losanna.

Nel 1452 fu scoperta e repressa una formidabile congiura per rovesciare il governo pontificio, guidata da Stefano Porcari[2].

Ma l'evento che gli causò la maggiore amarezza fu la perdita di Costantinopoli, presa definitivamente dai Turchi il 29 maggio 1453. Il Papa sentì amaramente questa catastrofe come un doppio colpo alla Cristianità e alla letteratura greca. "È una seconda morte," scrisse Piccolomini, "per Omero e Platone".

È difficile ricostruire gli aiuti forniti da papa Niccolò V. Dalla lettura di un'iscrizione risulta che nel 1452 il pontefice mandò denaro per fortificare le mura di Galata, l'insediamento genovese sul Corno d'Oro. In più ci è conosciuta la sua dichiarazione nel letto di morte, nell'aprile del 1455. Ai cardinali raccolti intorno a sé Niccolò V dichiarò che, ricevuta la notizia dell'assedio di Costantinopoli, egli aveva deciso di venire in aiuto dei bizantini, ma era anche consapevole che da solo poteva fare ben poco contro le soverchianti forze militari dei Turchi.

Niccolò V ritratto da Beato Angelico come Sisto II (Consacrazione di san Lorenzo come diacono, cappella Niccolina)

Agli inviati di Costantino XI Paleologo, giunti a Roma nel 1452 per chiedere aiuto, egli pertanto aveva dichiarato in modo «chiaro ed aperto» che quanto possedeva in oro, navi e uomini, era a disposizione dell'imperatore, ma gli consigliava altresì di cercare aiuto anche presso altri principi italiani. Gli inviati bizantini si recarono fiduciosi presso le signorie italiane, ma tornarono dal papa senza aver concluso niente di concreto. Il pontefice, dunque, non poté fare altro che dare ai bizantini il suo aiuto così quale era.

Conformemente a ciò, il 28 aprile 1453 Niccolò V diede ordine all'arcivescovo di Ragusa, Jacopo Veniero di Recanati, di accompagnare come legato a Costantinopoli 10 galere pontificie ed un certo numero di navi fornite dal Regno di Napoli e dalle Repubbliche di Genova e Venezia. Questa flotta italiana unita, che partì con grandi speranze, tuttavia non riuscì ad entrare in azione poiché il 29 maggio si era già deciso il destino della capitale bizantina.

In seguito alla caduta di Costantinopoli, Niccolò predicò una Crociata, e si impegnò a riconciliare le mutue animosità tra gli stati italiani, ma senza molto successo.

La caduta di Costantinopoli, insieme alla congiura per rovesciarlo, pesarono sugli ultimi anni di pontificato di Niccolò V, che ebbe a dire: "Come Tomaso di Sarzana, ho avuto più felicità in un giorno che ora in un anno intero".

Morì il 24 marzo 1455.

Fu suo biografo l'umanista Giannozzo Manetti che descrisse anche il suo ambizioso programma di rinnovo urbano di Roma.[3]

Arte e cultura[modifica | modifica sorgente]

Nel 1450, Niccolò tenne un giubileo a Roma, e le offerte dei numerosi pellegrini che vi si recarono gli fornirono i mezzi per portare avanti la causa della cultura in Italia, che gli stava molto a cuore.

Con il suo generoso patronato, Niccolò impresse un decisivo sviluppo all'Umanesimo. Fino al suo pontificato, a Roma, i nuovi studi umanistici erano stati considerati come possibili fonti di scismi ed eresie, sospettati di un insano interesse verso il paganesimo. Niccolò assunse Lorenzo Valla come notaio ed impiegò numerosi copisti e studiosi, incaricandoli di effettuare la traduzione integrale in latino delle opere greche, sia pagane che cristiane. Arrivò a pagare diecimila fiorini per la traduzione metrica di Omero. Questa impresa, avviata poco prima dell'invenzione della stampa a caratteri mobili, contribuì enormemente all'espansione dell'orizzonte intellettuale cristiano.

Nel 1451, Niccolò V con lungimirante decisione, costituì una consistente raccolta di codici (novemila) che divenne il primo nucleo della futura Biblioteca Apostolica Vaticana. Egli stesso fu uomo dalla vasta erudizione, e il suo amico Enea Silvio Piccolomini (il futuro Papa Pio II) disse di lui: "ciò che non sa è al di fuori del campo della conoscenza umana".

La Roma di Niccolò V[modifica | modifica sorgente]

Fu con Niccolò V che le trasformazioni episodiche dei suoi predecessori assunsero una fisionomia organica, preparando il terreno agli ambiziosi sviluppi successivi. Il piano di riassetto della città verteva essenzialmente su cinque punti fondamentali[4]:

  1. Rafforzamento delle mura;
  2. Ripristino delle forniture d'acqua;
  3. Risistemazione del Borgo;
  4. Restauro o ricostruzione delle quaranta chiese presenti in città e ampliamento della Basilica di San Pietro;
  5. Ristrutturazione del Palazzo Apostolico.

Dopo aver ripristinato le mura dell'Urbe, il pontefice avviò i lavori per la costruzione di un nuovo acquedotto. Niccolò V era consapevole dell'importanza dell'approvvigionamento idrico della città: la fine della Roma antica veniva spesso spiegata con la distruzione dei suoi magnifici acquedotti, avvenuta del VI secolo da parte dei popoli barbari. Nel Medioevo i romani dipendevano per la fornitura d'acqua da pozzi e cisterne, mentre i poveri sfruttavano le acque del Tevere. L'acquedotto dell'"Aqua Virgo", originariamente costruito da Marco Vipsanio Agrippa nel I secolo a.C., venne restaurato. I romani poterono così attingere acqua fresca in un nuovo bacino, progettato da Leon Battista Alberti, che fu il predecessore della Fontana di Trevi.

Ma i lavori a cui dedicò particolarmente la sua attenzione furono la ricostruzione del palazzo del Vaticano e della Basilica di San Pietro, dove si sarebbero concentrate le glorie rinate del papato. Niccolò V si spinse fino a far abbattere parti dell'antica basilica, e apportò alcune modifiche[5]. Per reperire i materiali da costruzione, Niccolò non esitò a spogliare le costruzioni di Roma antica, asportando, per esempio, le decorazioni dalla basilica di Nettuno. L'intento era quello di ottenere una cittadella religiosa sul colle Vaticano, esterna alla città laica che aveva il suo fulcro attorno al Campidoglio. A questo progetto si legava indissolubilmente quello di esaltare la potenza della Chiesa, dimostrando inequivocabilmente la continuità tra Roma imperiale e Roma cristiana[4].

Nell'intraprendere queste opere Niccolò fu mosso "per rafforzare la debole fede del popolo con la grandezza di ciò che vede". A causa della brevità del suo pontificato, l'ambizioso progetto non poté essere portato a termine, però il pontefice fece convergere in città artisti di più scuole (soprattutto toscani e lombardi), che avevano in comune l'interesse per l'antichità e il fascino verso le vestigia romane, che contribuirono a determinare, in qualche modo, una certa omogeneità dei loro lavori[4].

La presenza di Leon Battista Alberti, sebbene non direttamente collegabile a cantieri effettivi (verso i quali si dimostrò molto critico), fu importante per ribadire il valore del retaggio della Roma antica e il suo collegamento col papato. Nel 1452 dedico a Niccolò V il trattato De re aedificatoria, dove venivano teorizzate le basi per il riutilizzo della lezione degli antichi, attualizzata con un rigoroso recupero anche di elementi derivati dalla tradizione medievale[4].

Palazzo Venezia, cortile del Palazzetto
Palazzo Venezia, loggia del cortile principale

Un esempio paradigmatico del gusto sviluppatosi in quel periodo in architettura è palazzo Venezia, avviato nel 1455 inglobando costruzioni preesistenti. Nel progetto del cortile del Palazzetto (del quale non si conosce l'autore) si trovano elementi ripresi dall'architettura romana, combinati però senza rigore filologico, privilegiando la funzionalità all'aderenza rigida al modello. Esso riprende il modello del viridarium e si ispira al Colosseo negli ordini architettonici sovrapporti e nel cornicione con fregio a mensole. L'ampiezza degli archi però è diminuita e semplificata, per non farli sembrare troppo imponenti rispetto agli spazi che racchiudono. Nel palazzo vero e proprio (costruito dal 1466) si ebbe una ripresa più fedele dei modelli antichi, che testimonia una loro comprensione più approfondita. Ne sono validi esempi: il vestibolo con volta a lacunari in calcestruzzo (ripresa dal Pantheon o dalla Basilica di Massenzio); nella loggetta del cortile principale, gli ordini sono sovrapposti e le semicolonne sono addossate sui pilastri come nel Colosseo o nel Teatro di Marcello[4].

La committenza papale esercitò un'azione di amalgama ancora più forte in pittura, dove la tradizione non forniva modelli vincolanti. Il rinnovo del palazzo Apostolico ebbe una prima tappa nella decorazione della cappella privata del pontefice, la cappella Niccolina, alla quale lavorarono Beato Angelico et alii, tra cui Benozzo Gozzoli. La decorazione prevedeva le vicende di San Lorenzo e Santo Stefano, che vennero interpretate dall'Angelico con uno stile ricco di dettagli, di citazioni colte e di motivi più vari, dove il suo "umanesimo cristiano" toccava uno dei suoi vertici espressivi. Le scene erano ambientate in architetture maestose, nate da suggestioni della Roma antica e paleocristiana, ma non legate a citazioni pedisseque, forse memori dei progetti che allora circolavano alla corte papale per il rifacimento di San Pietro. Le figure erano solide, i gesti pacati e solenni, il tono generale più aulico dell'abituale sinteticità compositiva dell'artista[6].

In vista del giubileo del 1450 vennero avviati numerosi lavori; gli introiti che garantirono le celebrazioni permisero di richiamare in città un gran numero di artisti anche molto diversi tra loro. Al papa non interessava l'omogeneità stilistica, infatti chiamò a lavorare per lui i Vivarini, Bartolomeo di Tommaso, Benedetto Bonfigli, Andrea del Castagno, Piero della Francesca, un Luca detto "tedesco", forse Rogier van der Weyden, ecc. Questa ricchezza di spunti preparò il terreno a quella sintesi che, verso la fine del secolo, sfociò nella creazione di un linguaggio propriamente "alla romana"[6].

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Memorie storiche d'illustri scrittori e di uomini insigni dell'antica e moderna Lunigiana par Emanuelle Gerini publié par Frediani, 1829
  2. ^ Leon Battista Alberti la descrisse nell'epistola De Porcaria coniuratione.
  3. ^ Gianfranco Spagnesi, Roma: la Basilica di San Pietro, il borgo e la città, 2003, ISBN 88-16-40605-4
  4. ^ a b c d e De Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 76.
  5. ^ Rimane testimonianza delle modifiche in alcuni affreschi del Beato Angelico (Cappella Niccolina).
  6. ^ a b De Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 77.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Eugenio IV 6 marzo 1447 - 24 marzo 1455 Papa Callisto III
Predecessore Cardinale presbitero di Santa Susanna Successore CardinalCoA PioM.svg
Louis de La Palud de Varembon 1446-1447 Filippo Calandrini

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