Mosè

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Mosè
Il Mosè di Michelangelo Buonarroti (1513-1516), basilica di San Pietro in Vincoli, Roma
Il Mosè di Michelangelo Buonarroti (1513-1516), basilica di San Pietro in Vincoli, Roma
Profeta
Venerato da Tutte le Chiese cristiane che ammettono il culto dei santi
Ricorrenza 4 settembre
Attributi Con le Tavole della legge

Mosè (latino: Moyses; in ebraico: מֹשֶׁה, standard Moshé, tiberiense Mōšeh; greco: Mωϋσῆς; in arabo: موسىٰ, Mūsa; ge'ez: ሙሴ, Musse) è per gli Ebrei il rav per antonomasia (Moshé Rabbenu, Mosè il nostro maestro), e tanto per gli Ebrei quanto per i cristiani egli fu la guida del popolo ebraico secondo il racconto biblico dell'Esodo; per i musulmani, invece, Mosè fu innanzi tutto uno dei profeti dell'Islam la cui rivelazione originale, tuttavia, andò perduta.

Il problema della storicità di Mosè e degli eventi narrati dall'Esodo è un tema che è stato ampiamente dibattuto. A chi in passato ha difeso la storicità del personaggio[1] si contrappongono quanti oggi esprimono forti perplessità sulla storicità di periodi qualificanti quali il periodo precedente alla monarchia (e la monarchia stessa) e quanti vedono in Mosè una figura dai contorni mitici o leggendari[2]. Tra queste due posizioni si collocano alcuni studiosi, tra cui Israel Finkelstein[3], che sostengono la validità dell'impianto storico di fondo espresso dalla narrazione biblica, anche se propongono una cronologia più bassa (a partire dall'VIII secolo a.C.) della storia d'Israele ritenendo che i suoi protagonisti potrebbero essere la risultante scaturita da quella che potrebbe essere chiamata pia tradizione.

Il testo biblico spiega il nome "Mosè", come una derivazione dalla radice משה, collegata al campo semantico dell'"estrarre dall'acqua", in Esodo 2,10. Si suggerisce in questo versetto che il nome sia collegato all'"estrarre dall'acqua" in un senso passivo, Mosè sarebbe "colui che è stato estratto dall'acqua". Altri, prendendo le distanze da questa tradizione, fanno derivare il nome dalla stessa radice, ma con un senso attivo: "colui che estrae", nel senso di "salvatore, liberatore" (di fatto, nel testo masoretico la parola è vocalizzata come un participio attivo, non passivo).[4] Nella lingua egiziana, Mosè potrebbe significare fanciullo[5] o anche figlio o discendente[6], come nei nomi propri Thutmose, "figlio di Toth", o Ramesse, "figlio di Ra".

Secondo la tradizione, Mosè nacque dagli israeliti Amram e Iochebed, scampato alla persecuzione voluta dal faraone, venne salvato dalla figlia di quest'ultimo ed educato alla corte egizia. Fuggì da essa a seguito d'un omicidio commesso ai danni di un sorvegliante e si ritirò nel paese di Madian dove sposò Zippora, figlia del sacerdote locale. Secondo la Bibbia nei pressi del monte Oreb ricevette la chiamata di Dio e, tornato in Egitto, affrontò il faraone chiedendo la liberazione del popolo d'Israele dalla schiavitù; questi accoglierà la sua proposta a seguito delle dieci piaghe d'Egitto, ultima delle quali la morte dei primogeniti egiziani. Accampatosi con i suoi nei pressi del mar Rosso, Mosè, su indicazione divina, divise le acque del mare permettendo così al suo popolo di attraversarlo e sommergendo infine l'esercito faraonico corso ad inseguirli. Dopo tre mesi di viaggio il profeta raggiunse il monte Sinai dove ricevette le Tavole della Legge e punì la parte del suo popolo che si macchiò con il peccato del vitello d'oro. Giunto nei pressi della terra promessa, dopo quarant'anni di dura marcia, Mosè morì sul monte Nebo prima di entrarvi.

È considerato una figura fondamentale nell'Ebraismo, del Cristianesimo, dell'Islam, del Bahaismo, del Rastafarianesimo e di molte altre religioni. Per gli ebrei è il più grande profeta mai esistito, per i cristiani colui che ricevette la legge divina, per gli islamici uno dei maggiori predecessori di Maometto. La sua storia è narrata, oltre che nelle Sacre Scritture, anche nel Midrash, nel De Vita Mosis di Filone di Alessandria, nei testi di Giuseppe Flavio.

Fonti bibliche[modifica | modifica sorgente]

I libri del Pentateuco, definiti anche libri di Mosè, poiché secondo gli antichi da lui scritti, hanno (eccetto la Genesi) il profeta come protagonista:

Mosè di Jose de Ribera particolare)
  • il Libro dell'Esodo, dal greco uscita, narra l'oppressione del popolo israelita, la successiva persecuzione dei nascituri voluta dal faraone, il concepimento e la salvezza del neonato Mosè, allevato dalla figlia del sovrano e divenuto profeta a seguito della chiamata divina. Descrive lo scontro col faraone, le piaghe d'Egitto e l'esodo attraverso il mar Rosso, concludendosi con la Legge sul monte Sinai e le varie norme di vita comunitaria;
  • il Levitico non narra episodi della vita di Mosè ma questi è comunque protagonista del libro, a lui Dio affida le norme riguardanti i rituali, i sacrifici e le varie cerimonie.
  • il Libro dei Numeri riprende il filo della storia interrotto dal Levitico, descrivendo il cammino di Israele nel deserto che lo separava dalla terra promessa, a partire dal monte Sinai fino alle soglie di Canaan, dopo un soggiorno di quarant'anni a Kades.
  • il Deuteronomio presenta tre discorsi di Mosè, il quale, prima di morire, ricorda al popolo gli avvenimenti passati e riprende con accenti nuovi la legge già definita nell'Esodo. Il libro si conclude con il racconto della successione di Giosuè e della morte del profeta sul monte Nebo.
  • vari brani successivi, in particolare nei Salmi, ricordano al popolo d'Israele i prodigi accaduti al tempo di Mosè[7].

Contesto storico[modifica | modifica sorgente]

La figura di Mosè e l'avvenimento biblico dell'Esodo non possiedono, per gli studiosi, alcun rilievo storico, ma vanno considerati come un racconto religioso che integra vari elementi anche di epoche diverse[2].

Se alcuni autori antichi - fra cui Giuseppe Flavio ed Erodoto, sostenitori della teoria dell'Esodo Antico - ritennero di datare gli episodi dell'Esodo con la cacciata degli hyksos, i faraoni semiti allontanati dall'Egitto da Ahmose (circa 1550-1525 a.C.), attualmente gli studiosi ritengono invece che gli eventi dell'Esodo siano soltanto una finzione letteraria ispirata da alcuni sacerdoti all'epoca della deportazione per enfatizzare le proprie caratteristiche religiose[8].

Il Mosè biblico[modifica | modifica sorgente]

Caratteristiche personali[modifica | modifica sorgente]

Nome[modifica | modifica sorgente]

Secondo i testi biblici il nome Mosè significherebbe salvato dalle acque a ricordo del suo miracoloso ritrovamento nel Nilo e difatti l'ebraico Moshè ha un'assonanza col verbo che significa trar fuori, benché tutt'oggi la maggioranza degli studiosi preferisce credere che il nome derivi dalla radice egizia Moses, che significa figlio di o generato da come possiamo ad esempio vedere negli egiziani Thutmosis (figlio di Thot) o Ramses (figlio di Ra). In linea con questa tesi e mancando il nome del padre Mosè significa semplicemente bambino quale vezzeggiativo di figlio.

  • L'interpretazione classica del Midrash identifica Mosè come uno dei sette personaggi biblici chiamati con diversi nomi[9]. Gli altri nomi di Mosè erano difatti: Jekuthiel (per sua madre), Heber (per suo padre), Jered (per Miriam), Avi Zanoah (per Aronne), Avi Soco (per la sua balia), Shemaiah ben Nethanel (per il popolo d'Israele). A Mosè sono anche attribuiti i nomi di Toviah (quale primo nome) e Levi (quale nome di famiglia), Mechoqeiq (da legislatore) ed Ehl Gav Ish.
  • Il nome egiziano Moses che significa, come già detto, figlio o protetto da fu dato al profeta dalla figlia del faraone, quando venne ritrovato dalla stessa sulle rive del fiume. Il nome prese poi il significato di trarre fuori solo in seguito, quando Mosè liberò il popolo attraverso le acque del Mar Rosso. Anche Giuseppe Flavio cita quest'etimologia.
  • Alcuni studiosi ebrei nel medioevo ipotizzarono che il nome di Mosè fosse in realtà stato tradotto dagli autori della Bibbia da un termine egiziano che significasse trarre fuori.
  • Secondo la tradizione islamica, il suo nome, Mūsā, deriverebbe da due parole egiziane: Mu che significa acqua e sha che significa giunco o albero, per il fatto che la sua cesta rimase incastrata fra i giunchi presso la casa del faraone.

Legami familiari[modifica | modifica sorgente]

Della tribù di Levi, Mosè era figlio di Amram e sua zia Yochebed, entrambi dello stesso casato. Suoi fratelli erano Aronne, di tre anni più grande[10], e Miriam (o Maria) della quale ignoriamo l'età, benché sappiamo sia la maggiore, avendo seguito il fratello nascituro quando questi era stato abbandonato dalla madre lungo le rive del Nilo[11].

A Madian, Mosè sposò Zippora (o Sefora) figlia del sacerdote Jetro, dalla quale ebbe due figli: Gherson (il cui nome significa immigrato poiché nato in terra straniera) ed Eliezer. Il libro dei Numeri cita una moglie etiope di Mosè[12], che gli esegeti ipotizzano sia Zippora stessa, riferendosi il termine ebraico Kushita (cioè etiope) anche ad una tribù di Madian. Giuseppe Flavio, erede della tradizione ebraica, narra a tal proposito l'episodio della guerra di Mosè, ancora capitano egizio, in Etiopia dove sposò Tharbis, sorella del re nemico, stipulando in tal modo con lui la pace[13].

Formazione socio-culturale[modifica | modifica sorgente]

Mosè, adottato dalla figlia di Faraone,[14] entrò a far parte della corte, dove venne senza dubbio educato alla sapienza degli egiziani, come ricorda anche Stefano negli Atti degli apostoli[15]. Il profeta conosceva dunque dettagliatamente il futuro nemico, i suoi usi e i suoi costumi, l'Esodo ci riferisce inoltre che egli era un uomo assai stimato in Egitto «agli occhi dei ministri, del faraone e del popolo»[16]. E a tal proposito potremmo ricordare il già citato episodio della guerra d'Etiopia, nella quale Mosè si distinse come generale abile e valoroso.

Scappato a Madian, conobbe le usanze dei popoli del deserto, le vie carovaniere e, secondo alcuni, cercando acqua potabile, anche una serie di fenomeni che permettevano di attraversare le acque del mar Rosso, rimanendone illesi.

Tratti psicologici[modifica | modifica sorgente]

Mosè è una figura molto importante: potente, mansueta e nobile. Dirà Mircea Eliade «la sua biografia e i tratti della sua personalità ci sfuggono completamente. Per il semplice fatto che egli è divenuto una figura carismatica e leggendaria, la sua vita si uniforma al modello di tanti eroi»[17].

Mosè è presentato sin dai primi capitoli come un uomo coraggioso, deciso a difendere i più deboli: affronta dapprima un sorvegliante egiziano per salvare uno schiavo, e poi un gruppo di pastori che scacciavano alcune fanciulle da un pozzo. Benché presentato come una figura eroica, Mosè non sfugge a momenti di paura, si copre il volto dinanzi al roveto ardente «perché aveva paura»[18], fugge quando il bastone si trasforma in serpente[19], cerca perfino di evitare il ritorno in Egitto e l'incontro col faraone poiché «impacciato di bocca e di lingua»[20], rifiutando la proposta divina e dicendo perfino «Perdonami Signore mio, manda chi vuoi mandare!»[21].

Tornato in Egitto però Mosè dimostra un gran coraggio alla corte del faraone, sfidando apertamente il sovrano e infuriandosi con lui a causa della sua ostinazione[22]. Il profeta infonde coraggio agli israeliti durante il passaggio del mar Rosso e durante la peregrinazione nel deserto, facendosi portavoce fra l'uomo e Dio, chiedendo a quest'ultimo il cibo e l'acqua per il suo popolo. È un uomo mansueto[23], paziente col suo popolo, benché non esente da forti momenti d'ira, come quando punì gli israeliti a seguito dell'adorazione del vitello d'oro.

È presentato dalla Bibbia come un condottiero esemplare, severo con un popolo di dura cervice, pronto a punire e a perdonare, una figura che rimase impressa nel cuore degli israeliti per il suo grande carisma tanto che essi dopo secoli lo ricordavano ancora come un uomo di straordinarie capacità non è più sorto in Israele un profeta come Mosè[24].

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nascita e giovinezza[modifica | modifica sorgente]

La figlia del faraone trova Mosè, di Lawrence Alma-Tadema.

Nato da Yochebed e Amram, il piccolo Mosè venne nascosto in un cesto dalla madre a solo tre mesi di vita, e deposto sulle rive del Nilo per essere salvato dalla persecuzione voluta da Faraone[25]. Infatti il Faraone aveva detto al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». Impose quindi agli Ebrei i lavori forzati per opprimerli. Ma il popolo ebreo continuava a aumentare così il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei di uccidere i figli maschi degli Ebrei, ma le levatrici non lo fecero. Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia»[26]. Dalle acque del Nilo, Mosè fu raccolto dalla figlia del sovrano[27] che, commossa dal pianto del bambino, decise di adottarlo come suo figlio, affidandolo, su invito di Miriam, sorella del neonato, alla madre naturale affinché lo nutrisse[28].

Cresciuto alla corte egizia ed educato alla sua cultura (come successivamente accadrà anche a Daniele presso Nabucodonosor in Babilonia)[29] Mosè si recò un giorno al cantiere degli israeliti dove, difendendo uno schiavo, uccise senza farsi vedere il sorvegliante che lo percuoteva ma, nascosto il corpo di questi nella sabbia, scoprì che l'omicidio era risaputo quando cercò di fermare la lite fra due schiavi[30]. Ricercato dal faraone abbandonò l'Egitto e fuggì, attraverso il deserto, nella terra di Madian.

Esilio a Madian[modifica | modifica sorgente]

Fermatosi presso un pozzo, Mosè incontrò le sette figlie di Jethro, sacerdote di Madian, e le difese dall'assalto di alcuni pastori prepotenti. Le giovani, grate al loro difensore, lo presentarono al padre che lo invitò a rimanere con loro. A Madian, Mosè divenne pastore al servizio del sacerdote e ne sposò una delle figlie, Zippora, dalla quale ebbe due maschi: Gherson ed Eliezer[31].

Portando ai pascoli del monte Oreb le greggi, Mosè fu attratto dal meraviglioso prodigio d'un roveto che ardeva ma non si consumava; da questi giunse una voce che gli ordinava di togliersi i sandali perché calpestava una terra sacra[32], rivelandosi poi come il Dio dei patriarchi d'Israele che, avendo ascoltato il grido degli schiavi, aveva deciso di liberarli e condurli in una terra «dove scorre latte e miele»[33]. Mosè, ricevuto l'ordine di essere guida degli israeliti, rifiutò dapprima, per paura, l'incarico, chiedendo quale fosse il nome di Dio e come avrebbe potuto convincere il suo popolo che lui stesso l'aveva mandato per riscattarli. «Io sono colui che sono»[34]

Mosè e il roveto ardente, vetrata di Notre Dame, Parigi

fu la risposta proveniente dal roveto, che indicò inoltre al profeta i segni da dare agli israeliti: il suo bastone si tramutò in serpente, la mano divenne lebbrosa, l'acqua si trasformò in sangue[35]. Tormentato dall'angoscia, Mosè rispose di non essere in grado di parlare in presenza del faraone poiché impacciato; Dio dichiarò dunque di affiancargli il fratello Aronne[36] affinché lo assistesse e parlasse al suo posto nei momenti di difficoltà.

Tornato da Jethro, Mosè narrò ciò che era accaduto e chiese il permesso di partire con la moglie ed il figlio verso l'Egitto. Un curioso incidente però turbò il suo viaggio: «nel luogo dove pernottava»[37] fu colpito da un male che mise la sua vita in pericolo, segno di una sanzione celeste. La ragione che ne emerge è il fatto che egli aveva ritardato, per suo figlio e forse anche per sé, il rito della circoncisione, segno fisico dell'Alleanza stipulata da Dio con la stirpe di Abramo[38]. Forse Mosè, diventato genero del sacerdote di Madian, si era limitato ad adeguarsi al costume madianita secondo il quale, come presso altri popoli vicini, questa pratica fungeva da rito di iniziazione che segnava l'accesso all'età nuziale ed era dunque riservata ai giovani giunti alle soglie dell'età adulta e non a neonati di otto giorni. L'inserimento di questa non chiara vicenda nel racconto certamente invoca il rispetto rigoroso dei costumi in uso in Israele ai tempi della redazione definitiva del testo sacro, operata in ambiente sacerdotale e in seguito scrupolosamente adottata. La minaccia si allontana immediatamente non appena l'ordine viene ristabilito: fu la stessa Zippora ad eseguire su Gherson l'operazione rituale[39].

L'antico proscritto fece così ritorno in Egitto. Aronne ispirato a questo fine, gli andò incontro nel deserto e ne ricevette le istruzioni divine inerenti al suo ruolo di coadiutore[40].

Ritorno in Egitto[modifica | modifica sorgente]

Radunati gli anziani d'Israele, ad essi Mosè mostrò i prodigi del Signore e comunicò la sua intenzione di recarsi presso Faraone per chiedere la liberazione del proprio popolo[41]. Recatosi col fratello in presenza del sovrano, chiese il permesso di ritirarsi nel deserto per tre giorni con gli schiavi così da sacrificare al loro Dio e onorarlo. Faraone, in risposta alle loro richieste, ordinò ai suoi sorveglianti di duplicare il lavoro degli israeliti, facendo loro raccogliere la paglia per fabbricare i mattoni, che fino a poco prima veniva loro concessa dagli egizi stessi[42].

Oppressi dal maggior gravame, gli israeliti non riuscivano a portare a termine il lavoro, per questo i loro scribi vennero fustigati e percossi[43]; ricevuta la punizione e non avendo ottenuto dal faraone la grazia d'uno sconto, rimproverarono aspramente Mosè e Aronne che avevano causato tutto ciò[44].

I leviti, su invito divino, si recarono nuovamente a corte mostrando in presenza di Faraone e dei suoi ministri il prodigio del bastone tramutato in serpente. Questi, poco meravigliato dall'accaduto, ordinò ai suoi maghi[45] di fare altrettanto, e così avvenne, se non che il bastone degli israeliti divorò quello degli stregoni egizi[46].

Liberatore del popolo d'Israele[modifica | modifica sorgente]

Mosè si recò nuovamente dal Faraone quando era ancora mattino e questi si rilassava presso il fiume Nilo. Di fronte a un ennesimo rifiuto del sovrano, Aronne colpì con il proprio bastone le acque del fiume, che si mutarono in sangue: i pesci morirono, e il Nilo divenne fetido tanto che gli egizi non poterono più attingere acqua da esso. I maghi di Faraone riuscirono però a compiere lo stesso prodigio e il sovrano tornò nel proprio palazzo senza dare ascolto a Mosè. Gli egizi scavarono dei pozzi nei dintorni del Nilo per attingere acqua da bere; la siccità durò sette giorni.[47]

Aronne colpì dunque con il proprio bastone i fiumi, i canali e gli stagni d'Egitto e da essi cominciarono a uscire rane in numero infinito che si riversarono sulle case del faraone e dei suoi sudditi. I maghi riuscirono a compiere lo stesso prodigio. Il sovrano, spaventato, chiese a Mosè di far smettere tale piaga ma non appena questa fu scongiurata si ostinò e non diede ascolto alle parole del profeta.[48]

Su ordine del Signore, Aronne percosse la polvere ed essa si mutò in zanzare che infestarono tutto il paese d'Egitto. I maghi questa volta non riuscirono nel loro intento ed essi stessi chiesero pietà a Faraone poiché riconobbero in quei prodigi la mano di Dio. Il sovrano rimase però saldo nelle proprie convinzioni.[49] Il Signore mandò allora contro gli egizi una miriade di mosconi che invase le loro abitazioni. Il faraone, terrorizzato da tale evento, chiese perdono a Mosè e ad Aronne e ordinò loro di sacrificare in onore di Dio. I due però si rifiutarono perché durante le loro celebrazioni sarebbero stati uccisi alcuni animali sacri agli egizi. Faraone permise loro di allontanarsi dall'Egitto per tre giorni. Non appena i mosconi sparirono il tiranno ordinò ai suoi soldati di ricondurre in schiavitù gli israeliti[50].

Di fronte a questa ennesimo rifiuto, una pestilenza decimò i cavalli, gli asini, i cammelli, gli armenti e le greggi degli egizi. Il bestiame degli israeliti invece sopravvisse[51]. Aronne e Mosè tornarono dal faraone portando fra le mani della fuliggine di fornace. Di fronte agli occhi del sovrano essi la gettarono in aria e questa produsse ulcere purulente sugli egizi e sulle bestie rimaste in vita. I maghi questa volta non riuscirono neppure a presentarsi di fronte a Faraone[52].

La grandine si riversò sull'Egitto, sradicando gli alberi e le piante, uccidendo schiavi e bestiame. Anche questa volta il faraone si pentì per il suo comportamento ma, non appena la piaga fu scongiurata, continuò a percuotere gli schiavi israeliti. Il lino e l'orzo erano stati distrutti dalla grandine ma il grano e la spelta erano ancora integri[53].

Mosè e Aronne si recarono ancora da Faraone ma questi non voleva ascoltarli. Essi allora rivelarono gli ordini del Signore: questi avrebbe mandato, con un forte vento d'oriente, una miriade di cavallette che avrebbero divorato ciò che la grandine non aveva distrutto. Faraone spaventato ordinò loro di partire, lasciando però in Egitto le donne e i bambini ma Mosè non acconsentì e venne quindi cacciato dal palazzo reale. Il giorno dopo le cavallette distrussero ogni raccolto[54].

Mosè stese dunque il bastone verso il cielo e, per tre giorni, il paese d'Egitto venne oscurato e le tenebre erano talmente dense che nessuno riusciva a muoversi. Faraone fece chiamare Mosè ed Aronne e ordinò loro di partire, lasciando però in Egitto il proprio bestiame. I due profeti non acconsentirono e il sovrano furibondo cacciò via Mosè minacciando di ucciderlo[55].

Il Signore ordinò infine ai due leviti di prepararsi per un lungo viaggio poiché avrebbe mandato un'ultima piaga che avrebbe costretto Faraone a liberarli. Comandò inoltre di commemorare quel giorno nei secoli a venire attraverso la festa della Pesach

« Questo mese sarà per voi il primo mese dell'anno. Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare »   (Esodo 12,2-8)
Il passaggio del Mar Rosso.

Non appena l'angelo della morte, sceso sulla terra d'Egitto, avrebbe visto quel sangue d'agnello sarebbe passato avanti, riconoscendo in essa una casa israelita. Gli ebrei si radunarono nelle proprie abitazioni per festeggiare la festa della liberazione. Sulle loro tavole la carne d'agnello, il pane della fretta non lievitato, le erbe amare, a simboleggiare la sofferenza della schiavitù. Mentre questi cenavano, a mezzanotte la piaga si abbatté sugli egizi, ogni primogenito morì dal primogenito di Faraone al primogenito di ogni suo servo[56]. Il sovrano, addolorato dalla morte del figlio, ordinò agli ebrei di andar via e, per accelerare la loro partenza, li rifornì di oro e d'argento[57].

Partiti da Pi-Ramses, gli israeliti portavano con loro le spoglie di Giuseppe perché potessero riposare nella terra promessa come era stato promesso al patriarca prima della morte[58]. Mosè, su indicazione divina, decise di non prendere la via più breve, denominata dei Filistei, poiché munita di fortini egizi[59]. Continuò a proseguire per la via del deserto, verso il Mare di Giunco (tradizionalmente e forse erroneamente identificato col Mar Rosso). Secondo il libro dell'Esodo, Dio guidava il suo popolo, di giorno come una colonna di nube, di notte come una colonna di fuoco, per illuminare loro il passaggio[60].

Faraone intanto si pentì di aver lasciato partire gli israeliti, e così anche i suoi ministri. Fece dunque preparare il proprio cocchio, si armò e radunò i propri soldati. Prese seicento carri da guerra fra i migliori con il terzo uomo sopra ciascuno di essi e raggiunse gli israeliti mentre essi si trovavano accampati presso il mare[61]. Il profeta, incoraggiando il suo popolo, chiese soccorso al Signore e in quello stesso istante la colonna di fuoco, che guidava gli israeliti, si frappose fra loro e gli egizi, fermando così la carica di questi ultimi[62].

Mosè stese dunque il bastone sul mare e, in quello che forse è fra i racconti leggendari più famosi della Bibbia, le acque si divisero, formando così un muro a destra e a sinistra, con l'asciutto nel mezzo. Gli israeliti poterono così oltrepassare il mare e giungere all'altra riva, mentre gli egizi li inseguivano sui propri carri, finendo sommersi quando essi furono al sicuro[63]. Non ci fu nessun superstite fra gli egizi. Secondo la tradizione islamica[64], il Faraone, prima che le acque lo sommergessero, disse a Mosè che credeva a Dio, ma non si salvò perché le parole non erano sincere.

Dal Mar Rosso al monte Sinai[modifica | modifica sorgente]

Nei pressi del deserto di Sur, dopo tre giorni di viaggio, Mosè ordinò di accamparsi presso la località di Mara essendosi esaurite le scorte d'acqua, lì però non fu possibile attingerne poiché era amara da bere. Mosè, su ordine divino, gettò sulla superficie del lago un arbusto miracoloso che ne rese bevibili le acque[65].

Il popolo, già stanco del duro cammino, si lamentò presso Mosè poiché erano finite anche le provviste di cibo. Il Signore, pietoso nei confronti degli israeliti, ordinò al profeta di annunciare che presto avrebbero trovato di che sfamarsi. Quella sera stessa uno stormo di quaglie, condotto lì da un forte vento, si fermò presso l'accampamento, divenendo facile preda per gli israeliti, che il mattino dopo, invece, trovarono sparsi per il campo piccoli chicchi di una strana sostanza resinosa, dal sapore di focaccia al miele[66]. Mosè denominò quel cibo, Man hu[67], che significa cos'è?. Ordinò inoltre agli israeliti di raccoglierne in brocche, ogni famiglia secondo il proprio bisogno; ogni giorno avrebbero raccolto quel cibo, solo il sesto giorno dovevano prenderne in quantità doppia poiché il sabato era giorno di riposo ed era proibito lavorare. Coloro i quali, avendo temuto di non ricevere ciò che era stato promesso, raccolsero più cibo di quanto fosse necessario a sfamarsi per un giorno, vi trovarono dentro dei vermi[68].

Mosè fa scaturire l'acqua dalla roccia

Allo stesso modo.... non appena le riserve d'acqua furono terminate, il Signore ordinò a Mosè, nella località di Refidim, di andare su di un monte e ordinare alla roccia di sgorgare. Mosè tuttavia colpì due volte la roccia col suo bastone. Non appena la roccia venne battuta dalla verga del profeta, da essa sgorgò tutta l'acqua necessaria per gli israeliti. Quel luogo venne chiamato Massa e Meriba che significa prova e protesta.[69].

Mentre erano ancora accampati in quella località, gli Israeliti vennero attaccati dagli Amaleciti, una popolazione beduina proveniente dalla zona meridionale di Canaan. Mosè incaricò dunque Giosuè, suo futuro successore, di organizzare la difesa mentre lui sarebbe salito su un'altura lì vicina con Aronne e Cur per seguire i combattimenti dall'alto. Ogni volta che Mosè pregava, alzando le braccia e tenendo il bastone puntato verso il cielo, Israele vinceva mentre quando lo abbassava, perdeva. I combattimenti si prolungarono e il profeta riuscì a stento e grazie all'aiuto di Aronne e Cur a tenere le braccia alzate, permettendo così a Giosuè di vincere la battaglia e sconfiggere gli Amaleciti[70].

Gli israeliti giunsero infine, dopo tre mesi di cammino, ai piedi del monte Sinai dove si accamparono. In quei giorni Jethro, suocero di Mosè, si mise in viaggio per raggiungerlo. Fra le attività che Mosè svolgeva quotidianamente, la più impegnativa era senza dubbio quella di giudice e consigliere; egli sedeva in mezzo al popolo e chiunque avesse questioni da porre, si rivolgeva a lui che giudicava le contese e ascoltava i problemi del proprio popolo. Quest'attività era però molto faticosa, Jethro si rese subito conto che una persona sola non avrebbe potuto reggere a lungo un compito tanto gravoso e consigliò al genero di scegliere uomini saggi e onesti e di porli a capo di gruppi di cento, dieci, mille persone, così il popolo avrebbe trovato rapidamente qualcuno con cui consultarsi nel momento del bisogno e Mosè avrebbe avuto più tempo per occuparsi di questioni più importanti[71].

Il legislatore[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi dieci comandamenti.

Su comando divino Mosè salì sulle pendici del monte Sinai e ricevette l'ordine di preparare il popolo poiché il Signore voleva mostrarsi loro e comunicare il suo volere. Dopo tre giorni di purificazione, gli israeliti videro tuoni e lampi scendere sul monte, che divenne come una fornace[72] spaventati indietreggiarono e fu solo Mosè ad avanzare e a ricevere per bocca di Dio la legge dei dieci comandamenti:

« Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei all'infuori di me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo né di quanto è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra (...) Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronunzia il suo nome invano. Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro (...) Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunziare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo »   (Esodo 20,2-18)

Terrorizzati, gli israeliti supplicarono Mosè di salire verso il monte poiché essi avevano timore di morire per la paura. Il profeta obbedì ed entrò nella nube, scalando le pendici del Sinai, dove rimase per quaranta giorni e quaranta notti, accompagnato dal solo Giosuè, suo fedele collaboratore, che lo seguiva da lontano. Lì egli ricevette la legge, scritta su due tavole di pietra dal dito di Dio[73].

A valle intanto il popolo d'Israele, credendo che Mosè fosse morto, implorò Aronne, che aveva preso il comando in assenza del fratello, di costruire per loro un idolo affinché li guidasse verso la Terra promessa. Venne così forgiato un vitello[74] d'oro al quale gli israeliti sacrificarono e attorno al quale fecero bagordi. Sceso dal monte il profeta si accese d'ira, distrusse l'idolo e rimproverò aspramente Aronne che aveva tolto loro ogni freno[75] ordinando poi a coloro che gli erano rimasti fedeli di uccidere tutti coloro che si erano ribellati. Secondo il libro dell'Esodo caddero quel giorno circa tremila uomini[76].

Dal Sinai al deserto di Paran[modifica | modifica sorgente]

Seguendo le prescrizioni ricevute sul Sinai, Mosè convocò i maggiori artisti del popolo d'Israele e ordinò loro di costruire una tenda, denominata Dimora, nella quale conservare le tavole della legge, deposte nella famosa arca dell'alleanza, e poter celebrare sacrifici e pratiche rituali per mano del sacerdozio, capitanato da Aronne e dai suoi figli, nonché da tutta la tribù di Levi, che fu incaricata di occuparsi della sorveglianza e della cura della Dimora[77].

Dopo due anni trascorsi alle pendici del Sinai, Mosè, concluso il censimento di tutto il popolo, guidò gli Israeliti attraverso il deserto, verso la terra di Canaan. Dopo tre giorni di marcia li fece accampare presso la località di Tabera, dove un grave incendio decimò gli israeliti, che si ribellarono al proprio capo[78]. Questi sconfortato si ritirò nella Dimora e pregando Dio chiese di morire pur di non ascoltare il lamento della sua gente, che ora l'accusava di averli lasciati morire di fame, colmi di manna ma privi di carne. Su ordine divino, Mosè scelse settanta anziani d'Israele affinché lo sostenessero nel suo arduo compito. A sera il campo fu nuovamente invaso dalle quaglie, così numerose da «uscire loro dalle narici e venirgli a noia»[79]. I più ingordi vennero uccisi da un male misterioso, segno della collera divina.

Risolta la questione, Mosè dovette affrontare una nuova ribellione questa volta organizzata dai membri della sua stessa famiglia: Miriam e Aronne. Entrambi contestavano l'autorità al fratello, ritenendosi profeti come lui e accusandolo di avere una moglie straniera al popolo d'Israele. Punita per la sua ribellione, Miriam divenne lebbrosa e dovette fuggire dal campo per circa una settimana, come era previsto dalle leggi rituali[80].

Guarita essa dal male, Mosè riprese il viaggio e si accampò con i suoi nel deserto di Paran, in prossimità della terra promessa. Da lì spedì dodici uomini, rappresentanti di ciascuna tribù, in ricognizione. Fra di essi vi era anche Giosuè, futuro successore di Mosè. Questi, al suo ritorno, fu l'unico, insieme con Caleb, un altro esploratore, a ritenere conquistabile la terra promessa, a differenza dei compagni che la credevano impenetrabile, causando così una ribellione ai danni di Mosè per tornare in Egitto. Il profeta riuscì per poco a placare la collera divina, che voleva distruggere l'intero popolo, che fu comunque punito col decreto che non sarebbero potuti entrare nella terra promessa prima che fossero passati quarant'anni, cosicché la generazione che si era ribellata morisse e i loro discendenti vi entrassero come uomini liberi.

I quarant'anni passati nel deserto[modifica | modifica sorgente]

Inseguiti e uccisi dagli abitanti di Canaan, gli israeliti si rifugiano nel deserto dove Core, Dathan ed Abiram, a capo di duecento uomini, si sollevarono contro Mosè e Aronne, accusandoli di volersi porre al di sopra degli altri membri della comunità. In particolar modo si opposero all'investitura sacerdotale di Aronne, perché secondo i tre capi cospiratori, tutto il popolo d'Israele era santo[81].

La ribellione di Core, Dathan e Abiram.

Per risolvere la questione, Mosè ordinò a costoro di presentarsi, accompagnati dai loro incensieri, davanti alla Dimora. Quando tutti si trovarono lì, Mosè li sfidò ad offrire l'incenso in sacrificio, azione rituale riservata esclusivamente ad Aronne e ai suoi figli.

« Essi dunque presero ciascuno un incensiere, vi misero il fuoco, vi posero profumo aromatico e si fermarono all'ingresso della tenda del convegno; lo stesso fecero Mosè ed Aronne. (...) Come egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si profondò sotto i loro piedi, la terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì ed essi scomparvero dall'assemblea. Tutto Israele che era attorno ad essi fuggì alle loro grida; perché dicevano: "La terra non inghiottisca anche noi!". Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini che offrivano l'incenso »   (Numeri 16,18-35)

In presenza del popolo d'Israele, il bastone di Aronne fiorì miracolosamente, segno che Dio approvava la sua elezione al sacerdozio, rifiutando quella dei cospiratori, i cui incensieri vennero fusi e utilizzati per ricoprire l'altare del sacrificio[82].

Giunti a Kades, gli israeliti resero gli onori funebri a Miriam, che lì venne sepolta[83]. In quel luogo il popolo si lamentò inoltre presso Mosè e Aronne per la mancanza d'acqua. I due profeti si recarono presso la Dimora e chiesero consiglio al Signore, ricevendo da lui l'ordine, di colpire con il proprio bastone una roccia, come avevano già fatto presso Refidim[84]. Mosè e Aronne fecero come era stato loro ordinato ma dalla pietra non uscì inizialmente acqua. Intimoriti da questo insuccesso ripeterono l'azione e riuscirono nell'intento. Avendo dubitato di Dio furono entrambi puniti: non avrebbero mai posto piede nella terra promessa[85].

Dopo trentotto anni di lunga attesa, gli israeliti si rimisero in marcia e, dovendo passare per i confini del regno di Edom, chiesero al sovrano locale di lasciarli passare. Questi non acconsentì e mandò i suoi uomini per sterminarli, costringendo dunque Mosè e i suoi a fuggire e stabilirsi momentaneamente alle pendici del monte Cor[86]. Lì Mosè spogliò Aronne dei suoi abiti sacerdotali poiché, essendo prossimo alla morte, secondo il rituale, li avrebbe contaminati[87], dopodiché nominò nuovo sommo sacerdote suo nipote Eleazaro, figlio di Aronne. Quest'ultimo morì sulla cima del monte e lì venne sepolto[88].

Dopo una feroce battaglia con il re cananeo Arad, sconfitto con tutte le sue truppe[89], gli israeliti si ribellarono nuovamente contro Mosè, venendo perciò invasi da una miriade di serpenti velenosi che assaltarono i cospiratori, uccidendoli. Il popolo si pentì per il proprio comportamento e chiese perdono a Mosè che, su invito divino, costruì un serpente di bronzo, lo mise su un'asta e tutti coloro che lo guardavano furono guariti[90].

Smontato il campo, gli israeliti vennero attaccati dal re degli Amorrei, Sicon, che finì sconfitto e ucciso, così come in seguito anche il gigante Og, re di Basan: le loro città vennero distrutte e i territori conquistati[91]. Salvatisi dalla guerra col re di Moab[92], Balak, gli israeliti si accamparono nei pressi del suo regno e lì vennero attirati dalle donne locali che li spinsero all'idolatria. Mosè ordinò di punirli subito, uccidendo anche una madianita che si univa ad un ebreo, probabilmente celebrando una pratica idolatra di stampo sessuale[93]. I madianiti dunque, che avevano "prostituito" il popolo, vennero attaccati e sconfitti, i loro tesori offerti in sacrificio nella Dimora[94].

Essendo giunto il momento di entrare nella Terra Promessa, Mosè nominò Giosuè quale suo successore e prima di lasciare per sempre il suo popolo, il profeta dette loro il suo testamento, tre dialoghi contenuti nel libro del Deuteronomio. Nel primo discorso sono riassunte le tappe del cammino nel deserto[95] con il monito di rispettare la legge di Dio se non si vuol perdere la Terra guadagnata dopo quest'arduo cammino e nel secondo discorso abbiamo difatti un accorato richiamo all'osservanza di questa legge stessa[96] e alle sanzioni che l'accompagnano. Dopo aver benedetto le tribù d'Israele[97] Mosè salì, dalle steppe di Moab, sul monte Nebo e da lassù poté guardare la Terra Promessa, senza potervi entrare a causa della sua mancanza alle acque di Meriba.

« Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l'ordine del Signore. Fu sepolto nella valle, nel paese di Moab, di fronte a Bet-Peor; nessuno fino ad oggi ha saputo dove sia la sua tomba. Mosè aveva centoventi anni quando morì; gli occhi non gli si erano spenti e il vigore non gli era venuto meno (...) Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè (lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia) per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese d'Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese e per la mano potente e il terrore grande messo in opera da Mosè davanti agli occhi di tutto Israele »   (Deuteronomio 34,5-12)

Apocrifi e leggende successive[modifica | modifica sorgente]

La corona del faraone[modifica | modifica sorgente]

Secondo un'antica leggenda, riportata anche da Giuseppe Flavio[98], quando Mosè aveva solo tre anni, il faraone per gioco prese la propria corona e la pose in testa al bambino. Questi la gettò a terra e la calpestò turbando così il sovrano che chiese ai suoi ministri se questo gesto fosse stato degno della condanna capitale.

Un angelo, sotto forma di uno dei saggi di corte, consigliò di far portare pietre preziose e carboni ardenti e poi far scegliere al bambino cosa prendere. In questo modo essi avrebbero potuto giudicare se avesse agito di proposito. Guidato dall'angelo, Mosè prese il carbone e se lo portò alla bocca rimanendo ferito sulle labbra e sulla lingua.

Si ipotizza che questo episodio voglia fornire solo una spiegazione al difetto di pronuncia di cui soffriva Mosè[99].

La guerra contro Kush[modifica | modifica sorgente]

Riprendendo la narrazione di Giuseppe Flavio,[100] il faraone, vedendo Mosè crescere e diventare un giovane forte e robusto, decise di affidargli una missione bellica per testare il suo temperamento. Ordinò al nipote adottivo di combattere a sud dell'Egitto contro il regno di Kush (nome semitico per l'attuale Etiopia).

La città avversaria era stata fortificata in modo da essere inespugnabile: mura altissime su due lati, un canale profondo con dei coccodrilli sul terzo lato, un fossato colmo di serpenti sul quarto. Mosè ordinò che venissero catturati e addestrati alcuni ibis, grazie all'aiuto dei quali egli riuscì a eliminare i serpenti e ad avvicinarsi così disarmato alle mura della città.

I generali nemici lo videro giungere con in mano un simbolo di pace e, benché spaventati da un possibile attacco, lo lasciarono entrare. Mosè trattò con loro una resa onorevole e tutti coloro che garantivano pace e alleanza per il futuro poterono mantenere i loro ruoli di comando, mentre venne allontanato chi fomentava guerra e ribellione.

Grandi furono i festeggiamenti, durante i quali, per sancire l'alleanza, Mosè dovette sposare la sorella del re, Tharbis. Quest'ultimo riferimento serviva soltanto a giustificare il malcontento suscitato da Aronne e Miriam sulla presenza di una moglie etiope di Mosè[101].

Mosè storico secondo Sigmund Freud[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi L'uomo Mosè e la religione monoteistica.

Mosè e Aton[modifica | modifica sorgente]

Il faraone Akhenaton, con la moglie Nefertiti, sotto i raggi del dio solare Aton.

Secondo Sigmund Freud, la storia biblica di Mosè metterebbe in evidenza la forte influenza della cultura e della religione monoteistica del dio Aton dell'antico Egitto sulla cultura ebraica antica ed il suo monoteismo.

Innanzitutto, secondo Freud, va fatto notare che nella lingua egizia antica, "Mosè" aveva il significato di "bambino", "figlio", "discendente", (si veda ad esempio il testo citato di J. Lehmann). Inoltre, il racconto biblico della nascita di Mosè, coerentemente con altre leggende semitiche, riprende esattamente il racconto della nascita del grande Sargon di Accad, che fu abbandonato nelle acque e poi salvato per diventare in seguito un grande re.

Riportiamo di seguito quanto afferma ancora Freud a proposito dell'origine del noto credo presente nel Vecchio Testamento: Il credo ebraico, come è noto, recita "Shemà Israel Adonai Elohenu Adonai Ehad". Se la somiglianza del nome dell'egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: "Ascolta Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l'unico Dio".

Inoltre, sempre per Freud, va ricordata la forte somiglianza del Sal104, che canta la gloria di Dio nel creato, con l'Inno al Sole di Akhenaton, il faraone che nel XIV secolo a.C. introdusse il culto monoteistico del dio Aton.

La presunta relazione tra il culto di Aton e Mosè potrebbe spiegarsi in due modi: mentre il caso che gli ebrei in Egitto seguissero tale culto è da escludere, rimarrebbe l'educazione che Mosè ricevette nella corte del faraone Haremhab, sotto il cui regno potrebbe essere nato Mosè. Concordanze storiche non meglio precisate fanno ritenere che dietro la figlia di faraone che adottò Mosè si celasse una nobildonna iniziata al culto di Aton, forse la regina Ankhesenamon, figlia di Akhenaton finita dopo varie vicissitudini in sposa ad Haremhab. Mentre l'ipotesi più certa è che Mosè sia stato un cortigiano di Akhenaton, e dunque fu certamente seguace del culto di Aton; questa ipotesi è suffragata dalla data di nascita[102] di Mosè secondo la tradizione il 7 Adar 2368 (corrispondente agli anni tra il 1391-1386 a.C.) che lo fa un contemporaneo del faraone Akhetaton vissuto nel XIV secolo a.C.

La teoria dell'uccisione di Mosè[modifica | modifica sorgente]

Secondo il celebre padre della psicoanalisi, Mosè non era in realtà un solo uomo, che liberò gli israeliti e li condusse alla Terra Promessa, bensì due persone differenti.

Il primo Mosè, colui che liberò gli ebrei dall'Egitto, era un egizio, fanatico della religione monoteista fondata da Akhenaton, seguace dunque, di Aton, dio misericordioso, che decise di partire in una terra dove il suo credo non fosse perseguitato, così come invece succedeva in Egitto, conducendo con sé il popolo semita e alcuni seguaci egizi. Questi, durante il viaggio nel deserto, uccisero il loro maestro, e quindi il primo Mosè.

Il potere passò dunque nella mani di un secondo Mosè, un sacerdote madianita, fedele a una religione adoratrice di un Dio vulcanico e sanguinario, che non esitava nel chiedere ai propri accoliti di passare "a fil di spada" tutti gli abitanti della terra di Canaan. Questo madianita altri non era che Jethro, il suocero di Mosè che, durante il viaggio nel deserto del Sinai, andò a trovare il genero e, dopo aver conversato con lui nella tenda (luogo nel quale, secondo diversi seguaci della teoria di Freud avvenne l'omicidio del primo Mosè) uscì, da solo, e partecipò ad un banchetto in compagnia di Aronne e degli anziani d'Israele[103].

Mosè l'egiziano[modifica | modifica sorgente]

Sigmund Freud, nel suo libro Mosè e il Monoteismo[104], evidenzia questi punti:

  1. Mosè predica in Egitto, come Akhenaton 50 o 100 anni prima, una teologia monoteistica;
  2. Mosè ha un nome egiziano;
  3. Mosè ha, nel racconto biblico, una nascita assolutamente leggendaria;
  4. un nome del dio ebraico (Adonai), ha la stessa radice del dio solare (Aton) di Amenofi IV;
  5. l'arca dell'alleanza degli ebrei presenta forti somiglianze con la "barca degli dei" dei templi egizi, circondati da cherubini con ali spiegate.

Giuseppe Flavio accomuna la figura di Mosè a quella di Osarseph, figura semi-leggendaria della storia dell'antico Egitto, e afferma di fare riferimento agli scritti dello storico egizio Manetone (periodo tolemaico, IV o III secolo a.C.).

Secondo lo storico egizio (sempre nella versione di Giuseppe Flavio) Osarseph fu un alto sacerdote (forse Primo Profeta) del clero di Osiride della città di Eliopoli che si sarebbe costruito un potente seguito tra gli intoccabili (nome forse indicante i lebbrosi) e sarebbe stato esiliato, insieme ai suoi seguaci, nella terra di Canaan in seguito ad un sogno profetico del sovrano. Nella terra d'esilio avrebbe poi organizzato, alleandosi con le popolazioni locali, una rivolta che lo avrebbe portato a conquistare lo stesso Egitto esiliando a sua volta, in Etiopia, il sovrano ed il figlio Rapsaces, di cui viene detto essere chiamato anche Sethos. Dopo un regno di tredici anni caratterizzato dall'oppressione religiosa Amenophis ed il figlio avrebbero scacciato l'usurpatore ripristinando il culto degli antichi dei.

Mosè nelle tre religioni monoteiste[modifica | modifica sorgente]

Tradizione ebraica[modifica | modifica sorgente]

« Era un padre nella Torah, un padre in saggezza, un padre nella profezia »
(Talmud, Meghillah)

La tradizione ebraica, che ha in Mosè il più alto rappresentante, avendo egli ricevuto le tavole della Legge sul monte Sinai, ha ereditato intorno a questa figura insegnamenti e storie che ne hanno ampliato lo spessore epico: appena nato illuminò della luce celeste la casa dei genitori in cui venne partorito e gli angeli paradisiaci cominciarono a cantare, a un anno era già in grado di parlare e a tre possedeva il dono della profezia.

Anche se cresciuto dalla figlia del Faraone, mantenne i propri costumi ebraici e fu salvato miracolosamente dalla morte quando, catturato dai soldati del faraone, fu condannato alla decapitazione, ma il suo collo «divenne duro come marmo».

Si racconta poi che l'egiziano, la cui morte venne imputata a Mosè, non morì per cause di omicidio ma per via del potere del Nome con valore numerico 72 di cui appunto Mosè si servì impugnando una verga contro lo stesso ma senza toccarlo e senza fargli violenza.

Divenuto guida del suo popolo e salito sul monte Sinai, assistendo anche alla visione di alcuni angeli, divenne maestro della Torah, a lui vennero comunicati da Dio gli scritti sapienziali della tradizione ebraica: il Tanakh, il Talmud, la Mishna e tutto quanto appartenga al canone ebraico.

Egli aveva sposato Zippora (cfr Brit Milah), midianita[105] (cfr Avraham e Ghiur) e figlia di Ietro.

Venne considerato come il Messia dell'epoca dell'Esodo, principio di redenzione del popolo ebraico. Un commento delle Sacre Scritture afferma che tutto il Mondo fu creato da Dio interamente proprio per Mosè; altre opinioni affermano che l'intero Mondo sia stato creato per re David o per il Messia. Benché di rara elevatezza spirituale, fu considerato uomo con dote di umiltà non paragonabile ad altri: anche per questo la Torah viene definita Torah di Mosè. Mosè compì il servizio del Tabernacolo sino a quando venne da lui iniziato il fratello Aronne, primo sommo sacerdote: tra i due fratelli non vi fu mai gelosia per i compiti loro assegnati da Dio[106].
Se è verità che Mosè viene considerato Capo dei Profeti similmente si può dire del suo fratello Aronne infatti Dio disse anche a Mosè: ...Aronne sarà [come] profeta con/per te...: questo comando divino avvenne quando Dio impartì la missione di radunare il popolo ebraico (cfr Libro dell'Esodo e Pesach).

Alla fine della sua vita, sebbene Dio gli abbia impedito di entrare in Terra d'Israele, poté assistere alla visione profetica della stessa scorgendone i particolari da un'estremità all'altra: secondo i Commentatori dell'esegesi ebraica ciò avvenne grazie alla luce celeste celata per i giusti nell'era messianica e creata i primi giorni della Creazione ma in quell'occasione rivelata a Mosè. Poco prima di morire una sua lacrima cadde sulla Torah completando così, attraverso un miracolo, la stesura del Pentateuco. Mosè morì nel mese di Adar del Calendario ebraico. Alla sua morte, avvenuta tramite un bacio di Dio, segno e metafora dello stretto legame spirituale, Dio stesso si occupò della sepoltura del suo corpo. Il luogo di sepoltura di Mosè venne celato da Dio dalla sua morte sino ai giorni nostri per evitare che si compiesse idolatria nei suoi confronti: si racconta che alcuni uomini cercarono di trovarlo e, giunti nei suoi pressi e spostatisi ripetutamente dalle cime di un monte a quelle di un altro, vennero disorientati sino al punto di pensare ogni volta di essere tornati allo stesso punto di partenza.

Secondo la Qabbalah Mosè è esempio della Sefirah Daat ed in particolare, secondo lo Zohar, Tiferet ma quella che egli rappresenta come guida del popolo d'Israele è Nezakh, eternità e vittoria; la lettera ebraica di Mosè è la Vav, ו. Nel Sefer haBahir è scritto che la lettera dell'alfabeto ebraico Mem, מ, venne, si incoronò ed incoronò Mosè di 325 corone celesti donandogli anche le chiavi di esse.
Secondo l'Arizal Mosè è il Ghilgul del bene di Abele. Mosè non riportò il risiduo del veleno del serpente dovuto al peccato originale.

Secondo i testi ispirati da Dio della tradizione ebraica, Mosè andò presso un luogo oggi riconosciuto africano ed ebbe una sposa, secondo le fonti appunto Zippora.

Nell'era messianica Mosè resusciterà e proclamerà che il Messia è arrivato...

«Mai sorgerà un profeta come Mosè»[modifica | modifica sorgente]

Mosè è riconosciuto capo dei profeti ed è scritto che il solo con qualità e doti spirituali ed etiche paragonabili alle sue sarà il Messia. Il Messia agirà però in maniera differente: sebbene nell'era messianica si manifesteranno alcuni miracoli ciò non avverrà in modo terribile e distintivo come fu nella vita di Mosè e suo tramite; si spiega infatti che Mosè chiese a Dio di poter portare alla completa redenzione il popolo d'Israele ma Egli rispose che questo è compito del Messia le cui doti connaturate al suo livello gli permetteranno di giungere ai fini dell'era messianica. Nella Parashah Shofetim del Pentateuco è riportata infatti l'affermazione di Mosè che ammonisce il popolo anche per le future generazioni quanto all'attenzione da portare ad un Profeta con peculiarità simili alle sue identificato nel Messia. Si insegna infatti che in ogni generazione è presente un Mosè, così nell'era messianica il Mosè leader del popolo ebraico è il Messia.
Inoltre Mosè equivalse al re d'Israele.

Secondo altri commentatori questo versetto fa' anche riferimento al profeta Balaam che per le altre Nazioni vale come Mosè per il popolo d'Israele, e questo malgrado Balaam sia stato attaccato al mondo oscuro dell'impurità e della magia: Dio ebbe Baalam anche per evitare che i non-ebrei lamentassero di non aver avuto un profeta come Mosè che potesse trasmettere loro la Torah che invero, nell'episodio del Dono sul monte Sinai, non accettarono sebbene sia stata loro offerta.

La profezia di Mosè, "capo dei profeti"[modifica | modifica sorgente]

La profezia di Mosè differisce da quella degli altri profeti per essere una visione lucida e penetrante mentre quella loro viene definita una visione non distinta: ciò venne detto ad Aronne e Miriam quando misero in dubbio la supremazia dello stesso con la metafora della visione tramite un vetro lucido rispetto ad una tramite un vetro offuscato; l'insegnamento del Midrash afferma che, mentre gli altri profeti avevano visioni o profezia con estasi quasi oltre il loro controllo della consapevolezza o della coscienza, gettandosi a terra, spesso profetando tramite parabole, enigmi e simboli il cui significato era talvolta loro nascosto, Mosè manteneva sempre un controllo equilibrato inoltre egli poteva avere la visione di Dio nella Shekhinah in qualunque momento, senza la necessità di prepararsi, come dovevano gli altri, perché sempre pronto. Mosè ricevette la parola di Dio sempre sveglio mentre gli altri profeti profetavano anche e soprattutto in sogno e tramite angeli.

I 10 nomi di Mosè[modifica | modifica sorgente]

Mosè possedeva anche i seguenti nomi propri[107] ma egli decise di mantenere come principale Mosè anche per gratitudine alla figlia del Faraone[108] che questo scelse:

  • Yèred
  • Avigòr
  • Khavèr
  • Avi Sokhò
  • Yekutièl
  • Avi Zanòakh
  • Tuvyà
  • Shema'yà
  • Ben Netanèl
  • Levì

Nel Talmud, nei Midrashim ed in altri testi della religione ebraica[modifica | modifica sorgente]

In Egitto[modifica | modifica sorgente]
  • Quando Mosè, ancora in fasce, venne posato dalla madre Yocheved nella piccola culla (essa era stata costruita e fatta in modo che il neonato Mosé non odorasse l'odore "nefasto" o sgradevole della pece, o "bitume", "spalmata": vedi anche 10 piaghe-Pesach o cfr Avraham e Yosef), adagiata sul fiume per sfuggire al decreto del Faraone contro tutti i bambini maschi ebrei, Mosè pianse; nel lamento di Mosè venne riconosciuta la spiritualità di tutti gli Ebrei del popolo ebraico come se nella sua sola voce vi sia stata l'unione delle voci di tutti gli ebrei: il livello di spiritualità di Mosè e la sua grandezza contrappesavano infatti quelli di tutto il popolo ebraico.
  • Quando Mosè, ancora molto piccolo, viveva nei palazzi del Faraone, quest'ultimo ed alcuni Egiziani, dubitando che si trattasse del salvatore degli Ebrei, lo misero alla prova dinanzi a due piatti per constatare la natura delle sue intenzioni verso il Faraone, uno con delle braci ed uno con dell'oro; sebbene Mosè fosse attirato dall'oro un angelo intervenne dirigendolo a prendere le braci per poi portarle alla bocca: la balbuzie di Mosè sorse a causa dell'ustione.
  • Nel confronto tra Mosè ed il Faraone la volontà di Dio non era soltanto quella di far sì che si comprendesse il ruolo del popolo di Israele ed il suo destino futuro legato al servizio divino ma anche quello di portare il Faraone stesso alla Teshuvah, il pentimento come ritorno a Dio verso una condotta di vita nella rettitudine e nella bontà, abbandonata quella di una vita vissuta nella trasgressione e nel peccato.
  • Quando Mosè si apprestò con il fratello Aronne ad entrare nel palazzo del Faraone come Dio gli aveva ordinato i due si imbatterono in molte belve feroci che sostavano alle porte di ogni stanza: Dio fece sì che nessuna belva li attaccasse e che tutte accompagnassero i due fino alla stanza del Faraone dove stava intrattenendosi con le personalità più importanti del regno egiziano; quando questi videro i due si accorsero della loro santità, del loro vigore spirituale e della loro dignità cosicché si inchinarono e ne ebbero timore e rispetto.
  • Quando Mosè proclamò il Tetragramma divino di fronte al Faraone affinché comprendesse la portata dell'evento che si stava per verificare il Faraone disse di non conoscerlo: egli chiese ai suoi consiglieri di portare il libro su cui erano scritti tutti i nomi e le descrizioni degli dèi dei popoli non trovandovi quello enunciato da Mosè; egli conosceva già il nome di Dio E-lokim ma non il Nome Eccelso perché il primo si riferisce alla volontà divina sul piano naturale mentre il Nome Eccelso riguarda propriamente l'aspetto trascendentale di Dio e della Creazione in relazione al divino: i commenti affermano infatti che il Faraone era consapevole, seppur in modo non corretto, dell'intervento spirituale sul naturale mentre ne ignorava l'origine e la manifestazione divina ad esso correlate.
  • Mosè incaricò suo fratello Aronne di effettuare il miracolo della piaga che trasformò l'acqua del Nilo e di ogni luogo in "sangue": Mosè infatti non volle battere l'acqua con il bastone a lui consegnato da Dio perché, quando era ancora in fasce, fu proprio l'acqua l'elemento attraverso il quale venne precedentemente salvato dal decreto del faraone contro tutti i bambini maschi ebrei.
Nel Sinai[modifica | modifica sorgente]
  • Quando ricevette i Dieci Comandamenti e la Torah, sul monte Sinai Moshè stette a digiuno per 40 giorni e 40 notti, miracolo non possibile dopo quell'evento che fu rilevante perché Mosè venne nutrito spiritualmente grazie alla visione di Dio nella Shekhinah, nutrizione che quindi permeò anche il corpo e la parte materiale: durante i primi 40 giorni e 40 notti ciò avvenne per un miracolo mentre per il digiuno della seconda volta, di nuovo per 40 giorni e 40 notti, Mosè fu come un angelo. Sul Sinai Mosè poté infatti assistere anche alla visione di molti angeli e fatti miracolosi.
  • Rari i casi in cui sembra che Mosè abbia preso decisioni proprie senza un ordine divino: in particolare il tentativo di portare con sé nel popolo ebraico la "moltitudine mescolata" composta da esponenti di diversi popoli che assistettero alle manifestazioni miracolose in Egitto e che Mosè pensava potessero compiere la conversione all'ebraismo del Ghiur ma che invece corruppero parte del popolo d'Israele nell'episodio del peccato del vitello d'oro; l'opinione è che essi vennero tutti giustiziati per aver compiuto il peccato succitato ma si ammette che il Ghiur sia valido nel caso di persone della moltitudine mescolata non coinvolta in esso.
  • Oltre ad aver giustiziato tutti gli appartenenti al popolo d'Israele e quelli della moltitudine mescolata che compirono il peccato del vitello d'oro, l'Arizal ricorda che a causa di questo peccato anche Mosè, chiaramente non coinvolto in esso, dovette regredire ad uno "stato spirituale-fetale" affinché, completamente "inglobato" in Dio, potesse diffondere più facilmente la propria santità: infatti la grandezza di Mosè, in quanto leader, era diretta soprattutto al popolo d'Israele che, quindi macchiatosi del peccato succitato, sembrava aver rifiutato la fede in Dio e la fedeltà a Mosè. Fu così che anche il popolo d'Israele regredì allo stato spirituale-fetale affinché potesse poi rinnovarsi in modo consono.
  • Per l'episodio nel peccato del vitello d'oro, la Torah spiega, Mosè chiese a Dio perdono per il popolo dopo che Dio gli offerse la possibilità di distruggerlo tutto e favorire la discendenza di Moshè come continuità di Israel; Dio poi perdonò il popolo come Mosè chiese. Si racconta che al momento dell'uscita dall'Egitto e della rivelazione della Torah sul Monte Sinai il popolo d'Israele contava 600.000 persone: vero è che, con riferimento all'episodio qui descritto, vi fu un momento particolare della storia del popolo d'Israele in cui i discendenti di Mosè furono appunto 600.000.
  • Consigliato da Ietro Mosè dovette scegliere uomini intelligenti, non interessati al denaro... e loro, gli anziani, pervase del proprio spirito e del Ruach haQodesh infatti, ad esempio, Eldad e Medad profetarono.
Nel deserto[modifica | modifica sorgente]
  • Durante il cammino nel deserto durato 40 anni, dopo la liberazione dalla schiavitù egiziana, il popolo d'Israele desiderò della carne malgrado avessero la possibilità di continuare a cibarsi della Manna: di fronte a Dio per chiedere come agire Mosè non ne percepì la necessità; il motivo di ciò è che la carne riguarda un aspetto di un coinvolgimento ulteriore dello spirituale nel materiale mentre Mosè, per l'altezza del suo livello, non riusciva a comprenderne il bisogno nella fase più spirituale per gli ebrei. Fu infatti grazie a Mosè che la Manna scese dal Cielo in quanto cibo celeste e Mosè corrispondeva in modo distintivo al livello più alto; la carne riguarda invece anche il livello materiale seppur collegato a quello spirituale. Anche se con iniziali difficoltà, in seguito Dio procurò anche la carne spingendo nel deserto innumerevoli quaglie attraverso un vento soffiato appositamente.
  • Quando nel deserto la sorella di Mosè Miriam venne colpita dalla lebbra divenendo bianca come la neve per aver parlato male del fratello ad Aronne, vedendola Mosè si rivolse immediatamente a Dio con una sola espressione perché venisse risanata: "Deh, o Dio, guariscila"; questa espressione concisa viene ripresa dai maestri ad esempio della preghiera che, se sincera e voluta dal profondo del cuore per un buon fine desiderato con integrità, non richiede altro che la fiducia nella Misericordia di Dio ed un dialogo con Lui molto stretto consapevoli della sua Grandezza grazie a cui tutto può realizzare. Lo stesso Avraham venne definito Amico di Dio.
  • Miriam commise il peccato della maldicenza assieme ad Aronne verso il fratello Mosè riguardo alla sua sposa chiamandola Etiope con riferimento alla sua bellezza: Miriam voleva sottolineare con la maldicenza la non cura di Mosè verso Zippora nelle responsabilità e nei doveri coniugali a cui usualmente deve adempiere lo sposo verso la propria sposa; Mosè infatti, in quanto investito dello spirito divino, era stato incaricato con compiti ulteriori assegnati a lui da Dio in quanto Profeta e guida del popolo ebraico che, in questo caso, lo esimevano da quelli.
  • Mosè venne sospettato da alcuni di aver commesso adulterio con diverse donne sposate, fatto non vero; data la situazione, poi risolta, egli decise di allontanare la Tenda e l'Arca dell'alleanza.
Ultimi momenti della vita di Mosè[modifica | modifica sorgente]
  • Dio non permise a Mosè di entrare in Terra d'Israele per non averlo santificato nell'occasione del miracolo dell'acqua fatta uscire dalla roccia, avvenuto anche un'altra prima volta: Dio ordinò a Mosè di dirigersi verso la roccia con il bastone senza però comandargli di usarlo per farne uscire l'acqua, avrebbe invece dovuto parlare alla roccia cosicché ne sgorgasse la sorgente. Mosè però la colpì come già era successo precedentemente ma con il consenso di Dio; l'acqua sgorgò comunque. Associato a questo evento, nella stessa occasione, vi fu il rimprovero di Mosè al popolo d'Israele; questa volta però il popolo era fedele e credeva senza indugio: si trattava infatti prevalentemente della generazione successiva a quella che si macchiò di molti peccati e colpe durante i 40 anni nel deserto di cui poi rimarrà soltanto chi non si lamentò e non parlò male della Terra d'Israele durante l'esplorazione avvenuta anni prima tra cui Giosuè.
  • Mosè è paragonato al sole mentre Giosuè, il suo successore come guida spirituale del popolo d'Israele, è paragonato alla luna: queste metafore mettono anche in risalto il fatto che Giosuè ricevette spirito e benedizione da Mosè e che precedentemente mai si era allontanato dalle tende di Mosè.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ghemilut Chassadim.

Tradizione non ebraica canonica[modifica | modifica sorgente]

Fra gli scritti della tradizione ebraica non canonica possiamo ricordare, oltre al "Libro dei Giubilei", trascritto nella comunità degli esseni, l'apocrifo "Ascensio Mosis", la cui prima parte, detta propriamente "il Testamento di Mosè", comprende il discorso profetico di congedo rivolto da Mosè al suo successore Giosuè sul futuro destino di Israele e sulla fine dei tempi. Si descrive con ampiezza il periodo degli Asmonei: un potente re dell'Occidente conquisterà la terra, ma Israele con l'aiuto di Dio riuscirà vittorioso su Roma; quindi verrà il giorno finale. Il testo, scritto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., è menzionato anche dai padri della Chiesa. Alla seconda parte, non conservata, "l'Ascensione", si riferisce la neotestamentaria lettera di Giuda, nei versetti in cui narra l'episodio dove l'arcangelo Michele lotta con Satana per impossessarsi del corpo di Mosè.

« L'arcangelo Michele quando in contesa, con il diavolo, disputava per il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: "Ti condanni il Signore" »   (Giuda 1,9)

Nel De Vita Mosis di Filone d'Alessandria, Mosè figura come un erudito del periodo ellenistico. Supera in conoscenze i suoi maestri Egizi e Greci e, come uomo avveduto e guidato dalla ragione, unisce in sé le qualità del filosofo e del profeta con quelle del re. Secondo Filone, a lui risalgono anche la dottrina sulla creazione di Platone e l'insegnamento sui contrari di Eraclito.

Mosè con in mano i dieci comandamenti raffigurato da Rembrandt

Lo storiografo ebreo Giuseppe Flavio scrive una biografia di Mosè con segni mirabili della sua missione nella giovinezza, che finisce con l'ascesa a viceré egizio. Nello scritto Contra Apionem, Mosè è per Giuseppe Flavio il più antico legislatore e anche le leggi dei Greci si rifanno a lui. Secondo Aristobulo invece, dalla mano di Mosè, hanno ricevuto gli argomenti da trattare nei loro poemi e drammi epici Omero ed Esiodo.

Tradizione cristiana[modifica | modifica sorgente]

Il Cristianesimo, nato in ambito ebraico e avendo in comune con gli ebrei l'Antico Testamento, vede in Mosè le stesse caratteristiche di patriarca, legislatore e capo del popolo ebraico della tradizione ebraica. Il Nuovo Testamento considera Mosè soprattutto come profeta, che ha predetto la venuta di Gesù come Messia, per questo egli, insieme a Elia, è testimone della trasfigurazione di Gesù

« Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè, che discorrevano con Gesù »   (Marco 9,3-5)

Oltre che inascoltato testimone della fede, quale lo descrive Stefano nella sua ampia apologia[109] Mosè è esaltato anche nella lettera agli Ebrei, come esempio di fede, come servitore di Dio non superiore a Gesù che, secondo il Cristianesimo, è Dio stesso incarnato[110].

Per il Nuovo Testamento Mosè è il legislatore attraverso cui Dio ha parlato, e quindi è il fondatore dell'ordinamento salvifico veterotestamentario. A lui viene contrapposto tipologicamente Gesù quale fondatore del nuovo ordine di salvezza; in Mosè e Gesù si contrappongono la legge degli antichi da un lato e il vangelo dall'altro, vangelo inteso come perfezione e non demolizione della legge stessa[111].

Nel periodo seguente Mosè, anche per influsso delle tradizioni ebraiche, è considerato modello di vita perfetta, di un'ascesa costante dell'anima a Dio, tanto che la tradizione cristiana ha rielaborato la vita e la figura del profeta biblico in chiave cristologica[112] trovando diverse concordanze fra la sua biografia e quella di Gesù Cristo

Concordanze fra la vita di Mosè e quella di Cristo
Vita di Mosè Vita di Cristo
Il massacro voluto dal faraone[113] La strage degli innocenti[114]
L'agnello della cena pasquale[115] Cristo che si sacrifica come agnello immolato[116]
La liberazione degli ebrei dall'Egitto[117] La liberazione dell'uomo dal peccato tramite Cristo[118]
Il passaggio del Mar Rosso[119] Il battesimo
La manna nel deserto[120] L'eucaristia[121]
L'innalzamento del serpente di bronzo[122] L'innalzamento di Cristo sulla croce[123]
Mosè legislatore Cristo compitore della Legge[111]

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica, che lo ricorda il 4 settembre.

Tradizione islamica[modifica | modifica sorgente]

Secondo il Corano Mosè (Mūsā) fu un grande uomo, uno dei maggiori profeti predecessori di Maometto nonché la figura biblica menzionata più frequentemente.[124] Venne salvato ancora bambino da una persecuzione voluta da Faraone (Firawūn),[125] che temeva la nascita d'un usurpatore, e adottato dalla moglie del sovrano stesso che affidò poi il piccino, per ispirazione divina, alla madre naturale (Āsija) affinché lo allattasse.

Cresciuto, come narra anche il libro dell'Esodo, uccise un egiziano e fuggito a Madian sposò Zippora, figlia dell'uomo che lo aveva accolto nella sua tenda. Si allontanò dopo aver concluso gli impegni da lui stabiliti e, passando con i suoi dal Sinai, decise di far riscaldare il gregge presso un roveto ardente dal quale si sprigionò la voce d'Allah, che guarì il suo profeta dalla lebbra che lo affliggeva e gli ordinò di tornare in Egitto per liberare il suo popolo.

Recatosi in presenza di Faraone, scatenò contro di lui le piaghe d'Egitto ma questi non volle piegarsi, nonostante anni di povertà e carestia l'avessero oppresso. Gettato davanti ai piedi del sovrano il suo bastone, lo tramutò in serpente ma così fecero anche i maghi egizi, facendo credere di aver dato vita ad alcune corde, che vennero tuttavia assai presto divorati dal serpente di Mūsā. Gli incantatori, meravigliati dal prodigio, si convertirono alla religione d'Israele, venendo per questo uccisi da Faraone. Durante la notte Mūsā, su ordine divino, fuggì dall'Egitto attraversando il mare e richiudendolo poi sull'esercito egiziano corso ad inseguirlo.

Salito sul Sinai Mūsā lasciò il comando ad Aronne (Hārūn b. Imrān) che venne sopraffatto dal popolo che si costruì e adorò un vitello d'oro. Ripartiti alla volta del deserto, gli Israeliti si lamentarono col profeta per l'assenza d'acqua e di cibo, questi fece piovere manna dal cielo e sgorgare dodici fonti da una roccia. In quel momento nacquero le tribù d'Israele. Giunti in prossimità della Terra Promessa, a causa della loro ribellione, gli israeliti furono puniti con i quarant'anni d'esilio nel deserto.

La leggenda posteriore integra la narrazione coranica, attingendo alla Bibbia e alla haggadà, e aggiungendo nuovi particolari favolistici fra i quali la storia del bastone di Mosè, che proviene dal paradiso, e la storia della risurrezione di Aronne, morto e risorto per discolpare il fratello da coloro che l'accusavano d'averlo ucciso. Questi elementi leggendari su Mūsā vennero ricomposti da Aḥmad b. Muḥammad al-Thaʿlabī[126] (secolo IX) in un grande romanzo leggendario[127]

Mosè nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Iconografia[modifica | modifica sorgente]

Le corna di Mosè[modifica | modifica sorgente]

Famoso è il controverso dibattito sorto sulle corna poste sul capo di Mosè in diverse opere artistiche, come ad esempio l'omonima scultura di Michelangelo.

Questa caratteristica iconologica deriva dal passo di Es34,29, che nel testo originale ebraico (testo masoretico) riferisce che, dopo aver ricevuto da Dio le tavole dei dieci comandamenti, Mosè ignorava che la sua pelle era 'raggiante' (verbo ebraico qrn). Nell'ebraico scritto non vengono inserite le vocali per cui uno stesso termine può assumere significati differenti a secondo delle vocali che il lettore abbia deciso di inserire o del significato che abbia scelto di interpretare. In questo caso la radice trilittera può indicare sia il termine QARAN (anche Karan), con il significato di radiosità nel senso di una 'irradiazione' luminosa, sia il termine QEREN (Keren), ovvero 'corna' nel senso dell'apparato osseo animale. L'interpretazione data dai masoreti, che è quella attualmente preferita dalla comunità religiosa canonica, è che l'autore volesse indicare appunto che il volto di Mosè fosse luminoso, irradiante luce.

Quando San Gerolamo tradusse il testo ebraico in latino nella vulgata, la versione della Bibbia ufficiale per secoli nella chiesa latina, adottò questa lezione, traducendo "ignorabat quod cornuta esset facies sua", cioè "ignorava che la sua faccia fosse cornuta". Ciò è stato per secoli fonte d'ispirazione per diversi artisti, fra cui il soprannominato Michelangelo Buonarroti.

Con la diffusione dello studio delle lingue originali della Bibbia ha preso progressivamente piede l'interpretazione data dai masoreti. Molti pittori però hanno continuato a preferire l'iconografia tradizionale di Mosè 'cornuto'. In alcuni casi il volto di Mosè è stato raffigurato con due fasci di luce, tipo corna, che partono dalla sommità del capo, scelta che congiunge le due interpretazioni allo stesso tempo.

Dipinti[modifica | modifica sorgente]

Sculture[modifica | modifica sorgente]

Letteratura[modifica | modifica sorgente]

  • Sigmund Freud, L'uomo Mosè e la religione monoteistica (Der Mann Moses und die monotheistische Religion) 1937-39, 3 saggi. Nella celebre opera il padre della psicoanalisi sostiene che Mosè, egizio di nascita, durante il regno di Akhenaton (XIV secolo a.C.) aveva aderito alla fede monoteista. Quando questa fu abolita con la morte del sovrano e venne ripristinato il tradizionale politeismo egizio, Mosè 'convertì' gli Ebrei stanziati nel territorio egizio e li spinse verso la Palestina, la terra promessa del Dio Aton-Adonai.
  • Thomas Mann, La Legge (titolo originale tedesco Das Gesetz), 1944. Mosè è il figlio bastardo della figlia del faraone e di un servo ebreo. Si sente chiamato da Dio a liberare il suo popolo, scontrandosi col faraone Ramessu. Le prime nove piaghe sono eventi naturali mentre l'ultima, l'uccisione dei primogeniti egizi, è attuata dagli Ebrei. Fuggono in 12-13.000 attraverso i Laghi Amari, parzialmente prosciugati da un forte vento.
  • Christian Jacq, Ramses (1995-1997), 5 romanzi. Intercalata alla vita del faraone Ramses è narrata la storia dell'Esodo. Mosè, amico ebreo di Ramses, integrato nella società egizia, accetta il monoteismo di Akhenaton, ormai sradicato dall'Egitto. Diventato un visionario fanatico sobilla gli Ebrei, lavoratori ma non schiavizzati, contro il faraone e gli Egiziani. Attua e ordina alcuni trucchi e inganni per generare le piaghe, spingendo infine gli Ebrei ad abbandonare controvoglia l'Egitto.

Cinematografia[modifica | modifica sorgente]

Charlton Heston è Mosè ne I dieci comandamenti di De Mille

Musica[modifica | modifica sorgente]

Mosè compare anche nell'opera lirica di Gioacchino Rossini, Mosè in Egitto del 1818.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Si vedano ad esempio le pagine di William G. Dever in Dever, William G., What Did the Biblical Writers Know and When Did They Know It?, Wm. B. Eerdmans Publishing Company, 2002, ISBN 0-8028-2126-X. o di William Albright (1891-1971) in Moses, riportato nella Encyclopædia Britannica 2007. Encyclopædia Britannica Online
  2. ^ a b
    « The quest for the historical Moses is a futile exercise. He now belongs only to legend »
    (John Van Seters. «Moses», in Encyclopedia of Religions vol. 9. New York, MacMillan, 2005, p. 6199)
    « I tre periodi più antichi, invece, dall'età detta dei Patriarchi (da Abramo, il più antico antenato, a Giuseppe) all'età mosaica alla Conquista e poi al tempo dei Giudici, sono certamente finzioni bibliche. »
    (Cristiano Grottanelli. La religione d'Israele prima dell'Esilio in Ebraismo (a cura di Giovanni Filoramo). Roma-Bari, Laterza, 2007)
    '« Alla storicità delle figure dei Patriarchi, e dei relativi racconti che troviamo nella Genesi, nemmeno gli studiosi più tradizionalisti credono più; l'Esodo dall'Egitto, la marcia attraverso il deserto e la conquista della Palestina (la terra di Canaan) sono oggi negati da alcuni studiosi, mentre coloro che accettano una qualche credibilità storica non sono d'accordo fra loro quanto alla datazione, alla portata e al contesto degli eventi che propongono di collegare al racconto biblico dellEsodo e dei libri connessi e del libro dei Giudici »
    (Cristiano Grottanelli. La religione d'Israele prima dell'Esilio in Ebraismo (a cura di Giovanni Filoramo). Bari, Laterza, 2007)
    « Nel corso degli ultimi due secoli la critica biblica ha dapprima smantellato la storicità della creazione e del diluvio, poi quella dei Patriarchi, (poi sempre seguendo l'ordine cronologico) quella dell'Esodo e della conquista, di Mosè e di Giosuè, del periodo dei Giudici e della Lega delle 12 tribù arrestandosi al regno unito di David e Salomone considerato sostanzialmente storico [...] La più recente critica al concetto stesso di regno unito ha messo in crisi totale il racconto biblico. »
    (Mario Liverani Oltre la Bibbia, Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. VII-VIII)
  3. ^ Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman. The Bible Unearthed : Archaeology's New Vision of Ancient Israel and the Origin of Its Sacred Texts. NY, Free Press, 2001. In italiano (trad. a cura di Dora Bertucci): Le tracce di Mosè. La Bibbia tra storia e mito. Roma, Carocci, 2002.
  4. ^ HAW Theological Wordbook of the Old Testament; cfr. anche Meaning and etymology of the name Mosheh.
  5. ^ History of Egypt di J.H. Breasted; Mosè e il monoteismo di Sigmund Freud, Pepe Diaz, Milano, 1952; J. Lehmann, F. Castel, Storia d'Israele e di Giuda, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1987
  6. ^ Mosè l'egiziano, Garzanti, Milano, 1987
  7. ^ Vedi ad esempio Sal105,26-27
  8. ^ Cfr. a solo titolo esemplificativo: Mario Liverani. Oltre la Bibbia. Bari, Laterza, 2009
  9. ^ Midrash Rabbah, Ki Thissa, XL. 3-3, Lehrman, pag.463
  10. ^ Es7,7
  11. ^ Es2,4
  12. ^ Nm12,1
  13. ^ Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche, cap. 10
  14. ^ Nella Bibbia, e anche nel Corano, Faraone è un nome proprio (senza articolo) e non identifica quindi strettamente la funzione politico-religiosa antico-egiziana.
  15. ^ At7,22
  16. ^ Es11,3
  17. ^ M. Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. I, Firenze, Sansoni, pag. 198
  18. ^ Es3,6
  19. ^ Es4,3
  20. ^ Es4,10
  21. ^ Es4,13
  22. ^ Es11,8
  23. ^ Nm12,3
  24. ^ Dt34,10
  25. ^ Es2,1-4
  26. ^ Es1,8-22
  27. ^ Un'antica tradizione vede nella figlia di Faraone, la Bithia del libro delle Cronache1Cr4,18, sposa di un tale Mered della tribù di Giuda
  28. ^ Es2,5-9
  29. ^ Dn1,3-6
  30. ^ Es2,11-14
  31. ^ Es2,16-22
  32. ^ Es3,1-6
  33. ^ Es3,8
  34. ^ Es3,14
  35. ^ Es4,3-9
  36. ^ Es4,14-16
  37. ^ Es4,24
  38. ^ Gn17,10
  39. ^ Es4,25
  40. ^ Es4,27-28
  41. ^ Es4,29-31
  42. ^ Es5,1-9
  43. ^ Es5,14
  44. ^ Es5,20-21
  45. ^ Secondo San Paolo, erede della tradizione ebraica, i loro nomi erano Iannes e Iambres. Vedi 2Tm3,8
  46. ^ Es7,10-12
  47. ^ Es7,20-25
  48. ^ Es8,1-5
  49. ^ Es8,13-15
  50. ^ Es8,20-28
  51. ^ Es9,6-7
  52. ^ Es9,10-12
  53. ^ Es9,23-34
  54. ^ Es10,13-15
  55. ^ Es10,22-23;Es10,27-29
  56. ^ Es12,29-30
  57. ^ Es12,31-35
  58. ^ Gn50,25
  59. ^ Es13,17
  60. ^ Es13,21-22
  61. ^ Es14,5-9
  62. ^ Es14,19-20
  63. ^ Es14,21-28
  64. ^ I grandi libri della Religione, vol. XIII, Mondadori, p. 346
  65. ^ Es15,23-25
  66. ^ Es16,31
  67. ^ Nella penisola sinaitica, da una varietà di tamericio raccoglie un essudato che ha più o meno le qualità della manna biblica
  68. ^ Es16
  69. ^ Es17,1-7
  70. ^ Es17,8-13
  71. ^ Es18,1-27
  72. ^ Es19,18
  73. ^ Es31,18
  74. ^ Il vitello, così come il toro, è simbolo di potenza divina. Anche i faraoni venivano nominati col titolo di Toro possente
  75. ^ Es32,25
  76. ^ Es32,28
  77. ^ Nm4,46-48
  78. ^ Nm11,1-3
  79. ^ Nm11,20
  80. ^ Lv13,4
  81. ^ Nm16,1-3
  82. ^ Nm17,3;Nm17,23
  83. ^ Nm20,1
  84. ^ Es17,5-6
  85. ^ Nm20,10-12; Sal105,32-33
  86. ^ Nm20,14-21
  87. ^ Lv21,11
  88. ^ Nm20,27-28
  89. ^ Nm21,1-3
  90. ^ Nm21,4-9
  91. ^ Per Sicon vediNm21,21-25; Dt2,24-34
  92. ^ Vedi capitolo 22, 23, 24 del libro dei NUMERI
  93. ^ Nm25,1-9
  94. ^ Nm31,7-11
  95. ^ Dt1,6-3,29
  96. ^ Dt6-10
  97. ^ Dt33
  98. ^ Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche cap. 9
  99. ^ Chiara de Capoa, Episodi e personaggi della Bibbia, gruppo editoriale l'Espresso, p. 19
  100. ^ Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche cap. 10
  101. ^ Numeri 12,1
  102. ^ Talmud Bavli, Megilah 13b, Sotah 12b, Kidushin 38a
  103. ^ Es18,12
  104. ^ Sigmun Freud, Mosè e il Monoteismo, Pepe Diaz, Milano, 1952
  105. ^ Scritti in possesso-Lubavitch affermano che Mosheh si diresse presso l'Africa in un momento non precisato...
  106. ^ Vero anche che Mosè fu fratello minore di Aronne
  107. ^ Talmud, Meghillah: vedi anche testi di Mamash ed. "Il Midrash racconta..."
  108. ^ Ghiur
  109. ^ At7,20-44
  110. ^ Eb3,3-6
  111. ^ a b Mt5,17
  112. ^ Si pensi al "De Vita Mosis" di Gregorio di Nissa
  113. ^ Es1,22
  114. ^ Mt2,16
  115. ^ Es12,5-6.13
  116. ^ Gv19,33.36
  117. ^ Es12,31-32
  118. ^ Ef2,5
  119. ^ Es14,22
  120. ^ Es16,14-15
  121. ^ Gv6,31-33
  122. ^ Nm21,8
  123. ^ Gv3,14-15
  124. ^ I grandi libri della Religione, vol. XIII, Mondadori, p. 363.
  125. ^ Da notare che, tanto nel Tanakh quanto nel Corano, Faraone è un nome proprio di persona e non la carica sovrana tipica dell'Egitto. È per questo che Gilles Kepel intitolò correttamente il suo libro forse più famoso Le Prophète et Pharaon, visto che questi due termini erano i soprannomi con cui i fondamentalisti dell'organizzazione terroristica egiziana, al-Jihād, chiamavano rispettivamente il loro amato ideologo Shukrī Muṣṭafā e l'odiato presidente Anwar al-Sādāt. È stato quindi per pura ignoranza biblico-coranica che l'editore italiano dell'opera ha intitolato il libro Il Profeta e il Faraone.
  126. ^ Qiṣaṣ al-anbiyāʾ al-musammā ʿaraʾis al-majālis, Cairo, 1954.
  127. ^ I grandi libri della Religione, vol. XIII, Mondadori, p. 364.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Messod e Roger Sabbah. I Segreti dell'Esodo. L'origine Egizia degli Ebrei. Marco Tropea Editore 2005.
  • Johannes Lehmann. Mosè l'egiziano. Milano, Garzanti 1987.
  • Israel Finkelstein e Neil Asher Silberman. Le tracce di Mosè. La bibbia tra storia e mito (The Bible Unearthed. Archeology's New Vision of Ancient Israel and the Origin of Its Sacred Texts, New York: Free Press 2001). Roma, Carocci 2002. ISBN 88-430-2130-3
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