Mosè (Michelangelo)

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Mosè
Mosè
Autore Michelangelo Buonarroti
Data 1513-1515 circa e 1542
Materiale Marmo
Dimensioni 235 cm 
Ubicazione basilica di San Pietro in Vincoli, Roma
Veduta frontale

Il Mosè è una scultura marmorea (altezza 235 cm) di Michelangelo, databile al 1513-1515 circa, ritoccata nel 1542, e conservata nella basilica di San Pietro in Vincoli a Roma, nel complesso statuario concepito quale Tomba di Giulio II (in effetti il papa è sepolto in San Pietro insieme allo zio Sisto IV). Tra le prime scolpite per il progetto del mausoleo del papa, fu anche l'unica tra quelle pensate fin dall'inizio ad essere usata nel ridimensionato risultato finale, che vide la luce solo dopo quarant'anni di tormentate vicende.

Il Mosè, grazie al suo vigore, al virtuosismo anatomico e alla sua imponenza (proporzionato al doppio del naturale) è una delle opere scultoree più famose di Michelangelo e della scultura occidentale in generale, esempio paradigmatico di quella "terribilità" che si riscontra nelle sue opere migliori.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Si immagina che già dal primo progetto della tomba di Giulio II, del 1505, il registro superiore dovesse essere decorato da quattro figure sedute a tutto tondo, di grandezza superiore al naturale per la collocazione rialzata, raffiguranti Mosè, appunto, San Paolo (entrambi avevano ricevuto la rivelazione divina), e le personificazioni della Vita attiva e della Vita contemplativa.

Nel progetto del 1513, ripreso dopo la morte del papa e ridimensionato nel 1516, le statue occupavano ancora il registro superiore, ma invece di affacciarsi sulle due facce del monumento isolato, si trovavano affiancate agli angoli di un monumento addossato a una parete. Fu probabilmente in questo periodo che la statua del Mosè venne realizzata, quando l'artista scolpì anche i due Prigioni del Louvre (Schiavo morente e Schiavo ribelle), prima dell'avvio dei lavori in San Lorenzo per Leone X e Clemente VII.

Citata indirettamente in una lettera di Michelangelo del 1515, pare che la statua a quel tempo fosse avviata ma dovesse ancora essere completata. Restata a lungo nella bottega romana dell'artista, venne infine messa in opera solo nel 1542-1545. In quell'occasione Michelangelo operò varie modifiche, tra cui quella più vistosa di riscolpire la testa girandola verso destra, un vero saggio di virtuosismo documentato da una lettera recentemente riscoperta da Antonio Forcellino.[1]

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

La statua del Mosè occupa nel monumento a Giulio II la posizione al centro nel registro inferiore. Se nel progetto iniziale era solo una delle circa quaranta statue a tutto tondo previste, in quello finale ne divenne l'elemento primario poiché, come l'artista fece scrivere al suo biografo Ascanio Condivi, «questa sola statua è bastante a far onore alla sepoltura di papa Giulio».

Il profeta viene rappresentato in posizione seduta, con la testa barbuta rivolta a sinistra, il piede destro posato per terra e la gamba sinistra sollevata con la sola punta del piede posata sulla base. La posizione delle gambe ricorda quella del Profeta Isaia di Raffaello (1511-1512), che le fonti ricordano come elogiato dal Buonarroti. Il braccio sinistro è abbandonato sul grembo, mentre quello destro regge le tavole della Legge, mentre la mano arriccia la lunga barba. Curiosamente le tavole della legge risultano rovesciate, come se fossero scivolate dalle braccia del Mosè.[2] La statua, nella sua composizione, esprime la solennità e la maestosità del personaggio biblico. Celebre lo sguardo del Mosè definito come “terribile”: esso è stato interpretato come espressione del carattere di Michelangelo, irascibile, orgoglioso e severo, per il quale è stato appositamente coniato il termine "terribilità".[2]

Per quest'opera, Michelangelo si rifece a esempi quattrocenteschi, come il San Giovanni Evangelista di Donatello, e antichi come il Torso Belvedere e le antiche divinità fluviali. Da Donatello in particolare riprese la carica di energia trattenuta, soprattutto nel volto contratto e concentrato, ma amplificata da una maggiore carica dinamica, grazie allo scatto contrario della testa rispetto al corpo.

Le corna sul capo del Mosè, tipiche della sua iconografia, sono probabilmente dovute ad un errore di traduzione dell'Libro dell'Esodo (34-29), nel quale si narra che Mosè, scendendo dal monte Sinai, avesse due raggi sulla fronte. L'ebraico "karan" o "karnaim" - "raggi" - potrebbe essere stato confuso con "keren" - "corna". All'errore può aver contribuito anche il fatto che nel Medioevo si riteneva che solo Gesù potesse avere il volto pieno di luce.

Leggende[modifica | modifica wikitesto]

È legato a questa scultura l'aneddoto secondo il quale Michelangelo, contemplandola al termine delle ultime rifiniture e stupito egli stesso dal realismo delle sue forme, abbia esclamato «Perché non parli!?» percuotendone il ginocchio con il martello che impugnava.[3]

A proposito della maestosa barba del Mosè, il Vasari disse che è scolpita con una perfezione tale da sembrare più «opera di pennello che di scalpello».[2]

Secondo la fantasia popolare, nella barba del Mosè, sotto il labbro inferiore, leggermente a destra, Michelangelo avrebbe scolpito il profilo di papa Giulio II e una testa di donna.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La testa girata del Mosè
  2. ^ a b c Mosè di Michelangelo, www.romeguide.it.
  3. ^ Claudio Rendina, “La grande guida dei monumenti di Roma”, Roma, Newton & Compton Editori, 2002, p. 554
  4. ^ Willy Pocino, “Le curiosità di Roma”, Roma, Tradizioni italiane Newton, 2009, p. 294

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]