Strage degli innocenti

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Duccio di Buoninsegna, La strage degli innocenti

La strage degli innocenti è un episodio presente soltanto nel Vangelo secondo Matteo (2,1-16), in cui Erode il Grande, re della Giudea, ordina un massacro di bambini allo scopo di uccidere Gesù, della cui nascita a Betlemme era stato informato dai Magi. Secondo la narrazione evangelica, Gesù scampò alla strage in quanto un angelo avvisò in sogno Giuseppe, ordinandogli di fuggire in Egitto; solo dopo la morte di Erode Giuseppe tornò indietro, stabilendosi in Galilea, a Nazaret.

La maggioranza degli studiosi moderni nega la storicità dell'episodio, anche per il mancato riscontro nelle opere di Giuseppe Flavio, fonte principale della storia giudaica del I secolo[1][2]. Altri studiosi ne accettano invece la storicità in quanto l'episodio si inserirebbe perfettamente nel carattere e nella modalità di governare che ebbe Erode, uomo crudele e sanguinario; questi avvertendo il pericolo di un'usurpazione non avrebbe esitato infatti ad uccidere in diverse occasioni una moglie, tre cognati, una suocera, tre figli e alcune centinaia di oppositori.[3][4][5][6] Secondo Macrobio, Augusto, ricevuta la notizia della morte dei figli di Erode, Alessandro e Aristobulo conosciuti molto bene dallo stesso Augusto, ebbe a dire: «È meglio essere il maiale di Erode piuttosto che uno dei suoi figli»; infatti Erode, essendo giudaizzato, non mangiava carne di maiale, anche se non esitò ad uccidere i suoi stessi figli.[7]

Nella tradizione occidentale e cristiana il racconto è divenuto un topos culturale che ha dato luogo nei secoli a moltissime rappresentazioni artistiche. I bambini innocenti che muoiono violentemente, uccisi dalla sete di potere; vittime inconsapevoli di un odio spietato contro chi può ostacolare i piani di potenza e di dominio.

Nel XII secolo, a Parigi, il nome degli Innocenti fu dato ad una chiesa ed al cimitero adiacente ad essa, entrambi poi rasi al suolo verso la fine del XVIII secolo.

Culto[modifica | modifica sorgente]

La Chiesa cattolica venera i bambini uccisi nella strage come martiri, con il nome di "Santi Innocenti", fissandone la memoria liturgica al 28 dicembre. Martirologio Romano:

« 28 dicembre - Festa dei santi Innocenti martiri, i bambini che a Betlemme di Giuda furono uccisi dall’empio re Erode, perché insieme ad essi morisse il bambino Gesù che i Magi avevano adorato, onorati come martiri fin dai primi secoli e primizia di tutti coloro che avrebbero versato il loro sangue per Dio e per l’Agnello. »

Episodio evangelico[modifica | modifica sorgente]

L'episodio è narrato nel Vangelo secondo Matteo, 2,1-16, senza paralleli negli altri vangeli canonici. Il racconto comincia dopo la nascita di Gesù, al tempo di Erode il Grande (73-4 a.C.). Alcuni magi giunsero a Gerusalemme chiedendo dove si trovasse il re dei Giudei, appena nato. Erode si turbò alla notizia e chiese ai sommi sacerdoti e agli scribi del popolo il luogo dove sarebbe dovuto nascere il messia e, avuta risposta che le profezie indicavano Betlemme, disse ai magi, convocati in segreto, di recarsi nella cittadina giudea e di tornare a riferirgli, affinché potesse adorarlo anche lui. Avvertiti in sogno da un angelo i magi decisero di non tornare a Gerusalemme. Avvertito a sua volta da un angelo, Giuseppe portò la sua famiglia in Egitto (fuga in Egitto); Erode, sentendosi preso in giro, ordinò l'uccisione di tutti i neonati maschi dai due anni in giù del territorio di Betlemme.[8] L'episodio termina ricordando come la strage degli innocenti avesse verificato una profezia biblica, narrata nel Libro di Geremia.[9]

Storicità del racconto[modifica | modifica sorgente]

Nessuna fonte, evangelica o non evangelica, riporta questo evento al di fuori del Vangelo secondo Matteo. Nel Vangelo secondo Luca, ad un mese circa dalla nascita, Gesù è portato al tempio e poi la famiglia ritorna a Nazaret.[10] La storicità dell'episodio è messa in dubbio, in particolare, dalla mancanza di cenni alla strage nelle opere di Flavio Giuseppe, lo storiografo ebraico fortemente ostile ad Erode e principale fonte non evangelica sul periodo. Ma rimane ovvio che tale mancata citazione può significare anche una scarsa considerazione dell'evento in sé, considerando i tempi estremamente duri e la probabile scarsità nel numero delle vittime, considerando che Betlemme era poco più di un piccolo borgo.

Secondo Giuseppe Ricciotti, storico biblista, il numero dei bambini nati a Betlemme in quel periodo, essendo circa 1000 gli abitanti adulti della piccola Betlemme, poteva aggirarsi intorno ai 60 individui (da due anni in giù), considerando un tasso di natalità simile a quello dei primi del Novecento; circa 30 nati l'anno. Volendo però Erode uccidere solo i bambini maschi il numero degli uccisi è dunque, approssimativamente, di circa 30 neonati e, considerando che la mortalità infantile nel Vicino Oriente era molto alta, il numero si restringe a circa 20. L'episodio, quindi, non avrebbe avuto rilevanza tale da interessare gli storici del tempo sia per il numero limitato sia per l'appartenenza delle vittime alla popolazione rurale. Se poi la notizia fosse giunta a Roma, non avrebbe rappresentato motivo di reazione politica da parte dell'imperatore, che non esitava anche lui a soffocare nel sangue possibili rivolte. Svetonio, in un passo in cui utilizza il racconto di Giulio Marato[11], scrive che pochi mesi prima della nascita di Augusto, avvenne a Roma un prodigio che fu interpretato come presagio di imminente nascita di un re per il Popolo Romano; i senatori, spaventati, ordinarono di esporre tutti i neonati che nacquero in quell'anno, comunque il decreto non venne depositato e la strage non fu eseguita.[12] Si può comprendere quindi quanta scarsa rilevanza ebbe, secondo Ricciotti, la strage di Betlemme nella capitale dell'impero, considerando l'esiguità dei numeri e i tempi abbastanza crudeli e violenti. Inoltre, secondo alcuni studiosi, "anche nei casi di un'unica attestazione" bisogna supporre, "fino a prova contraria", la buona fede degli evangelisti[13][14]

La strage nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Un excursus tra le innumerevoli opere che, dall'arte alto medievale al barocco, hanno come soggetto la strage degli innocenti impone una drastica selezione, con quel tanto di arbitrio che essa comporta.

Il Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Giotto, Strage degli innocenti, 1304-1306 circa, affresco, Padova, Cappella degli Scrovegni

Nel IV secolo il poeta latino Prudenzio, impegnato a "cristianizzare" la poetica classica mettendola al servizio dell'opera didattica di evangelizzazione, descrive nell'Hymnus Epiphaniae, la Strage degli Innocenti in toni fortemente drammatici:

[...] satelles i, ferrum rape, /perfunde cunas sanguine.
([...]Vai o guardia del corpo, afferra la spada, /riempi le culle di sangue)[15].

Nella descrizione che segue i versi si fanno truculenti, parlano dei corpicini orrendamente mutilati, mentre i piccoli sventurati vengono chiamati flores martyrum e prima Christi victima.

I versi di Prudenzio sono stati sicuramente un'importante fonte di ispirazione per i tanti artisti che hanno lavorato, in ogni genere espressivo, per rappresentare la scena del massacro.

Tra le miniature alto medievali che riportano la rappresentazione della Strage va menzionato almeno il Codex Egberti, risalente al X secolo, esempio prezioso di arte ottoniana. La scena in esso raffigurata da un ignoto maestro nordico richiama prepotentemente la nostra attenzione sulla moltitudine della vittime che si accatastano al suolo e sulla inconciliabilità tra le spietate ragioni del potere da un lato, impersonato da Erode a dai suoi accoliti, e le ragioni dell'amore materno, che si esprimono nei gesti disperati del cordoglio funebre.

Lo stesso contrasto tra la ferocia del potere politico e la tenerezza degli affetti delle madri, dà forma alla scena raffigurata nell'affresco di Giotto(1267-1337) presso la Cappella degli Scrovegni a Padova. In alto, su una tribuna, Erode ordina il massacro che i suoi sicari intabarrati eseguono con freddo scrupolo; a fronte di essi, una moltitudine di madri dolenti invoca pietà, ma sembra anche volere coraggiosamente opporre i propri corpi all'eccidio, formando una scena nella quale risalta quella che oggi chiameremmo "contrapposizione di genere".

L'affresco, nella studiata disposizione degli episodi del racconto evangelico che coprono le pareti della cappella, è posto di fronte alla scena della Crocifissione di Gesù: l'infante che, con il sacrificio dei piccoli martiri, si era salvato dal massacro e che muore ora, innocente e martirizzato, per la salvezza dell'umanità.

Sono ancora le madri le protagoniste della scena che Duccio di Buoninsegna (ca. 1255-1319) ci consegna nella tavola del Museo dell'Opera del Duomo in Siena: esse stanno ammassata in disparte, affrante dal dolore e stringono al petto i corpicini martoriati, come tante icone della Madonna col Bambino.

Nel campo della scultura vanno almeno citate, per la loro drammatica essenzialità, la rappresentazione della Strage di Giovanni Pisano, che troviamo in uno dei pannelli in marmo che formano il pulpito della chiesa di Sant'Andrea di Pistoia e quella di Lorenzo Maitani posta tra i bassorilievi del terzo pilastro del Duomo di Orvieto.

Il Rinascimento[modifica | modifica sorgente]

Domenico Ghirlandaio, affresco, 1486-90, Santa Maria Novella, Firenze

L'impressione suscitata dai massacri che hanno luogo nel dramma degli eventi bellici, e che vede scorrere il sangue di bambini, trova eco nelle rappresentazioni della Strage.

La pittura rinascimentale sviluppa ulteriormente la "attualizzazione" dell'evento e del messaggio che ne deriva. Domenico Ghirlandaio (1449-1494), sulle pareti di Santa Maria Novella in Firenze, affresca la scena della Strage ambientandola emblematicamente di fronte all'arco di trionfo di un imperatore romano, quasi a voler ricordare "di che lacrime grondi e di che sangue" la gloria dei potenti.

La scena del massacro è convulsa; le madri sono intente a fuggire di fronte alla carica dei soldati a cavallo, cercando di porre in salvo i loro bimbi. Una di esse, in primo piano, vestita di rosso, reagisce rabbiosa al sopruso subito abbrancandosi ai capelli di un soldato romano che le ha strappato la creatura.

Giorgio Vasari, nelle sue Vite, inizia a descrivere l'affresco del Ghirlandaio definendo la scena come una baruffa bellissima di femmine e di soldati e cavalli, analizzando poi in questi termini (da pittore che giudica un altro pittore) il particolare di quella che potremmo oggi chiamare la madre coraggio:

Èvvi ancora un soldato che ha tolto per forza un putto, e mentre correndo con quello se lo stringe in sul petto per amazzarlo, se li vede appiccata a' capegli la madre di quello con grandissima rabbia; e facendoli fare arco della schiena, fa che si conosca in loro tre effetti bellissimi: uno è la morte del putto che si vede crepare, l'altro l'impietà del soldato che per sentirsi tirare sì stranamente mostra l'affetto del vendicarsi di esso putto, il terzo è che la madre, nel veder la morte del figliuolo, con furia e dolore e sdegno cerca che quel traditore non parta senza vendetta: cosa veramente più da filosofo mirabile di giudizio che da pittore.[16]

Il pittore senese Matteo di Giovanni (ca. 1430- 1495) dipinse - assieme ad altre numerose varianti - la Strage degli innocenti oggi conservata al Museo di Capodimonte a Napoli. La tavola venne probabilmente commissionata da Alfonso d'Aragona, duca di Calabria, per ricordare la strage eseguita dai Turchi ad Otranto nel luglio 1480[17].

L'autore sceglie come ambientazione del massacro la sala delle udienze di un ricco palazzo rinascimentale, decorato da fregi che evocano battaglie di antichi eroi mitologici. Da un imponente trono marmoreo Erode, vestito come un ricco satrapo orientale, dà ordini ad un manipolo di soldati vestiti in differenti fogge strane perché eseguano prontamente il massacro. Colpisce nella caotica e drammatica concitazione dei gesti che popolano la scena, l'immagine di un vecchio con la barba bianca - simbolo della saggezza calpestata - che, accanto al trono di Erode, guarda accorato ed impotente il tiranno mentre dirige la sua codarda impresa.

Un ancor più marcato intento "attualizzante" è quello che guida la rappresentazione della Strage nel quadro di Pieter Bruegel il Vecchio (ca.1525-1569) conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

La scena si svolge nel paesaggio invernale di un villaggio fiammingo, con gli aguzzini che giungono a cavallo e, come in un saccheggio, perlustrano le case ad una ad una. Difficile pensare che l'artista non avesse in mente gli orrori commessi contro la popolazione inerme da quei soldati, al comando del Duca d'Alba, che la cattolicissima maestà spagnola di Filippo II aveva scatenato contro la nobiltà calvinista che reclamava l'autonomia dei Paesi Bassi. Qualcuno, anzi, ha creduto di riconoscere nel barbuto comandante che appare nel quadro alla guida di uno squadrone di cavalieri, fieri nelle loro armature, il ritratto del terribile Duca.

Giacomo Paracca, terracotta policroma, ca. 1587, Sacro Monte di Varallo, Cappella XI

Il pathos insostenibile dei bimbi strappati dalla culla o dai loro giochi innocenti per essere massacrati, trova espressione anche in forme artistiche "dialettali" che spesso definiamo affrettatamente come arte "minore". È questo il caso delle statue in terracotta della XI cappella del Sacro Monte di Varallo realizzate nel 1588-89 da un poco noto "plasticatore": Giacomo Paracca di Valsolda detto "il Bargnola".

Giovanni Testori ha dedicato a quest'opera un saggio di grande forza espressiva: "La cappella della Strage". Basta leggere qualche brano per veder restituito al Paracca, oltre al suo indubbio talento di scultore, il sigillo di "artista maledetto":

Ma il coacervo di corpi, nel suo insieme da "teatro della crudeltà" [..] quel coacervo, dicevo, sembra giungerci da molto lontano, attraverso pesti, insanguinarsi nei lutti di guerre e invasioni, per passarci accanto e, ahinoi, preannunciarci chissà che stragi e orrori a venire.

Poi ancora:

[…] non possiamo negare come anche nel Paracca aggalli la rogna della perversità e del sadismo; anzi, per essere sinceri, in lui quella rogna più che aggallare si scatena e si fa orchestra...[18]

Si avverte in talune crude rappresentazioni della Strage il rischio di un compiacimento per il macabro, per i particolari da macelleria, come nei fotogrammi che oggi i "media" talvolta diffondono.

Se – come dice Testori - nella Cappella di Varallo si ode un "coro atroce da stalla", in talune raffigurazioni manieriste della Strage – come in quella di Callisto Piazza (ca.1500-1562) nel polittico della Cattedrale di Lodi - si sente il suono stucchevole di un troppo lezioso madrigale. Difficile dire quale dei due sia più insostenibile; se il primo per essere troppo vero, o il secondo per esser troppo edulcorato.

Su un altro e diverso versante, quello del "manierismo fiammingo" rappresentato da Cornelis van Haarlem, (1562-1638), autore della tela al Rijksmuseum di Amsterdam, si odono invece le urla bestiali dell'orgia, con gli osceni corpi nudi dei carnefici messi in primo piano e la poco edificante scena della vendetta delle madri su un sicario caduto.

Il Barocco[modifica | modifica sorgente]

Guido Reni, 1611-1612, olio su tela, Bologna, Pinacoteca Nazionale

La raffigurazione della Strage pone dunque in evidenza l'esigenza di raccontare una tragedia senza indulgere in particolari ripugnanti, ma anche senza tradire la "verità" terribile dell'episodio. Le prove pittoriche forse più riuscite dell'arte barocca si tengono lontane dalla sua epica del macabro. Rispetto alle opere rinascimentali ove la scena era popolata da una miriade di personaggi, troviamo importanti rappresentanti del barocco che si concentrano sull'azione essenziale, cercando di cogliere il punto di maggior intensità emotiva.

Nicolas Poussin (1594-1665), che pure amava ambientare in paesaggi aperti i soggetti dei suoi quadri, dipinge una Strage in cui solo ciò che è essenziale viene messo in scena. Nella tela del Musée Condé a Chantilly la tragedia si consuma attraverso i gesti di un soldato che ha già alzato la sua spada per colpire e tiene brutalmente ferma la piccola preda schiacciandola con un piede; la madre cerca invano di fermarlo, urlando tutto il suo dolore. Alle loro spalle osserviamo la inquietante ed umanissima figura di una seconda madre che – perso il suo bimbo - sembra vagare in stato confusionale, con lo sguardo perso nel vuoto.

Il punto di più intensa drammaticità artistica è forse toccato da Guido Reni (1575-1642), nella tela della Strage conservata presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Anche in questo caso vi è una concentrazione estrema sull'essenza del dramma: il gesto rapido dei due sicari armati di stiletto e gli sguardi sconvolti delle madri sembrano fermare la scena su un angoscioso fotogramma. La tragedia sta tutta nei gesti e negli sguardi; non c'è bisogno di particolari raccapriccianti: anzi, i corpicini degli innocenti giacciono composti a terra, come caduti in sonno.

I palazzi imponenti che cingono la scena richiamano la incombenza del potere che ha ordinato la strage; a poco valgono, per alleviare il dramma, le immagini celestiali degli angeli pronti ad offrire alle vittime la palma del martirio.

Reni ci offre così un quadro pieno di movimento e di rara intensità drammatica, ove risaltano soprattutto le immagini di madri strangosciate, come direbbe Giovanni Testori.



La letteratura[modifica | modifica sorgente]

La letteratura può mirare a far breccia nell'animo del lettore con descrizioni a tinte forti: lo aveva fatto il poeta latino Prudenzio, lo rifà Giambattista Marino (1569-1625) nel suo poema epico La strage degli innocenti dedicato proprio all'episodio evangelico. Vi leggiamo versi di terribile e raccapricciante efficacia:

Altro non veggio ch'un orribil massa / Altro ch'un mucchio di sanguigni e monchi/ Squarciati brani e dissipati tronchi.[19]

In ambito letterario, va sicuramente citato anche il testo poetico di Charles Péguy "Il Mistero dei Santi Innocenti". In esso Péguy prende spunto dalla Strage per esplorare il tema della santità dei bambini: egli legge il martirio dei piccoli di Betlemme come un segno di particolare predilezione di Gesù verso quelli che avrebbero potuto essere i suoi "compagni di scuola".[20]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ «La maggioranza delle recenti biografie di Erode il Grande lo rifiuta interamente», e, «probabilmente una maggioranza dei biblisti ha seguito questa opinione» Paul Maier, "Herod and the Infants of Bethlehem", in Chronos, Kairos, Christos II, Mercer University Press (1998), pagg. 170-171. Maier peraltro sostiene che l'evidenza sarebbe a favore della storicità: l'episodio avrebbe secondo l'autore maggiore credibilità di quanta non ne venga riconosciuta (pag. 189)
  2. ^ Per esempio, Geza Vermes, The Nativity: History and Legend, London, Penguin, 2006, p. 22; E.P. Sanders, The Historical Figure of Jesus, Penguin, 1993, p. 85.
  3. ^ Ricciotti, Vita di Gesù, par. 9; pp. 256-257.
  4. ^ Si veda in proposito Joseph Ratzinger, "L'infanzia di Gesù", Rizzoli 2012, p.126s
  5. ^ Rudolf Pesch, Die matthäischen Weihnachtsgeschichten: die Magier aus dem Osten, König Herodes und der bethlehemitsche Kindermord, Bonifatius, 2009, p.72
  6. ^ Tra gli studiosi che sostengono la storicità dell'episodio è possibile ricordare inoltre, insieme a Paul Maier, anche Stewart Perowne, "The Life and Times of Herod the Great", Abingdon, 1956; Jack Finegan, "The Archaeology of the New Testament", Princeton University Press, 1992; Richard T. France, "Herod and the Children of Bethelem", in "Novum Testamentum", 1979.
  7. ^ Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, pag.23
  8. ^ Vangelo secondo Matteo, 2,1-16
  9. ^ Vangelo secondo Matteo, 2,17-18
  10. ^ Vangelo secondo Luca, 2,21-39
  11. ^ Era un liberto e segretario di Augusto, fu sicuramente utilizzato come fonte da Svetonio. Svetonio, Vita dei Cesari, Augusto, 79,2.
  12. ^ Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 94,1.
  13. ^ Klaus Berger, Kommentar zum Neuen Testament, Guetersloher Verlagshaus, 2011, p.20
  14. ^ Si veda anche Joseph Ratzinger, "L'infanzia di Gesù", Rizzoli 2012, p.138
  15. ^ Cathemerinon Liber of Prudentius, XII. Hymnus Epiphaniae, 99-100, Il testo in latino è reperibile al sito [1]
  16. ^ Giorgio Vasari, Vite, edizione Giuntina, pp. 486-87
  17. ^ Approfondimenti in MATTEO DI GIOVANNI: cronaca di una strage dipinta
  18. ^ Giovanni Testori, op. cit. in Bibliografia
  19. ^ Giambattista Marino, Strage degli innocenti, 1632, in Giovanbattista Marino, Dicerie Sacre e La Strage de gl'Innocenti AaCura di Giovanni Pozzi, Einaudi, 1960
  20. ^ Charles Péguy, Le Mystère des Saints Innocents, 1912 Nel romanzo di José Saramago Il vangelo secondo Gesù Cristo" la strage degli innocenti ha un ruolo centrale.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nigel Spivey, Le Stragi degli Innocenti. Il problema di rappresentare artisticamente l'atrocità di un topos inventato ma molto diffuso, Prometeo, Anno 20, Numero 78
  • Giovanni Testori, La Cappella della Strage. Il dialetto «strangosciato» del Paracca, Vercelli, 1969 (Il saggio è riportato anche nella raccolta La realtà della pittura: scritti di storia e critica d'arte dal Quattrocento al Settecento, a c. di C. Marani, Longanesi, Milano, 1995)
  • Leslaw Daniel Chrupcala, Betlemme culla del Messia, Edizioni Terra Santa, Milano, 2009.

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