Beato Angelico

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« Fra Giovanni Angelico et vezoso et divoto et ornato molto con grandissima facilità. »
Luca Signorelli, ritratto del Beato Angelico, particolare dalla Caduta dell'Anticristo (1501 circa) nel Duomo di Orvieto

Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro (Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455), detto il Beato Angelico o Fra' Angelico, fu un pittore italiano.

Fu effettivamente beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1984, anche se già dopo la sua morte era stato chiamato Beato Angelico sia per l'emozionante religiosità di tutte le sue opere che per le sue personali doti di umanità ed umiltà. Fu il Vasari, nelle Vite ad aggiungere al suo nome l'aggettivo "Angelico", usato in precedenza da fra Domenico da Corella e da Cristoforo Landino.

Il frate domenicano cercò di saldare i nuovi principi rinascimentali, come la costruzione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell'arte e il valore mistico della luce.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Formazione come miniatore

Madonna col Bambino in trono e angeli, particolare dalla Pala di Fiesole, 1424-1425 circa, Fiesole, Chiesa di San Domenico. L'opera è considerata la prima opera conosciuta eseguita dall'Angelico.

Guido di Pietro nacque nella cittadina di Vicchio nel Mugello, nel 1395 circa[1]. Scarse sono le notizie pervenuteci sulla sua famiglia: sappiamo che il padre, di nome Pietro, era figlio di un certo Gino, mentre il fratello Benedetto, di poco più piccolo dell'artista, lo aveva imitato nella scelta di farsi frate[2]. La sua educazione artistica si svolse nella Firenze di Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina: dal primo riprese sia l'uso di colori accesi e innaturali, sia l'uso di una luce fortissima che annulla le ombre e partecipa al misticismo delle scena sacra, tutti temi che ritroviamo nella sua produzione miniaturistica e nelle sue prime tavole.

La miniatura dei manoscritti era una disciplina rigorosa che servì molto al Beato Angelico nelle sue opere più tarde. Con tale attività compose su scala anche minuscola figure di uno stile perfetto ed ineccepibile, spesso con costosi pigmenti, come il blu di lapislazzuli e l'oro in foglia, con estrema cura poiché ogni contratto specificava la quantità da utilizzare. Nel gennaio e nel febbraio del 1418 è ricordato in documenti come "Guido di Pietro dipintore".

[modifica] Prime opere

Nel 1418, poco prima di prendere i voti nel convento di San Domenico a Fiesole, realizzò una pala d'altare per la cappella Gherardini in Santo Stefano a Firenze (perduta), nell'ambito di un progetto decorativo affidato ad Ambrogio di Baldese, forse maestro dell'Angelico. Entrò quindi a far parte dei Domenicani osservanti, una corrente minoritaria formatisi all'interno dell'ordine domenicano, in cui si osservava la regola originale di san Domenico, che richiedeva assoluta povertà e ascetismo. Non si conosce la data esatta in cui prese i voti, ma si può collocare tra il 1418 e il 1421, poiché ai novizi non era consentito dipingere il primo anno e il successivo documento di una sua opera è appunto del 1423.

In quell'anno dipinse una croce per l'Ospedale di Santa Maria Nuova, e viene indicato dai documenti come "frate Giovanni de' frati di San Domenico di Fiesole", quindi già ordinato religioso. Del 1424 è un San Girolamo (Princeton) di impostazione masaccesca.

Al 1428-1429 risale il Trittico di san Pietro martire, commissionato dalle suore di San Pier Maggiore. In queste opere l'Angelico mostra di conoscere ed apprezzare sia le novità di Gentile da Fabriano che di Masaccio e tra i due tenta una sorta di conciliazione, abbracciando il secondo in maniera gradualmente maggiore nel corso degli anni, ma sviluppano anche presto, a partire dagli anni trenta, uno stile personale. Se fra' Giovanni mostra un fascino innegabile verso l'ornato, il dettaglio, prezioso, le figure eleganti ed allungate (come nell'arte tardogotica), dall'altro è interessato a collocarle in uno spazio realistico, regolato dalle leggi della prospettiva, e a dare loro un volume corporeo percettibile e saldo. Già nel trittico di San Pietro Martire le vesti dei santi sono pesanti e con pieghe che scendono rettilinee, i colori accesi e luminosi, proprio come nelle miniature e lo spazio profondo e misurabile, come suggerisce la disposizione dei piedi dei santi a semicerchio.

Tra le altre opere attribuite a questo periodo ci sono una Madonna col Bambino nel Museo di San Marco e una Madonna col Bambino e dodici angeli nello Staedelsches Kunstinstitut di Francoforte sul Meno.

[modifica] A San Domenico di Fiesole (1429-1440)

Entro il 1429 l'angelico si trovava nel convento di San Domenico a Fiesole, dove il 22 ottobre venne registrato come "frate Johannes petri de Muscello" in una riunione del capitolo. Figurò inoltre in altre riunioni capitolari nel gennaio 1431, nel dicembre 1432, nel gennaio 1433 (come vicario al posto del priore assente) e nel gennaio 1435. Inoltre è documentato il 14 gennaio 1434 in un incarico secolare, come giudice per una stima, assieme al pittore Rossello di Jacopo Franchi, del dipinto di Bicci di Lorenzo e Stefano d'Antonio per San Niccolò Oltrarno; per decidere il compenso da dare agli artisti si ricorreva infatti spesso a perizie di altri affermati pittori.

Tra il 1429 e il 1430 eseguì la prima delle tre tavole per gli altari della chiesa di San Domenico a Fiesole.

La cosiddetta Pala di Fiesole (opera rimaneggiata da Lorenzo di Credi nel 1501, che rifece le architetture, il baldacchino, il paesaggio e l'ampliamento del pavimento) è la prima opera documentata dell'artista, databile al 1424-1425. Si tratta di un'opera molto originale, dove sobno ormai assenti le divisioni dei santi entro gli scomparti di un polittico.

Tra il 1431 e il 1433 eseguì il Giudizio universale, legato stilisticamente ai modi di Lorenzo Monaco, ma con una scansione dei piani che dimostra un precoce interesse per un'impostazione prospettica dello spazio.

Annunciazione (Angelico Prado), Madrid, Museo del Prado

Nel 1430 circa dipinse l'Annunciazione del Prado. La pala, che era la seconda per San Domenico a Fiesole, ha un'impostazione transitoria tra il tardo gotico e il Rinascimento, ma è soprattutto nelle cinque storie della Vergine nella predella che il pittore operò con maggiore ibertà e inventiva. Quest'opera, che risente fortemente delle novità masaccesche, presenta per la prima volta il particolare uso della luce diafana, che avvolge la composizione, esaltando i colori e le masse plastiche delle figure in modo da unificare l'immagine e che divenne una delle caratteristiche più evidenti del suo stile. L'Annunciazione, in cui l'arcangelo Gabriele preannuncia alla Vergine Maria che sarebbe diventata la madre di Cristo, era un tema sentito nella pittura fiorentina. Il Beato Angelico contribuì molto a coltivare questa tradizione, adottando disegni moderni e rettangolari e composizioni unificate, con la Vergine seduta in un'aperta loggia colonnata all'interno di un giardino recintato. Nella stessa opera, in secondo piano, appaiono le figure di Adamo ed Eva, a simboleggiare i primi peccatori a redenzione dei quali Dio si è fatto uomo, ma anche a sottolineare che Maria, assentendo all'Ave dell'angelo, trasforma il nome di "Eva" (Eva/Ave): Maria, dunque, è la nuova Madre dell'umanità.

Nel luglio 1433, l'Arte dei Linaioli di Firenze commissionò all'Angelico la realizzazione di un Tabernacolo, stipulando questo contratto:

«MCCCCXXXIII. a dí XI di luglio. Ricordo chome detto dí. E sopradetti Operai. aloghorono. a frate Guido. vocato frate Giovanni de l’ordine di sancto Domenicho da fiesole. a dipigner uno tabernacolo di nostra donna nella detta arte. dipinto di dentro et di fuori. con colori. oro. et. azzurro. et ariento. de migliori e più fini. che si truovino. con ogni sua arte et Industria. per tutto et per sua faticha et manifattura. per fi[orini]. CLXXXX. DX. o quello meno che parrà alla sua conscientia. Et con quelle figure che sono nel disegno chome di tutto appare a libro de’ partiti. di decta arte»

In questa opera la Vergine è di impronta masaccesca, mentre negli angeli apteri si rifà all'espressività della scultura donatelliana.

Tra il 1434 e il 1435 dipinse la tavoletta con l'Imposizione del nome al Battista, parte d'una predella non identificata. La scena è inserita entro un cortile costruito con estrema precisione prospettica e, per mezzo di un portale usato come imbuto prospettico, s'intravedono un secondo giardino con alberelli; le figure rese in modo volumetrico sono rischiarate da una luce tersa. Del 1435 è l'Incoronazione della Vergine del Louvre (terza e ultima tavola per gli altari della chiesa di San Domenico a Fiesole), dove la luce costruisce le forme e le indaga in ogni minimo dettaglio.

Probabilmente Angelico mantenne il suo laboratorio di San Domenico fino a buona parte del 1440, quando già aveva avviato e portato a buon punto la Pala di San Marco.

[modifica] A San Marco di Firenze (1440-1445)

Annunciazione, Firenze, Museo di San Marco

alcuni frati di San Domenico di Fiesole nel 1435 presero sede a Firenze, a San Giorgio alla Costa e un anno dopo, nel gennaio 1436, ebbero la sede di San Marco. Qui nel 1438 Michelozzo, su incarico di Cosimo de' Medici aveva iniziato la costruzione di un nuovo convento, all'avanguardia sia dal punto di vista funzionale che architettonico. L'Angelico non seguì i compagni nè a San Giorgio alla Costa né a San Marco, poiché vicario a Fiesole. Verso il 1440 Cosimo il Vecchio gli dovette però affidare la direzione della decorazione pittorica del convento e la prima prova documentaria della presenza del pittore in San Marco risale al 22 agosto 1441.

Nel 1440 circa Cosimo de' Medici gli affidò la direzione della decorazione pittorica del convento di San Marco, in cui risiedeva. Gli affreschi non furono solo una pietra miliare dell'arte rinascimentale, ma sono anche i più famosi ed amati del Beato Angelico. La loro forza deriva, almeno in parte, dall'assoluta armonia e semplicità, che consente di trascendere lo scopo immediato per il quale furono dipinti, e cioè quello della devota contemplazione. La decorazione prevedeva in ogni cella dei frati un affresco con un episodio tratto dalla Bibbia, come oggetto di meditazione. Nell'Annunciazione, affrescata nella cella 3, la scena si svolge sotto uno spoglio porticato, aperto sul lato sinistro, sorretto da colonne con capitelli ionici, in parte coperti dalle ali dell'angelo, gli archi esterni sono a tutto sesto, mentre le arcate che poggiano sulle mensole all'interno sono a sesto acuto; la Vergine, con le mani incrociate sul petto è in ginocchio su uno sgabello, ed è colta nel momento in cui accettata la volontà divina; l'angelo, che indossa una veste rosa molto semplice, risponde al gesto di sottomissione incrociando anche lui le braccia sul petto. Le due figure sono disposte lunga una direttrice obliqua, formata dall'incrocio dei loro sguardi, in modo da condurre lo sguardo dello spettatore dall'angelo alla Vergine; a sinistra, fuori dal porticato, assiste alla scena san Pietro Martire, domenicano martirizzato proprio per quella fede.

Tra le tracce documentarie dell'Angelico a San Marco ci sono la partecipazione in Capitolo nell'agosto 1442 e nel luglio 1445, quando firmò con altri l'atto di separazione della comunità fiorentina da quella fiesolana di origine. Nel 1443 fu "sindicho" del convento, una funzione di controllo amministrativo.

Sempre per la chiesa di San Marco realizzò una pala d'altare, la Deposizione, la cui predella è a Monaco.

[modifica] A Roma (1445-1449)

In una data imprecisata, probabilmente nella seconda metà del 1445, l'Angelico venne convocato a Roma da papa Eugenio IV, che aveva vissuto alcuni anni a Firenze ed aveva avuto sicuramente modo di apprezzare la sua opera. Quell'anno la sede dell'arcidiocesi di Firenze divenne vacante e pare che, secondo voci insistenti, proprio all'Angelico fu offerto il pallio, il quale declinò offrendo un giudizio al papa circa la nomina invece di Antonino Pierozzi. Chiaro è il fatto che l'Angelico fosse intellettualmente stimato abbastanza da poter offrire consigli su una nomina al papa, come affermarono anche sei testimoni in occasione del processo di canonizzazione di Antonino, o addirittura da poter amministrare un'arcidiocesi.

L'Angelico stette a Roma per tutto il 1446 e il 1447, anche se nell'state di quell'anno fu inviato a Orvieto per lavorare la volta della Cappella della Madonna di San Brizio nella cattedrale (Cristo Giudice e Profeti).

In quel periodo il papa commissionò all'artista la realizzazione di alcuni affreschi per una delle cappelle di San Pietro, più tardi distrutta. Il Beato Angelico risiedette a Roma e lavorò anche per il successore di Eugenio IV, Papa Niccolò V, che affidò l'esecuzione degli affreschi della Cappella Niccolina, con Storie dei protomartiri Stefano e Lorenzo all'Angelico e a Benozzo Gozzoli, realizzate tra il 1447 e il 1449. In questi affreschi le figure solide, dai gesti pacati e solenni, si muovono in un'architettura maestosa, che rievoca concettualmente l'antica Roma imperiale.

[modifica] Il rientro in Toscana (1450-1453/54)

Entro il 10 giugno 1450 l'Angelico era tornato in Toscana, dove venne nominato, in quella data, priore di San Domenico di Fiesole prendendo il posto del fratello defunto. Dello stesso anno è l'Armadio degli Argenti. Mantenne l'incarico di priore per la duranta normale di due anni e nel marzo 1452 si trovava ancora a Fiesole, quando venne recapitata una lettera all'archivescovo Antonino dal Provveditore al Duomo di Prato, che per chiedere l'Angelico ad affrescare la cappella maggiore della cattedrale pratese. Otto giorni dopo la richiesta venne formalizzata anche al pittore, che accettò di tornare col Provveditore a Prato per valutare le condizioni. L'Angelico trattò con quattro delegati e col podestà, ma dell'accordo non si fece niente (1 aprile 1452), probabilmente perché l'artista aveva già molte opere commissionate e non voleva sobbarcarsi un'impresa tanto grande. I lavori vennero poi affidati a Filippo Lippi.

Per gli anni successivi la documentazione è inesistente o scarsa. Il 2 dicembre 1454 venne richiesto per una stima degli affreschi nel Palazzo dei Priori a Perugia assieme a Filippo Lippi e Domenico Veneziano, i tre pittori fiorentini maggiormente ammirati dell'epoca.

[modifica] La morte a Roma (1455)

La tomba dell'Angelico in Santa Maria sopra Minerva a Roma

Si pensa che nel 1453 o nel 1454 l'Angelico tornò a Roma, per realizzare probabilmente un'altra commissione papale della quale non si ha notizia certa. Morì a Roma nel febbraio del 1455, poche settimane prima della scomparsa del suo patrono Niccolò V. Venne seopolto nella chiesa domenicana di Santa Maria sopra Minerva, ricca di testimonianze di personaggi fiorentini anche in seguito.

La sua lastra tombale è ancora oggi visibile, vicino all'altare maggiore. Vennero scritti due epitaffi, verosimilmente da Lorenzo Valla. Il primo, perduto, si doveva trovare su una lapide alla parete e ecitava:

« La gloria, lo specchio, l'ornamento dei pittori, Giovanni il Fiorentino è conservato in questo luogo. Religioso, egli fu un fratello del santo ordine di San Domenico, e fu lui stesso un vero servo di Dio. I suoi discepoli piangono la morte di un così grande maestro, perché chi troverà un altro pennello come il suo? La sua patria e il suo ordine piangono la morte di un insigne pittore, che non aveva uguali nella sua arte »
(Prima epigrafe a Beato Angelico)

Una seconda epigrafe è raffigurata sulla lapide di marmo, dove si trova un rilievo del corpo del pittore con la tonaca entro una nicchia rinascimentale.

« Qui giace il venerabile pittore Fra Giovanni dell'Ordine dei Predicatori. Che io non sia lodato perché sembrai un altro Apelle, ma perché detti tutte le mie ricchezze, o Cristo, a te. Per alcuni le opere sopravvivono sulla terra, per altri in cielo. la città di Firenze dette a me, Giovanni, i natali. »
(Seconda epigrafe a Beato Angelico)

[modifica] Retaggio

L'importanza della sua opera si riflette: sia sui suoi collaboratori (Benozzo Gozzoli), sia su artisti non direttamente legati a lui (Filippo Lippi); dal suo modo di trattare la luce partiranno Piero della Francesca e Melozzo da Forlì.

Già pochi ani dopo la morte l'angelico figura come Angelicus pictor [...] Johannes nomine, non Jotto, non Cimabove minor nel De Vita et Obitu B. Mariae del domenicano Domenico da Corella. Poco dopo venne citato con Pisanello, Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Pesellino e Domenico Veneziano in un famoso poema di Giovanni Santi. Con l'avvento di Savonarola l'arte venne usata come mezzo di propaganda spirituale e la figura dell'Angelico, artista e frate, venne presa a modello dai seguaci del frate ferrarese. Di questa lettura, che presupponeva la superiorità artistica dell'angelico dovuta alla sua superiorità come uomo religioso, che avrà eco fino al XIX secolo, si ha eco già nel primo racconto della vita dell'artista, pubblicato in un volume di eulogie domenicate di Leandro Alberti del 1517. Da quest'opera Vasari attinse il materiale per la biografia per Le Vite del 1550, integrata con i racconti dell'ottantenne Fra Eustachio che gli trasmise varie leggende legate agli artisti di San Marco.

Nei commentatori del XIX secolo la vita spirituale dell'Angelico si tinse di un romantico e leggendario, come si trova in vari scrittori. Nel XX secolo la sua figura e stata meglio contestualizzata ponendola tra i padri del Rinascimento fiorentino, coloro che svilupparono il nuovo linguaggio che si diffuse in tutta Europa.

L'Angelico fu beatificato nel 1984.

[modifica] Opere

[modifica] Musei

Elenco dei musei che espongono le opere del pittore:

[modifica] Curiosità

"Beato Angelico" è il titolo del trentunesimo episodio dell'albo a fumetti Paperink New Adventures, pubblicato dalla Disney nel 1999.

[modifica] Note

  1. ^ Si veda Centi, 1984, pp. 5-53, per la difesa del tradizionale punto di vista, ora generalmente rifiutato dagli studiosi, che situa la nascita dell'Angelico intorno al 1387 (Vasari). Gilbert, 1984, p. 283, calcola che il 1400 possa essere l'ultima data possibile per la nascita.
  2. ^ Orlandi, 1964, pp. 2-5, 174-179, doc. VIII.

[modifica] Bibliografia

  • I. Maione, Fra Giovanni Dominici e il Beato Angelico, ne «L'arte», XVII (1914), pp. 281-88 e 361-68.
  • L. Berti, Beato Angelico, "I maestri del Colore", Fabbri Editori, 1964.
  • S. Orlandi, Beato Angelico, Firenze 1964.
  • G. Bonsanti, Beato Angelico. Catalogo completo, "Biblioteca d'arte", Octavo-Franco Cantini, Firenze 1998.
  • J. Spike, Angelico, Milano 1996.

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