Apelle

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« Tutto trapunto con figure belle,
più che mai con pennel facesse Apelle. »
(Ariosto, Orlando furioso, XLVI, 84.)
Apelle ritrae Alessandro il Grande, da una stampa del 1661

Apelle (Απελλής) di Coo (Colofone o Coo?, ca. 375-370 a.C.Coo, fine IV secolo a.C.) fu un celebre pittore della Grecia antica. Plinio il vecchio, al quale dobbiamo molta della nostra conoscenza di questo artista (Naturalis historia, XXXV, 79-97) lo ha valutato superiore agli artisti precedenti e successivi. Egli collocò Apelle intorno alla 112 Olimpiade (332-329 a.C.).

Indice

Biografia [modifica]

Campaspe che si spoglia davanti ad Apelle (1883) di Auguste Ottin; Scultura posta nella facciata nord della Cour Carrée del Louvre

Probabilmente nato a Colofone in Ionia, dapprima fu allievo di Eforo di Efeso, ma dopo che raggiunse una certa celebrità diventò un allievo di Panfilo a Sicione (N.h. XXXV, 75). Ha unito così l'accuratezza dorica con la grazia ionica. Attratto alla corte di Filippo II, ritrasse lui ed il giovane Alessandro con tale successo che divenne il pittore ufficiale della corte macedone, e il ritratto di Alessandro impugnante una folgore fu giudicato alla pari con Alessandro con la lancia dello scultore Lisippo.

Molto di ciò che conosciamo di Apelle deriva dalla Naturalis historia di Plinio, XXXV. La sua abilità nel disegnare il volto umano è il motivo di una storia che lo collega con Tolomeo I Sotere. Quando era ancora generale di Alessandro il Grande, Tolomeo ebbe una grande antipatia per Apelle (entrambi erano al seguito di Alessandro): molti anni dopo, mentre viaggiava per mare, una tempesta costrinse Apelle a riparare in Egitto. Il buffone di corte di Tolomeo fu istigato dai rivali di Apelle a consegnare all'artista un falso invito alla tavola di Tolomeo. L'arrivo inatteso di Apelle fece infuriare il re. Tolomeo chiese chi avesse avuto l'ardire di invitare l'artista. Con un pezzo di carbone di legna del camino Apelle disegnò un ritratto sulla parete; e subito, nei primi tratti dello schizzo, Tolomeo riconobbe il suo buffone.

Apelle era contemporaneo di Protogene. La Naturalis historia di Plinio riporta un aneddoto tra i due grandi pittori: Apelle si recò alla casa di Protogene a Rodi per fare la conoscenza di questo pittore di cui si sentiva tanto parlare. Arrivando allo studio di Protogene, incontrò una donna anziana che l'avvertì della momentanea assenza del pittore, e chiese il suo nome in modo da potere segnalare chi l'aveva cercato. Osservando nello studio un pannello che Protogene si era preparato per una pittura, Apelle camminò verso un cavalletto e prese un pennello, raccomandando alla serva di dire a Protogene "che questo è opera mia", e dipinse una linea estremamente fine lungo il pannello.

Quando Protogene ritornò e la donna anziana gli spiegò cosa fosse avvenuto, esaminando la linea capì che soltanto Apelle avrebbe potuto fare un lavoro così perfetto; Protogene allora tuffando il pennello in un altro colore disegnò una linea ancora più fine sopra la prima e chiese alla sua serva di mostrare questo all'ospite se fosse ritornato. Quando Apelle tornò e gli fu mostrata la risposta di Protogene, vergognandosi di essere stato superato dipinse con un terzo colore una linea ancora più fine fra le prime due, non lasciando posto per un'altra. Nel vedere questo, Protogene ammise la sconfitta e uscì per cercare Apelle e incontrarlo di persona[1].

Plinio sostiene che questa stessa pittura fece parte della collezione privata di Giulio Cesare, ma fu distrutta quando il suo palazzo che sorgeva sul Palatino bruciò in un incendio.

Mentre abbozzava un ritratto di Campaspe, la concubina di Alessandro, Apelle si innamorò di lei. Come segno dell' apprezzamento per il lavoro del grande pittore, Alessandro gli fece dono della donna.

Si dice che Apelle lavorasse ad una pittura di Afrodite di Kos quando morì, e la pittura fu lasciata non finita poiché non furono trovati artisti altrettanto abili per completarla.

Opere [modifica]

Dipinti di Apelle (nessuno dei quali ci è giunto):

  • Alessandro che impugna una folgore, uno dei molti che fece sia di Alessandro che di suo padre Filippo.
  • Afrodite Anadiomene ("Afrodite sorgente dal mare"), (non la pittura cui stava lavorando quando morì, ma una pittura precedente), a cui Plinio collega la tradizione di aver usato un'ex amante di Alessandro come sua modella per Afrodite. Secondo Ateneo di Naucrati, l'idea di Afrodite sorgente dal mare sarebbe stata ispirata da Frine che durante i Misteri eleusini non ebbe problemi nel nuotare nuda in mare.
  • Un ritratto di Antigono I Monoftalmo a cavallo, in una vista di tre quarti per celare abilmente l'occhio cieco di Antigono.
  • Un ritratto di Artemide circondata da un gruppo dei fanciulle che offrono un sacrificio (basato sulla Odissea 6.102).
  • Sacrificio a Kos, descritto nelle mimes (4.59) di Herodas.
  • I ritratti di Clito e Archelao I di Macedonia
  • La processione del Sommo Sacerdote di Artemide a Efeso.
  • Una grande immagine allegorica rappresentante la Calunnia, che ispirò la Calunnia di Apelle di Sandro Botticelli.

Un certo numero di suoi dipinti sono stati portati a Roma (compresa l'Afrodite Anadiomene) ed esposti al pubblico; due composizioni che inclusero un ritratto di Alessandro: Castore e Polluce con la Vittoria e Alessandro il Grande e la Figura della Guerra con le mani legate che segue la Biga Trionfale di Alessandro, che si trovavano nell'aula del Colosso nel Foro di Augusto. L'imperatore Claudio successivamente fece ridipingere i volti di Alessandro cambiandoli con quelli del nonno Augusto.

L'eredità di Apelle [modifica]

Poche cose sono più difficili del tentativo di comprendere lo stile di un pittore le cui opere non sono giunte ai giorni nostri. Ma esiste una grande raccolta di storie, verosimili o inventate, attribuite ad Apelle nell'antichità; e gli archeologi moderni hanno provato naturalmente a scoprire che cosa indicano.

Sappiamo, per esempio, che ha dato grande valore al disegno dei profili, esercitandosi ogni giorno. Il racconto ben noto della sua visita a Protogenes e della rivalità dei due pittori nel disegnare la linea più fine e regolare possibile. L'importanza nel disegno di queste linee è evidente nella decorazione dei vasi a figure rosse di Atene.

Apelle ha ammesso la superiorità di alcuni dei suoi contemporanei in alcuni aspetti: secondo Plinio ha ammirato la dispositio di Melanthius, cioè il modo in cui ha spaziato le sue figure, ed il mensurae di Asclepiodorus, che fu un grande maestro della simmetria e della proporzione. Probabilmente ha utilizzato una piccola varietà di colori ed ha evitato una visione prospettica elaborata: la semplicità del disegno, la bellezza della linea ed il fascino dell'espressione erano i suoi meriti principali. Quando il naturalismo di alcuni dei suoi lavori viene elogiato (per esempio la mano di un suo Alessandro si diceva sembrare uscire fuori dal dipinto), noi dobbiamo ricordare che questo è il merito attribuito sempre dai critici ignari di estetica alle opere che ammirano. In effetti l'età di Alessandro era caratterizzata da un notevole idealismo, e probabilmente Apelle è riuscito in modo profondo a comunicare alle sue figure una bellezza che andava oltre la natura.

Plinio riporta un certo numero di detti di Apelle, provenienti forse dal suo trattato perduto sull'arte della pittura. Uno di questi si riferisce alla sua abitudine di mostrare i suoi lavori nell'entrata della propria bottega, e di nascondersi vicino per sentire le osservazioni dei passanti. Quando un calzolaio osservò degli errori nella forma di una calzatura, Apelle corresse il dipinto quella stessa notte; la mattina seguente il calzolaio notò i cambiamenti, e fiero del suo effetto sul lavoro dell'artista cominciò a criticare il modo in cui Apelle dipinse il piede – al che Apelle emerse dal suo nascondiglio per dichiarare: Sutor, ne ultra crepidam (Ciabattino, non [andare] oltre le scarpe). Le ultime parole che Plinio attribuisce ad Apelle si riferiscono alla diligenza del pittore nell'esercitarsi nella sua arte ogni giorno: Nulla dies sine linea (non un giorno senza una linea disegnata).

Plinio dichiara che Apelle produsse un certo numero di utili innovazioni all'arte della pittura, ma la sua ricetta di una vernice nera, chiamata da Plinio atramentum, che serviva sia per conservare meglio le pitture che per smorzare il loro colore come una patina, è andata persa con la sua morte[2].

« Ad opera finita era solito dare ai suoi dipinti una velatura scura così sottile che, riflettendo, intensificava la lucentezza del colore mentre, allo stesso tempo, proteggeva il dipinto dalla polvere e dalla sporcizia e non era percettibile se non da vicino. Ma il suo scopo principale era di evitare che la brillantezza dei colori offendesse lo sguardo, dando la sensazione all'osservatore di guardare attraverso un velo di talco, cosicché aggiungeva un impercettibile tocco di severità ai colori particolarmente brillanti »
(Plinio, Naturalis historia, XXXV)

Non ci può essere dubbio che Apelle era uno dei più audaci e innovativi artisti dell'antichità. Tale era la sua fama che parecchi pittori del Rinascimento italiano hanno ripetuto i suoi soggetti. Raffaello si ritrasse come Apelle nella Scuola di Atene e Sandro Botticelli basò due pitture – la Nascita di Venere e la Calunnia di Apelle – sulla descrizione di opere sue.

Colori utilizzati da Apelle [modifica]

Il numero dei colori usati dai pittori è variato notevolmente nel corso del tempo. Fino al periodo di Apelle ne erano conosciuti solamente quattro: bianco, giallo, rosso e nero. Verde, viola ed azzurro sono stati utilizzati in seguito.

Curiosità [modifica]

  • Al suo nome è legata una famosa filastrocca, in cui compare come "figlio di Apollo" e in cui vengono "apprezzate" le sue grandi doti di scultore:
« Apelle, figlio di Apollo,

fece una palla di pelle di pollo,

tutti i pesci vennero a galla

per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle, figlio di Apollo. »

(Anonimo)

Note [modifica]

  1. ^ Guillaume Apollinaire raccontò questa storia nel suo saggio A proposito della pittura moderna, originalmente pubblicata in Les Soirées de Paris, febbraio 1912. Questo saggio spiega come la semplicità sia la caratteristica dei più grandi artisti: gli esempi proposti sono il cerchio perfetto di Giotto, disegnato a mano libera, ed il granchio (tratto da Zhuangzi) che, dopo dieci anni di preparazione, fu disegnato con un solo colpo di pennello
  2. ^ Per approfondire l'argomento consultare i due saggi contrapposti di Ernst Gombrich e Joyce Plesters raccolti in: Alessandro Conti, Sul restauro, Einaudi 1988

Bibliografia [modifica]

Voci correlate [modifica]

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