Museo nazionale di San Marco

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Coordinate: 43°46′41.51″N 11°15′33.58″E / 43.778198°N 11.259329°E43.778198; 11.259329

Museo nazionale di San Marco
Museo nazionale di San Marco.
Museo nazionale di San Marco.
Tipo Arte
Indirizzo Piazza San Marco 3, 50121 Firenze
Sito Sito ufficiale

Il Museo nazionale di San Marco, che ha sede nella parte monumentale di un antico convento domenicano, si trova in piazza San Marco a Firenze, in Italia.

Il museo, che di per sé è un capolavoro architettonico di Michelozzo e un edificio di primissima importanza storica nella città, possiede la migliore collezione al mondo delle opere, sia su tavola sia ad affresco, di Beato Angelico, il quale visse in questo monastero per un certo periodo. Altri maestri qui rappresentati sono Fra' Bartolomeo, Domenico Ghirlandaio, Alesso Baldovinetti, Jacopo Vignali, Bernardino Poccetti, Giovanni Antonio Sogliani e altri. Nel lapidario sono inoltre custoditi i resti di edifici demoliti nel periodo del Risanamento di Firenze capitale (dal 1865-1871).

San Marco è stato fino al 2014 sede di una comunità domenicana, dove i frati abitavano gli ambienti a ponente, attorno al chiostro grande; i pochi religiosi superstiti sono stati riuniti quell'anno ai frati di Santa Maria Novella.

Storia[modifica | modifica sorgente]

I silvestrini[modifica | modifica sorgente]

Il complesso originario venne eretto per i silvestrini prima del 1300 e svolgeva oltre alle funzioni di monastero quelle di chiesa parrocchiale. Di questo periodo restano alcune tracce di affreschi in ambienti al di sotto del piano di calpestio recentemente ritrovati. Nel 1418 i monaci, accusati di decadenza della regola monastica, vennero intimati a lasciare il complesso, ma ci volle l'intervento diretto di papa Eugenio IV e del concilio di Basilea perché la struttura venisse finalmente lasciata ai domenicani osservanti da San Domenico di Fiesole, solo nel 1437. Decisivo era stato anche l'intervento di Cosimo de' Medici, che già dal 1420 aveva sostenuto il convento francescano riformato del Bosco ai Frati e fin dal ritorno dall'esilio (1434) si era manifestato desideroso di reinsediare una comunità osservante di domenicani a Firenze. Quando i silvestrini si spostarono nel più piccolo monastero di San Giorgio alla Costa, i domenicani ne presero possesso, ma trovarono una struttura fatiscente, dove per circa due anni vissero in celle umide e capanne di legno.

La ricostruzione medicea[modifica | modifica sorgente]

Fu così che nel 1437 Cosimo commissionò a Michelozzo, architetto di fiducia di casa Medici, la ricostruzione del convento secondo i più moderni canoni rinascimentali. Nel 1438 i lavori erano già ben avviati e la consacrazione definitiva avvenne durante la notte dell'Epifania del 1443, alla presenza di papa Eugenio IV e dell'arcivescovo di Capua e cardinale Niccolò d'Acciapaccio. Il convento fu una delle opere che furono al centro del nuovo assetto del quartiere nord del centro di Firenze (il "quartiere mediceo"), assieme al palazzo di famiglia ed alla basilica di San Lorenzo. La grande stagione di mecenatismo mediceo ebbe infatti il suo culmine proprio in quegli anni, soprattutto in occasione del trasferimento del Concilio a Firenze nel 1439.

Cosimo investì una notevole quantità di denaro nella ricostruzione del convento, sborsando più di 40 mila fiorini, come testimonia il Vasari nelle Vite. Michelozzo vi lavorò dal 1439 al 1444. Il complesso venne progettato secondo norme di semplice ma elegantissima funzionalità: pareti intonacate di bianco, ambienti organizzati su due chiostri (di Sant'Antonino e di San Domenico), con un capitolo, due refettori e una foresteria al piano terra. Il primo piano ospitava le celle dei monaci, stanzette chiuse al di sotto di un'unica copertura del soffitto con grandi capriate. Chiostro, sala capitolare e dormitorio nord dovettero già essere terminati entro il 1440-1441. Il dormitorio meridionale, affacciato sulla piazza, venne completato nel 1442. I lavori proseguirono in una parte o l'altra del convento fino al 1452.

Punto d'eccellenza era la biblioteca al primo piano, con un arioso spazio con due colonnati che creano tre navate coperte con volte a botte. Numerose finestre illuminano l'ambiente con abbondante luce naturale facilitando lo studio, la lettura e la copiatura dei manoscritti. Qui studiarono i preziosi patrimoni librari collezionati da Medici (con rari testi greci e latini) umanisti come Agnolo Poliziano e Pico della Mirandola.

L'epoca di Savonarola[modifica | modifica sorgente]

Fra Bartolomeo, Ritratto di Savonarola

Oltre al Beato Angelico, Antonino Pierozzi e Fra' Bartolomeo, vi visse dal 1489 fra' Girolamo Savonarola, che fece del convento il suo quartier generale: dopo essere divenuto priore si scagliò duramente contro i costumi lascivi e ostentatamente lussuosi dei fiorentini, prima di inimicarsi la curia di papa Alessandro VI Borgia e finire sul rogo in piazza della Signoria (1498).

Secolarizzazione e musealizzazione[modifica | modifica sorgente]

Il complesso venne espropriato una prima volta nel 1808, tornò ai frati dopo la caduta di Napoleone, per poi venire in larga parte confiscato dal demanio nel 1866 (Regio decreto del 7 luglio 1866). Rimasero di pertinenza dei domenicani la chiesa, gli ambienti affacciati sul chiostro di San Domenico e la biblioteca di Spiritualità "Arrigo Levasti", che possiede più di diecimila esemplari tra volumi e opuscoli e che fu fondata nel 1979 col lascito del grande studioso cattolico.

Dopo un restauro e adattamento generale, il complesso venne in larga parte riaperto come museo nel 1869, dopo essere stato dichiarato monumento di importanza nazionale. In quel periodo gli affreschi dell'Angelico vennero restaurati dal pittore Gaetano Bianchi. Nel 1906 vi confluirono i resti architettonici degli sventramenti ottocenteschi: fu allora creato il Museo di Firenze antica, organizzato da Guido Carocci. Nel 1922 Giovanni Poggi fece sì che nel museo venissero a confluire il maggior numero possibile di opere di Beato Angelico (soprattutto provenienti da Uffizi e Accademia), creando una preziosissima esposizione monografica ancora oggi esistente.

Dal 1934 al 1977 visse nel convento il più volte sindaco di Firenze Giorgio La Pira.

A San Marco i danni dell'alluvione di Firenze non furono fortunatamente ingenti come in altri monumenti cittadini per via dell'altitudine leggermente superiore della zona rispetto a quartieri più vicini all'Arno. Dal 1979 al 1983 è stata adattata la foresteria per ospitare le opere di Fra Bartolomeo, a conclusione di una serie di restauri condotti da Dino Dini.

Nel 2007 sono stati acquistati dalla Soprintendenza e dall'ente Cassa di Risparmio di Firenze due piccoli pannelli di santi dalla Pala di San Marco, che sono destinati ad arricchire ulteriormente le collezioni del museo[1].

Il percorso museale: piano terra[modifica | modifica sorgente]

Il chiostro di Sant'Antonino[modifica | modifica sorgente]

Superato il vano della biglietteria, il percorso museale inizia dal chiostro detto "di Sant'Antonino", costruito da Michelozzo prima del 1440 con quattro lati porticati e coperti da volte a crociera sorrette da slanciate colonne. Vi si affacciano da ovest in senso antiorario rispettivamente la chiesa, l'antico ospizio, la sala del refettorio e quella del Capitolo, accanto alla quale si trova anche l'accesso che porta al Cenacolo del Ghirlandaio, al lapidario, alle scale per il piano superiore ed all'uscita.

Le decorazioni più antiche sono quelle eseguite ad affresco da Beato Angelico in corrispondenza delle cinque lunette ogivali sulle porte che danno sul chiostro (la lunetta della porta della chiesa è staccata e si trova nella sala del Lavabo): San Pietro Martire che ingiunge il silenzio (sagrestia), San Domenico che mostra la regola dell'Ordine, San Tommaso d'Aquino con la Summa, Cristo pellegrino accolto da due domenicani e Cristo in pietà. Particolarmente significativo è poi il grande affresco, sempre dell'Angelico, del Calvario con san Domenico, nell'angolo nord-ovest.

La decorazione del chiostro ad affresco venne in larga parte completata con le lunette tra la fine del Cinquecento e primi decenni del Seicento, con un ciclo dedicato alle Storie della vita e dei miracoli di Sant'Antonino Pierozzi, da un team di artisti tra i quali Bernardino Poccetti. Ciascuna lunetta riporta un cartiglio che descrive la scena e l'arme del committente. Tra le scene più efficaci quelle del Poccetti (Sant'Antonino eletto arcivescovo di Firenze, sul lato est), quelle di Lorenzo Cerrini (Predica di sant'Antonino, lato est, e Sant'Antonino assolve dalla censura gli Otto di Balia, sul lato nord), di Alessandro Tiarini (Consacrazione della chiesa di San Marco, lato nord).

Il ciclo è completato dai busti di papi e cardinali domenicani nei pennacchi vicino alle colonne.

Il chiostro aveva anticamente le pareti coperte da lapidi e iscrizioni, che vennero quasi completamente rimosse ed oggi si trovano soprattutto in un ambiente sotterraneo del museo, accessibili su richiesta per gli studiosi.

La sala dell'Ospizio[modifica | modifica sorgente]

La sala dell'Ospizio, dove in origine venivano accolti i pellegrini più umili (a differenza degli ospiti di una certa importanza alloggiati nella foresteria), è dedicata al Beato Angelico e raccoglie molti dei suoi più importanti dipinti su tavola.

Michelozzo creò un vano ben equilibrato nelle proporzioni.

Vicino ad uno dei due ingressi si trova una delle opere più famose della collezione, la Deposizione, eseguita per Palla Strozzi per la sagrestia di Santa Trinita: iniziata nelle cuspidi e nella predella da Lorenzo Monaco, fu meravigliosamente completata dopo la sua morte (1424) dall'Angelico nella parte centrale, con una scena di grande sensibilità rinascimentale, sebbene con richiami ancora tardo gotici, entro il 1432.

Sulla parete dove si aprono le finestre si trova il Trittico di San Pietro Martire, forse anteriore al 1429, con influssi spiccatamente derivati da Masaccio. Sul lato opposto si trova la Pala d'Annalena, dal convento di Annalena, che raffigura la Madonna col Bambino e i santi Pietro Martire, Cosma e Damiano, collocata verso il 1434 e considerata una delle prime opere in assoluto pienamente rinascimentali, grazie all'unità prospettica dell'organizzazione spaziale.

Sul lato opposto è appeso il Giudizio Universale (1431 circa), dal convento di Santa Maria degli Angeli, dall'insolita forma dovuta alla collocazione originaria sul leggio per il coro. La tavoletta con l'Imposizione del nome al Battista fu copiata nel 1434 da Andrea di Giusto, quindi dipinta antecedentemente. Questa opera, con altre di analoghe, piccole dimensioni, in parte anche in musei esteri, si trovava a Santa Maria Novella e doveva decorare forse uno sportello di un armadio contenente reliquie.

Sui pilastri sono esposte la Madonna della Stella, l'Annunciazione e adorazione dei Magi, l'Incoronazione della Vergine, anticamente tre reliquiari che sembrano appartenere a una medesima serie.

La Pala di San Marco, capolavoro dell'Angelico, è stata molto alterata da un disastroso restauro sette-ottocentesco. Venne realizzata per l'altare maggiore della chiesa di San Marco prima del 1440, quando sostituì la precedente pala di Lorenzo di Niccolò oggi a Cortona. Nella pala sono presenti i santi Cosma e Damiano, protettori di casa Medici, che rivelano l'origine della committenza. Della predella di questa pala restano due pannelli (Sepoltura dei santi Cosma e Damiano e Miracolo del diacono Giustiniano), mentre altri sono sparsi nei musei di altri paesi.

Il cosiddetto Armadio degli Argenti proviene dalla basilica della Santissima Annunziata ed è una pala composta da più riquadri, opera tarda dipinta verso il 1450. Riprende il concetto dei pannelli-reliquiari per Santa Maria Novella ed è composto da 35 riquadri dei quali uno doppio. Le varie scene compongono le Storie della vita di Cristo e sono tutte di mano del maestro tranne le tre formelle con le Nozze di Cana, il Battesimo e la Trasfigurazione, che vengono in genere attribuite ad Alessio Baldovinetti.

La tavola cuspidata della Madonna col Bambino ha i pannelli laterali nella sala del Lavabo. Il Compianto sul Cristo morto, datato 1436, si trovava nella chiesa di Santa Maria della Croce al Tempio, come i due tondi con la Crocefissione e l'Incoronazione della Vergine, fu danneggiato gravemente nella parte inferiore durante l'alluvione del 1966. La Sacra conversazione (1450-1452) è una pala proveniente dal convento del Bosco ai Frati, altra opera architettonica commissionata da Cosimo il Vecchio a Michelozzo.

In fondo alla sala campeggia il monumentale tabernacolo dei Linaioli, eseguito nel 1433-1434 in collaborazione con Lorenzo Ghiberti (autore del disegno dell'incorniciatura marmorea). Commissionato dall'Arte dei Linaioli, segna l'inizio della fase più matura dell'Angelico. Notevole è la parte centrale, con la Madonna col Bambino e dodici angeli, ma anche i tre pannelli della predella, dove le scene sono ambientate in una prospettiva ben studiata.

La sala del Capitolo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Crocefissione con i santi.

Anche la Sala Capitolare fu affrescata dal frate pittore con la complessa e allegorica Crocifissione terminata nel 1442, un vero capolavoro, durante la realizzazione della quale si dice che l'Angelico si commosse fino alle lacrime. Lo sfondo è rossastro, ma anticamente era coperto di preziosi pigmenti azzurri, che sono caduti rivelando la preparazione sottostante.

L'iconografia è originale perché oltre ai canonici personaggi (la Vergine, la Maddalena, San Giovanni Evangelista) vi sono collocati attorno alla croce una serie di santi legati a Firenze, ai Medici e all'ordine domenicano: da sinistra i santi Cosma e Damiano, san Lorenzo, san Marco, san Giovanni Battista; inginocchiati sono san Domenico, san Girolamo, san Francesco, san Bernardo, san Giovanni Gualberto, san Pietro Martire; dietro a questi, in piedi, san Zanobi, sant'Agostino, san Benedetto, san Romualdo e san Tommaso d'Aquino; infine nella bordura inferiore è stata raffigurata la genealogia domenicana, con sedici santi e beati entro clipei, con al centro il fondatore.

Tutta la scena è caratterizzata da un senso contemplativo, sottolineato dall'assenza di un vero e proprio sfondo, che sacrifica la narrazione in favore di una sacralità improntata alla preghiera.

La Piagnona[modifica | modifica sorgente]

Legata alle vicende savonaroliane, la campana della chiesa (detta "la piagnona", come i "piagnoni" i seguaci del frate ferrarese), attribuita al Verrocchio, subì un curioso processo come punizione per aver suonato ad allarme quando i fiorentini si accalcarono al convento per prelevare il frate condannato per eresia. La campana fu staccata e portata in processione per la città mentre veniva colpita da fruste di cuoio per castigo. Fu deposta presso la chiesa di San Salvatore al Monte e non suonò mai più. Dopo essere stata conservata a lungo nel cortile del Museo topografico Firenze com'era, dai primi anni del 2000 è tornata in questi luoghi legati alla sua storia, ed oggi è all'interno della sala del capitolo.

La sala del Lavabo[modifica | modifica sorgente]

Il lavabo è un ambiente tipico degli ambienti monastici e si trova quasi sempre accanto al refettorio; qui i monaci si detergevano prima di accostarsi al pasto. Questa parte del convento ha mantenuto l'aspetto architettonico tardo-trecentesco.

Sulla destra dopo l'ingresso è esposto il Crocifisso sagomato con i santi Niccolò e Francesco, opera dell'Angelico, originariamente nell'oratorio della confraternita di San Niccolò al Ceppo (la testa di san Francesco è frutto di un reintegro moderno). Dello stesso autore sono anche le tavole con i Santi Benedetto e Giovanni Battista e con i Santi Francesco d'Assisi e Onofrio, scomparti laterali della tavola con la Madonna col Bambino nella sala dell'Ospizio. Proveniente dal chiostro di Sant'Antonino è la lunetta dell'Angelico con san Pietro martire che fa il segno del silenzio, esposto accanto alla sua sinopia ed a una robbiana.

A sinistra dell'ingresso si trova una lunetta ad affresco con la Madonna col Bambino, opera di Paolo Uccello proveniente dalle case dei Beccuto, famiglia dalla quale proveniva la madre del pittore. Dello stesso pittore è la predella che decorava una pala già nell'oratorio dell'Annunziata ad Àvane, presso Firenze.

Il refettorio grande[modifica | modifica sorgente]

Giovanni Antonio Sogliani, San Domenico e i frati serviti dagli angeli

Il refettorio Grande era quello usato dai monaci del convento. Coperto da volte ribassate, fu riallestito nel 1983 ed oggi ospita opere datate tra il XVI e il XVIII secolo.

La sala è dominata dall'affresco di Giovanni Antonio Sogliani (firmato e datato 1536) con la Provvidenza dei domenicani, sormontata dalla Crocefissione. Questo tema è una variante del tema del pasto (di solito nei refettori veniva raffigurata l'Ultima cena), tipica dei cenobi domenicani: i frati, rimasti senza viveri dopo la morte del fondatore, vengono miracolosamente serviti da angeli (una scena analoga si trova anche in una lunetta del Chiostro Grande di Santa Maria Novella).

Sempre del Sogliani sono collocate in questa sala una Madonna della Cintola, una Madonna con Tobiolo, angelo e sant'Agostino e le tavole con San Francesco e Santa Elisabetta d'Ungheria. Un'altra Madonna della Cintola è opera di Ridolfo del Ghirlandaio.

Altri dipinti cinquecenteschi appartengono alla cosiddetta scuola di San Marco, influenzata dall'opera di Fra Bartolomeo. Tra questi le opere di Fra' Paolino da Pistoia, come la Natività con sant'Agnese e il Cristo deposto, probabilmente iniziato dal suo maestro e lasciato interrotto dopo la morte (1517). Dalla Santissima Annunziata proviene la Deposizione di Cristo, dipinta dalla monaca suor Plautilla Nelli, che ricevette commissioni anche importanti nonostante la clausura. Il San Marco di Anton Domenico Gabbiani è una copia da fra' Bartolomeo, oggi conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti.

Di autori anonimi sono le opere dei Santi Francesco e Chiara in adorazione dell'ostia e dei due angeli su battenti, forse provenienti da un organo portatile.

Altre opere qui esposte sono il San Carlo Borromeo che dà una bolla a un domenicano di Jacopo Ligozzi (1600), la Crocefissione di Lorenzo Lippi, l'Orazione nell'orto di Filippo Tarchiani, Tobiolo e l'angelo di Jacopo Vignali e una piccola pala dello stesso autore, studio preparatorio per una tavola d'altare che non venne dipinta o che non ci è pervenuta.

La sala di Fra' Bartolomeo[modifica | modifica sorgente]

Baccio della Porta assunse il nome di Fra' Bartolomeo verso il 1500, quando, a venticinque anni, prese i voti come domenicano. Visse in questo convento e fu profondamente influenzato da Savonarola, arrivando al punto da distruggere tutte le opere profane che aveva dipinto e dedicarsi ai soli temi religiosi. Originariamente in questa sala, collegata a quella del lavabo, erano presenti le cucine.

Il lunettone del Giudizio Universale proviene dall'arcispedale di Santa Maria Nuova: venne staccato nel 1871 ed è molto danneggiato, ma nonostante ciò è un'opera molto importante, studiata anche da Raffaello Sanzio.

La Pala della Signoria è un'opera monocroma incompiuta (1512 circa) originariamente destinata al salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio e poi esposta in San Lorenzo. Vi si riscontrano influssi veneziani nella luminosa spazialità.

Altre piccole opere sono il Cristo portacroce, su tavola, il famoso ritratto di Girolamo Savonarola e la serie di piccole effigi dipinte su tegole, provenienti dal convento di Santa Maria Maddalena a Caldine (Fiesole); vi sono raffigurati, tra gli altri, la Maddalena, la Santa Caterina e un Ecce homo.

La sala di Alesso Baldovinetti[modifica | modifica sorgente]

Anche questa sala faceva parte delle cucine e venne aperta al pubblico nel 1983. È dedicata alle opere di Alesso Baldovinetti, tra le quali spiccano lo stendardo processionale con Sant'Antonino in adorazione del crocifisso, con una rara cornice tardo-quattrocentesca (non originalmente accostata all'opera), la Madonna con Bambino e santi e la Madonna dell'Umiltà.

Vi sono collocate anche un predellino di Benozzo Gozzoli e una Madonna col Bambino e angeli di Cosimo Rosselli (1475-1480 circa).

Sale di comunicazione e chiostro di San Domenico[modifica | modifica sorgente]

Da questa sala, o ritornando nel chiostro di Sant'Antonino, si accede ad alcune sale di comunicazione, alle scale per il piano superiore ed al chiostro di San Domenico, chiuso al pubblico perché usato dai padri domenicani, osservabile da una porta vetrata e dalle finestre della foresteria. Progettato da Michelozzo, venne decorato da lunette affrescate da Alessandro Gherardini; al centro vi è collocata la statua di San Domenico che calpesta l'eresia, opera settecentesca di Andrea Baracca.

Tra le opere collocate nelle sale di comunicazione spicca il Crocifisso scolpito da Baccio da Montelupo nel 1496, già nella chiesa del convento.

Il refettorio Piccolo (Cenacolo del Ghirlandaio)[modifica | modifica sorgente]

Domenico Ghirlandaio, Ultima Cena
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cenacolo di San Marco.

Affrescato nel 1486 da Domenico Ghirlandaio e aiuti, con aiuti della bottega, fu eseguito nel refettorio della foresteria o refettorio Piccolo, dove mangiavano in genere le persone ospitate nel convento, non i monaci. Si ritiene in genere che Domenico, a quel tempo al culmine della popolarità e pieno di commissioni, abbia preparato solo il disegno (con impostazione analoga al cenacolo di Ognissanti) differendo la realizzazione pittorica soprattutto al fratello Davide e al cognato Sebastiano Mainardi.

Dell'affresco nel convento di Ognissanti ricalcò la quinta architettonica, con l'apertura nelle volte su un loggiato in prospettiva e dietro su un giardino, comprese le piante e gli animali presenti (tutta una metafora della Passione, con i vari animali e frutti in un preciso complesso simbolico: il pavone, gli uccelli predatori, il gatto accanto a Giuda), mentre sono più numerose le variazioni nella raffigurazione delle figure umane. L'iscrizione che corre sulla parete sopra le teste degli apostoli riporta «Ego dispono vobis disèposuit mihi pater meus regnum ut edatis et bibatis super mensa meam in regno meo» una frase usata anche durante la messa che allude alla trasmigrazione nel Regno dei Cieli.

Rispetto ad Ognissanti la rappresentazione appare più seria e monumentale, con i personaggi più composti, il che fa pensare che il Ghirlandaio avesse voluto rappresentare il momento successivo all'annuncio del tradimento, con Giuda, sempre di spalle che ha già in mano il pezzo di pane offertogli da Gesù e l'agitazione degli apostoli già più acquietata.

Nella parte centrale, dove si congiungono i due archetti della volta, fu raffigurato un piccolo Crocefisso, secondo uno schema ben consolidato di affiancare scene delle passione alla rappresentazione della cena.

In questa sala si trovano anche una Deposizione di Cristo, in terracotta policroma invetriata della bottega dei Della Robbia, e uno stemma analogo.

La foresteria[modifica | modifica sorgente]

Nella foresteria sono raccolti numerosi resti lapidei provenienti dalle demolizioni ottocentesche del centro di Firenze e del ghetto, durante l'epoca del "Risanamento" a cavallo tra XIX e XX secolo.

In fondo a questo ambiente è situata l'uscita del museo, su via della Dogana.

Il chiostro dei Silvestrini[modifica | modifica sorgente]

Attraversando un cortile detto della Spesa, porticato su tre lati con colonne ed eleganti capitelli ionici, si arriva al piccolo chiostro detto dei Silvestrini, originario del complesso trecentesco. Ha logge sui tre lati, che presentano i caratteristici pilastri ottagonali e capitelli a foglie d'acanto.

Il percorso museale: primo piano[modifica | modifica sorgente]

Al primo piano si trovavano le celle dove dormivano i monaci e la biblioteca. Michelozzo creò ampie superfici parietali lisce, suscettibili di essere dipinte ad affresco, alla cui decorazione lavorò l'Angelico e il suo team dal 1438 al 1446 circa. Il risultato fu la più estesa decorazione pittorica mai immaginata fino ad allora per un convento. Gli interventi procedettero organicamente, e compresero, nel complesso, gli spazi collettivi e quelli privati di ciascuna cella. Ispiratore di tale scelta fu probabilmente Antonino Pierozzi, priore del convento dal 1439 al 1444 e successivamente vescovo di Firenze. Egli considerava la pittura uno straordinario mezzo educativo e di catechesi, che poteva aiutare enormemente la meditazione[2].

Le quarantacinque celle sono disposte lungo tre corridoi, dei quali due hanno celle sue entrambi i lati, mentre il terzo (quello verso la piazza) solo sul lato nord. Nelle celle è conservato un ciclo affrescato senza pari, composto da una serie di quarantatré lunette o riquadri affrescati dal Beato Angelico e aiuti con le Storie di Cristo (1442-1445), che dovevano ispirare i monaci nella preghiera; per questo le scene più che descrivere più o meno realisticamente gli avvenimenti, sono attente a dare piuttosto spunti meditativi e di contemplazione. Il maestro vi lavorò probabilmente fino al 1444, quando venne chiamato a Roma per affrescare la basilica di San Pietro e il Palazzo del Vaticano.

Molto si è scritto circa l'autografia dell'Angelico per un complesso di decorazioni di così ampia portata, realizzato in tempi relativamente brevi. Gli affreschi del piano terra vengono concordemente attribuiti all'Angelico, in toto o in parte. Più incerta e discussa è l'attribuzione dei quarantatré affreschi delle celle e dei tre dei corridoio del primo piano. Se i contemporanei come Giuliano Lapaccini attribuiscono tutti gli affreschi all'Angelico, oggi, per un mero calcolo pratico del tempo necessario a un individuo per portare a termine un'opera del genere e per studi stilistici che evidenziano tre o quattro mani diverse, si tende a attribuire all'Angelico l'intera sovrintendenza della decorazione ma l'autografia di solo un ristretto numero di affreschi, mentre gli altri vennero dipinti su suo cartone o nel suo stile da allievi, tra cui Benozzo Gozzoli.

Gli affreschi sono di proporzioni relativamente grandi in ciascuna cella ed occupano sempre la parete opposta alla porta, accanto alla finestra; è stato osservato che così ciascuna parete dispone di un'apertura sul mondo fisico e di una sul mondo spirituale. Gli affreschi non vanno letti come decorazioni, ma come aiuto alla meditazione, e costituiscono un vero e proprio esercizio spirituale, soprattutto quelli autografi dell'Angelico, che spiccano per semplicità.

Gli affreschi di San Marco non furono solo una pietra miliare dell'arte rinascimentale, ma sono anche i più famosi e amati del Beato Angelico. La loro forza deriva, almeno in parte, dall'assoluta armonia e semplicità, che consente di trascendere lo scopo immediato per il quale furono dipinti, e cioè quello della devota contemplazione fornendo spunti appropriati alla meditazione religiosa. Gli affreschi segnarono così una nuova fase dell'arte dell'Angelico, caratterizzata da una parsimonia nelle composizioni e da un rigore formale mai usati prima, frutto della raggiunta maturità espressiva dell'artista. I fatti evangelici vengono così letti con un'efficacia maggiore che in passato, scevra da distrazioni decorative superflue e adeguata più che mai alla concretezza narrativa e psicologica delle grandi opere di Masaccio. Le figure sono poche e diafani, gli sfondi deserti oppure composti da architetture nitide inondate di luce e spazio, arrivando a toccare vertici di trascendenza. Le figure appaiono semplificate e alleggerite, la cromia più tenue e spenta. In tali contesti la forte plasticità di forma e colore, derivata da Masaccio, crea per contrasto un senso di viva astrazione. Spesso nelle scene compaiono santi domenicani come testimoni, che attualizzavano l'episodio sacro inserendolo nella gamma dei principi dell'Ordine.

Tutti gli affreschi vennero restaurati tra il 1976 e il 1983, quando vennero anche ridipinte le semplici cornici.

L'Annunciazione[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Annunciazione del corridoio Nord.

Davanti alle scale si trova il bellissimo affresco dell'Annunciazione, databile tra il 1440 e il 1450 circa, una delle opere più famose del maestro ed uno dei migliori esiti in assoluto su questo soggetto. Il pittore vi usò la preziosa azzurrite e mise anche inserti in oro. Notevole è la monumentalità delle figure, isolate nello schema prospettico del porticato, con un forte senso di silenziosa spiritualità.

L'Angelico dipinse questo stesso tema in altre famose opere: una al Museo del Prado, una a Cortona e una presso San Giovanni Valdarno.

Il Crocifisso di San Domenico[modifica | modifica sorgente]

Un altro grande affresco si trova sul lato opposto nel corridoio e raffigura il Crocifisso che stilla sangue, ai piedi del quale è raffigurato san Domenico. Il particolare del sangue, che può apparire un dettaglio grottesco, è in realtà un preciso elemento simbolico: versato dal Cristo irrora l'umanità per redimerla. L'opera viene in genere ritenuta di un collaboratore dell'Angelico.

Il primo corridoio (est)[modifica | modifica sorgente]

Il primo corridoio è quello che si incontra proseguendo a dritto dopo le scale, nelle cui celle ha inizio il ciclo affrescato. Fu il primo infatti ad essere edificato e decorato. Le lunette presentano soprattutto Scene della vita di Cristo, ma non seguono una progressione naturale.

Celle di sinistra (da nord)
  1. Noli me tangere, dell'Angelico.
  2. Compianto sul corpo di Cristo, con san Domenico con l'attributo della stella; l'opera è solitamente attribuita al Maestro della cella 2, con piccoli interventi sulle figure dell'Angelico. La scena è impaginata con più punti di fuga.
  3. Annunciazione, dell'Angelico, dalla felice composizione, improntata ad un semplice ma efficacissimo rigore; a sinistra è raffigurato san Pietro Martire.
  4. Crocifissione alla presenza dei Santi Domenico e Girolamo, attribuita al Maestro della cella 2; dal fondo scuro a imitazione dell'azzurro, non usato nelle celle dei monaci per l'altissimo costo del pigmento.
  5. Adorazione del Bambino, con santa Caterina d'Alessandria e san Pietro martire, attribuita al Maestro della cella 2; il bue e l'asinello sono elementi mutuati dal vangelo apocrifo dello Pseudo Matteo, a sua volta derivati da un errore interpretativo dei libri di Isaia e Abacuc; gli angeli sulla capanna sono opera di bottega.
  6. Trasfigurazione, dell'Angelico, una delle opere migliori del ciclo; ambientata sul monte Tabor vi sono raffigurati, attorno al Cristo nell'aurea ovale di luce (l'amigdala di tradizione paleocristiana e bizantina), gli apostoli Pietro (con le braccia alzate), Giacomo e Giovanni (vestiti di bianco) e i profeti Mosè (a sinistra) e Elia (a destra), oltre ai profili della Madonna e di San Domenico.
  7. Cristo deriso, dell'Angelico, con la Vergine (di mano di un collaboratore) e san Domenico.
  8. Cristo risorto con le pie donne al sepolcro, attribuita al Maestro della cella 2.
  9. Incoronazione della Vergine, dell'Angelico, scena tra le meglio riuscite, con un andamento a cerchi concentrici delle teorie teologiche medievali. Vi sono raffigurati (da sinistra) i santi Tommaso, Benedetto, Domenico, Francesco, Pietro Martire e Paolo.
  10. Presentazione al Tempio, con (in ginocchio) san Pietro Martire e la Beata Villana, dell'Angelico.
  11. Cella connessa alla precedente tramite un arco, presenta la Madonna con Bambino tra i Santi Agostino (o Zanobi) e Tommaso, attribuita al Maestro della cella 2 e forse un altro collaboratore.
Celle di destra

Le nove celle di destra erano affacciate sul chiostro. La loro numerazione segue quella delle celle dopo il corridoio sud.

  1. Crocifisso adorato da san Domenico.
  2. Crocifisso con la Vergine, di mano di un collaboratore, iconograficamente non appartenente alle storie cristologiche.
  3. Crocifisso con la Vergine, san Domenico e angeli, di alta qualità pittorica, iconograficamente non appartenente alle storie cristologiche.
  4. Battesimo di Cristo, attribuito al Maestro della cella 2.
  5. Crocifissione con la Vergine, la Maddalena e San Domenico, iconograficamente non appartenente alle storie cristologiche; solo il san Domenico, oltre al disegno generale, sembra di mano del maestro, il resto è attribuito al Maestro della cella 2.
  6. Cristo in pietà tra la Vergine e San Domenico (o San Tommaso), attribuito al Maestro della cella 2.
  7. Flagellazione con la Vergine e San Domenico, attribuito al Maestro della cella 2.
  8. Cristo portacroce, dall'efficace composizione e realizzazione, di un altro collaboratore .
  9. Cristo crocifisso tra la Vergine e san Pietro Martire, di Benozzo Gozzoli.
  10. Cristo crocifisso tra la Vergine e san Pietro Martire.

La Madonna delle Ombre[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Madonna delle Ombre.

Questo affresco si trova nel corridoio tra la cella 24 e 25. Rappresenta la Madonna col Bambino in trono affiancata dai santi Domenico, Cosma e Damiano, Marco, Giovanni Evangelista, Tommaso d'Aquino, Lorenzo e Pietro Martire.

Venne dipinto dopo il 1450 (quindi è un'opera della tarda maturità dell'artista) ed è a tecnica mista: a fresco per lo sfondo e a secco per le figure; per questo l'uso del disegno è quasi nullo e la resa dei personaggi è affidata quindi alla stesura diretta dei colori.

Il corridoio Sud[modifica | modifica sorgente]

Queste celle, affacciate sul chiostro, erano destinate ai novizi e hanno decorazioni di qualità di gran lunga inferiori delle celle che danno sull'esterno. Spesso contengono dipinti del Crocifisso adorato da san Domenico, ripresi dai modelli del Calvario nel chiostro e del Crocifisso nel corridoio. Questi affreschi sono attribuiti alla mano di un unico collaboratore, di livello di bravura medio.

In fondo al braccio sud si trovano le celle abitate dai novizi, mentre in fondo si trova il quartiere del priore (tre celle collegate), dove visse anche Girolamo Savonarola.

Le sette celle successive erano usate dai novizi (il cosiddetto "giovanato") e sono decorate da affreschi quasi identici di san Domenico in adorazione del Crocifisso, delle bottega dell'Angelico e di sapore didattico-devozionale. Alcuni ritengono che in queste opere mosse i suoi primi passi l'allievo più famoso dell'Angelico, Benozzo Gozzoli.

Nella cella prima di quelle dell'abate è conservato lo stendardo processionale, di Beato Angelico o della sua bottega, oggi molto scuro e compromesso.

In fondo le celle del priore sono dedicate alla memoria di Savonarola, con ritratti, tre affreschi di fra' Bartolomeo (due Madonne col Bambino e una Cena in Emmaus) e un monumento scolpito da Giovanni Duprè del 1873; nelle sale successive sono esposti lo scrittoio con libri usati dal frate e nell'ultima alcune reliquie, in una teca sormontata dal celebre dipinto del Martirio del Savonarola, ambientato in piazza della Signoria.

  1. Cella di Savonarola, senza affreschi
  2. Cella di Savonarola, senza affreschi
  3. Cella di Savonarola, senza affreschi
  4. Crocifisso adorato da san Domenico, contiene anche lo standardo processionale
  5. Crocifisso adorato da san Domenico
  6. Crocifisso adorato da san Domenico
  7. Crocifisso adorato da san Domenico
  8. Crocifisso adorato da san Domenico
  9. Crocifisso adorato da san Domenico
  10. Crocifisso adorato da san Domenico

Il corridoio Nord[modifica | modifica sorgente]

Celle di sinistra (da est)
  1. Cristo al Limbo, di un collaboratore, da alcuni indicato come il Gozzoli; secondo la tradizione questa cella fu abitata da Sant'Antonino Pierozzi e qui si trova il suo sarcofago (le spoglie sono nella Cappella Salviati in San Marco).
  2. Cella composta da due ambienti con Sermone della montagna e Tentazione di Cristo (quest'ultimo forse di mano del Gozzoli).
  3. Cella doppia con Tradimento di Giuda e Ingresso a Gerusalemme; il primo è di qualità molto fine, forse del Gozzoli, il secondo più rozzo.
  4. Orazione nell'Orto, con l'aggiunta delle sorelle Maria e Marta; forse la scena è di mano del Gozzoli.
  5. Istituzione dell'Eucarestia, realizzata da mani diverse.
  6. Crocifissione con Longino, due sacerdoti ebrei, la Vergine e la Maddalena.
  7. Crocifissione con la Madonna e i santi Domenico e Tommaso (cella doppia).
Celle di destra (da ovest)
  1. Le due celle in fondo al corridoio, interconnesse, erano ad appannaggio di Cosimo il Vecchio quando si recava nel convento per la preghiera e gli esercizi spirituali. Qui risiedettero anche ospiti di spicco del convento, come papa Eugenio IV. L'anticamera ha una nicchia passavivande e presenta la Crocefissione coi santi Cosma e Damiano.
  2. La cella di Cosimo vera e propria, raggiungibile con qualche scalino, è decorata da una grande lunetta con l'Adorazione dei Magi, dell'Angelico con collaboratori tra cui il Gozzoli.
  3. Crocefissione, molto rovinata dalla luce.
  4. Crocefissione, molto rovinata dalla luce.
  5. Crocefissione.
  6. Crocefissione.
  7. Crocifisso con san Marco (?), un centurione, san Domenico e le pie donne Maria e Marta, di eccellente qualità che denota la mano del maestro, riferibile alla tarda maturità (post 1450).

Su questo lato, al centro, si apre la biblioteca.

La biblioteca di Michelozzo[modifica | modifica sorgente]

Sul lato destro del terzo corridoio si apre l'antica biblioteca costruita da Michelozzo per volere esplicito di Cosimo de' Medici, con un'ariosa struttura ben illuminata che facilitasse la lettura e lo studio. Per progettarla Michelozzo depurò al massimo il linguaggio umanistico, in sincronia con le esigenze di austerità dell'ordine, pur senza rinunciare a un'impostazione classica[2]. L'aula di lettura è composta da un ambiente lungo 45 metri con un doppio colonnato di snelle colonne ioniche, che delimita tre navate coperte ai lati da volte a crociera e al centro da volta a botte, sostenute anche da tiranti in ferro. Archi, colonne, peducci e cornici sono in grigia pietra serena, derivata dall'esempio di Brunelleschi. La luce proveniva un tempo dalle finestre su entrambi i lati, riducendo al minimo le ombre, che si addensavano così naturalmente verso i pochi elementi decorativi, cioè i capitelli e i peducci[2]. Tra le più celebrate creazioni del Rinascimento, l'Argan la definì come «uscita da un quadro dell'Angelico» e caratterizzata dal «ripetersi invariato, impeccabilmente "logico" degli archi e delle colonne».

Promossa dal Bracciolini e realizzata dopo l'acquisto da parte della famiglia Medici delle biblioteche private del Salutati e del Niccoli (Medicea publica), ancora oggi custodisce una cospicua quantità di preziosi codici miniati (ben 115) che vengono esposti a rotazione. Sebbene la gran parte dei libri più preziosi (molti risalenti all'epoca di Cosimo il Vecchio e commissionati appositamente per questo convento) sia stata trasferita alla Biblioteca Mediceo Laurenziana in seguito alla soppressione del convento nei primi anni del XIX secolo, la Biblioteca conventuale custodisce ancora una raccolta di opere di teologia e filosofia e comprende anche una parte della biblioteca di Giorgio La Pira. I codici non esposti sono conservati nella sala delle Greche, attigua e visitabile solo previa richiesta scritta, dove sono presenti alcuni armadi che ospitano anche le collezioni di maioliche antiche. Tra i codici, particolarmente pregiato è il Messale 558 miniato da Beato Angelico forse per il convento di San Domenico di Fiesole. Altri miniatori qui rappresentati sono il Maestro delle Effigi Domenicane, Bartolomeo di Fruosino, Zanobi Strozzi, Monte di Giovanni, Domenico Ghirlandaio, Giovanni Boccardi, ecc.

In questo ambiente sono allestite anche esibizioni temporanee.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Angelico ritrovato
  2. ^ a b c De Vecchi-Cerchiari, cit. pag. 71

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Guida d'Italia, Firenze e provincia ("Guida Rossa"), Edizioni Touring Club Italiano, Milano 2007.
  • Le grandi città d'Europa. Firenze, Touring Club Italiano, Milano 2002.
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0
  • Giorgio Batini, Firenze curiosa, Bonechi Editore, Firenze 1972.

Sul cenacolo[modifica | modifica sorgente]

  • C. Acidini Luchinat e R. C. Proto Pisani (a cura di), La tradizione fiorentina dei Cenacoli, Calenzano (Fi), Scala, 1997, pp. 139 - 143.

Sulla biblioteca[modifica | modifica sorgente]

  • Enzo Bottasso, Storia della biblioteca in Italia, Milano, Editrice Bibliografica, 1984, p.15-16 ISBN 88-7075-095-7

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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