Catarismo

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Il catarismo (forse dal greco καθαροί [katharòi] = «puri») costituì un movimento ereticale diffuso in Europa tra il XII e il XIV secolo.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Il termine deriva forse dal greco katharos ("puro"), con il quale si autodefinirono per primi i seguaci del vescovo Novaziano elettosi antipapa nel 251; per questa ragione il termine katharoi fu citato per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa Cristiana nei canoni del Concilio di Nicea del 325.

Una diversa etimologia del termine "catari", proposta per la prima volta dal teologo Alano di Lilla (1200 circa), sostiene che il termine derivi sia dal greco katha (spurgo), perché "trasudano tutti i loro vizi", sia dal latino catus (gatto), perché "si dice che adorino il diavolo sotto le sembianze di un gatto".[1]

Con la definizione di càtari, detti anche albigesi (dal nome della cittadina francese di Albi), furono successivamente designate le persone coinvolte nel sostegno culturale o religioso del movimento ereticale sorto intorno al XII secolo in Occitania.

Le dottrine càtare vennero condannate come eretiche dalla Chiesa romana, prima ancora che essa, dopo il Concilio di Trento potesse definirsi Chiesa cattolica. I catari non furono duramente combattuti, come si crede generalmente, da Bernardo di Chiaravalle, il quale creò proprio per loro i "conversi", corpo laico all'interno dei monasteri cistercensi, nei quali essi potevano esprimersi nelle loro pratiche religiose. Egli guardava a loro con interesse: sebbene la loro predicazione non fosse accettabile da parte della Chiesa, il loro modo di vivere era encomiabile, fondato sull'esercizio di povertà, umiltà e carità. Era questo il fondamento della facile diffusione dell'eresia, poiché era più vicino alla povera gente di quanto non lo fossero gli alti prelati con le loro sottili discussioni teologiche.[senza fonte]

Fu proprio per contenere l'estendersi del fenomeno cataro che, dopo infruttuosi tentativi da parte di alcuni legati papali, Domenico di Guzmán concepì un nuovo modo di predicazione: per combattere i Càtari bisognava usare i loro stessi principii, vale a dire, oltre alla predicazione, operare in povertà, umiltà e carità. Questa nuova formula portò Domenico, dieci anni più tardi, alla fondazione dell'ordine domenicano.

Data l'inefficacia di questi interventi di tipo non violento, il papa Innocenzo III bandì contro di essi nel 1208 una vera e propria crociata, la prima indetta da cristiani contro cristiani. L'errore fu, per i catari, riunirsi in chiese alla pari della chiesa di Roma. Nonostante questo, nel 1229 i catari dovettero istituire un quinto vescovado, dato l'aumento numerico dei fedeli. Per rimediare all'inefficacia religiosa della crociata e per debellare l'eresia catara fu appositamente creato da papa Gregorio IX il Tribunale dell'Inquisizione, che impiegò settant'anni ad estirpare il catarismo dal sud della Francia.

La dottrina dualistica degli albigesi[modifica | modifica sorgente]

I catari cacciati da Carcassonne nel 1209

I catari diffusero nel basso medioevo, e in particolare tra il 1150 e il 1250, un'eresia dualista che si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo tra materia e spirito. La dottrina catara fu erroneamente assimilata al suo apparire a quella del manicheismo e dei bogomili dei Balcani: con questi ultimi tuttavia aveva molti punti in comune. Le derivazioni gnostiche, manichee[2], pauliciane e bogomile dei catari erano forse giunte fino in Europa all'inizio del XII secolo, tramite l'impero bizantino e i Balcani o tramite i crociati e i pellegrini che tornavano dalla Terra Santa: i fedeli catari erano infatti detti anche "bulgari".

Alcune similitudini con il movimento patarino (che lottò per una Chiesa di poveri ed uguali) fecero sì che i due movimenti finissero per essere confusi nell'opinione pubblica[2].

Appoggiandosi ad alcuni passi del Vangelo, in particolare quelli in cui Gesù sottolinea l'irriducibile opposizione tra il Suo regno celeste e il regno di questo mondo, i Càtari rifiutavano in toto i beni materiali e tutte le espressioni della carne. Professavano un dualismo in base al quale il re d'amore (Dio) e il re del male (Rex mundi) rivaleggiavano a pari dignità per il dominio delle anime umane; secondo i Càtari, Gesù avrebbe avuto solo in apparenza un corpo mortale (docetismo). Essi svilupparono così alcune opposizioni irriducibili, tra Spirito e Materia, tra Luce e Tenebra, tra Bene e Male, all'interno delle quali tutto il creato diventava una sorta di grande tranello di Satana (una sorta di Anti-Dio diverso dalla concezione cristiana) nel quale il Maligno irretiva lo spirito umano contro le sue inclinazioni rette, verso lo Spirito e verso il Tutto. Lo stesso Dio-creatore dell'Antico Testamento corrispondeva al Dio malvagio, a Satana.

La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del Male comportava il rifiuto del battesimo d'acqua, dell'Eucarestia, ma anche del matrimonio, suggello dell'unione carnale, genitrice dei corpi materiali - prigione dell'anima. L'atto sessuale era infatti visto come un errore, soprattutto in quanto responsabile della procreazione, cioè della creazione di una nuova prigionia per un altro spirito. Allo stesso modo era rifiutato ogni alimento originato da un atto sessuale (carni di animali a sangue caldo, latte, uova), ad eccezione del pesce, di cui in epoca medievale non era ancora conosciuta la riproduzione sessuale. Era proibito quindi collaborare in qualsiasi modo al piano di Satana. La vittoria massima del Bene contro il Male era la morte, che liberava lo spirito dalla materia, e la perfezione per il càtaro era raggiunta quando egli si lasciava morire di fame (endura)[3].

Pur convinti della divinità di Cristo, gli albigesi sostenevano che Egli fosse apparso sulla Terra come un angelo (un "eone" emanato dal Dio e dalla Luce) di sembianze umane (di natura angelica era considerata anche Maria) e accusavano la Chiesa cattolica di essere al servizio di Satana, perché corrotta e attaccata ai beni materiali.

Credendo nella deviazione dalla vera fede della Chiesa di Roma, i Càtari crearono una propria istituzione ecclesiastica, parallela a quella ufficiale presente sul territorio.

Struttura e aspetti liturgici[modifica | modifica sorgente]

La propaganda catara ebbe una forte presa tra i ceti più umili, gli stessi che avevano fatto la forza dei patarini. Essi sfruttarono il clima di delusione seguito alla riforma gregoriana, che aveva mancato di riformare la Chiesa secondo la povertà predicata da Cristo e ritenuta tipica del cristianesimo delle origini.

Le comunità di fedeli erano divise in "credenti" (simpatizzanti, non tenuti ad applicare tutte le norme della disciplina catara), che si chiamavano «Buoni Uomini», «Buone Donne» o «Buoni Cristiani» e quelli che per l'Inquisizione erano i "perfetti", coloro cioè che praticavano la rinuncia ad ogni proprietà e vivevano unicamente di elemosina. Gli unici che potevano rivolgersi a Dio con la preghiera erano i perfetti, mentre i semplici credenti potevano sperare di divenire perfetti con un lungo cammino di iniziazione, seguito dalla comunicazione dello Spirito Santo, il consolamentum, mediante l'imposizione delle mani. Questo era uno dei pochi Sacramenti càtari, tra cui una sorta di confessione collettiva periodica.

L'Uomo e la Donna costituiscono l'Essere Umano. Questo era il pensiero che animava la comunità catara e si rispecchia nel fatto che i cosiddetti "perfetti" potevano essere sia uomo che donna.

Tra i perfetti esisteva comunque una gerarchia facente capo ai vari vescovi di ogni provincia (assistiti da coloro che venivano detti il "Figlio Maggiore" e il "Figlio Minore") e ai vari diaconi delle comunità catare.

Dal punto di vista dell'organizzazione sociale:

« La proprietà privata era rifiutata come elemento del mondo materiale. I "perfetti" non potevano avere alcuna proprietà individuale. I catari godevano di una certa influenza negli ambienti più diversi, anche in quelli più elevati. Si narra che il conte Raimondo VI di Tolosa tenesse al suo seguito alcuni catari, dissimulati tra gli altri cortigiani, perché in caso di morte improvvisa gli potessero impartire la loro benedizione. »
(Tratto dal Capitolo II "Il socialismo nelle eresie", pp. 36-43, del volume "Il Socialismo come fenomeno storico mondiale", di Igor Safarevic, presentazione di Aleksandr Isaevič Solženicyn, La Casa di Matriona, Milano 1980)

Spesso essi sfidavano a contraddittorio i preti cristiani, battendoli non tanto sul piano teologico quanto sul modello di vita seguito, manifestando per questo una forte presa sui ceti popolari. Agli occhi del popolo il confronto tra castità e santità di vita dei catari rispetto all'organizzazione ecclesiastica tradizionale era sempre a favore dei primi, in quanto il clero comune, oltre a non essere un esempio di santità, ispirava paura e antipatia; niente di meglio degli abusi del clero per incoraggiare l'eresia.

Crociata contro gli albigesi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Crociata albigese.

Inizialmente la gerarchia ecclesiastica tollerò l'eresia, cercando di contrastarla con i dibattiti e l'educazione catechistica. I primi atti di repressione violenta furono invece praticati dal potere politico (re e feudatari) che tentarono di bloccare la diffusione dell'eresia che scardinava le basi sociali (famiglia e società civile) oltre che punire gli eretici violenti che devastavano chiese e monasteri creando disordini sociale. Il re di Francia Roberto il Pio fu il primo sovrano a condannare a morte dei catari responsabili di violenze nel 1017. Pochi anni dopo l'imperatore Enrico III fece impiccare alcuni eretici catari. Nei Paesi Bassi un tale Tanchelmo di idee catare si circondò di tremila proseliti e portò scompiglio e devastazione in tutta la regione; la repressione condotta dal duca di Lorena fu terribile e altrettanto violenta.[senza fonte]

Il catarismo si diffuse in vaste regioni della Francia meridionale e dell'Italia settentrionale, con punte di elevata densità nella Linguadoca, nella Provenza e nella Lombardia. Nel terzo Concilio Lateranense, convocato da papa Alessandro III a Roma nel marzo 1179, venne condannato il catarismo; i Catari e i loro protettori furono colpiti da anatema, i loro beni confiscati e si invitarono i principi secolari a porre gli eretici nella debita soggezione, disponendo inoltre un'indulgenza biennale, o più ampia a discrezione dei vescovi, a beneficio di coloro che prendevano le armi contro i Catari, accusati di professare dottrine eterodosse e di sovversione sociale[4]: «Ora in Guascogna, ad Albi, nella regione di Tolosa e in altri luoghi la maledetta perversità degli eretici, chiamati da alcuni Catari, da altri Patarini, Pubblicani e in altri modi ancora, ha talmente preso piede, che ormai non professano in segreto, come alcuni, la loro malvagia dottrina, ma proclamano pubblicamente il loro errore e si conquistano dei seguaci tra i semplici i deboli; ordiniamo che essi, i loro difensori e i loro protettori siano colpiti da anatema, proibiamo a chiunque di accoglierli nella propria casa o nelle proprie terre, di aiutarli di esercitare con essi il commercio. Se poi morissero con questo peccato, nessuno potrà richiamarsi a privilegi concessi da noi o invocare qualche indulto per offrire la messa in loro suffragio o ammetterli alla sepoltura cristiana»[4]. Dopo l'elezione al soglio pontificio di Innocenzo III, nel 1198, la Chiesa reagì con decisione, in modo violento e repressivo, all'eresia. Il Pontefice intervenne anche in Italia, ma soprattutto in Linguadoca.

Nel 1200 affidò ad un legato di sua fiducia, Raniero da Ponza, la missione speciale della predica contro gli eretici nella Francia meridionale[5], nella Contea di Tolosa (catari albigesi in Linguadoca e Provenza[6]), incaricandolo di procedere contro i ribelli con la scomunica e l'interdetto, ma con la possibilità di sciogliere dalla condanna i pentiti. Il Pontefice nutriva ancora la speranza di ottenere risultati positivi mediante l'intervento di questo cistercense, che aveva conosciuto direttamente il tormento e l'angoscia che hanno caratterizzato i movimenti ereticali e di rinnovamento. Raniero intervenne, ricorrendo a dure sanzioni: scomunica, esilio, confisca dei beni. Ma i Catari non si lasciarono convincere e persistettero nelle loro tesi gnostiche manichee, rifiutando ancora decisamente l'interpretazione cattolica delle scritture, i sacramenti ecclesiastici, la gerarchia e l'intero apparato dogmatico, rituale e organizzativo della Chiesa romana.

Innocenzo III inviò ancora invano, nel 1203, dei legati pontifici, con il compito di combattere l'eresia.
Quando Innocenzo III comprese che solo con la predicazione non avrebbe risolto il problema, per estirpare il movimento càtaro dai territori della Linguadoca e della Provenza, nel 1208 indisse la crociata contro gli albigesi, che assunse la forma di un vero e proprio genocidio e terminò nel 1229 con la sconfitta dei catari, con strascichi che si protrassero fino al 1244 con la caduta della roccaforte catara di Montsegur.

I massacri[modifica | modifica sorgente]

Nello scontro tra eretici e anti-eretici si giunse a gravi fatti di sangue. Entrambi gli schieramenti furono responsabili di atroci violenze, che perpetuavano e accrescevano l'odio reciproco. Le forze anti-eretiche ebbero il sopravvento e si giunse a vere e proprie stragi avvenute nel sud della Francia nei confronti delle popolazioni catare. Si ricordano - fra le tante - la strage di Béziers, dove furono massacrate circa 20.000 persone (questi i numeri stimati dai legati papali, tuttavia gli stessi crociati, al loro rientro dal massacro, stimarono di aver sterminato "almeno un milione di persone" in tutto.[7]), sia cattolici che catari, uomini, donne, bambini, anziani, e il massacro di Marmande nel 1219, descritto così nella Canzone della crociata albigese:

« Corsero nella città [le armate dei Cattolici], agitando spade affilate, e fu allora che cominciarono il massacro e lo spaventoso macello. Uomini e donne, baroni, dame, bimbi in fasce vennero tutti spogliati e depredati e passati a fil di spada. Il terreno era coperto di sangue, cervella, frammenti di carne, tronchi senza arti, braccia e gambe mozzate, corpi squartati o sfondati, fegati e cuori tagliati a pezzi o spiaccicati. Era come se fossero piovuti dal cielo. Il sangue scorreva dappertutto per le strade, nei campi, sulla riva del fiume. »

Il cronista cistercense Cesario di Heisterbach riporta[8] che - durante il massacro di Béziers - dei Catari trovarono rifugio con dei Cattolici in una chiesa. Il legato pontificio Arnaud Amaury, non potendo distinguere gli eretici ma risoluto a non porre fine al massacro, ordinò quindi:

(LA)
« Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius »
(IT)
« "Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi »
([9]")

Recentemente il saggista Vittorio Messori ha proposto una differente lettura dei fatti, riducendone l'effettiva dimensione e contestualizzandoli all'interno dei rapporti intercorsi tra i Catari e la Chiesa di Roma[10]. Tale presa di posizione ha innescato una querelle con il filologo Francesco Zambon[11][12]. Anche in Italia si verificarono uccisioni di Catari, a Concorezzo.[13]

I luoghi dei Catari[modifica | modifica sorgente]

Le vie dei castelli catari
Château d'Arques

Verso la fine del XI secolo si diffusero nelle regioni della Linguadoca-Rossiglione, dove insediarono delle chiese, ad Albi, Carcassonne e Tolosa; quest'ultima si fece promotrice anche di un importante Concilio cataro, a Saint-Félix de Lauragais. Principali castelli catari nel Linguadoca-Rossiglione erano Montsegur, Puivert, Puilaurens, Queribus, Peyrepertuse e Lastours. È bene precisare che i ruderi dei castelli a noi pervenuti non appartengono alle originali costruzioni catare, ma sono ricostruzioni, ampiamente rimaneggiate, effettuate dalla Corona di Francia dopo il 1250 per difendere la zona dei Pirenei da possibili sconfinamenti dei regni spagnoli limitrofi.

Alla fine del XII secolo la Francia non era la compagine statale che è attualmente: numerose regioni appartenevano all'Inghilterra, la Bretagna era un reame autonomo, la Provenza faceva parte del Sacro Romano Impero Germanico. Parte delle regioni nelle quali era diffusa la lingua occitana costituiva un insieme di feudi autonomi che per alcuni decenni (fra il XII e il XIII secolo) integrarono, insieme ai territori d'Aragona, uno stato economicamente prospero e forte, guidato dal re Pietro II d'Aragona e appoggiato dalla Santa Sede nella persona di papa Innocenzo III.

La prematura scomparsa di Pietro, caduto in battaglia nel 1213 alle porte di Tolosa dove si era schierato per difendere la Linguadoca assediata dai crociati, segnò l'apice della parabola del catarismo.

Il catarismo era diffuso anche a Firenze e nell'Italia settentrionale, dove nel '200, oltre a Treviso, aveva i suoi centri principali in Lombardia e in particolare a Concorezzo, Desenzano del Garda e Bagnolo San Vito (Mantova), ma anche a Viterbo, a Rimini ed Orvieto. Già nel 1028, l'arcivescovo di Milano catturò un'intera comunità eretica dualistica arroccatasi nelle Langhe, a Monforte d'Alba.
Nel 1198, Innocenzo III dette istruzioni al suo legato in Lombardia di far prestare giuramento agli ufficiali municipali che non avrebbero ammesso eretici alle cariche pubbliche.
A Orvieto, nel 1199, il papa inviò come podestà un giovane nobile romano, Pietro Parenzo, gradito ai cattolici; ma la comunità catara non lo accettò e lo aggredì, lo trascinò fuori dalle mura e lo picchiò a morte. I Catari erano presenti anche a Piacenza, dove, nell'anno 1230, il podestà Raimondo Zoccola fu autore di una feroce repressione contro di questi, condannandone numerosi al rogo.
A Viterbo, gli eretici, oltre che essere esclusi dalle cariche pubbliche non potevano fare testamento né ereditare e quindi i beni temporali degli eretici dovevano passare nelle mani della Chiesa. Queste istruzioni però vennero disattese sino a quando Innocenzo IV, nel 1270, si recò personalmente in città: i maggiorenti catari furono costretti ad abbandonare la città, i loro beni furono confiscati e le loro case demolite.
La comunità catara lombarda, assediata a Sirmione, venne liquidata con un rogo collettivo nel 1279 all'arena di Verona.[14]

Il catarismo era diffuso anche nei Balcani specialmente in Bosnia e Dalmazia. Il bano Kulin, vassallo del re d'Ungheria, Emerico, si convertì al catarismo verso la fine del XII secolo. Nel 1200 papa Innocenzo III fece pressione su Emerico affinché ordinasse a Kulin di perseguitare gli eretici ed in caso di rifiuto prendesse possesso dei domini di Kulin. Benché Kulin si fosse arreso, nel 1202, ad una missione papale, il catarismo, come avrebbe in seguito riconosciuto papa Onorio III, non venne estirpato tra gli slavi del sud.

Poesia e catarismo[modifica | modifica sorgente]

Come molte fonti storiche testimoniano, e come molti studiosi della poesia trovadorica e del movimento cataro scrivono[15], vi è una perfetta coincidenza cronologica e geografica fra la diffusione della poesia trobadorica e quella della religione catara. Ciò avviene in un'area geografica che comprende la Linguadoca, parte del Quercy, del Limosino e del Perigord, l’intera regione dei Pirenei e le terre di Minerve, dove appunto trovatori e trovatrici, sacerdotesse e sacerdoti catari, vissero nelle stesse corti, nelle stesse città.

Uno dei più conosciuti e famosi trovatori, Peire Vidal, ci racconta appunto che le più belle dame appartenenti alla società raffinata dell'Amor cortese vivevano là dove l'eresia catara aveva il suo epicentro, e loro stesse erano interessate all'eresia. E possiamo parlare ad esempio del borgo di Fanjeaux che Peire Vidal descrive come un “paradiso cortese” nel suo poema Mos cors s’alegr’e s’ejau, uno dei più importanti centri dell'eresia catara. Peire Vidal lo troviamo ancora nei castelli di Lastours, a Cabaret soprattutto, dove si era innamorato follemente di Louba, là cioè dove sacerdotesse e sacerdoti catari vivevano e predicavano liberamente e dai signori di quei feudi erano protetti e aiutati nell'organizzare case di insegnamento cataro. Ma esistono luoghi ancora più conosciuti in cui trovatori e catari si trovavano a percorrere le stesse strade e a frequentare gli stessi palazzi o castelli, come nelle città di Tolosa, Carcassonne, Foix. A Tolosa Raimon VI signore della Contea, uomo erudito e amante della poesia, venne persino scomunicato per la sua simpatia e protezione del movimento cataro. A volte nobiluomini ospitavano i trovatori e proteggevano i catari, e spesso accadeva a costoro che la propria figlia, o la propria madre, o ancor di più la propria moglie abbracciasse la fede catara fino al divenire essa stessa sacerdotessa: È il caso della contessa di Foix, Philippa, divenuta sacerdotessa, o quello della figlia, della madre e della moglie di Pierre Rogier de Mirepoix,.

Tra i vari castelli che ospitarono trovatori di grande fama, come Vidal, Gui de Cavallion, Daniel, Peire Raimon, de Peguilhan, e al tempo stesso ospitarono, proteggendoli, sacerdoti catari, spiccava il castello di Puivert, il più noto dal punto di vista delle feste musicali.

Ciò che cantavano i trovatori era l'amore cortese, ossia un amore sensuale e spesso erotico, un amore sempre adulterino, non era affine in un certo senso a ciò che predicavano i sacerdoti catari, ovvero l’amore verso il Dio della Luce, il Dio Buono: i due mondi mai coincidevano ma, al tempo stesso, spesso si intrecciavano anche se, come suggerirono Simone Weil e Déodat Roché, nelle poesie trobadoriche potrebbe essere rintracciata un’ispirazione di matrice platonica, tipica di un poetare mistico e collegato alla religione catara. Nel momento in cui la Chiesa di Roma attaccò militarmente le ricche terre dell'Occitania, non solo per distruggere l'eresia catara, ma anche per impadronirsi, insieme al regno di Francia, di quelle fertili e ricche terre, nella poesia politica, ossia nel Sirventese, i due mondi letterario e religioso si incontrano quasi divenendo coincidenti. Se sono infatti pochi in realtà i trovatori che hanno abbracciato la fede catara (fra questi sicuramente Bernard Mir, Pierre Roger de Mirepoix, Guilhem de Durfort), sono invece molti quei poeti del Sud che attraverso i loro scritti si sono scagliati contro la Chiesa di Roma e contro l'invasore francese, portando avanti le stesse accuse che la Chiesa dei catari rivolgeva alla Chiesa di Roma. Fra questi trovatori vi sono poeti che già in vita furono molto famosi e molto apprezzati, come Cardenal e Montanhagol. Il primo, ad esempio, scrisse il sirventese Ab votz d’angel lengu’esperta denunciando le azioni violente e corrotte dei domenicani; il secondo ancor più duramente definì i membri del clero cattolico “assassini” e “ lupi rapaci” nel suo sirventese Li clerc si fan pastor. Cosa interessante, in questo caso, è notare che questo sirventese contiene parole che corrispondono esattamente al trattato originale cataro La Glesia de Dio. Interessante è anche la lettura di quello che forse è il sirventese più duro che sia stato scritto contro la Chiesa di Roma e di cui ancora nei libri dell'Inquisizione si parla: nel verbale di un processo per eresia del 1274 si legge che un mercante di Tolosa di nome Raimon Baranhon fu capace di recitare a memoria la prima strofa di tale componimento, ossia D’un Sirventes far en est son que m’agenssa scritto da Guilhem Figueira.

Cadenet, il trovatore di origine provenzale, visse nella casa di uno dei grandi vassalli del conte Raimon di Tolosa, ossia il nobile Guilham de Lanta, la cui famiglia è conosciuta nella storia occitana come una delle più note e attive facenti parte del movimento cataro; una famiglia anche tristemente nota poiché molti dei suoi componenti, soprattutto di sesso femminile, finirono la loro vita da martiri, sui roghi innalzati dall'Inquisizione. Oppure il poeta Raimon de Miraval, cavaliere e piccolo feudatario delle terre del Carcassès, faceva parte della nobiltà occitana, largamente compromessa nel sostegno e nella protezione del movimento cataro; la medesima società che finanziava e ospita i trovatori, che organizzava feste e commissionava ai poeti canzoni d'amore per segrete amanti. E come si afferma nella prima parte della Canzone della crociata scritta dal chierico cattolico Guilhem de Tudela (assolutamente convinto della necessità di sterminare i catari) anche i nobili e i signori dell'Occitania sono coinvolti loro malgrado nella lotta contro gli eretici. Non sono quindi solo i catari a subire il ferro e fuoco del nemico francese e cattolico, ma anche tutti quei feudi e quelle città dove in piena libertà pochi anni prima i catari predicavano, i trovatori cantavano storie d'amore, gli ebrei insegnavano nelle università, i musulmani lavoravano in pace e le donne erano libere di partecipare anche a discussioni di carattere politico, o scegliere persino il proprio stile di vita e il proprio amante. È quindi ugualmente chiaro che una simile società, una società dei feudi e dei liberi comuni, una società talmente all'avanguardia da poterla definire ante litteram pre-rinascimentale, una volta sottoposta a più di 15 anni di guerre, a molti più anni di terribile Inquisizione, a roghi, torture, imprigionamenti, e ad altre atrocità, vedesse in breve tempo spegnersi il fior fiore del movimento trobadorico, dato che nessuna libertà era più concessa, come quella di cantare amori adulterini, o di spendere denaro per la bellezza, venendo questo impiegato per le armi e la difesa.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Teoria riproposta anche dallo storico Michel Roquebert nel libro San Domenico.
  2. ^ a b Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006. ISBN 8800204740 pag. 265
  3. ^ Cardini-Montesano, cit.
  4. ^ a b R. Aubert, G. Fedalto, D. Quaglioni, Storia dei concili, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo, 1995
  5. ^ „... ut ecclesias, quas in locis, per quae transitum feceris, invenies a suo statu dilapsas, possis ad statum congruum revocare“ Herbert Grundmann, Zur Biographie Joachims von Fiore und Rainers von Ponza in Deutsches Archiv fuer Erforschungs des Mittelalters, Monumenta Germaniae Historica 16 (1960 p. 262/note
  6. ^ Anne Brenon - I Catari - trad. 1990 - Firenze ed. Nardini
  7. ^ The Dark Side of Chritian History, Helen Ellerbe (1995).
  8. ^ Dal libro V, cap. XXI del Dialogo sui miracoli di Cesario di Heisterbach
  9. ^ Citazione da 2 Tim 2, 19
  10. ^ Presa di posizione di Vittorio Messori
  11. ^ Risposta a Messori di Francesco Zambon "Il vero massacro dei Catari"
  12. ^ http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/02/08/la-disputa-sul-massacro-dei-catari.html Prosecuzione della disputa
  13. ^ Touring i credenti di Concorezzo Furono sterminati dal podestà di Milano Oldrado da Tresseno.
  14. ^ La cena segreta. Trattati e rituali catari. A cura di Francesco Zambon.
  15. ^ si veda, ad esempio, Francesco Zambon (2002), René Nelli (1968), Anne Brenon (2002)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Testi[modifica | modifica sorgente]

  • La cena segreta. Trattati e rituali catari, a cura di Francesco Zambon, Milano, Adelphi, 1997. ISBN 9788845912719
  • La religione dei Catari. Fede, dottrine, riti, Jean Duvernoy, Edizioni Mediterranee, 2000. ISBN 8827213724

Storia[modifica | modifica sorgente]

  • Aurell, Martin. Les Cathares devant l'histoire, Cahors: Hydre Éditions, 2005, ISBN 2-913703-57-7.
  • Berlioz, Jacques. Tuez-les tous Dieu reconnaîtra les siens: le massacre de Bé­ziers et la croisade des Albigeois vus par Césaire de Heisterbach, Toulouse: 1994.
  • Bertran de la Farge. La Voie Cathare. Editions Rosicruciennes
  • Bertran de la Farge. Lumières Cathares. Editions Dervy* Bordes, Richard. Cathares et Vaudois en Périgord, Quercy et Agenais, Cahors: Hydre Éditions, 2005, ISBN 2-913703-30-5.
  • Brenon, Anne. Les Archipels Cathares.
  • Brenon, Anne. Petit Précis de Catharisme, Loubatières, 1996.
  • Brenon, Anne. Les Cathares. Pauvres du Christ ou apôtres de satan?, Paris: Gallimard.
  • Brenon, Anne. I Catari, storia e destino dei veri credenti (Le vrai visage du Catharisme), Convivio, Firenze, 1990, ISBN 88-404-3809-2
  • Brenon, Anne. Les femmes cathares, Perrin, 1992.
  • Brenon, Anne, Heresie, Courtoisie et Poésie: a la recherche de traces de catharisme dans la litterature occitane du Moyen Age, in AA.VV. Trobadours et Cathares en Occitanie médiévale; atti del Convegno di Chancelade, 24 e 25 agosto 2002, pp. 61-79.
  • Caratini, Roger. Les cathares. De la gloire à la tragédie (1209-1244), Paris: Archipel, 2005, ISBN 2-84187-589-X.
  • Dante, Domenico. Il tempo interrotto. Breve storia dei catari in Occidente, Palomar, Bari 2009.
  • Duvernoy, Jean. Le Catharisme. La religion, 1976.
  • Duvernoy, Jean. Le Catharisme. L'histoire, 1979.
  • Duvernoy, Jean. Cathares, Vaudois et Béguins. Dissidents du pays d'Oc, Editions Privat, 1994.
  • Garella, Daniele. "Montségur" in Medioevo, Rizzoli, aprile 1999; pp. 25–30.
  • Ladurie, Emmanuel LeRoy. Montaillou - Ein Dorf vor dem Inquisitor 1294 bis 1324, Berlin [o.J.] ISBN 3-548-26571-5
  • Lebédel, Claude (fotografie di Catherine Bibollet). Comprendre la tragédie des cathares, Rennes, Editions Ouest-France, 2007, ISBN 978-2-7373-4106-9
  • Mason Marco, "Eretgia", La crociata contro gli albigesi tra storia, epica e lirica trobadorica, Il Cerchio, Rimini, 2014.
  • Moiraghi, Mario. Il primo inquisitore. Sulle tracce di Raniero da Ponza, Ancora, Milano - 2007
  • Nelli, René. voce Troubadours, in Dictionnaire du Catharisme, Privat, Tolosa, 1968.
  • Nelli, René. La vie quotidienne des Cathares du Languedoc au XIII siècle, Paris: Hachette, 1969.
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