Controriforma

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La Controriforma è quella parabola storica, culturale e religiosa che ebbe origine in seguito alle disposizioni conciliari tridentine, in cui la Chiesa Cattolica attuò una serie di disposizioni disciplinari, teologiche e culturali volte a mantenere salda l'ortodossia religiosa contro le novità realizzate dal protestantesimo.

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Il Concilio di Trento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Concilio di Trento.

Accenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Paolo Farinatis, Seduta del Concilio di Trento nel 1563

Di fronte al disastro che il Cattolicesimo stava subendo in tutta Europa a causa dell'avanzata del movimento protestante[1], la gerarchia romana cominciò a preparare una controffensiva. Papa Clemente VII, memore del conciliarismo affermatosi a Costanza e a Basilea nel secolo precedente, preferì non convocare alcun concilio ecumenico, timoroso che questo potesse mettere in discussione il primato petrino[2][3]. La situazione cambiò con Paolo III (1534-1549), il quale affidò ai cardinali Contarini e Pole di mettersi d’accordo con l'imperatore Carlo V per trovare una città dove i luterani e i cattolici potessero confrontarsi[4]. Si scelse Trento, perché uno apparteneva all’Impero, due perché era geograficamente vicina alla Germania luterana[5]. Il percorso fu lungo e travagliato: convocato prima per il 1542, fu poi definitivamente convocato dal pontefice per il 1545 con la bolla Laetare Jerusalem[5]. In quanto il successore di Giulio III, l’intransigente Paolo IV (1555-1559), non volle che si continuasse in quanto riteneva che spettasse solo alla sede romana il compito della Riforma[6]. Ripreso sotto Pio IV (1562), si concluse soltanto nel 1563[6].

Decreti dottrinali[modifica | modifica wikitesto]

La conclusione dei decreti conciliari furono completamente opposti rispetto a quelli progettati inizialmente da Paolo III e da Carlo V. Se costoro erano desiderosi di trovare un compromesso con i luterani (significativa l'azione mediatrice del Contarini ai colloqui di Ratisbona[7]), l'ala reazionaria guidata da Paolo IV prese il sopravvento, grazie alla morte dei fautori dell'ala mediatrice quali Contarini e Pole. Difatti, i decreti conciliari che furono approvati poi con la bolla Benedictus Deus il 26 gennaio 1564[8] andavano a consolidare i punti dottrinali opposti a quelli promossi dal Protestantesimo, sottolineando il rapporto tra fede e opere, l'autorità della Chiesa nell'interpretazione delle Scritture e il ripristino della monarchia assolutista papale. Riassumendo[9]:

  1. La validità delle opere insieme alla fede (contro la sola fide protestante)[10].
  2. L'imposizione della Vulgata geronimiana come unica versione valida della Bibbia, e il divieto di uso del volgare per le traduzioni della Sacra Scrittura e nel culto.
  3. L'interpretazione delle Scritture è affidata esclusivamente al clero (contro il principio del sacerdotium universale protestante).
  4. Oltre alla Scrittura, si deve considerare come fonte rivelata anche la Traditio Ecclesiae[10].
  5. Si rinnova un “ottimismo antropologico” per cui l’uomo è capace di scegliere fra bene e male (il protestantesimo accentuava un pessimismo antropologico)[11].
  6. Riaffermazione dei 7 sacramenti (contro i due ammessi dalle confessioni protestanti: battesimo e matrimonio)[10].
  7. Riaffermazione del sacrificio eucaristico durante la Consacrazione (transustanziazione)[10].
  8. Riaffermazione del celibato dei preti[12].
  9. Riaffermazione del Primato petrino e della gerarchia ecclesiastica.

Decreti disciplinari[modifica | modifica wikitesto]

Perché i decreti trovassero una concreta applicazione, si procedette alla definizione di una prassi ecclesiale estremamente rigorosa, volta all'edificazione del popolo attraverso una condotta esemplare del clero, stabilendo che:

  1. I sacerdoti debbano essere preparati culturalmente e teologicamente. Si procedette all'erezione di seminari diocesani[13].
  2. I vescovi dovessero risiedere nelle diocesi, compiere delle visite pastorali e controllare direttamente l’operato del clero[13].
  3. Il clero dovessero controllare scrupolosamente la moralità dei loro fedeli e annotare in appositi registri le date dei battesimi, di matrimonio, di morte[12].
  4. Ci fosse una "bonifica morale" de conventi e monasteri di tutti quei soggetti indegni o di persone costrette alla vita monacale contro la loro volontà[12].

Caratteri della civiltà post-tridentina[modifica | modifica wikitesto]

Le guerre di religione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Antiprotestantesimo, Guerre di religione francesi, Elisabetta I e Guerra dei Trent'anni.
Édouard Debat-Ponsan (1847–1913), Un matin devant la porte du Louvre, olio su tela, 1880, Musée d'art Roger-Quilliot, Clermont-Ferrand. La notte di San Bartolomeo (24-25 agosto 1572) fu una delle stragi più sanguinarie e raccapriccianti compiute dai cattolici ai danni degli Ugonotti francesi

Conseguenza di queste drastiche riforme, fu un'accentuazione del clima di intolleranza che si poteva già percepire all'indomani della Riforma luterana. Dagli anni '60 del XVI secolo, infatti, l'Europa sprofondò in una serie di guerre di religione tra protestanti e cattolici che destabilizzarono profondamente gli equilibri interni degli stati, accentuando il ruolo politico e religioso del campione della Controriforma, il cattolicissimo sovrano di Spagna Filippo II.

  • La Francia, guidata da Caterina de' Medici come reggente, si barcamenò tra momenti di momentanea riappacificazione e di aperto conflitto, favorito dalla conflittualità tra la monarchia e l'aristocrazia del sangue (i Guisa) e gli Ugonotti calvinisti. L'apice toccò il conflitto sotto il regno di Enrico III (1574-1589), allorché il sovrano cercò di favorire la pace interna riconciliandosi con l'ugonotto Enrico di Navarra. La conseguenza di quest'atto fu l'assassinio di Enrico III, l'ascesa ostacolata di Enrico IV da parte dei membri della Lega cattolica (patrocinata dalla Spagna), la conquista del potere del Navarra e la proclamazione dell'Editto di Nantes (1589), con cui si tollerò la presenza del calvinismo in alcune piazzaforti francesi[14].
  • L'Inghilterra fu anch'essa centro delle guerre di religione tra cattolici e protestanti. Dopo la separazione da Roma (1534) ad opera di Enrico VIII, il re si proclamò capo della Chiesa anglicana. Enrico, nonostante la rottura, si mantenne sempre su un piano ortodosso a livello dogmatico[15]. Al contrario, il suo successore, il re bambino Edoardo VI (1547-1553), attorniato da cortigiani e teologi calvinisti (quali Thomas Cranmer), si adoperò per l'introduzione dei dogmi calvinisti nel seno della Chiesa[16]. A ribaltare la situazione fu la sorellastra e fervente cattolica Maria I (1553-1558), figlia di primo letto di Enrico VIII e di Caterina d'Aragona. Maria, nel suo breve regno, cercò di reintrodurre i costumi e gli usi cattolici, dando nel contempo inizio ad una violenta caccia contro gli eretici protestanti[17]. Ben più durature furono le riforme religiose della secondogenita di Enrico, Elisabetta I (1558-1603) la quale: nel 1559 pubblicò un libro di preghiere comune (The Book fo Common Prayer)[18], mentre promulgò nel 1563[18] una serie di articoli di fede (i 39 articoli). Nonostante questo tentativo di pacificazione, Elisabetta iniziò a perseguitare i sudditi cattolici dopoché papa Pio V la scomunicò ufficialmente nel 1570[19] e dopo essere venuta a conoscenza dei complotti (favoriti dalla Spagna) per deporla ponendo sul trono la cugina, l'ex regina di Scozia Maria Stuart. Elisabetta riuscì a resistere anche al tentativo armato di porre fine al suo regno da parte di Filippo II, con la spedizione dell'Invincible Armada (1588)[20].
  • La Guerra dei Trent'anni. I torbidi politico-religiosi sembrarono placarsi all'alba del XVII secolo, ma non era nient'altro che una tregua. Nel 1618, in seguito alla defenestrazione di Praga, scoppiò una violenta guerra tra gli Asburgo d'Austria e i principi protestanti dell'Impero, destinata a durare fino al 1648. Questo conflitto, che si estese a tutti i grandi Paesi europei (Stato Pontificio, Baviera, Asburgo d'Austria e di Spagna da un lato; Francia, Olanda, Svezia e principi protestanti dall'altro), fu l'ultimo che si possa definire di carattere religioso. Infatti, la partecipazione della cattolica Francia (guidata dal Richelieu) al fianco dei calvinisti e dei luterani e lo smacco subito dalle armate imperiali, portavoci in campo politico di quella riunificazione religiosa sognata dal Papato, fece tramontare il sogno di una restaurazione cattolica da parte della Chiesa.

L'assolutismo papale[modifica | modifica wikitesto]

Premessa[modifica | modifica wikitesto]

Elemento caratteristico della cultura religiosa post-tridentina fu l'affermazione definitiva dell'assolutismo papale e la morte del conciliarismo. I pontefici della seconda metà del XVI secolo si impegnarono, infatti, a sottolineare il decreto conciliare tridentino che ribadiva il carattere divino della sede episcopale romana, limitando così fortemente eventuali spinte autonomiste delle sedi episcopali cattoliche suffraganee[21]. Grazie anche alla trattatistica del teologo gesuita (e poi cardinale) Roberto Bellarmino[22], si giunse ad un'esaltazione personale del Romano Pontefice quale Vicarius Dei e cuore della Chiesa stessa:

« «L'esaltazione dei pontefici, della loro azione e delle loro realizzazioni, divenne una costante; i panegirici si modellavano su quelli scritti in onore degli imperatori: ma l'esaltazione della persona in realtà rimandava all'esaltazione della chiesa stessa». »
(Storia del Cristianesimo-l'età moderna, a.c. di G.Filoramo – D. Menozzi, cit., p. 183.)

Il clou del periodo in cui si consolidò questa dimensione curiale, accentratrice ed assolutista si può tratteggiare dal pontificato di Paolo III (1534-1549) fino a quello di Gregorio XV (1621-1623)[21], durante i quali pontefici autoritari ed assolutisti quali Pio V e Sisto V incarnarono lo spirito di rinnovamento diffusosi nella coscienza cattolica post-tridentina. Dal pontificato di Urbano VIII (1623-1644) fino a quello di Clemente XII (1730-1740), cioè quel lungo Seicento delle Chiese cristiane, si assistette alla fine del sogno di restaurazione cattolica dell'Europa (con la fine della guerra dei Trent'anni, 1648) e all'assestamento della mentalità controriformista e delle strutture curiali romane, fino alla comparsa dell'Illuminismo che fu il primo, serio movimento culturale capace di mettere in crisi l'impianto socio-religioso uscito fuori da Trento[23][24].

El Greco, Ritratto di Pio V, Olio su tela, data ignota, Collezione privata, Parigi.

Pio V fu uno dei più energici ed attivi pontefici dell'immediato periodo post-tridentino, incarnandone appieno lo spirito di riaffermazione del prestigio romano.

Il Papato della Controriforma[modifica | modifica wikitesto]

Da Pio IV a Clemente VIII (1559-1605). L'attuazione del Concilio[modifica | modifica wikitesto]

Pio IV, negli ultimi anni del suo pontificato, si mobilitò perché i canoni disciplinari e teologici approvati a Trento fossero messi in pratica. Per questo motivo, già nel 1564 creò una Congregazione del Concilio[25] perché sorvegliasse l'attuazione delle disposizioni conciliari e, il 13 novembre 1565[26], la pubblicazione della Professio fidei tridentina, "compendio" della teologia della Riforma cattolica. L'opera di Pio IV fu continuata da Michele Ghisleri, intronizzato nel 1565 col nome di Pio V (1565-1572), implacabile inquisitore animato da una ferrea ed intransigente volontà di sottolineare la plenitudo potestatis romana e di combattere le eresie con tutti i mezzi a disposizione possibili. Sotto di lui:

« La Roma papale tendeva a costituirsi norma di tutta la vita ecclesiale, dalla liturgia al diritto, dalla storia alla teologia. Lo si verifica anche sul piano liturgico-rituale. Poiché ai pontefici era deputato l'intervento in materia, la riforma del messale e del breviario fu effettuata da parte di papa Pio V. »
(G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, cit., p. 187)

Oltre alla riforma del messale (il cosiddetto "Messale di San Pio V")[27], Pio V patrocinò anche l'uniformità dei vari riti liturgici presenti nella Chiesa Cattolica (mantenendo intatto il rito ambrosiano, anche a causa della caparbia volontà di San Carlo Borromeo nel mantenerne la ricchezza spirituale[28]); diede impulso alle missioni (istituzione di una congregazione cardinalizia nel 1568[29]); instaurò a Roma un clima di assoluta ortodossia dottrinale accompagnata da una corretta ortoprassi da parte del clero e dei fedeli; favorì la diffusione del Santo Rosario presso il popolo, preghiera che venne solennizzata come ringraziamento alla Madonna per la vittoria ottenuta dalla Lega Santa a Lepanto contro i Turchi (1571)[30]. Le riforme furono proseguite da Gregorio XIII (1572-1585), decretando la costituzione di ambascerie diplomatiche permanenti (le nunziature apostoliche) per mantenere strette e continue relazioni con i monarchi d'Europa[31] ed avviò le prime disposizioni ecclesiali riguardo l'obbligo, da parte dei vescovi, di presentare a Roma delle relazioni delle visite pastorali da loro condotte nelle varie diocesi[32]. Solamente nel 1585, sotto Sisto V (1585-1590), tali decreti divennero ufficiale, dando origine alle relationes ad limina apostolorum tutt'ora vigenti[32]. Quest'ultimo pontefice, benché avesse regnato solo 5 anni, si dimostrò energico nell'azione teologica ed esegetica, tanto da portare a compimento la revisione della Vulgata (edita nel 1592[33] sotto Clemente VIII, papa dal 1592 al 1605), in ottemperanza ai canoni tridentini che prevedevano la definizione dei libri delle Sacre Scritture.

La fine del sogno dell'egemonia cattolica (1605-1648)[modifica | modifica wikitesto]

La prima metà del secolo vide il papato impegnato nel tentativo di imporre la sua supremazia in campo religioso in tutta Europa, e non limitandosi soltanto agli Stati che nel frattempo avevano abbracciato il protestantesimo. Supportati da un apparato politico-religioso stabile ed efficiente, i pontefici del primo Seicento cercarono di ricostruire il sogno medievale di Gregorio VII e di Innocenzo III: una plenitudo potestatis directa che non si limitasse ad esercitare il potere spirituale nelle questioni prettamente religiose, ma che interferisse anche nella politica interna degli stati, considerati come il braccio "secolare" dell'azione della Chiesa.

La concretizzazione di questo progetto si trovò nell'autoritario Paolo V (1605-1621), allorché scagliò l'interdetto contro la Repubblica di Venezia (1606) per essersi rifiutata di consegnare a Roma dei preti rei di aver commesso dei delitti e per non aver accolto le richieste pontificie in merito alla legislazione ecclesiastica[32]. Paolo V, però, non si rese conto che la sua presa di posizione era anacronistica: la difesa dei principi giurisdizionalisti statali, nell'età delle monarchie assolute, avevano sviluppato un senso di orgoglio "laico" negli Stati, opponendosi fortemente contro le pretese di intervento diretto del pontefice nelle loro questioni di politica interna[34]. Il Bellarmino stesso si accorse, anni addietro, che era impossibile esercitare tale politica:

« Roberto Bellarmino, in particolare nelle sue Disputationes de controversiis christianae fidei adversus huius tempori haereticos [...] prendeva atto lucidamente del processo in corso nella formazione degli Stati moderni e della situazione creatasi dopo la Riforma, quando il sostegno alla causa della Chiesa romana da parte degli Stati cattolici era stato ottenuto dal Papato attraverso contrattazioni che avevano dovuto riconoscere al potere politico varie competenze nella sfera della giurisdizione ecclesiastica. Di lì derivava l'impossibilità di riproporre una prospettiva teocratica nella quale il potere del papa trovasse occasione di esercitarsi direttamente sulla società »
(Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, cit., pp. 346-347)
Anonimo, cardinale Roberto Bellarmino, XVI secolo.

Infatti, il Pontefice non riuscì ad ottenere il risultato sperato: l'indifferenza dei veneziani (che continuarono a celebrare i sacramenti nonostante l'interdetto papale), la reazione teologico-politica di fra Paolo Sarpi[35] e le minacce della Francia di Enrico IV costrinsero Paolo a retrocedere dai suoi propositi[32].

Dopo il breve ma intenso pontificato di Gregorio XV (1621-1623), promotore dell'importante dicastero pontificio di Propaganda fide (1622)[29], seguì quello ventennale di Urbano VIII (1623-1644). Il Pontefice, benché assertore della maestà pontificia nella regolamentazione delle questioni internazionali, dovette amaramente constatare il fallimento dei suoi progetti quando la Francia del cardinale Richelieu, nella guerra dei trent'anni, si batté a fianco dei protestanti contro i cattolici. La pace di Westfalia

« pose fine alle grandi guerre di religione e comportò il fallimento del progetto di restaurazione controriformista dell'Europa [...] Con la pace di Westfalia, che Innocenzo X sconfessò senza generare particolari conseguenze, il Papato entrò in una fase di grave crisi. »
(Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, cit., p. 351.)

Il riformismo barocco e la sua fine (1650-1740)[modifica | modifica wikitesto]

Il papato della seconda metà del XVII secolo dovette constatare amaramente la fine del suo segno di restaurazione cattolica, accontentandosi di essere la guida morale delle coscienze e di influire, con la sua autorità morale, sulle decisioni politiche degli Stati cattolici. I pontificati di Innocenzo X (1644-1655) e di Alessandro VII (1655-1667) continuarono da un lato nel consolidare quella cultura controriformista attraverso disposizioni disciplinari e patrocinando l'arte barocca come strumento di propagazione della fede[36]; dall'altra, ad impedire la diffusione delle "devianze" ortodosse tridentine. Tra queste, spiccava per importanza ed influenza culturale il giansenismo, dottrina sviluppata dal vescovo olandese Cornelius Jansen (1583-1638) vicina alle posizioni calviniste sul problema della grazia e della predestinazione[37][38] Il giansensimo, benché i suoi seguaci (celebre centro di diffusione fu il monastero di Port-Royal, intorno al quale gravitava il filosofo e matematico francese Blaise Pascal) si dichiaravano seguaci del cattolicesimo romano, i papi da Urbano VIII in avanti si dimostrarono fortemente avversi ad un indirizzo teologico così vicino al calvinismo. Difatti, con la bolla di papa Innocenzo X Cum Occasione del 1653[39] e con quelle di Alessandro VII (Ad sanctam beati Petri sedem del 1656 e Regiminis Apostolici del 1664[39]), il papato diede il via ad una serie di condanne nei decenni successivi, tra cui la più importante è sicuramente la bolla Unigenitus del 1713 ad opera di Clemente XI[39].

Il pontefice che espresse maggiormente il ruolo di guida spirituale e di difensore intransigente della dottrina fu Innocenzo XI (1676-1689), il quale intendeva rilanciare il Papato nella sua missione pastorale, avviando una selezione più rigida per scegliere i candidati curiali e cercando di estirpare alcune ignobili piaghe della Curia, quali la vita principesca che i cardinali conducevano e il nepotismo. I principali problemi del pontificato innocenziano furono:

  1. Il quietismo. Propugnato dal prete spagnolo Miguel de Molinos, sosteneva una forte religiosità interiore tendente al misticismo, abbandonandosi ad uno stato di quiete per fondere la propria anima con Dio[40]. Di conseguenza, il quietismo quasi a screditare l'importanza della religiosità esteriore. Attaccata dai gesuiti, questa dottrina fu condannata da Innocenzo XI nel 1687[40].
  2. La questione gallicana. Innocenzo, tra il 1680 e il 1684, dovette fronteggiare il tentativo da parte di Luigi XIV, re di Francia, di assoggettare la Chiesa di Francia alla monarchia. Dopo una diatriba che toccò il culmine il 13 marzo 1682 con la promulgazione della Declaratio cleri gallicani, in cui si limitava il potere papale, riconoscendone però un primato spirituale[41].

La spinta riformatrice e pastorale fu seguita da Innocenzo XII (1691-1700), che emise la bolla Romanum decet pontificem (1692) con cui condannava esplicitamente il nepotismo[42]; e da Clemente XI (1700-1721), che continuò la lotta contro il giansenismo. Con quest'ultimo pontefice, però, il prestigio del papato in campo internazionale cominciò lentamente a scemare: l'affermazione piena del giurisdizionalismo e la decadenza dello Stato Pontificio in campo internazionale[43] (rovesci diplomatici al trattato di Utrecht del 1714[44]) determinarono una crisi d'autorità della Chiesa Cattolica in campo etico e dottrinale. Con il radicamento dell'illuminismo nei ranghi della politica e della cultura, poi, si diffuse presso gli ambienti governativi anche un forte sentimento anti-gesuita. Se Benedetto XIII (1723-1730) e Clemente XII (1730-1740) cercarono di opporsi alle novità provenienti dal mondo contemporaneo, Benedetto XIV (1740-1758), per via anche del suo spirito conciliante e dei suoi interessi verso ogni ramo della cultura, cercò di trovare dei canali di mediazione con la nuova cultura europea[45]. Quando però si accorse dei rischi potenziali contenuti in alcune opere (L'Esprit de lois di Montesquieu, per esempio) e dell'anticlericalismo sempre più serpeggiante in seno agli stati cattolici europei (in primis il Portogallo del Marchese di Pombal), Benedetto XIV procedette ad un ripiegamento teologico e culturale volto alla difesa dei principi della fede cristiana. Con la seconda fase del pontificato lambertiniano, si può parlare di conclusione del riformismo barocco[46].

La spiritualità tridentina[modifica | modifica wikitesto]

Conformismo ed obbedienza alla Chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Mentre si può sostenere che l'approccio aggressivo e autoritario fu dannoso per l'esperienza religiosa personale, una nuova onda di riforme e ordini trasmisero un aspetto fortemente devozionale. La pratica devozionale, e una certa dose di misticismo sovversivo, avrebbe portato ad una forte chiusura negli individui dell'esperienza religiosa, specialmente attraverso la meditazione come la recita del Rosario. L'aspetto devozionale della Controriforma combinò due strategie della restaurazione cattolica. Prima di tutto l'importanza di Dio come inconoscibile sovrano assoluto–un Dio da temere–coincideva bene con l'assolutismo aggressivo della Chiesa di Paolo IV. Ma costruì anche nuove strade, da un punto di vista fortemente emozionale e psicologico, verso la pietà popolare e l'esperienza religiosa di massa.

Il prototipo dell'arcivescovo: Carlo Borromeo[modifica | modifica wikitesto]

I nuovi ordini religiosi[modifica | modifica wikitesto]

I nuovi ordini religiosi erano parte fondamentale di questa tendenza. Ordini come i cappuccini, le orsoline, i teatini, i barnabiti e specialmente i gesuiti rafforzarono le parrocchie di campagna, ma non aiutarono a frenare la corruzione all'interno della Chiesa e dettero degli esempi che furono un forte stimolo per la restaurazione cattolica.

I Chierici Regolari Teatini teatini erano un ordine di sacerdoti devoti che si impegnarono a controllare la diffusione dell'eresia e contribuirono alla formazione del clero.

I cappuccini, un ramo dell'ordine francescano noto per la preghiera e per la cura dei poveri e degli ammalati, crebbe rapidamente sia in dimensioni che in popolarità. I padri cappuccini erano un ordine che si proponeva l'imitazione della vita di Gesù così come descritta dai Vangeli. Le confraternite fondate dai cappuccini si interessarono così specialmente ai poveri e vivevano in maniera austera. Questi differenti approcci erano spesso complementari con le missioni nelle zone di campagna servite poveramente dalle esistenti strutture parrocchiali. I membri degli ordini attivi nell'espansionismo delle missioni oltremare osservavano come le parrocchie di campagna, la cui degradata situazione contribuiva alla crescita del Protestantesimo, spesso avessero bisogno di cristianizzazione alla stessa maniera dei barbari dell'Asia e delle Americhe.

Le orsoline si impegnarono nel compito particolare di istruire le ragazze. La loro devozione alle opere di carità tradizionali è un esempio di riaffermazione del raggiungimento della salvezza attraverso la fede e le opere, e decisamente ripudiava la sola scrittura dei protestanti messa in evidenza dai luterani e dagli altri orientamenti protestanti. Non solo resero la Chiesa più efficace, ma riaffermarono le premesse fondamentali della Chiesa autocratica medievale.

Sant'Ignazio di Loyola

Comunque, i gesuiti, fondati dal nobile spagnolo ed ex-soldato Ignazio di Loyola (1491-1556), furono il più dinamico e aggressivo degli ordini cattolici. La sua Compagnia di Gesù fu fondata nel 1534 e ricevette l'autorizzazione papale nello stesso anno sotto Paolo III. Eredi delle tradizioni devozionali, di osservanza e legaliste, i gesuiti organizzarono i loro ordini secondo linee militari, rispecchiando fortemente lo zelo autocratico di quel periodo. Essendo caratterizzato da un'attenta selezione, da un'istruzione rigorosa e da una disciplina ferrea, la mondanità della Chiesa rinascimentale ebbe una parte importante nel nuovo ordine. Gli Esercizi spirituali, capolavoro di Ignazio, metteva in evidenza l'importanza data ai manuali tipici della prima generazione dei riformatori cattolici subito dopo i primi movimenti della Riforma. Il grande acume psicologico che esso esprimeva aveva forti reminiscenze della pratica devozionale. Tuttavia, erano davvero gli eredi della tradizione di riforma dell'osservanza, nella pronuncia di decisi voti monastici di castità, obbedienza e povertà e fornivano un esempio che potesse accentuare, in ogni modo possibile, anche quelli meno condivisibili, l'efficacia della presa sulle masse popolari della Chiesa. Essi divennero predicatori, confessori di monarchi e principi ed educatori, e ai loro sforzi, fortemente autocratici, si attribuisce largamente l'arresto del protestantesimo in Polonia, Boemia, Ungheria, Germania meridionale, Francia e Olanda spagnola. Essi parteciparono anche energicamente all'espansione della Chiesa nelle Americhe e in Asia, sforzandosi nell'attività missionaria che sopravanzò molto l'aggressivo protestantesimo dei calvinisti. Persino la biografia di Loyola contribuì alla nuova importanza assunta da questa religione popolare che stava calando durante le età di papi politicamente orientati, in un senso rinascimentale, come Alessandro VI e Leone X. Dopo essersi ripresi dalle ferite di una dura battaglia, egli prese i voti per “servire solo Dio e il pontefice romano, il Suo vicario in terra”. Ancora una volta, il rilievo dato al papa è una riaffermazione-chiave della Chiesa medievale mentre una parte dei prelati del Concilio di Trento fermamente difesero tutti i tentativi di conciliarismo, la dottrina secondo cui i concili ecumenici della Chiesa rappresentavano Dio sulla terra piuttosto che il papa. Affermando decisamente il nuovo ruolo del papa come sovrano assoluto, fortemente caratteristico della nuova era dell'assolutismo inaugurata dal XVI secolo, i gesuiti contribuirono molto a rinvigorire la Chiesa della Controriforma.

In questo periodo nacquero anche gli ordini religiosi dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, popolarmente noti come "camilliani", e l'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, popolarmente noti come "fatebenefratelli", entrambi con la specifica missione di occuparsi degli infermi.

Musica e arte sacra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Arte della Controriforma.

Nelle ultime sessioni del Concilio vennero date delle vaghe linee guida per affrontare il problema delle immagini: il culto delle immagini dei Santi era infatti stata una delle cause scatenanti delle reazioni protestanti nel nord Europa. Paradossalmente la politica della Chiesa cattolica al riguardo era molto simile a quella di Lutero. Per entrambi, infatti, le immagini erano essenziali nella divulgazione delle Scritture agli incolti. Ogni rappresentazione sacra doveva quindi trovare nel suo messaggio il proprio senso, senza lasciarsi attrarre dal lusso e dagli eccessi formali del manierismo. Questa richiesta di semplificazione formale da parte del Concilio di Trento coinvolse anche la musica: le parole, quindi il messaggio, dovevano essere udite chiaramente; queste indicazioni posero però un serio ostacolo nel percorso di sviluppo della polifonia alla metà del XVI secolo.

Spartito del Kyrie della Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina

Il Concilio, nel Canone sulla musica da usarsi per la Messa, affermò: «Tutto dovrebbe essere così ordinato che le messe, se sono celebrate con o senza canto, possano raggiungere tranquillamente le orecchie ed i cuori di quelli che ascoltano, nel momento in cui ogni cosa viene eseguita chiaramente e alla giusta velocità. Nel caso di quelle messe che sono celebrate con canti e organo, non lasciate che niente di profano si mescoli, ma solo inni e preghiere divine. L'intero progetto del canto dovrebbe essere costituito non per dare vacuo piacere alle orecchie, ma in modo tale che le parole siano chiaramente comprese da tutti. E così i cuori degli ascoltatori saranno attratti a desiderare armonie celesti nella contemplazione delle gioie del Santissimo. Si dovrebbe bandire dalla Chiesa tutta la musica che contiene sia nel canto che nell'organo cose che sono lascive o impure».

Mentre ciò era espresso in maniera abbastanza vaga, l'intento era però chiaro. La polifonia complessa non era più giudicata accettabile dal Concilio.

La maestria musicale di Palestrina e la sua abilità nella scelta delle parole influì sul risultato di questa difficile situazione, nel comporre una messa polifonica in sei parti, la Missa Papae Marcelli, del 1555, per dimostrare che il contrappunto ovvero la polifonia è davvero compatibile con le dottrine della Controriforma. La Controriforma, nel considerare il capolavoro di Palestrina, approvò la polifonia, che da allora ebbe sempre un posto privilegiato accanto al canto gregoriano. Palestrina fu acclamato come Princeps Musicae in quanto salvatore della musica sacra. La musica di Palestrina diventerà il modello per le successive generazioni di compositori cattolici, ed è ancora considerata come un ideale di chiarezza polifonica.

Storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini: Paolo Sarpi e Pietro Sforza Pallavicino[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Paolo Sarpi e Pietro Sforza Pallavicino.
Ignoto, Paolo Sarpi, incisione del XIX secolo. Il Sarpi fu il primo intellettuale ad occuparsi del Concilio di Trento dal punto di vista storiografico.

Paolo Sarpi, il frate veneziano che si oppose all'interferenza di papa Paolo V nelle questioni giurisdizionali della Repubblica di Venezia, nel 1619[35] pubblicò a Londra la sua opera più famosa, la Istoria del Conclio Tridentino, ove si sottolinea la cupidigia del papato il quale, aiutato dalla Spagna, riuscì ad imporre la sua volontà sulla collegialità dei vescovi per raggiungere i propri fini temporali[47].

L'opera del Sarpi, messa subito all'Indice, spinse la Curia ad affidare all'intellettuale (e cardinale dal 1659) Pietro Sforza Pallavicino[48] un'opera che potesse fronteggiare quella del Sarpi. Il prelato scrisse, pertanto, la Istoria del Concilio di Trento (1656-1657). Opera notevolmente più chiara e meno passionale (e quindi meno ideologica), la Istoria è costruita con un metodo storico più efficace di quella del frate veneziano.

La nascita del concetto di Controriforma[modifica | modifica wikitesto]

Il termine Controriforma non fu usato nei secoli XVI e XVII, ma venne coniato da Johann Stephan Putter, docente giurista di Gottinga, nel 1776[49]. Putter, con questa parola, intendeva indicare la reazione della Chiesa alla riforma luterana[49] attraverso:

  • la riaffermazione e ridefinizione dei dogmi discussi dal protestantesimo.
  • la condanna della riforma protestante come eresia.
  • la persecuzione degli eretici.
  • la censura dei testi e di qualsiasi opinione non fosse conforme alle linee ecclesiastiche.

Riforma cattolica e Controriforma: la storiografia del XX secolo[modifica | modifica wikitesto]

Johann Stephan Putter coniò il termine Controriforma nel 1776

I maggiori storici tendono oggi a sostenere la coesistenza di due aspetti distinti e paralleli nella realtà del cattolicesimo cinquecentesco: la «Riforma cattolica» e la «Controriforma»[50][51]. Il primo di questi fu un protestante, Karl Peter Wilhelm Maurenbrecher, il quale scrisse nel 1880 la Geschichte der Katholischen Reformation[52]. Dopo di lui, gli storici Ludwig von Pastor, Joseph Lortz, Lucien Febvre, Delio Cantimori, Erwin Iserloh, Giacomo Martina, Giuseppe Alberigo, Mario Bendiscioli[53], Pier Giorgio Camaiani, Jean Delumeau, Paolo Prodi ed altri continuarono a riflettere e ad elaborare la dimensione storico-religiosa del cattolicesimo post-tridentino tra riforma e controriforma. Fu soprattutto lo storico tedesco Hubert Jedin[54] a identificare e definire i due movimenti come distinti nella storia della Chiesa cattolica. Quale sarebbe, dunque, la differenza tra Riforma cattolica e Controriforma. La Riforma Cattolica tende a mettere a fuoco gli elementi di trasformazione che la Chiesa accolse in questo periodo, procedendo alla definizione dei suoi dogmi e alla presa di coscienza di un'alterità rispetto al mondo protestante[49]; la Controriforma sottolinea, invece, il contrasto netto con il protestantesimo e l'applicazione dei decreti conciliari nelle Chiese locali e attraverso l'istituzione di organi specifici (Sant'Uffizio, Inquisizione romana, Indice dei libri proibiti) per monitorare l'ortodossia tridentina[55]. Jedin scrive così, a tal proposito:

« Tanto il concetto di "riforma cattolica" quanto quello di "controriforma" presuppongono nel termine "riforma" la designazione storica della crisi protestante con la conseguente frattura della fede e della Chiesa [...] Nel frattempo W. Maurenbrecher, in dipendenza dal Ranke, aveva adottato (1880) il termine di "riforma cattolica" per designare quel rinnovamento di sé operato dalla chiesa, specialmente in Italia ed in Spagna, che si riannodava ai tentativi di riforma del tardo medioevo...Noi diamo la preferenza a questa designazione di "riforma cattolica" »
(H. Jedin, Storia della Chiesa: Riforma e controriforma : crisi, consolidamento, diffusione missionaria (XVI - XVII sec.), Vol.VI, in Storia della Chiesa, ed.it. a c. di E. Guerriero, Jaca Book, Milano 1993, p. 513.)

Non bisogna tuttavia dimenticare la sostanziale persistenza di un filone storiografico che si oppone a questa linea interpretativa. Tra gli studiosi che hanno proposto opinioni contrastanti, si può menzionare Giovanni Miccoli, che a tale problema si dedica nel paragrafo conclusivo del suo celebre saggio La storia religiosa[56], dedicato alla "Crisi e restaurazione cattolica nel Cinquecento".

Un'interpretazione: la Controriforma e l'inizio della rivoluzione scientifica[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni storici come James Burke hanno notato che alcune delle direttive della Controriforma ebbero conseguenze che ironicamente crearono sfide ancora più ardue all'autorità della Chiesa cattolica e alla sua visione del mondo.

Ciò accadde con l'iniziativa di rendere la Chiesa cattolica più attraente per la gente comune. Oltre a tentare di migliorare l'istruzione del clero, le attitudini e le attività della Chiesa dovevano essere più affascinanti per i laici. Parte di queste ampie decorazioni che vi erano incluse avrebbero eventualmente incoraggiato lo stile artistico del barocco e varie feste ed eventi simili. Il bisogno di far sì che questi eventi fossero seguiti da vicino attraverso le diocesi sollevò il problema dell'accuratezza di un calendario. Nel XVI secolo il calendario giuliano aveva perso il passo quasi di dieci giorni con le stagioni e i corpi celesti. Tra gli astronomi a cui fu chiesto di lavorare al problema di come il calendario potesse essere riformato c'era Niccolò Copernico, un canonico di Frombork in Polonia. Nella dedica al De revolutionibus orbium coelestium (1543), Copernico menzionò la riforma del calendario proposta dal Concilio Lateranense V (1512-1517). Come egli spiega, una giusta misurazione della lunghezza dell'anno era un necessario fondamento per la riforma del calendario. Implicitamente, la sua opera che sostituiva il sistema tolemaico con il modello eliocentrico fu stimolata in parte dal bisogno di una riforma del calendario. Un reale calendario nuovo doveva attendere però sino al calendario gregoriano del 1582.

Al tempo della sua pubblicazione, il De revolutionibus passò con commenti relativamente esigui nella Chiesa cattolica stessa che lo considerò un problema di interesse esclusivamente scientifico. Tuttavia, il fatto che il movimento della Terra contraddicesse direttamente i passi letterali della Bibbia e la filosofia di Aristotele divenne alla fine un inevitabile problema. Questo avvenne quando studiosi come Galileo Galilei cominciarono ad accumulare indizi che sostenevano l'eliocentrismo o almeno minavano Tolomeo. Questo esame della teoria copernicana fu un fattore che diede inizio alla rivoluzione scientifica che avrebbe alla fine sfidato la Chiesa in maniera più profonda rispetto a quanto gli oppositori protestanti avessero fatto sino ad allora.

Maggiori figure[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Iniziato nel 1517 con la protesta di Martin Lutero contro la vendita delle indulgenze, movimenti anti-romani sorsero in Svizzera grazie all'azione di teologi quali Ulrich Zwingli e Giovanni Calvino; in Germania, con gli anabattisti di Munster; Martin Bucero, nella zona franco-tedesca; in Inghilterra, con la creazione di una Chiesa nazionale ad opera di Enrico VIII (1533). Cfr. protestantesimo.
  2. ^ "L'ipotesi di convocazione di un concilio, da più parti richiesta, fu a lungo considerata dai pontefici con sospetta prudenza. Erano tutt'altro che scomparse le dottrine conciliariste, relative alla superiorità del concilio sul papa, che avevano trovato larga udienza e creato polemiche di non poco contro nell'età dei concili di Costanza e Basilea" (G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, cit. pp. 170-171.)
  3. ^ Adriano Prosperi, Clemente VII in Enciclopedia dei Papi online, Treccani, 2000. URL consultato il 4 febbraio 2015.
    «Ma l'ostilità del papa alla convocazione di un concilio era grandissima e già allora ben conosciuta, tanto che l'ambasciatore di Carlo V, il duca di Sessa, non ebbe il coraggio di affrontare direttamente l'argomento. Concorrevano ad alimentare tale ostilità da un lato le ombre ancora vicine del conciliarismo e l'esperienza del contrasto coi "gallicani", dall'altro il timore che il concilio potesse trovare nella sua nascita illegittima un buon pretesto per deporlo».
  4. ^ Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, pp. 327-328.
  5. ^ a b Filoramo-Menozzi, L'Età Moderna, p. 171.
  6. ^ a b Concilio di Trento in Dizionario di Storia online, Treccani, 2010. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  7. ^ Menozzi-Filoramo, L'Età Moderna, p. 161.
  8. ^ A. Tomassetti, Bullarum, diplomatum et privilegiorum Sanctorum Romanorum Pontificum, VII, Augustae Taurinorum, Seb. Franco et Henrico Dalmazzo editoribus, 1862, pp. 244-247.
  9. ^ Controriforma, Treccani online. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  10. ^ a b c d Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, p. 332.
  11. ^ Si prenda, come esempio, la diatriba tra Lutero ed Erasmo da Rotterdam che sfociò nella pubblicazione del De libero arbitrio (Erasmo) contro il De servo arbitrio (Lutero).
  12. ^ a b c Potestà-Via, Storia del Cristianesimo, p. 334.
  13. ^ a b Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, p. 333.
  14. ^ Per maggiori dettagli, cfr. http://dizionaripiu.zanichelli.it/storiadigitale/p/percorso/451/le-guerre-di-religione-in-francia (URL consultato il 4 febbraio 2015)
  15. ^ K. O'Morgan, Storia dell'Inghilterra, p. 216.
  16. ^ K. O' Morgan, Storia dell'Inghilterra, p. 226.
  17. ^ K. O' Morgan, Storia dell'Inghilterra, pp. 228-229.
  18. ^ a b K. O'Morgan, Storia dell'Inghilterra, p. 232.
  19. ^ K. O'Morgan, Storia dell'Inghilterra, p. 234.
  20. ^ K. O'Morgan, Storia dell'Inghilterra, p. 235.
  21. ^ a b G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, p. 183.
  22. ^ R. Bellarmino, De Summo Pontifice, in Opera Omnia, Vol.I, Giuseppe Giuliano Editore, Napoli 1836.
  23. ^ Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, pp. 346-358.
  24. ^ Benedetto XIV (1740-1758) fu il primo pontefice, infatti, a confrontarsi con il movimento illuminista. Se in un primo momento fu aperto alle istanze riformiste, nella seconda metà del suo pontificato (1750-1758) si assistette ad un irrigidimento dottrinale che continuerà sotto i suoi successori fino allo scoppio della Rivoluzione Francese (1789).
  25. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, p. 184.
  26. ^ Flavio Rurale, Pio IV in Enciclopedia dei Papi online, Treccani, 2000. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  27. ^ La Prima Riforma Liturgica: Il Messale di San Pio V. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  28. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, p. 187.
  29. ^ a b G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, p. 196.
  30. ^ Cristina Siccardi e Fabio Arduino, San Pio V, 5 giugno 2012. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  31. ^ Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, p. 339.
  32. ^ a b c d Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, p. 340.
  33. ^ G. Filoramo - D. Menozzi, L'Età Moderna, p. 188.
  34. ^ Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, p. 349.
    «Nel patriziato veneziano prevalse l'ala di orientamento giurisdizionalista».
  35. ^ a b Adriano Prosperi, Paolo Sarpi in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero - Politica, Treccani, 2013. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  36. ^ Bastino i nomi del Bernini e del Borromini per rievocare l'importanza del mecenatismo papale del barocco petrino.
  37. ^ C. Andersen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, p. 311.
  38. ^ Nell'opera di Giansenio Augustinus (uscita postuma nel 1640), si cercava di dimostrare l'ortodossia di questo indirizzo teologico richiamandosi all'ultima produzione di sant'Agostino, caratterizzata dalla forte accentuazione del pessimismo antropologico e sul ruolo salvifico della grazia divina.
  39. ^ a b c C. Andersen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, p. 312.
  40. ^ a b C. Andersen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, p. 562.
  41. ^ C. Andersen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, p. 307.
  42. ^ Renata Ago, Innocenzo XII in Enciclopedia dei papi onlie, Treccani, 2000. URL consultato il 5 febbraio 2015.
  43. ^ "C. XI non seppe assolutamente valutare il fatto che la S. Sede non possedeva più gli strumenti diplomatici adatti e l'autonomia di apparato politico su cui fondare una strategia neutralista efficace. In secondo luogo, oltre all'eclatante manifestarsi di una intraprendente cultura e mentalità giurisdizionaliste degli Stati rivolte principalmente contro il potere ecclesiastico" (Clemente XI in Enciclopedia dei Papi online)
  44. ^ Stefano Andretta, Clemente XI in Dizionario dei Papi online, Treccani, 2000. URL consultato il 5 febbraio 2015.
  45. ^ Cfr. Benedetto XIV
  46. ^ Potestà-Vian, Storia del Cristianesimo, p. 368.
  47. ^ «Un'assemblea ecclesiastica che, osteggiata dal papato e convocata per riformare la Chiesa e saldare la frattura religiosa della cristianità europea, aveva finito con il produrre non la riforma ma la più grave "deformazione": l’affermazione del papato al di sopra di tutto il corpo ecclesiastico e la definitiva rottura con i riformatori protestanti.» (Adriano Prosperi, Paolo Sarpi, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero - Politica, 2013)
  48. ^ Pietro Tacchi Venturi, Pietro Sforza Pallavicino, Treccani, 1935. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  49. ^ a b c D. Antiseri-G. Reale, Controriforma e Riforma Cattolica in Storia della filosofia -: Umanesimo, Rinascimento e Rivoluzione Scientifica, IV.
  50. ^ come afferma tra gli altri G. Battelli nella voce Controriforma del Dizionario di Storiografia online
  51. ^ C. Andersen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1992, p. 212.
  52. ^ G. Battelli, Controriforma. URL consultato il 4 febbraio 2015.
  53. ^ M. Bendiscioli e M. Marcocchi, Riforma Cattolica. Antologia di documenti, Roma, 1963, pp. 162-163.
  54. ^ H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, Brescia, Morcelliana, [1947]; 1973-1981.
  55. ^ Non a caso, la Storia del Cristianesimo a cura di Gian Luca Potestà di Giovanni Maria Vian riporta un paragrafo intitolato L'applicazione del concilio: la Controriforma. Cfr. Ivi, pp. 337-340.
  56. ^ Ruggiero Romano-Corrado Vivanti (a cura di), Dalla caduta dell'Impero romano al secolo XVIII in Storia d'Italia, II, tomo 1, Torino, Einaudi, 1974, pp. 429–1079; 975–1079.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, Brescia, Morcelliana, [1947]; 1973-1981.
  • H. Jedin, Storia della Chiesa: Riforma e controriforma : crisi, consolidamento, diffusione missionaria (XVI - XVII sec.), Vol.VI, in Storia della Chiesa, ed.it. a c. di E. Guerriero, Jaca Book, Milano 1993.
  • D. Menozzi - G. Filoramo, L'Età Moderna, Vol.III, in Storia del Cristianesimo, in 4 voll., Editori Laterza, Bari 2013.
  • G.L. Potestà - G. Vian, Storia del Cristianesimo, il Mulino, 2010 Bologna.
  • A. Tomassetti, Bullarum, diplomatum et privilegiorum Sanctorum Romanorum Pontificum, Vol.VII, Seb. Franco et Henrico Dalmazzo editoribus, Augustae Taurinorum 1862.
  • D. Antiseri-G. Reale, Storia della filosofia -: Umanesimo, Rinascimento e Rivoluzione Scientifica, Vol.IV, Bompiani, Milano 2008.
  • M. Bendiscioli - M. Marcocchi, Riforma Cattolica. Antologia di documenti, Roma 1963.
  • Ruggiero Romano-Corrado Vivanti (a cura di), Dalla caduta dell'Impero romano al secolo XVIII in Storia d'Italia, II, tomo 1, Torino, Einaudi, 1974, pp. 429–1079; 975–1079.
  • C. Andersen - G. Denzler, Dizionario storico del Cristianesimo, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1992.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]