Messa tridentina

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Altare per messa officiata secondo il rito tridentino, Roma, Santissima Trinità dei Pellegrini
Stampa ottocentesca raffigurante la comunione dei fedeli

Nella liturgia cattolica, la messa tridentina designa la forma del rito romano celebrata secondo i canoni del Concilio di Trento, la quale fu mantenuta universalmente (e sia pure con aggiustamenti) fino alla riforma liturgica promulgata da papa Paolo VI nel 1969, che fu materialmente vergata dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia, del quale era presidente il cardinale Benno Walter Gut e segretario il padre Annibale Bugnini.

Attualmente, la messa tridentina è definita dalla Chiesa «forma extraordinaria del rito romano»,[1] volendo in tal modo indicare che, se da una parte non è più considerata la forma ordinaria o "normale", dall'altra non è reputata un rito distinto, ma solamente una «diversa forma del medesimo rito».[2] Viene anche chiamata comunemente "rito antico", "rito tradizionale", "messa romana classica" o "Messa di san Pio V". È detta anche "messa in latino", ma inappropriatamente, dato che anche la liturgia successiva alla riforma del 1969 può essere celebrata in tale lingua (l'editio typica, cioè quella di riferimento, del Messale riformato da Paolo VI rimane in latino). Meno comunemente, in modo più colto, è definita "Vetus Ordo Missæ".[3] Dato che risale nelle linee essenziali alla liturgia di papa Gregorio I, è detta anche "messa gregoriana".[4]

Nonostante la promulgazione del nuovo messale nel 1969, il rito tridentino non fu mai ufficialmente abrogato:[2] riservato, dopo la riforma liturgica, solo ad alcuni sacerdoti anziani e ai presbiteri residenti in Inghilterra e Galles,[5] dal 1984 papa Giovanni Paolo II ne concesse una più diffusa celebrazione previo assenso dei vescovi locali e nel 2007 papa Benedetto XVI con il motu proprio Summorum Pontificum estese il diritto di celebrarla a qualsiasi sacerdote. Il motu proprio Summorum Pontificum è, attualmente, il testo normativo della Santa Sede che regola l'uso del rito tradizionale, mentre l'organo preposto all'attuazione delle disposizioni in esso contenute è la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il Concilio di Trento[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Concilio di Trento.
Sessione del Concilio di Trento nella chiesa di Santa Maria in Trastevere. Dipinto di Pasquale Cati
Papa Pio V

Prima del Concilio di Trento, esistevano nell'ambito della Chiesa cattolica di rito latino moltissime versioni della liturgia. Alcune erano proprie di particolari nazioni o regioni, altre, di ordini religiosi o confraternite. La struttura era la medesima uguale per tutte, ma ognuna possedeva proprie peculiarità come preghiere tipiche, invocazioni a santi specifici, disposizioni differenti delle parti fisse della messa. In più, la Riforma protestante aveva messo in discussione alcuni capisaldi del Cattolicesimo, tra cui la presenza reale di Gesù dell'eucaristia e, conseguentemente, il culto che le si doveva. I protestanti avevano creato nuove forme liturgiche, alcuni elementi delle quali erano penetrati nelle liturgie cattoliche a livello locale. Per cancellare ogni contaminazione e per eliminare preghiere e usi superflui inseriti nei riti cattolici nel corso dei secoli, i padri conciliari incaricarono un gruppo di studiosi di redigere un nuovo messale, attingendo ai codici e ai libri più antichi.
Nella XXV sessione,[6] a lavoro ultimato, si stabilì di sottoporre l'opera al pontefice. Il 14 luglio 1570, papa Pio V con la bolla Quo primum tempore, promulgò il nuovo messale e lo sostituì a tutti quelli che fino ad allora venivano utilizzati nelle chiese locali, fatte salve le liturgie che avessero più di duecento anni, ordinando «a tutti e singoli i Patriarchi e Amministratori [...] , e a tutti gli ecclesiastici, [...] facendone loro severo obbligo in virtù di santa obbedienza, che, in avvenire abbandonino del tutto e completamente rigettino tutti gli altri ordinamenti e riti, senza alcuna eccezione, contenuti negli altri Messali, per quanto antichi essi siano e finora soliti ad essere usati, e cantino e leggano la Messa secondo il rito, la forma e la norma, che Noi abbiamo prescritto nel presente Messale; e, pertanto, non abbiano l'audacia di aggiungere altre cerimonie o recitare altre preghiere che quelle contenute in questo Messale.».[7]

La nuova redazione eliminò le aggiunte medievali ai riti, che per gli studiosi incaricati avevano un sapore superstizioso o eterodosso, tornando alle versioni più semplificate utilizzate a Roma dal tempo di papa Gregorio VII fino a Innocenzo III: il modello esteso all'intera Chiesa latina fu la messa celebrata nell'Urbe e in particolare la Messa stazionale. Oltre all'eliminazione di parti superflue, vennero aggiunti alcuni elementi prima assenti o utilizzati solo localmente come le preghiere ai piedi dell'altare, ossia le orazioni all'inizio della liturgia che, precedentemente, erano recitate dal celebrante nella sagrestia, o durante la processione d'ingresso, o prima di salire all'altare. Si aggiunse anche la parte finale della liturgia: la benedizione e la lettura dell'ultimo Vangelo.

Successive modifiche[modifica | modifica wikitesto]

Papa Giovanni XXIII

Dal 1570 al 1969 il messale rimase pressoché invariato, con eccezione dei ripetuti cambiamenti riguardanti la classifica delle messe e l'aggiunta di nuove celebrazioni nel calendario: solo di rado furono cambiate le parti dell'Ordinario della messa. Nel 1604 Clemente VIII[8] abolì alcune preghiere d'ingresso, altre preghiere dopo il Confiteor e la tripla benedizione nelle messe solenni. Altre variazioni furono apportate da Papa Urbano VIII nel 1634, e da Benedetto XV. Il 6 gennaio 1884, Leone XIII estese a tutte le nazioni le preci al termine della messa,[9] già recitate negli Stati ex-Pontifici a partire dal 1859[10] e modificate da Papa Pio IX nel 1866. Tali preci, però, non facevano parte delle messa.

Nel 1955, regnando Pio XII, furono modificati sensibilmente i riti della Settimana santa, in specie quelli della benedizione dei rami nella domenica delle palme e nel triduo pasquale, ove, fra le altre modifiche, fu abolita la menzione dell'imperatore nel rito del Venerdì Santo,[11] e nel rito della Vigilia Pasquale fu introdotto il rinnovamento delle promesse battesimali nella lingua del popolo.

Papa Giovanni XXIII, cui risale l'ultima edizione del messale prima del Concilio Vaticano II (quella del 1962), tra l'altro, abolì il Confiteor da recitarsi prima della comunione dei fedeli (conservando i due Confiteor delle preghiere iniziali) ed alcune feste, e inserì la menzione di san Giuseppe nel Canone romano della messa, il cui testo non era stato toccato da secoli.[12]

Il Concilio Vaticano II[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Concilio Vaticano II.

Il Concilio Vaticano II, tra gli altri argomenti, trattò della liturgia. I padri richiesero una revisione del messale e ne tracciarono i princìpi generali nella costituzione Sacrosanctum Concilium: in essa si chiedeva che fossero semplificati i riti (togliendo le duplicazioni), fosse introdotto un numero maggiore di brani scritturali e una qualche forma di preghiera dei fedeli[13] e che la lingua latina fosse conservata nei riti latini, pur concedendo un "certo spazio alla lingua nazionale" nelle letture e nelle monizioni[14]; inoltre, riguardo alla musica liturgica, furono espressamente indicate come forme di canto privilegiate per il Rito romano il gregoriano e, secondariamente, la polifonia[15]. Terminato il Concilio, fu dunque formata una commissione per modificare la liturgia della messa. Inizialmente dal lavoro della commissione produsse un primo nuovo messale edito nel 1965 e in parte modificato nel 1967, in cui furono introdotti la preghiera dei fedeli, la possibilità di recitare in volgare, oltre alle letture, anche diverse parti dell'Ordinario. Il pontefice concesse l'uso dell'antico rito ai sacerdoti che, in là con gli anni, avrebbero trovato difficoltà ad imparare una nuova forma di liturgia: tra questi, Josemaría Escrivá de Balaguer, fondatore dell'Opus Dei e Padre Pio da Pietrelcina.

La Commissione continuò il suo lavoro fino a giungere alla formulazione di un definitivo nuovo Messale nel 1969: il Novus Ordo Missæ che fu redatto interpretando le linee guida del Concilio: «L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti».[16]

L'abolizione di moltissimi gesti cerimoniali, inchini, e preghiere, l'inserimento di nuove preghiere eucaristiche, la soppressione delle invocazioni all'intercessione di santi, il maggior spazio dato all'ascolto della sacra scrittura ora letta ai fedeli in lingua volgare, la modifica delle formule dell'Offertorio e diversi altri rifacimenti fecero del nuovo messale un libro liturgico che si distaccava dal testo tridentino, suscitando nel mondo cattolico diverse reazioni sia favorevoli che sfavorevoli.

L'introduzione del Novus Ordo[modifica | modifica wikitesto]

Papa Benedetto XVI

Papa Paolo VI, con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969, promulgò una nuova editio typica del messale (Novus Ordo Missae) estendendone l'uso a tutta la Chiesa latina in sostituzione di quello tridentino.

Contro la modifica del messale, insorsero diversi gruppi di cattolici tradizionalisti e nacquero alcuni scismi in seno alla Chiesa. Tra i refrattari al cambiamento liturgico, spiccò l'arcivescovo francese Marcel Lefebvre, fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X. I seguaci di monsignor Lefebvre continuarono ad utilizzare il vecchio messale, e così fecero i membri di diverse altre associazioni di cattolici tradizionalisti e sedevacantisti che sorsero negli anni successivi alla riforma. Con il beneplacito della Santa Sede nacquero la Fraternità Sacerdotale San Pietro nel 1988, l'Amministrazione apostolica personale San Giovanni Maria Vianney nel 2001 e l'Istituto del Buon Pastore sorto nel 2006.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Summorum Pontificum.

Per accogliere le richieste di quanti nella Chiesa avevano una sensibilità più vicina al rito tridentino, papa Giovanni Paolo II, con la lettera Quattuor abhinc annos[17] del 1984 e con il motu proprio Ecclesia Dei afflicta[18] del 1988 diede ai vescovi la possibilità di concedere a chi ne avesse fatto domanda, l'uso del messale tridentino. Papa Benedetto XVI, il 7 luglio 2007, con il motu proprio Summorum Pontificum decise di permettere a tutti i sacerdoti che lo avessero desiderato, la possibilità di utilizzare il messale tridentino.

In Italia, nel secondo decennio del secolo XXI la Messa in rito romano antico è celebrata con regolarità in circa 150 chiese e cappelle, per lo più concentrate nel centro-nord del paese. Fino al 2007, cioè prima dell'entrata in vigore del motu proprio "Summorum Pontificum", il numero complessivo di celebrazioni non arrivava alle trenta unità.

Il rito[modifica | modifica wikitesto]

Celebrante, diacono, suddiacono, cerimoniere e accoliti in una messa solenne

Il Messale romano è la fonte principale per il rito della messa tridentina, insieme alle Rubricæ generales Missalis (Rubriche generali del Messale, in cui vengono spiegati i gesti e le parole del celebrante e di chi serve la messa) e al Ritus servandus in celebratione Missæ (Rito da seguire nella celebrazione della Messa). Esistono diversi tipi di celebrazione in rito antico: la base su cui fu strutturato il messale è quella pontificale ossia, celebrata da un vescovo. Da quella pontificale sono stati scritti i messali per la celebrazione degli altri tipi di liturgia: messa papale, solenne con assistenza papale, solenne (o alta), letta (o bassa); la messa cantata e quella dialogata sono modalità di celebrazione aggiunte nel corso dei tempi per sopperire ad alcune specifiche necessità, tra cui quella far partecipare il popolo in maniera più attiva. L'Ultima edizione del Messale Tridentino, promulgata da Giovanni XXIII, distingue i riti in Messa bassa (letta) e Messa in canto, quest'ultima suddivisa in Messa solenne (cantata e con l'assistenza di un diacono e un suddiacono) e Messa cantata (cantata, ma senza diacono e suddiacono).[19]

La celebrazione della messa tridentina ha diverse figure che servono allo svolgimento dell'azione liturgica:

  • il celebrante: può essere sacerdote o vescovo. È sempre uno solo, non essendo prevista, nel rito tradizionale, la concelebrazione.[20]
  • il ministro (o chierichetto): nelle messe basse può essere un laico di sesso maschile[21] o un chierico cui spetta rispondere al celebrante e servire all'altare. In alcune circostanze, possono servir messa anche due ministri. Nelle messe solenni, svolgono il ruolo del ministro il diacono e il suddiacono; sono presenti nel presbiterio un cerimoniere, un turiferario e un numero variabile di accoliti di cui solo due servono all'altare.
  • la schola cantorum: nelle messe solenni o cantate, accompagna la celebrazione cantando le parti della liturgia spettanti ai ministri rispondendo alle invocazioni del celebrante. Canta anche l'introito mentre il sacerdote e i ministri recitano i riti d'inizio, e il graduale.
  • il popolo: nelle messe dialogate o cantate può rispondere al celebrante. La sua presenza è ininfluente ai fini della validità della celebrazione liturgica; i fedeli che assistono alla messa lo fanno con l'ascolto, la preghiera personale, la devozione intima e seguendo ciò che avviene sull'altare.

Riti d'inizio[modifica | modifica wikitesto]

Preghiere ai piedi dell'altare in una messa bassa

La messa incomincia con l'ingresso processionale del celebrante e del ministro (o dei ministri e degli accoliti nelle messe solenni o pontificali) che, dopo aver fatto le riverenze prescritte, si recano ai piedi dell'altare. Il segno della croce è seguito dalle preghiere ai piedi dell'altare in cui sacerdote e ministro recitano a voci alterne il Salmo 42 Iudica me (che esprime il desiderio e la gioia di salire all’altare per avvicinarsi a Dio) e il Confiteor prima del celebrante e poi del ministro. Segue la benedizione per l'indulgenza e l'assoluzione dei peccati veniali.

Il sacerdote sale sull'altare e legge l'Introito, la preghiera d'inizio, poi il Kyrie eleison alternato col ministro. Del Kyrie viene ripetuta tre volte l'invocazione "Kyrie eleison", tre volte "Christe eleison", e di nuovo tre volte "Kyrie eleison"; il numero delle invocazioni permette che a ciascuna delle persone della Trinità ne siano rivolte tre, in modo che la somma totale di nove richiami i nove cori angelici.[22] Tale simbolismo coi cori angelici permette di introdurre consequenzialmente la recita della preghiera successiva, il Gloria in excelsis Deo, essendo esso il canto proprio degli angeli.[23] Al termine di questa sezione v'è la preghiera colletta. Nella messa dialogata i fedeli si uniscono al ministro nelle parti che spettano a lui. Nella messa solenne, mentre il celebrante e i ministri recitano il Salmo 42 il coro canta l'introito; il Kyrie e il Gloria vengono cantati anch'essi dalla schola cantorum.

Liturgia dei catecumeni[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi tempi del Cristianesimo, questo era l'unico momento al quale potevano assistere i catecumeni, ossia coloro che stavano preparandosi a ricevere il battesimo, e che, quindi, non erano ancora inseriti nel corpo della Chiesa. La liturgia dei catecumeni è la parte didattica della messa: consiste nella lettura dell'Epistola, nella recita del Graduale e dell'Alleluia o del Tratto, nella lettura del Vangelo, nell'omelia e nel Credo.

Lettura dell'epistola in una messa bassa
Lettura del Vangelo in una messa solenne

Viene detta Epistola la lettura di un passo, generalmente del Nuovo Testamento, spesso di una lettera di san Paolo, o di altri apostoli, più di rado di un passo degli Atti degli Apostoli o dell'Apocalisse o, in certi casi, di passi dell'Antico Testamento. A leggerla è il sacerdote che, posto nella parte destra dell'altare (il lato dell'epistola), la pronuncia in latino, con la facoltà di leggerla in lingua volgare introdotta dal motu proprio Summorum Pontificum[24]. Nelle messe solenni, mentre il sacerdote resta all'altare accanto al messale, il suddiacono la canta ad alta voce all'interno del presbiterio.

Il graduale è la recita di un salmo con strofa e ritornello eseguita sempre dal celebrante e sempre in latino, seguita dall'Alleluia: in alcuni momenti dell'anno liturgico l'Alleluia è sostituito dal Tratto. Nelle messe solenni è cantato dalla corale.

Il Vangelo è letto dal sacerdote, in latino (con facoltà di leggerlo in lingua volgare introdotta dal Messale del 1965 e ripresa dal motu proprio Summorum Pontificum[24]) sul lato sinistro dell'altare (lato del Vangelo). Nelle messe solenni, mentre il sacerdote resta all'altare dal lato dell'Epistola, l'Evangeliario viene portato processionalmente entro il presbiterio e il Vangelo è cantato in latino dal diacono. Il passaggio del libro, da un lato all'altro dell'altare, simboleggia secondo alcune interpretazioni l'estensione delle benedizioni divine, dagli Ebrei ai gentili, di modo che, in Cristo, non vi è più né ebreo, né greco; invece altri ritengono che il gesto di portare verso nord il Vangelo sia simbolo della luce della Parola di Dio che illumina le tenebre del mondo.

L'omelia (o predica), in lingua volgare, può essere pronunciata dal celebrante, da altro sacerdote o da un diacono: verte sulla spiegazione delle letture del giorno e su aspetti di morale o di vita pratica di fede. Al momento dell'omelia, vengono dati al popolo eventuali annunci o comunicazioni che non possono essere inseriti in alcun altro momento della liturgia.

Terminata l'omelia o, se questa non venisse pronunciata, dopo la lettura del Vangelo, il sacerdote recita il Credo. Nelle messe solenni, il Credo è cantato dal coro: il celebrante e i ministri lo recitano a bassa voce e, dopo essersi inginocchiati alle parole et incarnatus est de Spiritu Sancto, possono andare a sedersi fino alla fine del canto. Qualora si trovassero in piedi al momento in cui la corale canta la strofa et incarnatus est de Spiritu Sancto genufletteranno nuovamente.

Liturgia dei fedeli[modifica | modifica wikitesto]

Offertorio[modifica | modifica wikitesto]

Offertorio di un pontificale, Roma 2009

Terminato il Credo, il celebrante offre il pane per i suoi «innumerevoli peccati, offese e negligenze, e per tutti i circostanti, come pure per tutti i fedeli cristiani vivi e defunti, affinché [...] torni di salvezza per la vita eterna»[25]; successivamente offre il «calice di salvezza», scongiurando la divina «clemenza, affinché esso salga come odore soave al cospetto della tua divina maestà, per la salvezza nostra e del mondo intero».[25] Terminata l'offerta, il celebrante procede al lavabo, il lavacro delle dita con la recita del Salmo 25, letto dalla cartagloria (o dal libro, se fosse vescovo o prelato) in cornu epistolae. Seguono l'invocazione Orate fratres affinché Dio accetti l'offerta, la risposta del ministro e l'orazione secreta.

Consacrazione[modifica | modifica wikitesto]

Il celebrante e il ministro, (o il diacono e suddiacono nelle messe solenni), si scambiano alcune invocazioni al termine delle quali il sacerdote recita (o canta) il prefazio, una preghiera di lode che varia a seconda del tempo liturgico. Dopo il prefazio viene recitato o cantato il Sanctus durante il quale il ministro (o un accolito nelle messe solenni) suona tre volte un campanello: tutti i fedeli si inginocchiano, si inizia il Canone che il sacerdote recita tutto a bassa voce.

Elevazione in un pontificale, Roma 2009
Spartito del Pater noster gregoriano

Te igitur sono le prime parole del Canone: il sacerdote, profondamente inchinato[26], prega affinché Dio gradisca l'offerta di suo figlio. Poi prega in primis per la Chiesa cattolica, il Papa, i vescovi e i credenti; prega (memento) per tutti i presenti e per i loro cari e chiede l'assistenza (communicantes) della Vergine Maria e di tutti i santi. Torna a chiedere a Dio di accettare l'offerta (Hanc igitur): stende le mani sull'ostia e sul calice mentre il ministro suona il campanello. I fedeli sono chiamati dal suono al più completo raccoglimento perché di lì a poco avrà luogo la conversione del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo. Il ministro sale sull'altare e si inginocchia accanto al sacerdote (nelle messe solenni, sale il diacono). Il celebrante consacra prima l'ostia: dopo le parole della consacrazione si inginocchia in adorazione, poi eleva l'ostia consacrata all'adorazione dei fedeli dopo di che s'inginocchia nuovamente. Durante le due genuflessioni e l'elevazione il ministro (o l'accolito) suona il campanello;[27] poi procede alla consacrazione del vino nel calice con le stesse modalità. Mentre il sacerdote eleva l'ostia e il calice, il ministro solleva con la mano sinistra il lembo della pianeta del celebrante.[27]

Il Canone prosegue con una nuova richiesta (Unde et memores) a Dio di accettare l'offerta del corpo e sangue di suo figlio e prega (Supplices te rogamus) perché il «santo Angelo» la porti presso Dio affinché i fedeli siano ricolmati «d'ogni celeste benedizione e grazia».[25] Poi prega (Memento) per i fedeli defunti e (Nobis quoque) per sé e per i fedeli. Poi ha luogo la "piccola elevazione" (Per Ipsum) in cui il sacerdote offre a Dio, innalzandoli un po', l'ostia e il calice con il vino.

Pater noster e comunione del celebrante[modifica | modifica wikitesto]

Il sacerdote recita da solo ad alta voce il Pater noster o, nelle messe solenni, lo canta; il ministro (o la schola nelle messe solenni) recita solamente l'ultima strofa della preghiera «sed libera nos a malo».[28][29] Il celebrante spezza in due l'ostia, ne depone una parte sulla patena e dell'altra spezza un piccolo frammento che lascia cadere nel calice. Si volta verso il ministro e invoca la pace su di lui e sull'assemblea («pax Domini sit semper vobiscum»); poi procede alla recita dell'Agnus Dei che viene cantata dal coro nelle messe solenni, di seguito recita le preghiere prima della comunione: terminata la preghiera «Domine non sum dignus» che ripete tre volte battendosi il petto, si comunica. Un suono del campanello,[30] il cui momento varia a seconda dell'uso locale (a Roma, quando il celebrante ha terminato di bere il vino dal calice) avvisa i fedeli che è il momento della comunione.

Nelle edizioni dei messali precedenti al 1962, a questo punto, era prevista la recita del secondo Confiteor, prassi rimasta, comunque, in uso anche successivamente alla riforma di papa Giovanni XXIII e, talora, utilizzata anche oggi.

Chi ha gravi motivi, a questo punto può lasciare la chiesa, in quanto il Sacrificio si è compiuto e, pertanto, l'obbligo festivo è da ritenersi soddisfatto.

Comunione dei fedeli[modifica | modifica wikitesto]

Il celebrante prende dal tabernacolo le ostie consacrate lì presenti, o, se le avesse consacrate nella stessa messa, prende la pisside in cui sono contenute, ne estrae una e mostrandola al popolo recita l'invocazione «Ecce Agnus Dei» al quale il popolo risponde per tre volte con la formula «Domine, non sum dignus».[30] Dà la comunione al ministro nella messa bassa, al diacono e al suddiacono e poi agli accoliti nella messa solenne, e si avvicina alla balaustra accompagnato dal ministro per distribuire la comunione ai fedeli inginocchiati. Durante la distribuzione, il ministro regge un piattino che pone sotto il mento dei comunicandi per evitare che l'ostia cada sulla balaustra o che qualche frammento vada disperso; il sacerdote traccia, su ogni fedele che riceverà la comunione, una croce con l'ostia pregando «Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam æternam. Amen.».[31]

Terminata la comunione dei fedeli, il celebrante procede a purificare il calice e la patena e a togliere i frammenti di ostia dal corporale. Poi purifica il pollice e l'indice di entrambe le mani, che dal momento della consacrazione ha tenuto sempre uniti.[32]

Riti di conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Il ministro sposta il messale dal lato sinistro a quello destro dell'altare e va ad inginocchiarsi sul pavimento al lato del Vangelo. Il celebrante recita la preghiera di comunione (antiphona ad communionem) e poi la postcommunio. Si pone al centro dell'altare girato verso i fedeli, congeda il popolo con la formula «Ite, missa est» alla quale il ministro (e il popolo) risponde «Deo gratias»[33]. Si volta verso l'altare e recita, inchinato, la preghiera Placeat Tibi, poi si volge nuovamente al popolo e impartisce la benedizione che i fedeli ricevono in ginocchio.

Dopo la benedizione, si reca al lato del Vangelo e legge il prologo del Vangelo di Giovanni dalla cartagloria. Al termine, preceduto dal ministro, esce dal presbiterio.

In conclusione, prima di uscire verso la sacrestia, il sacerdote recita le preci leonine, inserite del messale da papa Leone XIII, che consistono in tre Ave Maria, una Salve Regina, un "Oremus" in cui si chiede l'intercessione della Madonna, di San Giuseppe, degli Apostoli e di tutti i Santi, la Preghiera a San Michele Arcangelo e tre invocazioni al Sacro Cuore di Gesù.

Anno e calendario liturgici[modifica | modifica wikitesto]

Paramenti neri in una messa da requiem
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Anno liturgico nella Chiesa latina.

La celebrazione della Messa tridentina segue l'Anno liturgico romano nella forma extra-ordinaria come disciplinato dal Calendario romano generale precedente la riforma liturgica del 1969. Le relative norme sono stese nel Capitolo VIII delle Rubricæ generales del Missale Romanum del 1962.

La lingua[modifica | modifica wikitesto]

In quasi tutti i Paesi[34] la messa tridentina è celebrata interamente in latino, ad eccezione di alcune parole e frasi in greco antico[35] ed ebraico. Nella Messa secondo il rito romano antico si sono volute dunque preservare le tre lingue con cui per la prima volta si era enunciata la regalità di Cristo (cioè il Suo essere re), nel corso della cocifissione sopra il titulus crucis.[36] Essa prevede inoltre lunghi periodi di silenzio (in particolare all'offertorio e alla consacrazione) per consentire ai fedeli di meditare su quanto sta avvenendo. L'omelia, nel messale tridentino è pronunziata nella lingua del popolo. La lingua locale può essere impiegata anche per le preghiere la cui recitazione alla conclusione della messa è stata prescritta dal papa Leone XIII e resa successivamente facoltativa. I fedeli possono seguire la liturgia leggendo un messalino o un foglietto bilingue, che riportano, a fianco del testo latino, la traduzione nella lingua nazionale.

Riguardo al testo latino della messa si nota che vengono impiegate due diverse versioni della Bibbia, la Vulgata e l'Itala. Infatti l'Itala si ritrova nelle parti cantate dal coro (introito, graduale, offertorio e communio) delle Messe più antiche, che sono precedenti all'adozione della Vulgata.

Il motu proprio "Summorum Pontificum" prevede che le letture possano essere recitate nella lingua locale, invece del latino. Si usa già, oltre alla recita in latino al momento previsto nel Messale, leggerne una traduzione prima dell'omelia del sacerdote.

Colori liturgici[modifica | modifica wikitesto]

Una pianeta
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Colori liturgici.

I colori liturgici previsti nella messa tridentina sono il verde, il violaceo, il bianco, il rosso, il nero e il rosaceo.

Il verde è utilizzato nel tempo dopo l'Epifania e dopo Pentecoste, il violaceo in quello d'Avvento, quello di Settuagesima e quello quaresimale; il bianco, nel tempo natalizio, pasquale e nelle solennità, e può essere sostituito da paramenti dorati nella celebrazioni delle feste più importanti; il colore rosso a Pentecoste e nelle feste dei Martiri, il nero nei funerali e nelle messe di requiem e nell'azione liturgica del Venerdì Santo.[37] Paramenti di colore rosaceo possono sostituire quelli violacei nella terza domenica di Avvento (domenica Gaudete) e nella quarta di Quaresima (domenica Laetare).[38]

Paramenti liturgici[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Paramento liturgico.

Il sacerdote indossa l'abito talare al quale sovrappone, sulle spalle, l'amitto; veste, poi il camice legato da un cingolo e, sopra, una stola che tiene incrociata sul petto. Infine indossa la pianeta ossia la casula[39][40] e lega al proprio braccio sinistro il manipolo. Il celebrante può indossare la berretta nella processione d'ingresso e di uscita, durante l'omelia e nelle messe solenni quando è seduto.

Il ministro e gli accoliti vestono con talare e cotta; il diacono, sopra la talare e il camice, porta la stola e la dalmatica; il suddiacono, la tunicella.[41] Il Diacono indossa la stola trasversalmente al busto, non incrociata come il celebrante. Diacono e Suddiacono possono portare la berretta nelle processioni d'entrata e d'uscita e quando sono seduti. La pianeta, la dalmatica, la tunicella, la stola e il manipolo devono essere del colore liturgico del giorno.

I vescovi, oltre alle vesti dei sacerdoti, possono indossare particolari scarpe e guanti: calzari liturgici generalmente di raso e guanti di tessuto detti chiroteche, portano poi la mitria e usano il bastone pastorale.

Orientamento del sacerdote[modifica | modifica wikitesto]

Secondo il messale del 1962, il sacrificio eucaristico viene sempre celebrato dal sacerdote rivolto ad Deum, nel senso che il celebrante si rivolge verso il crocifisso, che è sempre posto al centro dell'altare.[42] La stragrande parte degli altari delle chiese costruite prima della riforma liturgica è rivolta verso l'abside o ad orientem: l'altare è addossato al muro o in prossimità di esso. Lo scopo del rivolgere la preghiera ad orientem è quello di essere sempre rivolti a Cristo, di cui la luce solare era vista come simbolo, soprattutto nei primi secoli del cristianesimo[43]. Vi sono degli altari antichi non addossati al muro in alcune delle più antiche basiliche romane, come l'altar maggiore della Basilica di San Pietro in Vaticano o di San Giovanni in Laterano. Di essi, tuttavia, non si può parlare di altare versus populum, ma solamente di altare versus orientem: tali basiliche, infatti, sono costruite con l'abside rivolto verso occidente e l'ingresso verso oriente, a imitazione del Tempio di Gerusalemme[44], affinché la luce del sole, che nel cristianesimo dei primi secoli simboleggiava Cristo, potesse entrare dal portale della chiesa. Perciò l'orientazione dell'altare era construita in modo che il celebrante non guardasse verso il popolo, ma versus orientem, che in quei casi era in direzione opposta all'abside[45]. In seguito si è iniziato a costruire chiese senza un'orientazione astronomica precisa, ma l'orientazione del celebrante è rimasta versus apsidem, considerato come un oriente convenzionale[46]. In definitiva, quindi, l'orientazione del sacerdote è sempre versus Deum, orientazione che è individuata con l'oriente (versus orientem), che può essere l'oriente astronomico o un oriente convenzionale.

Celebrante e diacono voltati all'ite missa est di una messa solenne

Quando celebra su altari versus apsidem,[47] il sacerdote rimane rivolto verso l'altare per quasi tutta la messa e si volge al popolo solo in particolari circostanze:

  • per pronunciare, quando prevista, l'omelia (sempre nella lingua del popolo);
  • per salutare i ministri e il popolo, dicendo Dominus vobiscum, prima della colletta;[48]
  • per salutare i ministri e il popolo, dicendo Dominus vobiscum prima dell'offertorio;[49]
  • per invitare a pregare, dicendo Orate, fratres...[50]
  • prima della comunione dei fedeli, mostrando l'ostia consacrata e dicendo Ecce Agnus Dei...;[51]
  • per salutare i ministri e il popolo, dicendo Dominus vobiscum, prima della post comunione;[52]
  • per dire Ite, missa est;[52]
  • per impartire la benedizione;[53]

Quando volge le spalle all'altare per dire Dominus vobiscum, deve farlo tenendo lo sguardo diretto a terra.[48]

Se invece l'altare è, secondo l'espressione del Messale romano del 1962, "ad orientem, versus populum", il sacerdote, essendo rivolto al popolo, non volge le spalle all'altare quando sta per dire Dominus vobiscum, Orate, fratres...', Ite, missa est o dare la benedizione.[54]

La celebrazione versus Deum, così come il mantenimento di un altare versus orientem, non appartengono soltanto alla forma extraordinaria del Rito romano, ma sono ammessi anche nella forma ordinaria, come specificato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede[55].

Differenze con il Novus Ordo[modifica | modifica wikitesto]

La riforma liturgica del 1969 ha modificato in molti punti il messale tridentino. Queste le differenze più importanti tra le due forme del rito romano:

Ingresso, Confiteor e Kyrie eleison[modifica | modifica wikitesto]

Confiteor del sacerdote in una messa solenne

Nel rito tradizionale la Messa inizia col celebrante ai piedi dell'altare, mentre nel novus ordo il celebrante si dirige subito all'altare. Dopo il Segno della Croce, il sacerdote inizia sempre con l'antifona "Introibo ad altare Dei/ ad Deum qui laetificat iuventutem meam" ("Salirò all'altare di Dio/ a Dio che allieta la mia gioventù"), subito seguita dalla recita del Salmo 42 (entrambe parti non presenti nella Messa del Novus Ordo). La recita del Confiteor da parte del celebrante è distinta da quella del ministro e del popolo. Prima il sacerdote pronuncia la preghiera chiedendo perdono per i propri peccati, e il ministro risponde con l'invocazione Misereatur tui..., poi è il ministro che la recita (assieme al popolo) e il sacerdote invoca il perdono per il ministro e il popolo con il Misereatur vestri.... Segue la benedizione per l'indulgenza e l'assoluzione dei peccati veniali che il sacerdote impartisce su se stesso e sui presenti. Nella forma riveduta, invece, celebrante e fedeli recitano insieme Confiteor e non è più prevista l'assoluzione al termine della recita.
Nella forma del Confiteor usata nella messa tridentina viene invocata l'intercessione di san Michele Arcangelo, e dei santi Giovanni Battista, Pietro e Paolo oltre a quella della Vergine Maria: nella messa nuova si fa menzione solamente della Vergine, mentre l'invocazione agli angeli ed ai santi è espressa in forma generica.
Prima della revisione del messale da parte di papa Giovanni XXIII, il Confiteor con la successiva assoluzione veniva ripetuto anche prima della comunione dei fedeli ed è tuttora ripetuto da quelli che usano forme anteriori a quella del messale del 1962.

La forma del Kyrie eleison, nella messa antica, è un po' più lunga di quella del nuovo messale: Kyrie eleison viene ripetuto per tre volte, Christe eleison per altre tre e, di nuovo Kyrie per tre volte a voci alterne tra celebrante e ministro; nella forma riveduta, invece, ciascuna invocazione è ripetuta solo due volte, per un numero totale di sei invocazioni, mancando così il simbolismo dei nove cori angelici e togliendo la correlazione con il successivo Gloria (vedi sopra).[56]

Epistola, graduale e tratto[modifica | modifica wikitesto]

Graduale dell'XI secolo

La messa tridentina prevede, oltre al Vangelo, un'unica lettura che viene fatta dal sacerdote all'altare. Solo durante le Quattro tempora il Vangelo è preceduto da due letture nei mercoledì e da cinque letture nei sabati.

Tra l'Epistola e il Vangelo, il sacerdote recita il graduale: tratto da uno o più salmi, è composto da due parti: il corpo, detto anche responsum o caput ed il versetto. È recitato dal celebrante o, nelle messe solenni o cantate, viene intonato dalla schola; non prevede risposte da parte del ministro o del popolo come il salmo responsoriale del Novus Ordo. È seguito da un "verso alleluiatico" che in Quaresima, nel Tempo di Settuagesima e nella messa per i defunti viene sostituito dal Tratto.

Canone[modifica | modifica wikitesto]

Genuflessione dopo l'elevazione

Nel messale tridentino esiste un solo Canone per la consacrazione, quello romano che nel Novus Ordo è stato mantenuto con alcune modifiche anche con il nome di "preghiera eucaristica I".
Nell'uso tridentino si fa menzione e si chiede l'intercessione di un gran numero di santi, mentre nel nuovo messale, questa è resa facoltativa.

Durante la consacrazione, il sacerdote s'inginocchia appena ha consacrato il pane e dopo l'elevazione dell'ostia, appena ha consacrato il vino e dopo l'elevazione del calice; s'inginocchia nuovamente dopo aver lasciato cadere un frammento di ostia consacrata nel calice con il vino (commixtio). Nel nuovo messale, è previsto che il celebrante si inginocchi solo dopo ciascuna elevazione.

Preghiera dei fedeli e scambio della pace[modifica | modifica wikitesto]

Nel messale tridentino non esiste la preghiera dei fedeli. Le preghiere per i vivi e per i morti, infatti, sono inserite nel Canone.

Il segno di pace viene scambiato esclusivamente tra il celebrante, il diacono, il suddiacono e gli accoliti, e solo durante le messe solenni o pontificali. Ciò è pure consentito nelle messe cantate, facendo uso dell'instrumentum pacis o pace. I fedeli non si scambiano alcun segno di pace.

Riti di conclusione[modifica | modifica wikitesto]

Mentre la nuova messa termina con l' ite missa est, in quella tridentina, la benedizione è successiva all' ite; in più, prima di uscire dalla chiesa, il sacerdote legge l'"ultimo Vangelo" e, facoltativamente, recita le "preci leonine".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Motu proprio Summorum pontificum Art. 1.
  2. ^ a b Lettera di Benedetto XVI ai Vescovi in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum
  3. ^ In contrapposizione al termine "Novus Ordo Missæ" con cui si indica la forma ordinaria del rito romano.
  4. ^ Quest'ultima definizione, per quanto storicamente precisa, si presta ad essere confusa con una pratica in suffragio delle anime del purgatorio, il cosiddetto "ciclo gregoriano" o delle messe gregoriane. Secondo una devozione popolare, la celebrazione ininterrotta di trenta messe, per trenta giorni consecutivi (non è indispensabile che sia lo stesso prete, e neppure lo stesso altare, ma si tratta di evenienze raccomandate) in suffragio dello stesso defunto, ottiene, se non la liberazione immediata dal purgatorio, quanto meno una particolare intercessione da parte di san Gregorio Magno.
  5. ^ The "English" Indult
  6. ^ Concilio di Trento, Sessione XXV, Cap. XXI
  7. ^ Bolla Quo primum tempore, § VI.
  8. ^ Paul Cavendish The Tridentine Mass
  9. ^ Decreto Iam inde ab anno della Sacra Congregazione dei Riti (Acta Sanctae Sedis 16 (1884), p. 249-250)
  10. ^ Enciclica Qui nuper
  11. ^ La menzione dell'imperatore nel canone era già da considerarsi abolita dal 1806 con l'inserimento di una nota nel messale, in cui si specificava che tale menzione, benché presente, non avrebbe dovuto essere pronunciata. Ciò perché, avendo Francesco II d'Asburgo, per riguardo al genero Napoleone Bonaparte, rinunciato al titolo di Sacro Romano Imperatore, tale figura non era più presente. Pertanto, si avvertiva, che il monarca che avesse preteso l'applicazione di tale menzione, avrebbe commesso peccato mortale.
  12. ^ L'uso in diverse nazioni di menzionare nel Canone della messa il rispettivo re non riguardava Roma, dove regnava il papa.
  13. ^ Dal testo della Sacrosanctum Concilium: [1]
  14. ^ "L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia", dalla Sacrosanctum Concilium: [2]
  15. ^ Dal testo della Sacrosanctum Concilium: [3]
  16. ^ Sacrosanctum Concilium Cap. 36.
  17. ^ Lettera Quattuor abhinc annos
  18. ^ Motu proprio Ecclesia Dei afflicta
  19. ^ Si veda la INSTRUCTIO DE MUSICA SACRA ET SACRA LITURGIA compresa nel Messale del 1962, capitolo I paragrafo 3, qui [4]
  20. ^ L'impossibilità di concelebrare ha una sola apparente eccezione della messa che accompagna la consacrazione di nuovi vescovi. Qui i vescovi consacranti e quelli consacrati celebrano tutti contemporaneamente avendo, però, di fronte a sé, ciascuno una propria distinta materia.
  21. ^ Codice di Diritto Canonico 1917, Can. 494 e 968
  22. ^ Dom Prosper Guéranger O.S.B, La Santa Messa, Spiegazione delle preghiere e delle cerimonie della Santa Messa secondo alcune note raccolte dalle conferenze di Dom Prosper Guéranger, Abate di Solesmes (1906), ristampa e traduzione a cura delle Suore Francescane dell'Immacolata, Città di Castello (PG) (2008). Testo del capitolo V qui [5]
  23. ^ Dom Prosper Guéranger O.S.B, cit. Testo del capitolo VI qui [6]
  24. ^ a b Motu proprio Summorum pontificum Art. 6.
  25. ^ a b c Missale Romanum ex Decreto Ss. Concilii Tridentini', ed. typ. 1962
  26. ^ Ritus Servandus, VIII, 1.
  27. ^ a b Ritus Servandus, VIII, 6.
  28. ^ Ritus Servandus, X, 1.
  29. ^ Nella liturgia eucaristica è previsto che i fedeli recitino il Pater Noster per intero solo in un'occasione: durante la Veglia pasquale dopo la rinnovazione delle promesse battesimali e ciò secondo la riforma della Settimana Santa approvata da Pio XII.
  30. ^ a b Ritus Servandus, X, 6.
  31. ^ Ritus Servandus, X, 7.
  32. ^ Ritus Servandus, VIII, 5.
  33. ^ Prima del 1955, nelle Messe in cui non si recitava il Gloria l'Ite Missa est era sostituito dal Benedicamus Domino
  34. ^ Il diritto di impiegare lo slavo ecclesiastico nella messa di rito romano è prevalso per molti secoli in tutti i Paesi dei Balcani sud-occidentali, ed è stato approvato da lunga pratica e da molti papi. Questo diritto è stato esteso al Montenegro nel 1866, alla Serbia nel 1914, alla Cecoslovacchia nel 1920, e il concordato del 1935 con la Jugoslavia estendeva il diritto a tutto quel regno. (The Croatian Glagolitic Heritage).
  35. ^ Si usa la pronuncia itacistica, per cui la lettera η (per esempio, nella parola ἐλέησον) ha il valore di i, non di e.
  36. ^ J.Y. Pertin, Cerimoniale del Rito Romano Antico, Edizioni Amicizia Cristiana - Gruppo Editoriale Tabula Fati (Chieti 2008) - pag. 36 nota 20.
  37. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XVIII, 132
  38. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XVIII, 119/132
  39. ^ "planeta seu casula" - Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XIX, 133
  40. ^ I libri liturgici hanno sempre usato i due termini pianeta e casula come sinonimi. Nelle edizioni del Messale Romano in uso prima del 1962, il termine «pianeta» appariva undici volte (Rubricae generalis Missalis, 6 volte; Ritus servandus in celebratione Missae, I, 4; VIII, 6 e 8; Praeparatio ad Missam, Ad Planetam, per i vescovi, 2 volte) e il termine «casula» dodici volte (Ritus servandus in celebratione Missae, XIII, 4; Praeparatio ad Missam, Ad Casulam, cum assumitur (per i presbiteri); Feria Quarta Cinerum; Dominica in Palmis; Feria VI in Parasceve, 2 volte); Sabbato Sancto, 3 volte); Sabbato in Vigilia Pentecostes; In Purificatione B. Mariae V.; Absolutio super tumulum). Il Rito dell'ordinazione presbiterale prescriveva che l'ordinando si presentasse avente «"planetam" coloris albi complicatam super brachium sinistrum», ma poi indicava che il vescovo «imponit Ordinando "casulam" usque ad scapulas» e poi, più tardi, «explicans "casulam", quam Ordinatus habet complicatam super humeros, et induit illum». Nell'edizione 1962 "planeta" si trova 18 volte, "casula" 8 volte.
  41. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XIX, 137
  42. ^ Rubricæ generales - Missale Romanum, Typis poliglottis Vaticanis 1962 Cap. XI, 527
  43. ^ cfr. Mons. Klaus Gamber, Tournés vers le Seigneur!, Editions Sainte-Madeleine, Le Barroux, France, pp. 19-55, di cui è presente un estratto tradotto in italiano qui [7]
  44. ^ "L’entrata ad Oriente (basiliche costantiniane) imitava la disposizione del Tempio di Gerusalemme (cfr. Ezechiele 8, 16), come di altri templi antichi, le cui porte aperte lasciavano entrare la luce del sol levante, che faceva scintillare all’interno la statua del dio.", Klaus Gamber, cit.
  45. ^ cfr. Mons. Klaus Gamber, cit.
  46. ^ Klaus Gamber, cit.
  47. ^ Ritus servandus, V, 3
  48. ^ a b Ritus servandus, V, 1
  49. ^ Ritus servandus, VII, 1
  50. ^ Ritus servandus, VII, 7
  51. ^ Ritus servandus, X, 6
  52. '^ a b 'Ritus servandus, XI, 1
  53. ^ Ritus servandus, XII, 1
  54. ^ Ritus servandus, V, 3
  55. ^ Il testo del pronunciamento qui [8]
  56. ^ Dom Prosper Guéranger O.S.B, cit. Testo del capitolo V qui [9]

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