Cirillo di Alessandria

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San Cirillo di Alessandria
Patriarca di Alessandria
Patriarca di Alessandria

Vescovo e dottore della Chiesa

Nascita c.a. 370
Morte 27 giugno 444
Venerato da Chiesa cattolica e Chiese ortodosse
Canonizzazione 28 luglio 1882
Ricorrenza 27 giugno
Attributi bastone pastorale

Cirillo di Alessandria (Teodosia d'Egitto, 370Alessandria d'Egitto, 27 giugno 444) fu il quindicesimo Papa della Chiesa copta (massima carica del Patriarcato di Alessandria d'Egitto), dal 412 alla sua morte.

Come teologo, fu coinvolto nelle dispute cristologiche della sua epoca. Si oppose a Nestorio durante il concilio di Efeso del 431 (del quale fu la figura centrale). In tale ambito, per contrastare le tesi di Nestorio che negava la maternità divina di Maria, sviluppò una teoria dell'Incarnazione, che gli valse il titolo di doctor Incarnationis e che è considerata ancora valida dai teologi cristiani contemporanei. Perseguitò i novaziani, gli ebrei[1] e i pagani[2], sino a quasi annientarne la presenza nella città. Alcuni storici lo indicano come il mandante dell'omicidio della scienziata e filosofa neoplatonica Ipazia[3].

Divenuto vescovo e patriarca di Alessandria nel 412, secondo lo storico Socrate Scolastico acquistò «molto più potere di quanto ne avesse avuto il suo predecessore» e il suo episcopato «andò oltre i limiti delle sue funzioni sacerdotali». Cirillo giunse a svolgere anche un ruolo dalla forte connotazione politica e sociale nell'Egitto greco-romano di quel tempo. Le sue azioni sembrano essersi ispirate al criterio della difesa dell'ortodossia cristiana a ogni costo: espulse gli ebrei dalla città; chiuse le chiese dei novaziani, confiscandone il vasellame sacro e spogliando il loro vescovo Teopempto di tutti i suoi possedimenti; entrò in grave conflitto con il prefetto imperiale Oreste.

Nel 1882 papa Leone XIII l'ha proclamato dottore della Chiesa.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nel 403 accompagnò lo zio Teofilo, vescovo di Alessandria, al concilio di Encina, presso Calcedonia. Alla morte dello zio, 15 ottobre 412, fu eletto vescovo di Alessandria, malgrado l'opposizione di molti che lo giudicavano violento e autoritario come lo zio; infatti si mostrò tale contro i novaziani, gli ebrei (fece distruggere la colonia ebraica di Alessandria) e persino col governatore imperiale di Alessandria Oreste.

Si oppose alle tesi cristologiche di Nestorio inviando una lettera pastorale a tutti i fedeli nel 429, una lettera enciclica ai monaci egiziani ed ebbe una corrispondenza con lo stesso Nestorio invitandolo invano a ritrattare le proprie tesi. Nestorio e Cirillo si appellarono a papa Celestino I, che convocò un concilio a Roma, in cui Nestorio fu condannato e minacciato di deposizione se non avesse ritrattato entro dieci giorni le proprie teorie. Cirillo fu incaricato di trasmettere a Nestorio la lettera di diffida del papa, alla quale aggiunse la formula di fede approvata nel 430 in un sinodo ad Alessandria e una lista di dodici anatemi. Di fronte al mancato accordo, l'imperatore Teodosio II (408-450) convocò nel 431 un concilio a Efeso che dopo varie e opposte decisioni, condannò Nestorio.

È considerato il più importante padre della Chiesa alessandrina dopo Atanasio di Alessandria, venerato dalla Chiesa ortodossa, dalla Chiesa copta e dalla Chiesa cattolica, che lo proclamò santo e dottore della Chiesa, in particolare "dottore dell'Incarnazione", il 28 luglio 1882.

Uccisione di Ipazia[modifica | modifica sorgente]

Dalle cronache di Socrate Scolastico (scrittore cristiano), risulta che nel 414 ci furono violenze contro i cristiani ad opera di ebrei, alle quali Cirillo reagì cacciando gli ebrei da Alessandria e trasformando in chiese le sinagoghe:[4] Entrò inoltre in conflitto con il praefectus augustalis (prefetto della città), Oreste. Questi era stato assalito da alcuni monaci che lo accusavano di essere un sanguinario e ferito dal tiro di una pietra. Il colpevole venne torturato fino alla morte, ma Cirillo gli tributò solenni onori funebri, attribuendogli il titolo di martire.

Nel marzo del 415 un gruppo di cristiani, guidati dal lettore Pietro, sorprese Ipazia (filosofa neo-platonica, matematica e astronoma pagana) mentre ritornava a casa, la tirò giù dalla lettiga, la trascinò nella chiesa costruita sul Cesareion e la uccise brutalmente, scorticandola fino alle ossa (secondo altre fonti utilizzando ostrakois - letteralmente "gusci di ostriche", ma il termine era usato anche per indicare tegole o cocci), e trascinando i resti in un luogo detto Cinarion, dove furono bruciati.

Annota Socrate Scolastico:

« Tale fatto comportò una non piccola ignominia sia a Cirillo sia alla Chiesa alessandrina. Infatti dalle istituzioni dei cristiani sono totalmente estranee le stragi e le lotte e tutte le cose di tal fatta. »
(Socrate Scolastico Storia ecclesiastica Libro VII, cap. 15, PG 67 col 769)

Cirillo era grandemente apprezzato da Pulcheria, sorella dell'imperatore Teodosio II, ancora minorenne all'epoca dei fatti. L'inchiesta per l'uccisione di Ipazia si risolse con un nulla di fatto, ma i temuti parabolani, chierici "barellieri", che costituivano di fatto una sorta di milizia privata del vescovo, vennero posti sotto l'autorità del prefetto, in seguito ad una richiesta della comunità di Alessandria.[5] La vicenda si concluse con l'ordinanza imperiale del 3 febbraio 418 con cui i parabolani vennero di nuovo affidati al vescovo di Alessandria, che all'epoca era ancora Cirillo.[6]

Il filosofo Damascio, nella sua Vita di Isidoro, scritta cento anni dopo i fatti, individua nell'invidia di Cirillo per l'autorevolezza di Ipazia, la ragione del linciaggio che sarebbe stato da lui stesso organizzato e ordinato.

Opere[modifica | modifica sorgente]

Le sue opere sono raccolte in dieci volumi della Patrologia Greca del Migne (PG 68-77). Sull'adorazione e il culto, 17 libri; Glaphyra, 13 libri; Commento al Vangelo di Giovanni, 12 libri di cui due perduti; Commenti a Isaia e ai dodici profeti minori. Contro gli ariani scrive il Thesaurus de sancta et consubstantiali Trinitate e il De sancta et consubstantiali Trinitate. Contro i nestoriani scrive Adversus Nestorii blasphemias contradictionum libri quinque, Apologeticus pro duodecim capitibus adversus orientales episcopos, Epístola ad Evoptium adversus impugnationem duodecim capitum a Theodoreto editam e la Explicatio duodecim capitum Ephesi pronuntiata; si conservano poi tre lettere a Nestorio, delle quali la seconda e la terza furono approvate nel concilio di Efeso del 431, nel concilio di Calcedonia del 451 e dal Concilio di Costantinopoli II del 553; sua è la lettera indirizzata a Giovanni di Antiochia, detta Simbolo efesino, approvata nel concilio di Calcedonia.

Degli ultimi anni sono i dieci libri conservatisi della Pro sancta christianorum religione adversus libros athei Juliani, contro l'imperatore romano Giuliano (360-363).

Dottrina cristologica e il concilio di Efeso[modifica | modifica sorgente]

Diversamente dai teologi di Antiochia, di scuola aristotelica, che mettevano in risalto l'umanità di Cristo e l'unione delle sue due nature, rimaste integre in una sola persona, Cirillo, alessandrino e perciò di scuola platonica, dà l'assoluta precedenza alla divinità di Cristo. Il Logos divino è l'unico vero centro di azione in Cristo. Diversamente dalla scuola antiochena, che accentuava l'autonomia della natura umana, fino a farla diventare un secondo soggetto accanto al Logos, Cirillo non si riferisce mai a un soggetto umano o a un distinto principio operativo.

In Cristo vi è la perfetta unità del Verbo nella carne: l'uomo è il Verbo, ma il Verbo in quanto unito a un corpo. Per cui, pur rimanendo le due nature distinte e non confuse, in forza dell'unione si può predicare della divinità quanto è dell'umanità e viceversa. È un errore parlare di unione secondo sussistenza (enosis kat' hypostasin) o unione secondo natura (enosis kata physin), dal momento che Cirillo, erroneamente, non pone distinzione tra i due termini; il teologo alessandrino afferma che l'unione delle due nature è un'unione fisica (enosis physikee), non morale.

Per spiegare l'unione delle due nature nell'unica persona di Cristo, Cirillo rifiuta i termini di coabitazione, congiunzione o relazione nonché di avvicinamento e di contatto (synapheia), come dicono gli antiocheni, e giudica insufficiente anche il termine unione (hénosis) perché potrebbe sottintendere che Cristo sia un uomo che porta Dio, un «teoforo» (theophoron anthropon). La sintesi della cristologia cirilliana è data dalla formula «un'unica natura del Dio Logos incarnata» (mia physis tou Theou logou sesarkomenee), che Cirillo riteneva di Atanasio, ma che in realtà era ripresa dalla lettera di Apollinare a Crioviano.

Confutando Nestorio, si oppone all'espressione di «Maria madre di Cristo» (Christotokos) e sostiene quella di «Maria madre di Dio» (Theotokos) perché equivale ad affermare che in Cristo vi è una sola persona, quella del Figlio di Dio: «Siccome la Vergine generò secondo la carne Dio unito personalmente alla carne, diciamo che ella è madre di Dio, non nel senso che la natura del Verbo prese dalla carne l'inizio della sua esistenza ma nel senso che, avendo il Verbo assunto personalmente la natura umana, accettò di essere generato dal suo seno secondo la carne».

Le due nature, divina e umana, sono in Cristo distinte (e non confuse in una sola persona divina): per cui, possono predicarsi della persona divina di Cristo tutte le proprietà della natura umana e dire anche che Dio nasce, patisce e muore. Se dunque si può dire che Dio nasce, allora Maria è madre di Dio.

Per dirimere la disputa teologica fu convocato il concilio di Efeso (431) dove vennero invitati i vescovi di Oriente e di Occidente. Alla data fissata per il concilio non erano ancora giunti ad Efeso alcuni vescovi orientali, sia i legati del papa. Nonostante questo Cirillo premette affinché il concilio venisse aperto ugualmente, contro la volontà del rappresentante imperiale. Così lo storico del Cristianesimo Salvatore Pricoco sugli avvenimenti del Concilio di Efeso:

« Vi si sarebbero dovute confrontare e discutere le due tesi in contrapposizione, di Nestorio e di Cirillo, in realtà non ci fu nessuna discussione e non furono rispettate le più elementari garanzie di equità e collegialità. Cirillo presiedette e pilotò il concilio con grande abilità e non senza intimidazioni e corruzioni. Alle porte della chiesa grande, intitolata a Maria, dove si svolgevano i lavori conciliari, e nella città stazionavano i parabalani, i quali ufficialmente erano infermieri al servizio dei poveri negli ospizi ecclesiastici, ma di fatto costituivano la guardia del vescovo alessandrino ed esercitavano una minaccia costante contro i suoi oppositori. Estromesso il legato imperiale e constatato che Nestorio si rifiutava di presentarsi, il giorno successivo all'apertura, il 22 giugno del 431, Cirillo lesse le proprie tesi e chiamò i vescovi, per appello nominale, a dichiararle consone al "credo" di Nicea; lesse le lettere sinodali concordate con Celestino per mostrare che Roma ed Alessandria erano solidali nell'azione contro Nestorio; di quest'ultimo fu letta la seconda e più polemica tra le risposte a Cirillo e alcuni estratti. Alla fine della giornata Nestorio fu condannato e deposto, con un atto sottoscritto da 197 vescovi, per "aver profferito blasfemia contro il Signor nostro Gesù Cristo". Il giorno dopo gli fu recapitata una notifica nella quale veniva apostrofato "nuovo Giuda". »
(Salvatore Pricoco. Da Costantino a Gregorio Magno, in Storia del cristianesimo. Vol.I a cura di Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi. Bari, Laterza, 2008, pag. 346-7. ISBN 978-88-420-6558-6)

In modo analogo, dopo aver ricordato l'"aggressiva durezza" di Cirillo nei confronti di ebrei e novaziani, il teologo domenicano Antonio Olmi chiosa la discutibile condotta del vescovo nella circostanza del Concilio:

« Con tali premesse, non c'è da meravigliarsi del modo in cui Cirillo fece valere il prestigio ed il potere di Alessandria nel corso della crisi nestoriana. Egli utilizzò mezzi di dubbia correttezza per ingraziare alla sua causa la corte imperiale; forzò le istruzioni ricevute dal papa Celestino, quando questi lo incaricò di curare l'esecuzione del sinodo romano del 430; non rispettò il mandato dell'imperatore, aprendo i lavori del concilio di Efeso senza attendere l'arrivo della delegazione papale e dei vescovi antiocheni; non cercò in alcun modo, nella sua posizione di presidente dell'assemblea sinodale, di porre le condizioni perché si arrivasse ad una discussione oggettiva, concreta e serena tra i rappresentanti delle due posizioni. »
(Antonio Olmi. Il consenso cristologico tra le chiese calcedonesi e non calcedonesi. Roma, Pontificia Università Gregoriana, 2003, pag.87.)

Tuttavia il Concilio di Efeso è stato riconosciuto tra quelli ecumenici dalle Chiese conciliari, infatti il Concilio di Costantinopoli II del 553 d.C. condannò la lettera che da una parte accusava il Concilio efesino di aver condannato Nestorio senza il dovuto esame e dall'altra definiva "contrari alla retta fede" i dodici capitoli di Cirillo difendendo così le posizioni di Teodoro e Nestorio.[7]

Cirillo d'Alessandria ricevette quindi un decisivo riconoscimento riguardo alle sue dottrine da parte del Concilio di Costantinopoli II del 553 d.C., il quale decretò:

« "Cirillo che è tra i santi, il quale ha predicato la retta fede dei cristiani"[8] »

Questo fatto spiega come mai egli sia considerato santo dalle Chiese conciliari.

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cfr. tra gli altri, Antonio Olmi, Il consenso cristologico tra le chiese calcedonesi e non calcedonesi. Roma, Pontificia Università Gregoriana, 2003, pag.87.
  2. ^ Anche Enrico Cattaneo, Giuseppe De Simone, Luigi Longobardo. Patres ecclesiae. Un'introduzione alla teologia dei padri della Chiesa. Il Pozzo di Giacobbe, 2007, pag. 206
  3. ^ Secondo diversi autori a commettere l'omicidio furono dei monaci cristiani (cfr. tra gli altri, Julien Ries Opera Omnia vol.1 pag.176 Milano, Jaca Book, 2006; Francesco Romano. Porfirio di Tiro: filosofia e cultura nel III secolo Parte 3. pag. 52 Università di Catania 1979). L'eventuale ruolo dei parabolani, monaci-infermieri alle dirette dipendenze del vescovo di Alessandria nonché sua "guardia del corpo" (cfr. al riguardo Salvatore Pricoco. Da Costantino a Gregorio Magno, in Storia del cristianesimo. Vol.I a cura di Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi. Bari, Laterza, 2008, pag. 346-7), chiamerebbe in causa il coinvolgimento, come mandante, di Cirillo, direttamente evidenziato da Jacques Lacarrière (Die Gott-Trunkenen, 1967, p. 151); notano comunque Heinrich Fries e Georg Kretschmar che: «Socrate, che sulla vita di Isidoro era meglio informato di Damascio, non tira in ballo Cirillo nell'assassinio della filosofa neoplatonica Ipazia nel marzo 415, che i cristiani sospettavano di essere forse la consulente astrologica del prefetto. Tuttavia anche se l'arcivescovo era un politico troppo avveduto per lasciarsi compromettere da un'impresa tanto esecrabile, resta però il fatto che l'organizzazione del delitto fu, non di meno, che un'opera di un suo chierico» (I classici della teologia Volume 1. Milano, Jaca Book, 1996 p. 178)
  4. ^ Socrate Scolastico, cit., VII, 13
  5. ^ Codice teodosiano, xvi.2.42
  6. ^ Codice teodosiano, xvi.2.43
  7. ^ Anatematismo XIV, ENCHIRIDION SYMBOLORUM, Denzinger et Schoenmetzer 437
  8. ^ Anatematismo XIV, ENCHIRIDION SYMBOLORUM Denzinger et Schoenmetzer 437

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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