Conciliarismo

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Con conciliarismo si intende, nella storia della Chiesa, la dottrina secondo la quale il concilio ecumenico ha un'autorità superiore al papa. Il momento storico nel quale appare il conciliarismo sono soprattutto i secoli XIV e XV.

Infatti idee conciliariste si erano affacciate per la prima volta nel Medioevo. Umberto di Silvacandida, vissuto verso la metà dell'XI secolo, aveva dato forma definitiva ad una tesi già espressa nel VII secolo, e cioè che un papa eretico può essere sottoposto ad un giudizio. L'idea era stata ripresa dai canonisti medievali, ed era finita nel Decretum Gratiani: « Papa a nemine est iudicandus, nisi deprehendatur a fide devius». L'autorità suprema della Chiesa appartiene al papa, ma questi può cadere nell'eresia o nello scisma, e può allora essere deposto da un concilio, il quale, convocato di necessità dai vescovi o da chi abbia sufficiente autorità, deve prendere atto ufficialmente che il papa ha perso la sua autorità per il delitto di cui si è macchiato. I canonisti medievali davano al termine eretico una larga ed elastica accezione, così da comprendere anche il delitto di scisma o di mancato raggiungimento dell'unità della Chiesa.

Questa teoria viveva però di un delicato equilibrio, ed era facile allontanarsene, per riprendere le dottrine insegnate, per esempio, da Giovanni di Parigi nel suo De potestate regia et papali, o da Marsilio da Padova nel Defensor Pacis (1324), o da Guglielmo da Ockham nel suo Dialogus de imperatorum et pontificum potestate. Soggetto dell'autorità, dicono, non è solo il capo, ma il capo assieme alle membra: ossia, nelle diocesi il vescovo insieme al capitolo; nella Chiesa universale il papa con i cardinali (delegati del popolo cristiano), oppure il papa e il concilio (convocato dall'imperatore per delega del popolo). In questo modo la Chiesa non è più una monarchia, e il papa diventa un sovrano costituzionale, esecutore di leggi stabilite dal concilio.

Sotto la pressione di avvenimenti esterni, il passaggio da una posizione conciliarista all’altra era facile e frequente.

Queste idee si rinnovarono con lo Scisma d'Occidente (1378-1417) e apparvero così nuovi scritti, per lo più legati alla tradizione canonistica, del Langenstein, di Konrad von Gelnhausen, di Pierre d'Ailly, di Nicolas di Clémanges, di Jean Gerson, del cardinale Francesco Zabarella. Tre erano le vie proposte per risolvere lo scisma: la via cessionis, ossia la rinunzia dei papi contendenti; la via compromissionis, ossia un arbitrato; la via concilii. Fu quest'ultima la strada maestra seguita per porre fine allo scisma: così i concili di Costanza e di Basilea furono nuove occasioni per approfondire la teoria conciliarista.

Durante il Concilio di Costanza venne approvato il famoso decreto Haec sancta (6 aprile 1415), che affermava la superiorità del concilio sul papa:

« Questo santo sinodo di Costanza…, legittimamente riunito nello Spirito Santo, essendo concilio generale ed espressione della Chiesa cattolica militante, riceve il proprio potere direttamente dal Cristo e che chiunque di qualunque condizione e dignità, compresa quella papale, è tenuto ad obbedirgli in ciò che riguarda la fede e l'estirpazione dello scisma. »

Oggi gli storici (Jedin, Franzen, Martina) vedono in questo documento non una disposizione dottrinale e dogmatica (valevole dunque per sempre ed in modo definitivo), ma solo una misura legislativa, valida per un caso eccezionale, quello cioè di sostenere l'autorità di un'assemblea conciliare di giudicare tre persone (i tre papi dello Scisma d'Occidente) che rivestivano l'autorità papale senza sicura legittimità.

Invece durante il successivo Concilio di Basilea (dal 1431 al 1437) – Ferrara – Firenze (1438-1442) c'era il desiderio di definire la teoria conciliarista nella sua forma radicale: ossia l'assoluta preminenza del concilio sul papa, indipendentemente dal contesto storico o dalla questione se il papa sia eretico o meno. Il progetto del concilio prevedeva 1) di tenere un concilio di unione con i Greci, 2) estirpare l'eresia (ussitismo) e 3) riformare la Chiesa.

Al momento di scegliere il posto dove svolgere il concilio di unione con i Greci, il Papa confermò il voto della minoranza che desiderava una città in Italia (così era anche il volere dei greci), contro la maggioranza dei padri conciliari che preferivano Basilea o Avignone. Il concilio di unione con i greci ebbe inizio a Ferrara (poi trasferito a Firenze poiché i fiorentini fornivano al Papa i mezzi necessari al sostentamento dei greci, folto gruppo di circa 700 persone) e vale come legittima continuazione del concilio di Basilea e forma insieme con esso il XVII concilio ecumenico. Le trattative con i greci furono molto difficili, ma si poté concludere con il decreto di unione “Laetentur coeli” del 6 luglio 1439.

Frattanto a Basilea era rimasta un'assemblea contraria alla decisione attuata, composta da un cardinale e diversi dottori e clero minore in numero di circa 300 membri. Questi aprirono un processo contro il Papa e nel gennaio 1438 fu lanciata su di lui la sospensione, alla quale il Pontefice rispose con la scomunica. Appoggiati comunque dal re di Francia questa assemblea costituì la base principale del gallicanesimo, cioè del sistema di Chiesa nazionale e di Chiesa di stato che si afferma in Francia da quest'epoca in poi. Nel 1439 i padri conciliari di Basilea – già scomunicati - proclamarono come “veritas fidei catholicae” che il concilio ecumenico è superiore al papa e che il papa non lo può né sciogliere né sospendere né trasferire; inoltre tentarono di deporre il papa come “pertinace eretico e scismatico” perché contrastava questa verità. Quando il papa dichiarò che essi erano eretici, perché osavano definire come dogmi le loro private opinioni, passarono alla creazione di un antipapa. Diversi sovrani andarono uno dopo l'altro ritirando i loro vescovi da Basilea, finché nel luglio 1448 i partecipanti, espulsi dall'imperatore dalla città di Basilea, si spostarono a Losanna. Nell'aprile 1449 l'antipapa abdicò; egli è l'ultimo antipapa che la storia conosca.

Il Concilio Lateranense V (1512-1517) stabilì che spetta solo al papa convocare, trasferire e sciogliere il concilio. Chiaramente, questa deliberazione conciliare pone un limite al potere del concilio.

Infine, il Concilio Vaticano I (1870) sancì il dogma dell'infallibilità papale.

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