Papa Gregorio VII

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Papa Gregorio VII
Gregorio VII
Pagina miniata con l'immagine di Gregorio VII
157º papa della Chiesa cattolica
Elezione 22 aprile 1073
Consacrazione 30 giugno 1073
Fine pontificato 25 maggio 1085
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Alessandro II
Successore papa Vittore III
Nome Ildebrando Aldobrandeschi di Sovana
Nascita Sovana, 1020 circa
Morte Salerno, 25 maggio 1085
Sepoltura Cattedrale di Salerno
San Gregorio VII
Gregory VII saying Mass.JPG

Romano Pontefice

Nascita Sovana, 1020/1025
Morte Salerno, 25 maggio 1085
Venerato da Chiesa cattolica
Canonizzazione 1606 da papa Paolo V

Gregorio VII, nato Ildebrando Aldobrandeschi di Sovana (Sovana, 1020/1025Salerno, 25 maggio 1085), fu il 157º papa della Chiesa cattolica dal 1073 alla morte.

Gregorio fu il più importante fra i papi che nell'XI secolo misero in atto una profonda Riforma della Chiesa, ma è noto soprattutto per il ruolo svolto nella lotta per le investiture, che lo pose in contrasto con l'Imperatore Enrico IV.

Il culto tributatogli sin dalla morte venne ratificato nel 1606 da papa Paolo V, che ne approvò l'iscrizione nell'albo dei Santi. La memoria liturgica è il 25 maggio.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Vita prima del papato[modifica | modifica sorgente]

Pochi e insicuri sono i dati sulle origini e sulla condizione sociale di Ildebrando: nato in Toscana, a Sovana, proveniva probabilmente da una famiglia di modesta estrazione. In giovane età venne inviato a Roma per la sua educazione; un suo zio era infatti abate del monastero di santa Maria sull'Aventino. Tra i suoi maestri sembra vi fosse Giovanni Graziano, che divenne poi papa Gregorio VI, benché il dato non sia affatto certo. Quando l'imperatore Enrico III depose Gregorio VI e lo esiliò in Germania, Ildebrando lo seguì. Come egli stesso ammise in seguito, non era desideroso di attraversare le Alpi, ma la sua permanenza in Germania fu di grande valore educativo, e importante per la sua successiva attività ufficiale. A Colonia e, dopo la morte di Gregorio VI, a Cluny fu in grado di continuare i suoi studi, entrando in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica, fra cui Brunone di Toul, che divenne poco dopo Leone IX. Su sua richiesta Ildebrando tornò a Roma e iniziò a lavorare nel servizio ecclesiastico, diventando suddiacono della Chiesa romana. Operò come legato papale in Francia, dove dovette gestire la questione di Berengario di Tours, la cui visione dell'Eucarestia aveva provocato una controversia.

Alla morte di Leone IX venne mandato dai romani, come loro inviato, alla corte tedesca, per condurre i negoziati per la successione. L'imperatore si pronunciò in favore di papa Vittore II che nuovamente impiegò Ildebrando come legato in Francia. Quando Stefano IX venne eletto, senza previa consultazione della corte tedesca, Ildebrando e il vescovo Anselmo di Lucca vennero inviati in Germania per assicurarsi un tardivo riconoscimento, e riuscirono ad ottenere il consenso dell'imperatrice Agnese di Poitou. Stefano, comunque, morì prima del ritorno di Ildebrando e, con la frettolosa elevazione di Giovanni Mincio, vescovo di Velletri, l'aristocrazia romana fece un ultimo tentativo di recuperare l'influenza perduta sulla nomina al trono papale: un procedimento che era pericoloso per la Chiesa in quanto implicava un rinnovo del predominio dei patrizi romani. Il superamento della crisi fu essenzialmente opera di Ildebrando. Contro Benedetto X, il candidato aristocratico, egli appoggiò un Papa rivale, nella persona di Niccolò II. All'influenza di Ildebrando si devono attribuire due importanti indirizzi politici, che caratterizzarono il pontificato di Niccolò II e guidarono l'operato della Curia nel corso dei decenni successivi: il riavvicinamento con i Normanni nell'Italia meridionale, e l'alleanza con il movimento "democratico", e di conseguenza anti-germanico, dei Patarini nell'Italia settentrionale.

Fu sempre durante il pontificato di Niccolò II (1059), che entrò in vigore la legge che trasferiva l'elezione del Papa al Collegio dei cardinali, sottraendola quindi ai nobili e al popolo di Roma e diminuendo l'influenza tedesca sull'elezione. Fu abate dell'abbazia di San Paolo fuori le mura della quale volle mantenere il titolo anche dopo la sua elezione al pontificato.

Quando Niccolò II morì e gli successe Alessandro II, Ildebrando apparve sempre più come l'anima della politica della Curia, agli occhi dei suoi contemporanei. Le condizioni politiche generali, specialmente in Germania, erano all'epoca molto favorevoli alla Curia, ma utilizzarle con la saggezza che venne dimostrata fu nondimeno un grande successo, e la posizione di Alessandro alla fine del suo pontificato era una brillante giustificazione dell'impostazione Ildebrandina.

L'elezione al papato[modifica | modifica sorgente]

Il sacrilego attentato alla persona di papa Gregorio VII in Roma nell'anno 1075

«Ne fu autore Cencio, antico fautore di Candalo[1] e padrone di una torre sul Tevere dinanzi a Castel Sant'Angelo. Uomo violento e senza scrupoli Cencio era uno di quei capitanei[2] della Campagna romana che per le sue malefatte era stato condannato a morte da papa Gregorio VII ma sfuggito alla pena per intercessione della contessa Matilde di Canossa non poté comunque evitare che la sua torre sul Tevere venisse abbattuta per ordine del papa. Cencio colse l'occasione per vendicarsi nella notte di Natale del 1075. Papa Gregorio aveva celebrato messa nella chiesa ad nivem, l'odierna Santa Maria Maggiore, e mentre stava distribuendo la comunione, Cencio con i suoi sgherri armati si slanciò contro il papa e, spogliatolo dei sacri paramenti, lo caricò di peso su un cavallo e fuggì nella notte. Ma il popolo romano che amava il suo pontefice si mobilitò all'istante. Si chiusero subito tutte le porte della città affinché il rapitore non potesse rifugiarsi in qualche suo castello nella Campagna romana. Mentre il popolo si riuniva sul Campidoglio per decidere il da farsi si sparse la voce che il papa era prigioniero in una torre vicino al Pantheon. Lì accorse il popolo tumultuante circondando la fortezza. Cencio che invano con minacce di morte aveva tentato di farsi donare dal papa una somma di denaro si vide perso e in ginocchio chiese perdono del suo delitto. Il papa con grande magnanimità placò il popolo, coprì con la sua stessa persona il criminale salvandolo dalla furia della folla. Ancora sanguinante per le percosse, il papa poi tornò nella basilica e riprese serenamente il rito interrotto.» (Sintesi parafrasata da R.Morghen, "Gregorio VII", Torino 1942)

Alla morte di papa Alessandro II (21 aprile 1073), Ildebrando divenne Papa con il nome di Gregorio VII. L'elezione ebbe luogo a furor di popolo il giorno dopo la morte del papa precedente. Solo il 22 maggio il nuovo papa ricevette l'ordine sacerdotale, e il 30 giugno la consacrazione episcopale. La modalità di questa elezione fu aspramente contestata dai suoi oppositori, ma solo molti anni dopo che essa avvenne. Le accuse mossegli sono quindi soggette a sospetti: potrebbero essere state strumentali a contrasti personali, politici o religiosi; risulta, però, chiaro dai suoi stessi resoconti che le forme prescritte dalla norma del 1059 non vennero osservate.

Il vastissimo epistolario lasciato da Gregorio (438 lettere) illustra le considerazioni che sin dall'inizio guidarono la sua azione riformatrice:

« Se poi con gli occhi dello spirito guardo a occidente, a sud o a nord a stento io trovo vescovi legittimi per elezione e per condotta di vita, che si lascino guidare...dall'amore di Cristo e non dall'ambizione mondana. Fra i principi secolari non ne conosco uno che anteponga l'onore di Dio al proprio e la giustizia all'interesse »
(Lettera a Ugo, abate di Cluny, 22 gennaio 1075)
« I vescovi...ricercano con insaziabile brama la gloria del mondo e i piaceri della carne. Non solo sconvolgono in se stessi le cose sante e religiose, ma col loro cattivo esempio travolgono a ogni delitto anche i loro sudditi »
(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)

Se la decadenza della Chiesa era stata determinata in buona misura anche dalla nomina di vescovi indegni, scelti solo in base al contributo versato alle casse reali o imperiali, non bisognava però nascondersi che ciò era dovuto anche alla pusillanimità dei buoni:

« Sono rari i buoni che anche in tempo di pace sono capaci di servire Dio. Ma sono rarissimi quelli che per suo amore non temono le persecuzioni o sono pronti ad opporsi decisamente ai nemici di Dio. Perciò la religione cristiana- ahimè - è quasi scomparsa, mentre è cresciuta l'arroganza degli empi »
(Lettera ai monaci di Marsiglia)

Ecco perciò il dovere di promuovere comportamenti diversi, da un lato incoraggiando vescovi e abati ad opporsi alle nomine simoniache e dall'altro esortando re ed alti feudatari a non estorcere denaro (e questo è il contenuto di molte lettere dell'epistolario); occorreva però anche dare il buon esempio, cioè sostenere un duro confronto con il giovane imperatore Enrico IV, che era circondato da vescovi scomunicati e conscio del fatto che suo padre aveva deposto ed eletto più di un papa. Gregorio non aveva alcuna difficoltà a valutare il pericolo:

« Capirai quanto per noi sia pericoloso agire contro costoro (i vescovi) e quanto sia difficile resister loro e frenare la loro malvagità »
(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)

Il programma di Gregorio VII[modifica | modifica sorgente]

Il cardine del programma politico-ecclesiastico di Gregorio VII va ricercato nella sua opposizione all'impero. Fin dalla morte di Enrico III, la forza della monarchia tedesca si era seriamente indebolita, ed il figlio Enrico IV aveva dovuto affrontare grandi difficoltà interne. Questo status quo fu inizialmente di aiuto al Papa. Il suo vantaggio venne ulteriormente accentuato dal fatto che nel 1073 Enrico aveva solo ventitré anni ed era ancora inesperto.

Nei due anni seguenti Enrico IV fu costretto, dalla ribellione sassone, a mantenere ad ogni costo relazioni amichevoli con il Papa. Il suo primo atto fu rompere i rapporti con i membri del suo consiglio, che erano stati scomunicati da Gregorio. Nel maggio 1074, per espiare la sua precedente amicizia, fece atto di penitenza a Norimberga alla presenza dei legati papali. Inoltre prestò un giuramento di obbedienza al papa e promise di appoggiare il lavoro di riforma della Chiesa. Questo atteggiamento, che all'inizio gli fece guadagnare la fiducia del Papa, venne abbandonato non appena riuscì a sconfiggere i sassoni con la vittoria nella battaglia di Hohenburg (9 giugno 1075). Enrico infatti cercò subito di riaffermare i suoi diritti come imperatore nonché sovrano dell'Italia settentrionale.

Inviò quindi il conte Eberardo in Lombardia per combattere i Patarini; nominò il chierico Tedaldo come arcivescovo di Milano, scatenando però una prolungata e astiosa diatriba; e infine cercò di stabilire rapporti di alleanza con il duca normanno Roberto il Guiscardo. Papa Gregorio VII replicò con una dura lettera (datata 8 dicembre) nella quale, tra l'altro, accusava il re germanico di essere venuto meno alla parola data e aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati. Al tempo stesso il papa inviò anche un messaggio verbale che lasciava capire che la gravità dei crimini lo avrebbero reso passibile, non solo del bando da parte della Chiesa, ma della deprivazione della corona.

Il conflitto tra Papa e Imperatore[modifica | modifica sorgente]

Le reprimenda del Papa, formulate com'erano in un modo che non aveva precedenti, fecero infuriare Enrico e la sua corte, e la risposta fu un concilio nazionale radunato in tutta fretta a Worms, che si riunì il 24 gennaio 1076. Tra i ranghi più alti del clero tedesco, Gregorio VII aveva molti nemici. Tra questi vi era un cardinale romano, Hugues LeBlanc (detto "Hugo Candidus" cioè "Ugone Candido"), un tempo dalla sua parte ma ora avversario del pontefice. Hugues si recò in Germania per l'occasione e di fronte al concilio rovesciò una serie di accuse nei confronti del papa. Le argomentazioni di Ugone Candido vennero ben accolte dall'assemblea, che approvò una dichiarazione secondo la quale Gregorio aveva abbandonato il papato. In un documento pieno di accuse, i vescovi dichiararono di non accettare più l'obbedienza nei confronti del papa. In un altro, re Enrico IV lo dichiarò deposto, e ai romani venne richiesto di scegliere un nuovo Papa[3]. Il concilio inviò due vescovi in Italia e questi ottennero un atto di deposizione da parte dei vescovi lombardi nel sinodo di Piacenza.

Rolando di Parma informò il Papa di queste decisioni, ed ebbe l'opportunità di parlare al sinodo che si era appena riunito nella chiesa del Laterano, dove consegnò il messaggio che annunciava la detronizzazione. Per un momento i membri rimasero impietriti, ma ben presto si sollevò una tale indignazione, che per poco l'inviato non venne ucciso. L'assemblea venne riportata alla calma dalla moderazione di Gregorio.

Il giorno seguente il Papa pronunciò la sentenza di scomunica contro il re tedesco con tutta la solennità dovuta, lo spogliò della dignità reale e assolse i suoi sudditi dai giuramenti prestati a suo favore. Questa sentenza aveva l'intento di espellere il re dalla Chiesa e di spogliarlo della corona. Che producesse realmente questo effetto, o che rimanesse una vana minaccia, non dipendeva tanto da Gregorio, quanto dai sudditi di Enrico, e soprattutto, dai principi tedeschi. I documenti dell'epoca suggeriscono che la scomunica del re creò profonda impressione sia in Germania che in Italia. Trent'anni prima, Enrico III aveva deposto tre papi che avevano cercato di usurpare il soglio di Pietro. Quando Enrico IV cercò di imitare questa procedura ebbe meno successo, poiché gli mancò l'appoggio della popolazione. In Germania si ebbe un rapido e generale cambiamento di sentimenti in favore di Gregorio, ed i principi colsero l'opportunità per portare avanti le loro politiche anti-regali sotto il manto di rispettabilità fornito dalla decisione papale. Quando, il giorno di Pentecoste, il re propose di discutere le misure da prendere contro Gregorio, in un concilio con i suoi nobili, solo in pochi si presentarono; i Sassoni approfittarono dell'occasione d'oro per rinnovare la loro ribellione, e il partito anti-realista accrebbe la sua forza mese dopo mese.

A Canossa[modifica | modifica sorgente]

Enrico IV in penitenza di fronte a Gregorio VII a Canossa, in presenza di Matilde, in un dipinto di Carlo Emanuelle

La situazione era ora estremamente critica per Enrico. Come risultato dell'agitazione, che veniva alimentata con zelo dal legato papale, vescovo Altmann di Passavia, i principi si incontrarono in ottobre a Trebur per eleggere un nuovo re tedesco, ed Enrico, che stazionava ad Oppenheim, sulla riva sinistra del Reno, venne salvato dalla perdita del trono solo per via del fallimento dell'assemblea dei principi nell'accordarsi sulla questione del suo successore. Il dissenso tra i principi, comunque, li indusse semplicemente a rimandare il verdetto. Enrico, essi dichiararono, doveva chiedere scusa al Papa e impegnarsi all'obbedienza; decisero inoltre che, se all'anniversario della sua scomunica, si fosse trovato ancora sotto bando, il trono sarebbe stato considerato vacante. Allo stesso tempo i principi decisero di invitare Gregorio ad Augusta per risolvere il conflitto. Questi accordi mostrarono ad Enrico il percorso da seguire.

Era imperativo, in qualsiasi circostanza e a qualsiasi prezzo, assicurarsi l'assoluzione di Gregorio prima della scadenza del periodo, altrimenti avrebbe difficilmente impedito ai suoi avversari di perseguire le loro intenzioni, di attaccarlo giustificando le loro misure appellandosi alla scomunica. Inizialmente Enrico tentò di ottenere i suoi fini per mezzo di un'ambasciata, ma quando Gregorio respinse la sua apertura, si decise a fare la famosa mossa di recarsi di persona in Italia.

Il Papa aveva già lasciato Roma, ed aveva fatto sapere ai principi tedeschi di aspettarsi una scorta per il suo viaggio dell'8 gennaio a Mantova. Ma la scorta non apparve quando ricevette la notizia dell'arrivo del re. Enrico, che aveva viaggiato attraverso la Borgogna, venne accolto con entusiasmo dai lombardi, ma resistette alla tentazione di impiegare la forza contro Gregorio. Scelse invece la mossa inaspettata di costringere il Papa a concedergli l'assoluzione facendo penitenza di fronte a lui a Canossa, dove si era fermato. Questo evento divenne leggendario. La riconciliazione avvenne solo dopo un negoziato prolungato e precisi impegni da parte del re, e fu con riluttanza che Gregorio accettò il pentimento, perché dando l'assoluzione, la dieta dei principi di Augusta, nella quale aveva ragionevoli speranze di agire da arbitro, sarebbe diventata inutile o, se fosse riuscita a riunirsi, avrebbe cambiato completamente il suo carattere. Fu comunque impossibile negare il rientro nella Chiesa al penitente, e gli obblighi religiosi di Gregorio scavalcarono i suoi interessi politici.

La rimozione del bando non implicava una vera riconciliazione, e non vi furono basi per un appianamento della grande questione in gioco: quella dell'investitura. Un nuovo conflitto era inevitabile per il semplice fatto che Enrico IV, naturalmente, considerava la sentenza di deposizione annullata assieme a quella di scomunica; mentre Gregorio d'altra parte era intento a riservarsi la propria libertà di azione e non diede nessuno spunto sulla questione a Canossa.

Dictatus papae[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dictatus papae.

Nel 1075 papa Gregorio VII redasse il Dictatus papae, nel cui testo rivendicò la superiorità dell'istituto pontificio su tutti i sovrani laici, imperatore incluso. In questo testo il papa si arrogava anche il diritto di deporre qualunque sovrano. Già nel 1075 il papa aveva espressamente vietato ai laici di poter investire qualunque ecclesiastico, pena la scomunica.[4]

Seconda scomunica di Enrico[modifica | modifica sorgente]

Che la scomunica di Enrico fosse semplicemente un pretesto, non un motivo, per l'opposizione dei nobili tedeschi ribelli è evidente. Non solo essi perseverarono nella loro politica anche dopo l'assoluzione, ma presero un ulteriore e più deciso passo nell'installare un re rivale nella persona del duca Rodolfo di Svevia (Forchheim, marzo 1077). All'elezione i legati papali presenti osservarono in apparenza la neutralità, e Gregorio stesso cercò di mantenere questo atteggiamento negli anni seguenti. Il suo compito venne facilitato in quanto i due partiti erano di uguale forza, ognuno alla ricerca del vantaggio che portasse il Papa dalla sua parte. Ma il risultato di questa politica di disimpegno fu che egli perse gran parte della fiducia di entrambe le parti. Alla fine Gregorio decise per Rodolfo di Svevia, dopo la vittoria di questi a Flarchheim (27 gennaio, 1080). Su pressione dei Sassoni, e malinformato sul significato della battaglia, Gregorio abbandonò la sua politica attendista e si pronunciò di nuovo per la deposizione e scomunica di re Enrico (7 marzo, 1080).

Ma la censura papale si rivelò molto differente da quella di quattro anni prima. Venne diffusamente sentita come un'ingiustizia, e la popolazione iniziò a chiedersi se una scomunica pronunciata su basi futili avesse diritto ad essere rispettata. A peggiorare le cose, Rodolfo di Svevia morì il 16 ottobre dello stesso anno. Un nuovo pretendente, Ermanno di Lussemburgo, venne avanzato nell'agosto del 1081, ma la sua personalità non era adatta per il capo del partito gregoriano in Germania, e il potere di Enrico IV era ai massimi. Il re, ora più esperto, affrontò la lotta con grande vigore. Si rifiutò di riconoscere il bando sulle basi della sua illegalità. Venne indetto un concilio a Bressanone, e il 16 giugno dichiarò la deposizione di Gregorio e nominò l'arcivescovo Guiberto di Ravenna come suo successore. Nel 1081 Enrico aprì il conflitto contro Gregorio in Italia. Quest'ultimo era ora meno potente, e tredici cardinali lo abbandonarono. Enrico arrivò a nominare un Antipapa: Guiberto di Ravenna, posto sul trono come Clemente III (24 marzo 1084) e ad occupare Roma.

Il Sacco di Roma del 1084[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacco di Roma (1084).

Gregorio VII fu costretto a trincerarsi in Castel Sant'Angelo, da dove, mentre conduceva le trattative con Enrico, mandò a chiamare in soccorso il normanno Roberto il Guiscardo. Il 21 maggio 1084 il Guiscardo riuscì a entrare a Roma e a mettere in salvo il pontefice, ma le sue truppe devastarono completamente la Città Eterna rendendosi responsabili di saccheggi e distruzioni peggiori, se paragonate a quelle del sacco goto del 410 e di quello lanzichenecco del 1527. Gran parte dei resti antichi allora ancora in piedi e delle chiese, vengono spogliati e distrutti; da allora tutta la popolazione di Roma si concentrò nel Campo Marzio (l'ansa del Tevere) e tutto il settore corrispondente ad Aventino, Esquilino, Celio rimase disabitato per secoli.

La chiamata del Guiscardo non ebbe peraltro i risultati sperati: Enrico venne incoronato imperatore dall'antipapa Clemente, mentre Gregorio VII dovette fuggire da Roma, ormai detestato dai romani, e morì in esilio a Salerno, prigioniero di chi era venuto a liberarlo.

La concezione politica di Gregorio VII[modifica | modifica sorgente]

Disegno di Gregorio VII in posizione benedicente

L'opera della sua vita fu basata sulla convinzione che la Chiesa era stata fondata da Dio e incaricata del compito di abbracciare tutta l'umanità in un'unica società nella quale la volontà divina è l'unica legge; che, nella sua facoltà di istituzione divina, la Chiesa si pone al di sopra di tutte le strutture umane, in particolare lo stato secolare; e che il Papa, nel suo ruolo di capo della Chiesa, è il vice-reggente di Dio sulla Terra, e quindi la disobbedienza nei suoi confronti implica la disobbedienza a Dio: o in altre parole, l'abbandono della cristianità. Gregorio si augurava che tutti i più importanti motivi di disputa fossero indirizzati a Roma; gli appelli dovevano essere rivolti direttamente a lui; la centralizzazione del governo ecclesiastico a Roma coinvolse naturalmente anche una riduzione del potere dei vescovi.

Nel caso di diverse nazioni, Gregorio avanzò una pretesa di sovranità da parte del papato e cercò di assicurarsi il riconoscimento dei diritti di possesso auto-proclamati. Sulle base dell'uso immemore, le isole di Corsica e Sardegna vennero assunte come appartenenti alla Chiesa romana. Anche Spagna e Ungheria vennero reclamate come sua proprietà e venne fatto un tentativo per indurre il re di Danimarca a mantenere il suo regno come feudo del Papa. Gregorio, però, era ben conscio della propria debolezza temporale e sapeva che poteva ricorrere solo alla propria autorità morale e spirituale. Ad esempio, rinunciò a deporre il vescovo simoniaco Guerniero di Strasburgo, perché tanto il suo posto "sarebbe stato preso da un altro in grado di sborsare un prezzo ancora più alto" (lettera del 15 luglio 1074). Questa sua debolezza risultò evidente dal comportamento dei Normanni. Le grandi concessioni fatte loro dal predecessore Niccolò II non li fecero desistere dalla loro avanzata nell'Italia centrale, né li indussero ad assicurare al papato l'aspettata protezione. Quando Gregorio venne fronteggiato duramente da Enrico IV, Roberto il Guiscardo lo abbandonò al suo destino; intervenne solo quando lui stesso venne minacciato dalle armate tedesche. Quindi, alla ricattura di Roma, abbandonò la città alle sue truppe e l'indignazione popolare suscitata da questo atto portò all'esilio di Gregorio.

Gregorio fu consapevole che il proprio ideale politico non potesse essere messo efficacemente in pratica poiché non aveva le forze sufficienti per realizzarlo. Il suo disegno di partenza era chiaro, ma le sue azioni concrete andarono in una direzione differente. Egli considerava l'esistenza dello Stato come deroga della Provvidenza, descrivendo la coesistenza di Chiesa e Stato come risultato del volere divino ed enfatizzando la necessità di unione tra il sacerdotium e l'imperium. Ma mai si sarebbe sognato di mettere i due poteri sullo stesso piano; la superiorità della Chiesa era per lui un fatto che non ammetteva discussioni e del quale non dubitò mai.

L'effettiva azione politica papale nel resto d'Europa[modifica | modifica sorgente]

Gregorio stabilì un qualche tipo di relazione con ogni nazione della cristianità; anche se queste relazioni non finirono invariabilmente per realizzare le speranze politico-ecclesiastiche ad esse collegate. La sua corrispondenza giunse in Polonia, Russia e Boemia. Scrisse in termini amichevoli al re saraceno della Mauritania, in Nordafrica, e cercò senza successo di portare la Chiesa armena in comunione con Roma. Gregorio fu particolarmente interessato alle Chiese orientali. Lo scisma tra Roma e l'Impero Bizantino fu per lui un duro colpo, e lavorò lungamente per ripristinare le precedenti relazioni fraterne. Gregorio riuscì ad entrare in contatto con l'imperatore Michele VII. Quando la notizia dell'attacco arabo ai cristiani d'oriente giunse a Roma, e l'imbarazzo politico dell'imperatore bizantino aumentò, Gregorio concepì il progetto di una grande spedizione militare ed esortò i fedeli a partecipare alla riconquista della Chiesa del Santo Sepolcro.

Nelle relazioni con gli altri stati europei, l'intervento di Gregorio risultò molto più moderato rispetto alla sua politica nei confronti dei prìncipi tedeschi. Lo scontro con l'Impero da un lato gli lasciò poche energie per affrontare simultaneamente scontri analoghi e dall'altro ebbe caratteristiche particolari, fra cui la pretesa imperiale di eleggere e deporre papi. Anche Filippo I di Francia, con la sua pratica della simonia e la violenza delle sue azioni contro la Chiesa, provocò una minaccia di misure punitive: scomunica, deposizione e interdizione apparvero imminenti nel 1074. Gregorio, comunque, evitò di tradurre le minacce in azioni, anche se l'atteggiamento del re non mostrò alcun cambiamento. In Inghilterra, Guglielmo il Conquistatore ottenne anch'egli dei benefici da questo stato di cose.

Si sentì così al sicuro da interferire in modo autocratico con la gestione della Chiesa, vietando ai vescovi di recarsi a Roma, compiendo nomine a vescovati ed abbazie, e rimanendo imperturbabile quando il Papa gli tenne una lezione sulle proprie opinioni circa le relazioni tra Stato e Chiesa, o quando gli proibì il commercio o gli ordinò di riconoscersi come vassallo della sede apostolica. Gregorio non aveva potere per costringere il re inglese ad una modifica delle sue politiche ecclesiastiche, scelse quindi di ignorare ciò che non poteva approvare, e trovò addirittura consigliabile rassicurarlo del suo affetto paterno.

Politica papale e riforma della Chiesa[modifica | modifica sorgente]

Urna di Gregorio VII nella Cattedrale di Salerno; il sarcofago originario romanico è stato sostituito con una moderna teca d'argento, con l'epitaffio latino inciso nella fascia inferiore.

La battaglia di Gregorio VII per la fondazione della supremazia papale è connessa al suo forte appoggio all'obbligatorietà del celibato del clero e al suo attacco contro la simonia. Gregorio VII non introdusse il celibato dei sacerdoti nella Chiesa, ma condusse la battaglia con maggiore energia e risultati dei suoi predecessori. Nel 1073 introdusse nel diritto canonico la pena dell'interdetto (peraltro già per la prima volta comminato nel VI secolo alla città di Roano). Nel 1074 pubblicò un'enciclica, assolvendo la gente dall'obbedienza verso quei vescovi che permettevano ai preti di sposarsi. L'anno seguente li incoraggiò a prendere provvedimenti contro i preti sposati, privando questi ultimi anche del loro sostentamento. Entrambe le campagne contro il matrimonio dei sacerdoti e la simonia provocarono una diffusa resistenza, anche se Gregorio non fu solo nel suo impegno politico e di riforma ecclesiastica, ma trovò un forte supporto. In Inghilterra l'arcivescovo Lanfranco di Canterbury gli stette a fianco. In Francia il suo campione fu il vescovo Ugo di Romans, che nel 1083 divenne arcivescovo di Lione.

Gregorio morì in esilio a Salerno, dove è attualmente sepolto nella Cattedrale; i Romani e diversi dei suoi più fidati sostenitori lo avevano abbandonato, e i suoi fedeli in Germania si erano ridotti a un piccolo numero. Sulla sua tomba fu posta la frase: Ho amato la giustizia e ho odiato l'iniquità: perciò muoio in esilio. Dapprima rinchiuso in un sarcofago romano riutilizzato, per volere di Papa Pio XII il suo corpo nel 1954 fu dapprima trasportato per pochi giorni a Roma per essere esposto al pubblico, e poi fu risistemato nella Cattedrale salernitana in una teca d'argento, dove si trova tuttora. Fu canonizzato nel 1606 da Papa Paolo V.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Il poeta Benzone d'Alba, di tendenze ghibelline, nell'opera Ad Heinricum imperatorem libri VII lo definisce: "Prandellus", "Folleprand manicheus", "Merdiprandus", "falsa cuculla", "diabolus cucullatus", "Sarabaita".

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ eletto antipapa col nome di Onorio II con l'appoggio dell'imperatore
  2. ^ titolo feudale dei signori romani proprietari di castelli nell'agro romano
  3. ^ (EN) Medieval Sourcebook: Henry IV: Letter to Gregory VII, Jan 24 1076
  4. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 195 "Egli comprese ch'era giunto il momento di portare a fondo l'attacco. Nel 1075 vietò a tutti i laici, pena la scomunica, d'investire un qualunque ecclesiastico. Nel 1078 formulò, in 27 proposizioni stringate, il dictatus papae, la sua concezione secondo la quale il pontefice aveva in terra potere assoluto ed era in grado di deporre gli stessi sovrani laici."

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Successioni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Alessandro II 22 aprile 1073 - 25 maggio 1085 Papa Vittore III
Predecessore Cardinale diacono di Santa Maria in Domnica Successore CardinalCoA PioM.svg
Federico di Lorena
1049 - 1057
1059 - 1073 vacante
fino al 1088

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