Papa Gregorio VII

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« E la sua morte fu come un temporale violento, accompagnato da grandine, a tal punto che tutti quanti aspettavano di morire a causa di questa terribile tempesta. »
(Lupo, Annales Lupi Protospatharii, 215[1])
Papa Gregorio VII
Gregor7 g.jpg
Immagine di Gregorio VII in posizione benedicente (pagina miniata dell'XI secolo)
157º papa della Chiesa cattolica
Elezione 22 aprile 1073
Insediamento 30 giugno 1073
Fine pontificato 25 maggio 1085
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Alessandro II
Successore papa Vittore III
Nome Ildebrando Aldobrandeschi di Sovana
Nascita Sovana, 1020 circa
Morte Salerno, 25 maggio 1085
Sepoltura Cattedrale di Salerno
San Gregorio VII
Gregory VII saying Mass.JPG

Romano Pontefice

Nascita Sovana, 1020/1025
Morte Salerno, 25 maggio 1085
Venerato da Chiesa cattolica
Canonizzazione 1606 da papa Paolo V

Gregorio VII, nato Ildebrando Aldobrandeschi di Sovana (Sovana, 1020/1025Salerno, 25 maggio 1085), fu il 157º papa della Chiesa cattolica dal 1073 alla morte.

Gregorio fu il più importante fra i papi che nell'XI secolo misero in atto una profonda Riforma della Chiesa, ma è noto soprattutto per il ruolo svolto nella lotta per le investiture, che lo pose in contrasto con l'Imperatore Enrico IV.

Il culto tributatogli sin dalla morte venne ratificato nel 1606 da papa Paolo V, che ne proclamò la santità. La memoria liturgica è il 25 maggio.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Formazione e carriera ecclesiastica[modifica | modifica wikitesto]

Pochi e insicuri sono i dati sulle origini e sulla condizione sociale di Ildebrando: nato in Toscana, a Sovana, proveniva probabilmente da una famiglia di modesta estrazione. In giovane età venne inviato a studiare a Roma, dove un suo zio era abate del monastero di santa Maria sull'Aventino. Tra i suoi maestri sembra vi fosse Giovanni Graziano, che divenne poi papa Gregorio VI. Di certo vi è che quando l'imperatore Enrico III depose Gregorio VI e lo esiliò in Germania (1047), Ildebrando lo seguì. Come egli stesso ammise in seguito, si recò oltre le Alpi controvoglia, ma la sua permanenza in Germania fu di grande valore educativo e risultò importante per la sua successiva attività ecclesiale. A Colonia e, dopo la morte di Gregorio VI, nell'abbazia di Cluny fu in grado di continuare gli studi. In questo periodo entrò in contatto con i circoli più vivi della riforma ecclesiastica. Fra gli altri, conobbe Brunone di Toul, che divenne poco dopo Leone IX. Su sua richiesta Ildebrando tornò a Roma e iniziò a lavorare nel servizio ecclesiastico, diventando suddiacono della Sede apostolica. Operò come legato papale in Francia, dove dovette gestire la questione di Berengario di Tours, le cui dichiarazioni dell'Eucarestia avevano provocato una controversia.

Alla morte di Leone IX (1054) venne mandato dai romani[perché dai romani e non dalla diocesi?], come loro inviato, alla corte imperiale tedesca per condurre i negoziati per la successione. L'imperatore si pronunciò in favore di Gebhard dei Conti di Calw, che fu eletto con il nome di papa Vittore II (1054-1057). Il nuovo pontefice confermò Ildebrando come legato in Francia. Quando nel 1057 venne eletto Papa Stefano IX senza previa consultazione della corte tedesca, Ildebrando e il vescovo Anselmo di Lucca vennero inviati in Germania per assicurargli un tardivo riconoscimento. Essi riuscirono ad ottenere il consenso dell'imperatrice Agnese. Stefano IX, comunque, morì prima del ritorno di Ildebrando e, con la frettolosa elezione di Giovanni Mincio, vescovo di Velletri, l'aristocrazia romana fece un ultimo tentativo per recuperare l'influenza perduta sulla nomina al trono papale, eventualità pericolosa per la Chiesa, che rischiava di ritornare soggetta al predominio dei patrizi romani.. Il superamento della crisi fu essenzialmente opera di Ildebrando. Contro Benedetto X, il candidato aristocratico, egli appoggiò un Papa rivale, nella persona di Niccolò II, che alla fine prevalse. All'influenza di Ildebrando si devono attribuire due importanti indirizzi politici, che caratterizzarono il pontificato di Niccolò II e guidarono l'operato della Curia nel corso dei decenni successivi: il riavvicinamento con i Normanni nell'Italia meridionale, e l'alleanza con il movimento "democratico", e di conseguenza anti-germanico, dei Patarini nell'Italia settentrionale.

Fu sempre durante il pontificato di Niccolò II (1059), che entrò in vigore la legge che trasferiva l'elezione del Papa al Collegio dei cardinali, sottraendola quindi ai nobili e al popolo di Roma e diminuendo l'influenza tedesca sull'elezione. In questo periodo Ildebrando fu nominato abate di San Paolo fuori le mura; volle mantenere il titolo anche dopo l'elezione al pontificato.

Quando Niccolò II morì e gli successe Alessandro II (1061-1073), Ildebrando apparve sempre più come l'anima della politica della Curia agli occhi dei suoi contemporanei. Le condizioni politiche generali, specialmente in Germania, erano all'epoca molto favorevoli alla Curia, ma utilizzarle con la saggezza che il pontefice dimostrò fu nondimeno un grande successo, e la posizione di Alessandro alla fine del pontificato fu una brillante giustificazione dell'impostazione Ildebrandina.

L'elezione al Soglio[modifica | modifica wikitesto]

Il sacrilego attentato alla persona di papa Gregorio VII in Roma
nell'anno 1075

«Ne fu autore il prefetto Cencio, antico fautore di Candalo[2] e padrone di una torre sul Tevere dinanzi a Castel Sant'Angelo. Uomo violento e senza scrupoli Cencio era uno di quei capitanei[3] della Campagna romana che per le sue malefatte era stato condannato a morte da papa Gregorio VII ma sfuggito alla pena per intercessione della contessa Matilde di Canossa non poté comunque evitare che la sua torre sul Tevere venisse abbattuta per ordine del papa. Cencio colse l'occasione per vendicarsi nella notte di Natale del 1075. Papa Gregorio aveva celebrato messa nella chiesa ad nivem, l'odierna Santa Maria Maggiore, e mentre stava distribuendo la comunione, Cencio con i suoi sgherri armati si slanciò contro il papa e, spogliatolo dei sacri paramenti, lo caricò di peso su un cavallo e fuggì nella notte. Ma il popolo romano che amava il suo pontefice si mobilitò all'istante. Si chiusero subito tutte le porte della città affinché il rapitore non potesse rifugiarsi in qualche suo castello nella Campagna romana. Mentre il popolo si riuniva sul Campidoglio per decidere il da farsi si sparse la voce che il papa era prigioniero in una torre vicino al Pantheon. Lì accorse il popolo tumultuante circondando la fortezza. Cencio che invano con minacce di morte aveva tentato di farsi donare dal papa una somma di denaro si vide perso e in ginocchio chiese perdono del suo delitto. Il papa con grande magnanimità placò il popolo, coprì con la sua stessa persona il criminale salvandolo dalla furia della folla. Ancora sanguinante per le percosse, il papa poi tornò nella basilica e riprese serenamente il rito interrotto.» (Sintesi parafrasata da Raffaello Morghen, Gregorio VII, Torino, 1942)

Stemma degli Aldobrandeschi.

Alla morte di papa Alessandro II (21 aprile 1073), l'abate Ildebrando divenne Papa con il nome pontificale di Gregorio VII. L'elezione ebbe luogo a furor di popolo il giorno dopo la morte del papa precedente. Solo il 22 maggio il nuovo papa ricevette l'ordinazione sacerdotale, e il 30 giugno la consacrazione episcopale. La modalità di questa elezione fu aspramente contestata dai suoi oppositori, ma solo molti anni dopo che essa avvenne. Gregorio scrisse al Sacro romano imperatore Enrico IV per notificargli la sua elezione. Il giovane imperatore ratificò l'avvenuta elezione.[4]

Il vastissimo epistolario lasciato da Gregorio (438 lettere) illustra le considerazioni che sin dall'inizio guidarono la sua azione riformatrice:

« Se poi con gli occhi dello spirito guardo a occidente, a sud o a nord, a stento io trovo vescovi legittimi per elezione e per condotta di vita, che si lascino guidare...dall'amore di Cristo e non dall'ambizione mondana. Fra i principi secolari non ne conosco uno che anteponga l'onore di Dio al proprio e la giustizia all'interesse »
(Lettera a Ugo, abate di Cluny, 22 gennaio 1075)
« I vescovi...ricercano con insaziabile brama la gloria del mondo e i piaceri della carne. Non solo sconvolgono in se stessi le cose sante e religiose, ma col loro cattivo esempio travolgono a ogni delitto anche i loro sudditi »
(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)

Se la decadenza della Chiesa era stata determinata in buona misura anche dalla nomina di vescovi indegni, scelti solo in base al contributo versato alle casse reali o imperiali, non bisognava però nascondersi che ciò era dovuto anche alla pusillanimità dei buoni:

« Sono rari i buoni che anche in tempo di pace sono capaci di servire Dio. Ma sono rarissimi quelli che per suo amore non temono le persecuzioni o sono pronti ad opporsi decisamente ai nemici di Dio. Perciò la religione cristiana - ahimè - è quasi scomparsa, mentre è cresciuta l'arroganza degli empi »
(Lettera ai monaci di Marsiglia)

Ecco perciò il dovere di promuovere comportamenti diversi, da un lato incoraggiando vescovi e abati ad opporsi alle pratiche simoniache e dall'altro esortando re ed alti feudatari a non estorcere denaro: questo è il contenuto di molte lettere dell'epistolario. Occorreva anche dare il buon esempio, cioè sostenere un duro confronto con il giovane imperatore Enrico IV, che era circondato da vescovi scomunicati e conscio del fatto che suo padre aveva deposto ed eletto più di un papa. Gregorio non aveva alcuna difficoltà a valutare il pericolo:

« Capirai quanto per noi sia pericoloso agire contro costoro [i vescovi] e quanto sia difficile resister loro e frenare la loro malvagità »
(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)

Nel marzo 1074 Gregorio convocò il suo primo concilio; in esso furono condannati tutti i chierici ordinati per simonia; inoltre fu deciso che i vescovi che avevano ottenuto dei benefici in cambio di denaro, dovevano abbandonarli immediatamente, pena la scomunica. Inoltre scomunicò il duca normanno Roberto d'Altavilla per aver invaso la città papale di Benevento.

Il conflitto tra Papa e Rex romanorum[modifica | modifica wikitesto]

Il programma di Gregorio VII[modifica | modifica wikitesto]

Il cardine del programma politico-ecclesiastico di Gregorio VII va ricercato nella rivendicazione dell'indipendenza della Chiesa dall'impero. Dopo la morte di Enrico III (1056), la forza della monarchia tedesca si era seriamente indebolita, ed il figlio Enrico IV aveva dovuto affrontare grandi difficoltà interne. Questa situazione fu inizialmente di aiuto al Papa. Il suo vantaggio era ulteriormente accentuato dalla differenza di età: Enrico IV, nato nel 1050, aveva 20-25 anni in meno del pontefice.

Nei primi due anni del pontificato di Gregorio, Enrico IV fu costretto, dalla ribellione sassone, a conservare relazioni amichevoli con il Papa. Il suo primo atto fu rompere i rapporti con i membri del suo consiglio, che erano stati scomunicati da Gregorio. Nel maggio 1074 per espiare la colpa della precedente amicizia con tali membri, fece atto di penitenza a Norimberga alla presenza dei legati papali. Inoltre prestò un giuramento di obbedienza al papa e promise di appoggiare l'opera di riforma della Chiesa. Questo atteggiamento, che all'inizio gli fece guadagnare la fiducia del Papa, venne abbandonato non appena riuscì a sconfiggere i sassoni con la vittoria nella battaglia di Hohenburg (9 giugno 1075). Enrico infatti cercò subito di riaffermare il suo potere come imperatore nonché sovrano dell'Italia settentrionale (egli rivestiva entrambe le cariche).

Nel 1075 papa Gregorio VII redasse il Dictatus papae, nel cui testo rivendicò la superiorità dell'istituto pontificio su tutti i sovrani laici, imperatore incluso. In questo testo il papa si arrogava anche il diritto di deporre qualunque sovrano. Già aveva espressamente vietato ai laici di poter investire qualunque ecclesiastico, pena la scomunica.[5] Il rapporto tra Stato e Chiesa era completamente invertito: non era più l'imperatore ad approvare la nomina del papa, ma era il papa a conferire all'imperatore il suo potere ed, eventualmente, a revocarlo.[4]

Scomunica di Enrico IV[modifica | modifica wikitesto]

Enrico IV non accettò le decisioni del pontefice e seguitò a concedere investiture in cambio di denaro. Non solo: intervenne anche in questioni ecclesiastiche pertinenti all'Italia, ordinando la nomina ad arcivescovo di Milano del suo cappellano Tedaldo, scatenando però una prolungata e astiosa diatriba. Inoltre inviò il conte Eberardo in Lombardia per combattere i Patarini e appoggiò apertamente l'arcivescovo di Ravenna Guiberto in opposizione al pontefice romano. Infine cercò di stringere un'alleanza con il duca normanno Roberto d'Altavilla.

Papa Gregorio VII replicò con una dura lettera (datata 8 dicembre 1075) nella quale, tra l'altro, accusava il re dei Germani di essere venuto meno alla parola data e di aver continuato ad appoggiare i consiglieri scomunicati. Al tempo stesso il papa inviò anche un messaggio verbale che lasciava capire che la gravità dei crimini lo avrebbero reso passibile, non solo della condanna da parte della Chiesa, ma della deprivazione della corona. La reprimenda del Papa, formulata com'era in un modo che non aveva precedenti, fece infuriare Enrico e la sua corte. La risposta fu un concilio nazionale convocato in tutta fretta a Worms, che si riunì il 24 gennaio 1076. Tra i ranghi più alti del clero tedesco, Gregorio VII aveva molti nemici. Tra questi vi era un cardinale romano, Ugone Candido (Hugues le Blanc, in latino Hugo Candidus), un tempo dalla sua parte ma ora avversario del pontefice. Ugone si recò in Germania per l'occasione e di fronte al concilio formulò una serie di accuse nei confronti del papa. Le argomentazioni di Ugone Candido vennero accolte favorevolmente dall'assemblea, che approvò una dichiarazione secondo la quale Gregorio non poteva più essere considerato papa. In un documento pieno di accuse, i vescovi tedeschi dichiararono di non accettare più l'obbedienza al papa. In un altro, re Enrico IV lo dichiarò deposto, e ai romani venne richiesto di scegliere un nuovo Papa[6]. Il concilio inviò due vescovi in Italia e questi ottennero un atto di deposizione da parte dei vescovi lombardi nel sinodo di Piacenza.

Rolando di Parma informò il Papa di queste decisioni ed ebbe l'opportunità di parlare al sinodo che si era appena riunito nella Basilica del Laterano, convocato il 22 febbraio 1076 alla presenza dell'imperatrice Agnese e di Matilde di Canossa. Rolando consegnò al pontefice il messaggio che annunciava la detronizzazione. Per un momento i membri rimasero impietriti, ma ben presto si sollevò una tale indignazione, che per poco l'inviato non venne ucciso. L'assemblea venne riportata alla calma dalla moderazione di Gregorio.

Il giorno seguente il Papa pronunciò la sentenza di scomunica contro il re tedesco, lo spogliò della dignità reale e assolse i suoi sudditi dai giuramenti prestati a suo favore. Tale sentenza aveva l'intento di espellere il re dalla comunità cristiana e di spogliarlo della corona. Che producesse realmente questo effetto, o che rimanesse una vana minaccia, non dipendeva tanto da Gregorio, quanto dai sudditi di Enrico, e soprattutto, dai principi tedeschi. I documenti dell'epoca suggeriscono che la scomunica del re creò profonda impressione sia in Germania che in Italia. Trent'anni prima, Enrico III aveva deposto tre papi che avevano cercato di usurpare il soglio di Pietro. Quando Enrico IV cercò di imitare questa procedura non ebbe successo: in Germania si era avuto un rapido e generale cambiamento di sentimenti in favore di Gregorio. I principi colsero l'opportunità per portare avanti le loro politiche anti-regali sotto l'aura di rispettabilità fornita dalla decisione papale. Quando, il giorno di Pentecoste, il re propose di discutere le misure da prendere contro Gregorio, in un concilio con i suoi nobili, solo in pochi si presentarono; i Sassoni approfittarono dell'occasione per rinnovare la loro ribellione, e il partito anti-realista accrebbe la propria forza mese dopo mese.

A Canossa[modifica | modifica wikitesto]

Enrico IV in penitenza di fronte a Gregorio VII a Canossa, in presenza di Matilde, in un dipinto di Carlo Emanuelle.

La situazione era ora estremamente critica per Enrico. In conseguenza dell'agitazione, che veniva alimentata con zelo dal legato papale, vescovo Altmann di Passavia, i principi si incontrarono in ottobre a Trebur, in Assia, per eleggere un nuovo re tedesco, ed Enrico, che stazionava ad Oppenheim, sulla riva sinistra del Reno, venne salvato dalla perdita del trono solo perché i principi non si accordarono sul nome del suo successore. Il dissenso tra i principi, comunque, li indusse semplicemente a rimandare il verdetto. Enrico, essi dichiararono, doveva chiedere scusa al Papa e impegnarsi all'obbedienza; decisero inoltre che, se all'anniversario della sua scomunica la condanna fosse ancora in vigore, il trono sarebbe stato considerato vacante. Allo stesso tempo i principi decisero di invitare Gregorio ad Augusta per risolvere il conflitto. Questi accordi mostrarono ad Enrico il percorso da seguire.

Era imperativo, in qualsiasi circostanza e a qualsiasi prezzo, assicurarsi l'assoluzione di Gregorio prima della scadenza del periodo, altrimenti sarebbe stato quasi impossibile per Enrico impedire ai suoi avversari di perseguire le loro intenzioni, di attaccarlo giustificando le loro misure appellandosi alla scomunica. Inizialmente Enrico tentò di ottenere i suoi fini per mezzo di un'ambasciata, ma quando Gregorio respinse la sua apertura, decise di fare il famoso gesto di recarsi di persona in Italia.

Il Papa era già partito da Roma ed aveva fatto sapere ai principi tedeschi di aspettarsi una scorta per il suo viaggio dell'8 gennaio a Mantova. Ma la scorta non apparve quando ricevette la notizia dell'arrivo del re. Enrico, che aveva viaggiato attraverso la Borgogna, venne accolto con entusiasmo dai lombardi, ma resistette alla tentazione di impiegare la forza contro Gregorio. Scelse invece la mossa inaspettata di costringere il Papa a concedergli l'assoluzione facendo penitenza di fronte a lui a Canossa, dove si era fermato. Questo gesto divenne un evento storico di grande portata. La riconciliazione avvenne solo dopo un negoziato prolungato e l'assunzione di precisi impegni da parte del re, e fu con riluttanza che Gregorio accettò il pentimento, perché concedendo l'assoluzione, la dieta dei principi di Augusta, nella quale aveva ragionevoli speranze di agire da arbitro, sarebbe diventata inutile o, se fosse riuscita a riunirsi, avrebbe cambiato completamente il suo carattere. Fu comunque impossibile negare il rientro nella Chiesa al penitente, e gli obblighi religiosi di Gregorio scavalcarono gli interessi politici.

La rimozione della condanna non implicava una vera riconciliazione, e non vi furono basi per un appianamento della grande questione in gioco: quella dell'investitura. Un nuovo conflitto era inevitabile per il semplice fatto che Enrico IV, naturalmente, considerava la sentenza di deposizione annullata assieme a quella di scomunica; mentre Gregorio d'altra parte era intento a riservarsi la propria libertà di azione e non diede nessuno spunto sulla questione a Canossa.

Seconda scomunica di Enrico e Sacco di Roma[modifica | modifica wikitesto]

I nobili tedeschi che si opponevano ad Enrico utilizzarono la scomunica come pretesto per coalizzarsi contro di lui. Non solo essi perseverarono nella loro politica anche dopo l'assoluzione, ma presero un ulteriore e più deciso passo nell'insediare un re rivale nella persona del duca Rodolfo di Svevia (Forchheim, marzo 1077). All'elezione i legati papali presenti si mostrarono in apparenza neutrali, e Gregorio stesso cercò di mantenere questo atteggiamento negli anni seguenti. Il suo compito venne facilitato in quanto i due partiti erano di uguale forza, ognuno alla ricerca di un vantaggio decisivo che portasse il Papa dalla propria parte. Ma il risultato di questa neutralità fu che egli perse gran parte della fiducia di entrambe le parti. Alla fine Gregorio decise per Rodolfo di Svevia, dopo la vittoria di questi a Flarchheim (27 gennaio 1080). Su pressione dei Sassoni, e male informato sul significato della battaglia, Gregorio abbandonò la politica attendista e si pronunciò di nuovo per la deposizione e scomunica di re Enrico (7 marzo, 1080).

La seconda condanna papale non ebbe le stesse conseguenze della precedente. Il re, più esperto a distanza di quattro anni, affrontò lo scontro con il pontefice con grande vigore. Si rifiutò di riconoscere la condanna sostenendone l'illegalità. Convocò a Bressanone un concilio dell'episcopato germanico. Protagonista fu Ugone Candido, che accusò il pontefice di essere un assassino ed un eretico. Il 26 giugno 1080 Enrico IV dichiarò la deposizione di Gregorio e nominò l'arcivescovo Guiberto di Ravenna come suo successore. In ottobre sconfisse in battaglia l'acerrimo rivale Rodolfo di Svevia il quale morì il 16 ottobre. Con lui ebbe fine la rivolta contro Enrico IV.

Nel frattempo il pontefice si incontrava con il duca normanno Roberto d'Altavilla a Ceprano (città posta circa a metà strada tra Roma e Napoli, sulla via Casilina). Il 29 giugno 1080 ritirò la scomunica e gli riconsegnò il titolo di duca, insieme con i territori conquistati. La Santa Sede rinunciava definitivamente agli ex territori dell'impero bizantino nell'Italia meridionale, ma riteneva di aver acquisito un fedele alleato.

Nel 1081 Enrico aprì il conflitto contro Gregorio in Italia. Quest'ultimo era ora meno potente, e tredici cardinali lo abbandonarono. Attraversò le Alpi e in febbraio giunse fino alle porte di Roma. Era la prova generale dell'attacco decisivo, che fu lanciato due anni dopo. Enrico varcò le mura della Città leonina, costringengo Gregorio VII a rifugiarsi in Castel Sant'Angelo. Il 21 aprile 1083 fece il suo ingresso solenne nell'Urbe. Vi rimase fino all'autunno inoltrato; ritornò in patria sicuro di avere il pontefice nelle proprie mani. Nei mesi successivi Gregorio convocò un sinodo di vescovi, che si concluse con una nuova scomunica. Saputo di ciò, Enrico entrò nuovamente in Roma il 21 marzo 1084, assediando Gregorio in Castel Sant'Angelo ed insediando in San Giovanni in Laterano Guiberto di Ravenna, che prese il nome di Clemente III (24 marzo). Il 31 marzo Clemente III incoronò Enrico IV imperatore in San Pietro.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacco di Roma (1084).

Dopo alcuni mesi di assedio e di trattative infruttuose, Gregorio VII mandò a chiamare in soccorso Roberto d'Altavilla, Duca di Puglia e Calabria. Il 21 maggio successivo l'Altavilla riuscì a entrare a Roma e a mettere in salvo il pontefice, ma le sue truppe devastarono completamente la Città Eterna rendendosi responsabili di saccheggi e distruzioni peggiori, se paragonate a quelle del sacco goto del 410 e di quello lanzichenecco del 1527. Gran parte dei resti antichi allora ancora in piedi e delle chiese, vengono spogliati e distrutti; da allora tutta la popolazione di Roma si concentrò nel Campo Marzio (l'ansa del Tevere) e tutto il settore corrispondente ad Aventino, Esquilino, Celio rimase disabitato per secoli.

L'antipapa Clemente fuggì da Roma insieme all'imperatore. Gregorio fu liberato, ma Roberto d'Altavilla non volle la restituzione al pontefice dei pieni poteri, bensì costrinse Gregorio ad abbandonare Roma ed a recarsi nei suoi territori. Il pontefice si recò verso Salerno. Durante il viaggio fece una tappa presso l'Abbazia di Montecassino, dove fu ospite dell'abate Desiderio. Roma era stata lasciata sguarnita: fu facile per Clemente III, che aveva atteso lo sviluppo degli eventi nella vicina Tivoli, riprendere possesso della città.

Potere temporale e potere spirituale secondo Gregorio VII[modifica | modifica wikitesto]

Tutta l'opera di Gregorio fu basata sui seguenti principii: la Chiesa è stata fondata da Dio ed è incaricata del compito di abbracciare tutta l'umanità in un'unica società nella quale la volontà divina è l'unica legge; essendo un'istituzione di origine divina, la Chiesa si pone al di sopra di tutte le strutture umane, in particolare dello stato secolare; il Papa, nel suo ruolo di capo della Chiesa, è il vicereggente di Dio sulla Terra, e quindi la disobbedienza nei suoi confronti implica la disobbedienza a Dio o, in altre parole, l'abbandono della cristianità. Gregorio voleva fare in modo che tutti i più importanti motivi di disputa fossero indirizzati a Roma; gli appelli dovevano essere rivolti direttamente a lui; la centralizzazione del governo ecclesiastico a Roma comportò anche una riduzione del potere dei vescovi. Egli tentò l'attuazione di tali principii, immediatamente applicandoli alle condizioni sociali e politiche in cui si trovava ai suoi tempi l'Europa cristiana.

Gregorio avanzò verso diversi regni una pretesa di sovranità da parte della Sede apostolica e cercò di assicurarsi il riconoscimento dei diritti di possesso auto-proclamati. Sulla base dell'uso immemore, le isole di Corsica e Sardegna vennero assunte come appartenenti alla Santa Sede. Anche Spagna e Ungheria vennero reclamate come sua proprietà e venne fatto un tentativo per indurre il re di Danimarca a mantenere il proprio regno come feudo del Papa. Gregorio, però, era ben conscio della debolezza del proprio potere temporale e sapeva che poteva ricorrere solo alla propria autorità morale e spirituale. Ad esempio, rinunciò a deporre il vescovo simoniaco Guerniero di Strasburgo, perché comunque il suo posto "sarebbe stato preso da un altro in grado di sborsare un prezzo ancora più alto" (lettera del 15 luglio 1074). Questa sua debolezza risultò evidente dal comportamento dei Normanni. Le grandi concessioni fatte loro dal predecessore Niccolò II non li fecero desistere dalla loro avanzata nell'Italia centrale, né li indussero ad assicurare al papato l'aspettata protezione. Quando Gregorio venne fronteggiato duramente da Enrico IV, Roberto d'Altavilla (l'alleato normanno del pontefice) lo abbandonò al suo destino; intervenne solo quando lui stesso venne minacciato dalle armate tedesche. Ma, una volta presa Roma, abbandonò la città alle sue truppe e l'indignazione popolare suscitata da questo atto portò all'esilio di Gregorio.

Egli considerava l'esistenza dello Stato come deroga della Provvidenza, descrivendo la coesistenza di Chiesa e Stato come risultato del volere divino. Enfatizzò la necessità di unire il sacerdotium e l'imperium, ma non considerò mai i due poteri sullo stesso piano. La superiorità della Chiesa era per lui un fatto che non ammetteva discussioni e del quale non dubitò mai.

Relazioni con i regni cristiani[modifica | modifica wikitesto]

Gregorio strinse relazioni con ogni nazione della cristianità; la sua corrispondenza giunse in Polonia Boemia e in Russia. Scrisse in termini amichevoli al re musulmano della Mauritania e cercò senza successo di portare la Chiesa armena in comunione con Roma. Gregorio fu particolarmente interessato alle Chiese orientali. Lo scisma tra Roma e la Chiesa bizantina fu per lui un duro colpo, e lavorò lungamente per ripristinare le precedenti relazioni fraterne. Gregorio riuscì ad entrare in contatto con l'imperatore Michele VII. Quando la notizia dell'attacco arabo ai cristiani d'oriente giunse a Roma, e l'imbarazzo politico dell'imperatore bizantino aumentò, Gregorio concepì il progetto di una grande spedizione militare ed esortò i fedeli a partecipare alla riconquista della Chiesa del Santo Sepolcro.

Nelle relazioni con gli altri stati europei, l'intervento di Gregorio risultò molto più moderato rispetto alla sua politica nei confronti dei prìncipi tedeschi. Lo scontro con il Sacro romano impero da un lato gli lasciò poche energie per affrontare simultaneamente scontri analoghi e dall'altro ebbe caratteristiche particolari, fra cui la pretesa imperiale di eleggere e deporre papi. Anche Filippo I di Francia, con la sua pratica della simonia e la violenza delle sue azioni contro la Chiesa, provocò una minaccia di misure punitive: scomunica, deposizione e interdizione apparvero imminenti nel 1074. Gregorio, comunque, evitò di tradurre le minacce in azioni, anche se l'atteggiamento del re non mostrò alcun cambiamento.

In Inghilterra, Guglielmo il Conquistatore ottenne anch'egli dei benefici da questo stato di cose. Si sentì così al sicuro da interferire in modo autocratico con la gestione della Chiesa, vietando ai vescovi di recarsi a Roma, effettuando nomine di vescovi e abati e rimanendo imperturbabile quando il Papa gli tenne una lezione sulle proprie opinioni circa le relazioni tra Stato e Chiesa, o quando gli proibì il commercio o gli ordinò di riconoscersi come vassallo della Sede apostolica. Gregorio non aveva potere per costringere il re inglese ad una modifica delle sue politiche ecclesiastiche, scelse quindi di ignorare ciò che non poteva approvare, e trovò addirittura consigliabile rassicurarlo del suo affetto paterno.

Ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Urna di Gregorio VII nella Cattedrale di Salerno; il sarcofago originario romanico è stato sostituito con una moderna teca d'argento, con l'epitaffio latino inciso nella fascia inferiore.

La battaglia di Gregorio VII per la fondazione della supremazia papale fu strettamente connessa al suo forte appoggio all'obbligatorietà del celibato del clero e al suo attacco contro la simonia. Gregorio VII non modificò le norme canoniche sul celibato dei sacerdoti, ma agì con maggiore energia e ottenne migliori risultati dei suoi predecessori. Nel 1073 introdusse nel diritto canonico la pena dell'interdetto (peraltro già comminato per la prima volta nel VI secolo alla città di Roano). Nel 1074 pubblicò un'enciclica, assolvendo i fedeli dall'obbedienza verso quei vescovi che permettevano ai preti di sposarsi. L'anno seguente li incoraggiò a prendere provvedimenti contro i preti sposati, privando questi ultimi anche del loro sostentamento. Entrambe le campagne contro il matrimonio dei sacerdoti e la simonia provocarono una diffusa resistenza, anche se Gregorio non fu solo nel suo impegno di riforma ecclesiastica, ma trovò un forte sostegno. In Inghilterra l'arcivescovo Lanfranco di Canterbury gli stette al fianco. In Francia il suo maggiore alleato fu il vescovo Ugo di Romans, che nel 1083 divenne arcivescovo di Lione.

Il 25 maggio 1085 Gregorio morì in esilio a Salerno, dove è attualmente sepolto nella Cattedrale; i Romani e diversi dei suoi più fidati sostenitori lo avevano abbandonato, e i suoi fedeli in Germania si erano ridotti a un piccolo numero. Sulla sua tomba fu posta la frase: Ho amato la giustizia e ho odiato l'iniquità: perciò muoio in esilio.

Fu sepolto in abito pontificale in un sarcofago romano del III secolo. Nel 1954, per volere di Papa Pio XII il suo corpo fu dapprima trasportato per pochi giorni a Roma per essere esposto al pubblico, e poi fu risistemato nella Cattedrale salernitana in una teca d'argento, dove si trova tuttora.

Fu canonizzato nel 1606 da Papa Paolo V.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ W.J. Churchill, The "Annales barenses" and the "Annales Lupi Protospatharii": Critical Edition and Commentary, PHD Thesis, University of Toronto 1979, ad. a. 1085, p. 374
  2. ^ Eletto antipapa col nome di Onorio II con l'appoggio dell'imperatore
  3. ^ Titolo feudale dei signori romani proprietari di castelli nell'agro romano.
  4. ^ a b Claudio Rendina, I Papi. Storia e segreti, 1983, pagg. 316-322.
  5. ^ Franco Cardini e Marina Montesano, Storia Medievale, Firenze, Le Monnier Università/Storia, 2006, p. 195 "Egli comprese ch'era giunto il momento di portare a fondo l'attacco. Nel 1075 vietò a tutti i laici, pena la scomunica, d'investire un qualunque ecclesiastico. Poi formulò, in 27 proposizioni stringate, il Dictatus papae, la sua concezione secondo la quale il pontefice aveva in terra potere assoluto ed era in grado di deporre gli stessi sovrani laici."
  6. ^ (EN) Medieval Sourcebook: Henry IV: Letter to Gregory VII, Jan 24 1076

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Successioni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Alessandro II 22 aprile 1073 - 25 maggio 1085 Papa Vittore III
Predecessore Cardinale diacono di Santa Maria in Domnica Successore CardinalCoA PioM.svg
Federico di Lorena
1049 - 1057
1059 - 1073 vacante
fino al 1088

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