Papa Bonifacio VIII

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« se' tu già costì ritto, Bonifazio?
Di parecchi anni mi mentì lo scritto.[1] »
Papa Bonifacio VIII
Bonifatius viii papst.jpg
193º papa della Chiesa cattolica
C o a Bonifacio VIII.svg
Elezione 24 dicembre 1294
Consacrazione 23 gennaio 1295
Fine pontificato 11 ottobre 1303
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Celestino V
Successore papa Benedetto XI
Nome Benedetto Caetani
Nascita Anagni, 1230 circa
Morte Roma, 11 ottobre 1303
Sepoltura Grotte Vaticane

Bonifacio VIII, nato Benedetto Caetani (Anagni, 1230 circa – Roma, 11 ottobre 1303), fu il 193º Papa della Chiesa cattolica dal 1294 alla morte.

Fu discendente di un ramo dell'importante famiglia pisana Caetani (o Gaetani), che poté acquisire ulteriori ricchezze e grandi latifondi sfruttando la sua carica pontificia.

Per il suo concetto del papato, che vide come un'istituzione superiore a tutto ed a tutti, fu certamente uno dei pontefici più importanti, ed allo stesso tempo più controversi, dell'intero medioevo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nascita e studi[modifica | modifica wikitesto]

Per lungo tempo si è ritenuto che l'anno di nascita di Benedetto Caetani fosse il 1235: in epoca recente è stato peraltro rinvenuto un documento del 1250 nel quale si fa riferimento ad un canonico di Anagni di nome Benedetto. Poiché non si conosce alcun altro omonimo che sia stato canonico ad Anagni nel decennio 1250-1260[2], il riferimento al futuro papa appare inequivocabile. Non sembra peraltro credibile che il Caetani fosse già canonico all'età di quindici anni. Ciò ha indotto a retrodatare la nascita di alcuni anni.

Si trova conferma di questa ipotesi in una lettera a firma di papa Niccolò IV datata 1291, nella quale il pontefice, riferendosi al cardinale Benedetto Caetani, usa il termine ad senium che, a quei tempi, stava ad indicare i sessantenni. La combinazione dei due documenti porta a concludere, quindi, che Benedetto sia nato intorno al 1230[3], molto probabilmente in Anagni; era figlio di Roffredo (o Lofredo) Caetani e di Emilia Patrasso di Guarcino[4][5], legata a sua volta da parentela ai conti di Segni. La famiglia Caetani aveva già dato alla Chiesa un papa, Gelasio II, tra il 1118 ed il 1119.

Nel 1260, con il permesso di papa Alessandro IV (Benedetto Caetani era, molto probabilmente, parente di Alessandro IV, la cui madre era della famiglia dei conti di Segni, come la madre di Benedetto), assunse un canonicato a Todi, dove era vescovo suo zio Pietro Caetani, ed è possibile che nella cittadina umbra abbia iniziato gli studi di diritto, poi approfonditi e completati con ogni probabilità presso l'Università di Bologna, con una specializzazione particolare in diritto canonico. La sua successiva carriera ecclesiastica nella curia romana fu rapida e prestigiosa, e lo portò a prendere parte a missioni diplomatiche molto importanti, prima, nel 1264, presso la corte di Francia al seguito del cardinale Simon de Brion, futuro papa Martino IV, e quindi, dal 1265 al 1268, in Inghilterra, con il cardinale Ottobono Fieschi, futuro papa Adriano V[6]; all'ambasceria in Inghilterra prese parte anche Tedaldo Visconti, il futuro Gregorio X[7].

La missione in Inghilterra fu, secondo molti storici, di grande significato per il futuro di Benedetto Caetani: in quel periodo, infatti, il Caetani ed i suoi compagni furono rinchiusi nella Torre di Londra ed ottennero la libertà solo grazie al determinato intervento del futuro re Edoardo I d'Inghilterra, per il quale, da quel momento, il Caetani manifesterà aperta simpatia, e da questo potrebbe certo essere derivata ostilità per lo storico avversario di Edoardo, Filippo il bello[8]. Fu creato cardinale diacono, con titolo di San Nicola in Carcere, nel 1281 da Martino IV, all'età di circa cinquantuno anni.

Nel 1291, consacrato sacerdote ad Orvieto sotto il pontificato di Niccolò IV[9], optò per il più prestigioso titolo presbiterale dei Santi Silvestro e Martino ai Monti, mantenendo peraltro, come già aveva fatto in passato, tutti i canonicati, prebende ed altri benefici che aveva man mano acquisito negli anni; riuscì in tal modo ad accumulare un ingentissimo patrimonio che, sommato con i beni già posseduti dai suoi, fece diventare i Caetani una delle più potenti famiglie del tempo[10]. In quegli anni ebbe un grande rilievo la legazione svolta in Francia nel 1290, insieme al cardinale Gerardo Bianchi - per dirimere un grave ed annoso dissidio tra clero secolare ed ordini religiosi - in cui il Caetani mostrò aggressività, determinazione, notevole competenza giuridica e beffarda eloquenza, che gli procurarono certamente successo, ma anche molte antipatie tra i francesi[11].

Partecipazione a conclavi[modifica | modifica wikitesto]

Durante il suo cardinalato Benedetto Caetani partecipò a 4 conclavi:

La rinuncia di Celestino V[modifica | modifica wikitesto]

Statua di papa Bonifacio VIII all'esterno della cattedrale di Anagni.

Il Cardinale Benedetto Caetani fu certamente tra le figure più vicine a papa Celestino V nel momento in cui quest'ultimo meditava di rinunciare al soglio pontificio. Si favoleggiò, tra l'altro, che Celestino V, subito dopo l'elezione, avesse udito, nel silenzio della propria stanza, la voce di un angelo che, per ordine divino, lo invitava a rigettare la propria nomina pontificia[12]; peraltro, occorre dire che il Caetani, essendo un profondo conoscitore del Diritto Canonico, offrì effettivamente la propria assistenza a Celestino V per trovare le necessarie ragioni legali per abbandonare il soglio di Pietro.

Celestino affidò al Caetani ed a un altro cardinale, anch'egli notoriamente esperto di diritto canonico, Gerardo Bianchi, il quesito sulla legittimità dell'abdicazione per un papa: ne ebbe risposta positiva, cosicché emise la bolla Constitutionem, con la quale stabiliva che le norme da seguire per l'elezione di un nuovo pontefice, in caso di dimissioni, fossero le medesime indicate dalla Ubi Periculum nel caso di morte del papa, e tre giorni più tardi si dimise.[13]

Le regole per l'elezione ed il ripristino della Ubi Periculum[modifica | modifica wikitesto]

Contrariamente a quanto avvenuto spesso nel passato, il conclave successivo alla rinuncia di Celestino V fu radunato nella città di Napoli nei dieci giorni seguenti l'inizio della Sede vacante ed ebbe una durata molto breve. Tutto ciò fu dovuto alle disposizioni contenute nella costituzione apostolica Ubi Periculum sull'elezione pontificia, promulgata da papa Gregorio X (il piacentino Tedaldo Visconti), nel corso del XIV Concilio ecumenico tenutosi nella città di Lione (concilio ecumenico Lionese II) dal 7 maggio al 17 luglio 1274, sulla scorta dell'esperienza del celebre lunghissimo conclave viterbese che aveva portato proprio all'elezione di Gregorio X, e nel corso del quale i cardinali erano stati pesantemente segregati.

La costituzione Ubi Periculum conteneva disposizioni molto precise, rigide e vincolanti per l'elezione papale, al fine di sottrarla ad ogni ingerenza che non fosse strettamente ecclesiastica. Prescriveva, infatti, l'obbligo del conclave per il Sacro Collegio, che avrebbe dovuto tenersi, obbligatoriamente, entro dieci giorni dall'inizio della Sede vacante, nella stessa città ove era scomparso il papa precedente. Passati i dieci giorni previsti, il Sacro collegio doveva essere segregato in conclave sotto la sorveglianza del Podestà, che diveniva il custode del conclave. Inoltre, se entro tre giorni dall'apertura del conclave stesso il papa non fosse stato ancora eletto, si sarebbero dovute applicare norme gradualmente restrittive sui pasti e sul reddito dei porporati, fino a ridurli a pane ed acqua.

Tutte queste disposizioni erano finalizzate non solo ad evitare che l'elezione del papa fosse condizionata dal popolo o dai nobili, ma anche ad impedire che l'elezione stessa si trasformasse in una lunga ed estenuante trattativa basata su operazioni di mercimonio, come frequentemente avveniva in quei tempi. La Ubi Periculum venne peraltro sospesa dopo soli due anni dalla sua promulgazione, nel luglio 1276, da papa Adriano V, su richiesta di diversi cardinali dopo alcune vessazioni patite - ad opera di Carlo I d'Angiò- durante il conclave che aveva eletto lo stesso Adriano V, e quindi addirittura abrogata da papa Giovanni XXI[14], ma fu ripristinata quasi completamente da papa Celestino V, che voleva evitare le lungaggini ed i problemi che avevano preceduto la sua elezione. Curiosamente, fu proprio Bonifacio VIII ad inserire integralmente il testo della Ubi Periculum nel Liber sextus del Corpus iuris canonici nel 1298[15].

Composizione del conclave[modifica | modifica wikitesto]

Manno Bandini da Siena, Statua di Bonifacio VIII, Museo civico medievale di Bologna

Al momento del conclave il Sacro Collegio era composto da 23 cardinali, dei quali solo uno fu assente. Di essi, 13 erano stati nominati da papa Celestino V nel corso dell'unico Concistoro da lui presieduto il 18 settembre del 1294; uno da papa Urbano IV, due da papa Niccolò III, uno da papa Martino IV, uno da papa Onorio IV, quattro da papa Niccolò IV.

Si trattava di:

  1. Hughes Seguin de Billon (o Aycelin), O.P., cardinale vescovo di Ostia e Velletri, Decano del Sacro Collegio.
  2. Matteo d'Acquasparta, O.Min., cardinale vescovo di Porto e Santa Rufina, Subdecano del Sacro Collegio.
  3. Gerardo Bianchi, cardinale vescovo di Sabina.
  4. Giovanni Boccamazza (o Boccamiti), cardinale vescovo di Frascati.
  5. Simone di Beaulieu, cardinale vescovo di Palestrina.
  6. Bérard de Got, cardinale vescovo di Albano.
  7. Benedetto Caetani, cardinale prete titolare dei Santi Silvestro e Martino; primoprete.
  8. Pietro Peregrosso (detto Milanese), cardinale prete titolare di San Marco.
  9. Tommaso d'Ocre, O.Cel., cardinale prete titolare di Santa Cecilia.
  10. Jean Le Moine, cardinale prete titolare dei Santi Marcellino e Pietro.
  11. Pietro d'Aquila, O.S.B., cardinale prete titolare di Santa Croce in Gerusalemme.
  12. Guillaume Ferrier (o de Ferrires), cardinale prete titolare di San Clemente.
  13. Nicolas de Nonancour, cardinale prete titolare di San Marcello.[16]
  14. Robert de Pontigny, O.Cist., cardinale prete titolare di Santa Pudenziana.
  15. Simon d'Armentières, noto anche come Simon de La Charité, O.S.B.Clun., cardinale prete titolare di Santa Balbina.
  16. Giovanni di Castrocoeli, O.S.B., cardinale prete titolare di San Vitale.
  17. Matteo Rubeo Orsini, cardinale diacono di Santa Maria in Portico Octaviae, protodiacono.
  18. Giacomo Colonna, cardinale diacono di Santa Maria in via Lata.
  19. Napoleone Orsini, cardinale diacono di Sant'Adriano.
  20. Pietro Colonna, cardinale diacono di Sant' Eustachio.
  21. Landolfo Brancaccio, cardinale diacono di Sant'Angelo in Pescheria.
  22. Guglielmo de Longhi, cardinale diacono di San Nicola in Carcere Tulliano.

Il cardinale Francesco Ronci, O.Cel., titolare di San Lorenzo in Damaso, non partecipò al conclave. Morì presumibilmente subito prima del medesimo, dopo il 13 ottobre 1294.[16]

L'elezione al soglio pontificio[modifica | modifica wikitesto]

Appena dieci giorni dopo l'abdicazione di papa Celestino V, secondo quanto stabilito dalla Ubi Periculum, i componenti del Sacro Collegio si riunirono in conclave in Castel Nuovo, nella città di Napoli, il 23 dicembre 1294 per dare alla Chiesa il nuovo Pastore. Già il giorno successivo, vigilia di Natale, fu eletto papa, forse al terzo scrutinio[17][18], il cardinale Caetani[13][19], che fu poi incoronato nella Basilica di San Pietro il 23 gennaio 1295 e assunse il nome pontificale di Bonifacio VIII. Aveva circa 64 anni.

Dante Alighieri avanza ripetutamente l'ipotesi che l'elezione di Bonifacio VIII sia stata viziata da simonia (canti XIX e XXVII dell'Inferno).

Jacopone da Todi, a sua volta, così descrive l'elezione al soglio di Pietro di Benedetto Caetani:

« Quando fo celebrata la 'ncoronazione, / non fo celato al mondo quello che c'escuntròne: / quaranta omen' fòr morti all'oscir de la masone! / Miracol Deo mustròne, quanto li eri 'n placere. »
(J. da Todi, O Papa Bonifazio.)

Il pontificato[modifica | modifica wikitesto]

La segregazione e la morte di Celestino V[modifica | modifica wikitesto]

Come primo atto del suo pontificato, dopo aver riportato la sede papale da Napoli a Roma per sottrarre l'istituzione all'influenza di re Carlo II d'Angiò, annullò o sospese tutte le decisioni assunte dal suo predecessore Celestino V, riconoscendo valida soltanto la creazione dei dodici nuovi cardinali[20][21]. Immediatamente dopo, a causa dell'ostilità dei cardinali francesi, ebbe timore che il suo predecessore, Pietro del Morrone, ritornato semplice frate, potesse essere cooptato dai porporati transalpini come antipapa; per evitare ciò, si rendeva necessario che il vecchio eremita rientrasse sotto il ferreo controllo del Pontefice.

Bonifacio VIII, quindi, mentre Celestino V tentava prima di tornare al suo eremo vicino Sulmona, poi - sentitosi braccato - di fuggire verso la Grecia, lo fece arrestare da Carlo II d'Angiò[22], lo stesso monarca che pochi mesi prima ne aveva sostenuto l'elezione pontificia, e lo fece rinchiudere nella rocca di Fumone, di proprietà della famiglia Caetani, dove rimase fino alla morte.[19] Nonostante si siano formulate varie ipotesi, non sembra che la morte di Celestino V sia stata violenta o, tanto meno, avvenuta per mano di Bonifacio VIII. Lo stato di detenzione voluto dal Caetani può tuttavia aver peggiorato la salute di un ottantasettenne già debilitato dalle fatiche dei precedenti mesi.

L'ampio foro rinvenuto sul cranio dell'eremita molisano sembra dovuto non ad un chiodo conficcato a forza, ma ad un ascesso cerebrale. Alla sua morte Bonifacio portò il lutto per lui, caso unico tra i Papi, e celebrò una messa pubblica in suffragio per la sua anima. Poco dopo diede inizio al processo di canonizzazione, che fu accelerato e concluso pochi anni dopo da papa Clemente V[23] su pressione del re di Francia Filippo IV il Bello e dei fedeli.[24]

La Sicilia agli Aragonesi[modifica | modifica wikitesto]

Scomparso così un potenziale antipapa come avrebbe potuto essere l'ex Pontefice, il primo atto politico cui egli dovette adempiere fu la risoluzione della controversia in corso tra gli angioini e gli aragonesi per il possesso della Sicilia; controversia che si protraeva dall'epoca dei vespri siciliani, cioè dal 1282. A Napoli governava Carlo II d'Angiò detto lo Zoppo, e in Sicilia Federico III d'Aragona, fratello di re Giacomo II che, a sua volta, era passato nel 1291 al trono d'Aragona.

Il 12 giugno del 1295, spinto dal Papa - che parteggiava per l'angioino avendolo questi aiutato nei primi tempi del suo pontificato, anche con l'arresto di Celestino V - Giacomo II sottoscrisse il Trattato di Anagni con il quale rinunciava a tutti i diritti sulla Sicilia in favore del Papa, che, a sua volta, li trasferiva a Carlo lo Zoppo. Ma i siciliani, memori delle angherie subite sotto gli angioini, si ribellarono, preferendo come re Federico d'Aragona e rifiutando fermamente Carlo. Il Papa, seppur malvolentieri, dovette acconsentire e finì per incoronare Federico re di Sicilia nella cattedrale di Palermo il 25 marzo 1296.

Questa incoronazione - la prima amara sconfitta per Bonifacio - fu sanzionata successivamente e definitivamente mediante la celebre Pace di Caltabellotta, stipulata alla fine di agosto del 1302 tra Roberto d'Angiò, figlio di Carlo II, e Carlo di Valois da una parte, e Federico III di Aragona, dall'altra. L'accordo stabiliva la distinzione politica fra il Regno di Sicilia, in mano agli angioini e limitato alla parte continentale dell'Italia meridionale, creando di fatto il Regno di Napoli, ed il Regno di Trinacria, costituito dalla Sicilia e dalle isole adiacenti, con Federico III d'Aragona come re indipendente e assoluto. Il trattato di pace prevedeva anche, tra l'altro, la riunificazione del Regno alla morte di Federico, ed il ritorno dello stesso sotto gli angioini, cosa che peraltro non avvenne mai e furono, anzi, gli aragonesi a conquistare anche il Regno di Napoli nel 1442 con Alfonso V il magnanimo.

L'idea teocratica e la tassazione degli ecclesiastici[modifica | modifica wikitesto]

Questo fu soltanto il primo di vari insuccessi riportati da Bonifacio in politica estera, la cui causa comune doveva essere ricercata nell'idea che il pontefice aveva in merito al ruolo del papato nel contesto degli Stati d'Europa, che, sul finire del Medioevo, si stavano ormai trasformando in vere e proprie Nazioni. Bonifacio VIII riteneva infatti, più di suoi predecessori che si erano già orientati in questo senso, come Gregorio VII, Innocenzo III e Gregorio IX, che l'autorità del papa fosse al di sopra del potere dei regnanti, i quali, come battezzati, erano sottoposti come gli altri fedeli alla Chiesa. All'interno di questa si collocava la cosiddetta Christianitas, ossia la comunità socio-politica dei popoli cristiani, i quali vivono nel tempo secondo gli insegnamenti della loro fede.

Tale comunità, meno estesa della Chiesa stessa, è per forza di cose sottoposta alla sua autorità, della quale è parte integrante, anche se distinta e separata. Il capo naturale della Chiesa, cioè il Papa, era perciò anche il capo della Cristianità; data la concezione gerarchica del potere nel medioevo, ne derivava che quello spirituale potesse indirizzare e guidare il temporale, in qualunque questione che implicasse il bene delle anime o la prevenzione e la repressione del peccato. È questa la concezione detta generalmente teocrazia pontificia, ma che più tecnicamente può essere considerata una ierocrazia, ossia un governo basato sulla sacralità del potere, cioè sui presbiteri. Fino a quel momento, il Papato - o, come si legge nella trattatistica medievale, il Sacerdotium- aveva lottato, per l'egemonia sulla Christianitas, con l'unico altro potere universale che avrebbe potuto contrastarlo, l'Impero, tecnicamente Imperium.

Avendolo espulso dalla sfera sacrale (in cui era dai tempi di Costantino), degradandolo di fatto ad una istituzione profana (anche se bisognosa della consacrazione religiosa per esercitare il suo potere), ora il Papato aveva come avversario l'autorità regia dei singoli stati sovrani, la regalis potestas. L'idea bonifaciana non era dunque nuova, ma nuovo era l'ambito di applicazione. Tra i teologi che maggiormente sostennero l’idea teocratica di Bonifacio vi furono i due studiosi agostiniani Egidio Romano e Giacomo da Viterbo: quest'ultimo, in particolare, con il suo trattato De regimine christiano -considerato il primo trattato sistematico sulla Chiesa- approfondì e sostenne i temi del potere temporale e del papato inteso come teocrazia[25].

La volontà del pontefice su questo argomento non riuscì mai, peraltro, a realizzarsi concretamente, aprendo viceversa la strada a lotte per il potere che proseguirono, in maniera pressoché ininterrotta, nei secoli successivi, vedendo impegnati di volta in volta Pontefici e Sovrani, mediante l'ingerenza di quelli negli affari di stato di questi e di questi negli affari ecclesiastici di quelli. Il primo atto della politica teocratica di Bonifacio avvenne con l'emanazione della bolla Clericis laicos, il 24 febbraio 1296, mediante la quale il papa ribadiva la proibizione ai laici, sotto la pena di scomunica, di tassare gli ecclesiastici, ed a questi ultimi di pagare i tributi eventualmente richiesti, con sanzioni identiche per entrambi in caso di violazione del divieto.

Infatti, durante la sede vacante del 1292-1294, tale norma era stata violata in Francia e Inghilterra. Era il segnale di una rinnovata vigilanza in difesa delle prerogative sovra-nazionali della Chiesa. Il re di Germania, Adolfo di Nassau - Vilburgo, candidato alla nomina imperiale, non si oppose per motivi di opportunità. Egli, infatti, mirava alla corona imperiale, per cui aveva bisogno dell'incoronazione papale. Anche in Inghilterra re Edoardo I Plantageneto, benché tendenzialmente contrario, dovette accettare formalmente il rifiuto dei vescovi al pagamento delle imposte, riservandosi di esercitare la propria autorità fiscale in base alle circostanze.

La Francia assunse, invece, una posizione molto diversa. Il re Filippo IV il Bello, non respinse la bolla papale (altrimenti sarebbe incorso nella scomunica latae sententiae), ma emise una serie di editti, nei quali vietava a chiunque, laico od ecclesiastico che fosse, l'esportazione di denaro e preziosi. In questo modo le rendite percepite dalla Santa Sede in Francia, la nazione più ricca di Occidente, non potevano raggiungere Roma. La posizione di re Filippo fu talmente astuta che il Papa si vide costretto ad addivenire ad un accordo, autorizzando il re francese a riscuotere le imposte dal clero, in caso di estrema necessità, anche senza la preventiva autorizzazione pontificia.[26]

I contrasti con la curia: i Colonna[modifica | modifica wikitesto]

Il cedimento del papa di fronte alla ferma opposizione del re di Francia trovava peraltro la sua causa recondita in una riduzione dell'autorità del papa stesso proprio all'interno della Santa Sede. Infatti, a causa del suo atteggiamento arrogante ed accentratore, il pontefice aveva provocato l'insorgere di uno schieramento a lui ostile, sia nella Curia che nell'aristocrazia romana. Questo schieramento era capeggiato dai cardinali Giacomo Colonna e Pietro Colonna, appartenenti alla famiglia romana dei Colonna - acerrima nemica della famiglia dei Caetani alla quale apparteneva Bonifacio - i quali sostennero che la sua elezione era da ritenere illegittima poiché non doveva essere considerata valida l'abdicazione di papa Celestino V. Questa posizione, che poteva preludere ad un possibile scisma, era fortemente appoggiata anche da tutto il movimento dei Francescani spirituali, i quali avevano in quel momento la loro espressione più alta nelle somme laudi di Jacopone da Todi che, a sua volta, definì il Pontefice "novello anticristo".

La perdita di potere interno aveva, quindi, indotto il Pontefice ad essere più tollerante verso le resistenze di Filippo il Bello. Ai Francescani spirituali si aggregarono, contro Bonifacio, anche i Celestini: l'insieme di questi due gruppi di religiosi prese il nome di Bizochi. La lotta all'interno delle istituzioni ecclesiastiche toccò il suo culmine nei primi giorni del maggio 1297[27], quando i due Colonna, alcuni loro familiari ed amici e tre Francescani spirituali[28] sottoscrissero un memoriale, il cosiddetto manifesto di Lunghezza, con il quale il papa veniva dichiarato decaduto, sempre a causa della sua illegittima elezione, con espresso invito ai fedeli a non portargli più obbedienza.

La durissima reazione del Pontefice non si fece attendere: i due cardinali furono destituiti con la bolla In excelso throno del 10 maggio 1297, che evidenziava anche il disprezzo dell'intera famiglia Colonna verso le cose altrui, nonché i loro comportamenti superbi ed oltraggiosi che, di conseguenza, meritavano addirittura la cancellazione dell'intera famiglia[29]. Pochi giorni più tardi, dopo una risentita replica dei Colonna, Bonifacio promulgò la bolla Lapis abscissus (23 maggio), con la quale i due cardinali venivano scomunicati (fatto ritenuto di inaudita gravità) ed i beni di famiglia confiscati. Si aprì così una vera e propria guerra tra il papa ed i Colonna, nella quale questi ultimi speravano in un intervento del re di Francia in loro sostegno, cosa che non avvenne in quanto il sovrano francese proprio in quel periodo stava perfezionando gli accordi con il pontefice per risolvere definitivamente il grave problema dei tributi agli ecclesiastici in Francia, motivo per cui - in quel particolare momento - Filippo il Bello non desiderava ulteriori contrasti con Bonifacio[30].

La distruzione di Palestrina[modifica | modifica wikitesto]

Le cronache dell'epoca riferiscono che, dopo lunghe trattative, condotte soprattutto attraverso la mediazione del cardinale Giovanni Boccamazza, molto vicino ai due Colonna, questi ultimi, nel settembre del 1298, si recarono al cospetto del papa, nella città di Rieti, nelle vesti di umili penitenti, in abiti da lutto, a piedi nudi, con la corda al collo e la testa scoperta[31]. Chiedendo perdono e sottomettendosi all'autorità pontificia, riconobbero la piena legittimità di Bonifacio quale unico vero pontefice della Chiesa cattolica. Il papa accolse con benevolenza le dichiarazioni di contrizione dei Colonna e accordò loro il suo perdono, non senza aver prima preteso che i due cardinali restituissero i loro sigilli che furono debitamente distrutti. Inoltre tutta la famiglia fu inviata al soggiorno obbligato nella città di Tivoli in attesa delle decisioni definitive del pontefice.

La tregua tra Bonifacio ed i Colonna fu peraltro di durata assai breve, tant'è che il tribunale dell'Inquisizione della città di Bologna, facendo seguito ad una decisione del pontefice, datata 12 aprile 1299, ordinò la confisca del palazzo del cardinale Giacomo Colonna. Di fatto, la conflittualità tra il papa ed i suoi avversari non si attenuò in alcun modo ed i Colonna, alla fine, dovettero riparare in Francia.

Nel corso dei negoziati che avevano preceduto l'atto di sottomissione dei Colonna al papa in Rieti, era stato stabilito, tra l'altro, che la città di Palestrina, fulcro e roccaforte dei possedimenti dei Colonna, entrasse nel pieno possesso del papa. Non appena però il papa entrò nel possesso materiale della città, diede ordine di distruggerla e la fece radere al suolo completamente nella primavera del 1299: egli fece passare l'aratro su tutto il territorio della città, ne fece cospargere il suolo di sale e ne fece perfino cancellare il nome, trasferendo la popolazione in una nuova città più a valle, denominata Città Papale.

La motivazione del suo gesto è contenuta in una lettera datata 13 giugno 1299, nella quale Papa Bonifacio così si espresse: «...perché non vi resti nulla, nemmeno la qualifica o il nome di città». La distruzione della città ebbe come conseguenza anche la perdita del privilegio di essere una delle sette diocesi suburbicarie di Roma, che venne trasferito alla nuova città. Da notare che, proprio durante la distruzione di Palestrina, fu fatto prigioniero Jacopone da Todi, che si era rifugiato nella città e che scontò la sua storica avversità per Bonifacio con cinque anni di carcere duro, oltre alla scomunica[32].

Lo sbigottimento degli storici davanti al comportamento tanto feroce di un pontefice contro un'intera città, che, per di più, era stata consegnata a lui dopo un negoziato, è espresso molto bene dal Gregorovius che parla di vero «odio del papa contro i ribelli», di un «diluvio d'ira» e di una «folgore» che «schiantò realmente una delle città più antiche d'Italia», paragonando le terribili distruzioni operate da Bonifacio con le demolizioni e gli eccidi attuati da Lucio Cornelio Silla nell'82 a.C. contro la stessa città, allora chiamata Praeneste: il papa voleva così distruggere una stirpe, quella dei Colonna, che considerava tirannica[33].

A conclusione della contesa con i Colonna, i due porporati, come sopra accennato, dovettero riparare in Francia sotto la protezione di Filippo il Bello, e i loro beni furono confiscati e divisi tra un ramo dei Colonna vicino al papa[34] e la famiglia degli Orsini, anch'essi acerrimi nemici dei Colonna.[35] Il 3 ottobre 1299 Papa Bonifacio accettò dal libero comune di Velletri l'elezione a podestà per una legislatura (6 mesi), sia perché il comune di Velletri, da sempre fedele ai papi, aveva un rapporto di amicizia con Bonifacio, che da giovane aveva studiato per un certo periodo in questa città, sia perché la stessa Velletri doveva difendersi dai nobili (soprattutto dai Colonna) che la volevano sottomettere, e avere Bonifacio come podestà, oltre ad essere un motivo d'orgoglio, era anche un'ottima alleanza ed un valido deterrente per i nemici; lo stesso valeva per Bonifacio, che poteva così contare sull'alleanza di un comune agguerrito e forte come quello di Velletri.

L'istituzione del Giubileo[modifica | modifica wikitesto]

Bonifacio VIII indice il giubileo del 1300 (Giotto - frammento di affresco)

Uno dei più importanti successi del pontificato di Bonifacio fu senz'altro l'istituzione del Giubileo. Sul finire del 1299 moltissimi pellegrini si erano radunati a Roma, spinti da un vero e proprio moto popolare spontaneo, che rendeva pieno di grandi aspettative il secolo che stava per iniziare. Prendendo così spunto da questa vasta iniziativa spontanea ed ispirandosi sia alla leggenda dell’Indulgenza dei Cent'anni, risalente almeno a Innocenzo III[36], che alla Perdonanza, voluta dal suo predecessore Celestino V, Bonifacio istituì l'Anno Santo, nel quale potevano lucrare l'indulgenza plenaria tutti i fedeli che avessero fatto visita alle Basiliche di San Pietro e San Paolo fuori le mura.

L'Anno Santo fu formalmente indetto il 22 febbraio 1300, con la bolla Antiquorum habet fida relatio, ma con indulgenze retroattive al 24 dicembre 1299; nella bolla era anche stabilito che l'Anno Santo si sarebbe ripetuto, in futuro, ogni cento anni. Il Giubileo ebbe un grande successo e l'afflusso di pellegrini a Roma fu enorme (il Villani parla di 300.000 pellegrini[35]). A parte la diffusa e sentita necessità di indulgenza in quel periodo (anche la partecipazione alle crociate offriva questo stesso beneficio), l'arrivo dei pellegrini a Roma da tutto il mondo, oltre a significare un notevole apporto di denaro, esaltava la magnificenza della Città Eterna e consolidava il primato ed il prestigio del Pontefice.[37]

Secondo molti storici il giubileo rappresentò per il papa «una breve ma felice parentesi di pace»[38], che gli permise, tra l'altro, di rimpinguare le finanze pontificie; egli infatti temeva il blocco delle "decime", ed istituì il Giubileo anche per motivi economici. In tal senso fu sicuramente piuttosto notevole l'afflusso di denaro, ma il papa non ricevette l'omaggio dei sovrani d'Europa e questo fu per lui motivo di grande delusione. Le assenze dei regnanti volevano in qualche modo significare che la sua aspirazione di riunire nelle sue mani sia il potere spirituale che quello temporale era probabilmente soltanto un'illusione.

La questione fiorentina: Bianchi e Neri, Carlo di Valois, Dante[modifica | modifica wikitesto]

In quegli stessi anni esplose con violenza la diatriba fiorentina tra le due parti della città, storicamente e tradizionalmente guelfa, ma divisa tra la famiglia dei Cerchi, di recente ricchezza commerciale e finanziaria, e quella dei Donati, di antica nobiltà oligarchica. I Cerchi furono identificati con i Bianchi, ed i Donati con i Neri. La controversia fra le due parti fu durissima e senza esclusione di colpi: il 18 aprile 1300 tre fiorentini residenti alla corte pontificia[39] furono condannati per alto tradimento: il papa intervenne subito in loro difesa ed inviò in città, anche dopo i gravi disordini di Calendimaggio del 1300, il cardinale Matteo d'Acquasparta, con poteri molto ampi.

Peraltro il cardinale non ottenne i risultati sperati dal pontefice e fu, anzi, costretto, dopo un grave attentato alla sua persona, a lasciare Firenze, decretando la scomunica contro i maggiorenti cittadini e l'interdetto contro l'intera città. Bonifacio decise allora di mandare a Firenze Carlo di Valois, già accolto in Italia con grandi onori, che fu nominato, tre l'altro, paciere di Toscana, ed intervenne nella città, con i suoi numerosi armati e con grande determinazione, tra il novembre 1301 e l'aprile 1302, portando alla supremazia della parte Nera (Donati), maggiormente gradita al pontefice.

In quegli stessi anni Dante Alighieri, che apparteneva alla parte Bianca, e ricopriva importanti incarichi di governo nella città[40], si trovò più volte in contrasto con il papa: agli inizi del 1302 Dante venne inviato e Roma con un'ambasceria per trovare un accordo con Bonifacio, ma fu trattenuto presso la corte papale -anche con pretesti- per lunghissimo tempo, forse per ordine del pontefice, mentre, in quello stesso periodo, il nuovo Podestà di Firenze, Cante Gabrielli, lo condannava al rogo ed alla perdita delle proprietà. Dante, di fatto esiliato, non rientrò mai più in Firenze.

I nuovi contrasti con Filippo il Bello[modifica | modifica wikitesto]

L'arresto di Bonifacio VIII, miniatura della Nuova Cronica di Giovanni Villani

Vi erano stati, nel frattempo, profondi cambiamenti nella situazione della Germania, ove vi era un nuovo Re dei Romani[41] nella persona di Alberto I d'Asburgo, che aveva affrontato in battaglia Adolfo di Nassau, sconfiggendolo ed uccidendolo. Il nuovo re tedesco aveva incontrato quasi subito Filippo il Bello nei pressi di Vaucouleurs, stringendo un accordo con lui (dicembre 1299). Questa alleanza contrastava con i desideri del Papa che, da un lato, intendeva sottrarre la Chiesa francese al controllo di re Filippo, e, dall'altro, temeva fortemente una ripresa delle mire dell'imperatore tedesco sull'Italia, mire che erano cessate con la fine della casa di Svevia nel 1266.

Bonifacio VIII invitò allora il nuovo Re dei Romani a comparire alla sua presenza in Roma, ma Alberto d'Asburgo, anziché andare personalmente, inviò presso il pontefice un’ambasceria della quale, d'intesa con Filippo il Bello, facevano anche parte, oltre agli emissari tedeschi, alcuni giuristi francesi ed un banchiere fiorentino amico del re di Francia[42]. La cosa, ovviamente, irritò e preoccupò notevolmente Bonifacio VIII, anche perché Filippo, pochi mesi prima (luglio 1299), aveva accolto presso la sua corte i Colonna. Giungevano inoltre dalla Francia ulteriori allarmanti notizie sia di pesantissime tassazioni imposte dalla corona a molti ecclesiastici, sia di continui soprusi del re nella zona delle Fiandre: tutto ciò indicava con evidenza come il sovrano francese si stesse preparando ad un nuovo conflitto con il papa[43].

Si intrecciò con questi dissidi politici una vicenda più squisitamente religiosa, che acuì ulteriormente la crisi tra Bonifacio e Filippo il Bello: da diversi anni il papa era il protettore, stimandolo grandemente, dell'abate francese Bernard Saisset, titolare dell'abbazia di Saint-Antonin, che a sua volta vantava storicamente importanti diritti sulla città di Pamiers. Usurpando tali diritti, nel marzo 1298 il conte Ruggero Bernardo IV di Foix si impadronì della città; la reazione del pontefice fu energica e rapida: scrisse al re una dura lettera in cui lo rimproverava per la sua inattività nella vicenda, minacciò di scomunica il conte e, finalmente, eresse a diocesi la città di Pamiers, nominandone vescovo proprio il Saisset. Per qualche tempo il re non reagì, poi, stimolato anche dal conte di Foix, nell'ottobre 1301 fece arrestare il Saisset con l'accusa di alto tradimento, confiscandogli anche il patrimonio.[44]

La risposta di Bonifacio VIII non si fece attendere e giunse il 4 dicembre 1301 con la bolla Salvator Mundi, mediante la quale il papa abolì tutti i privilegi ch'egli aveva concesso a re Filippo allorquando lo aveva autorizzato a riscuotere le imposte agli ecclesiastici anche senza il consenso papale. Il giorno successivo il pontefice pubblicò una nuova bolla, la ben nota Ausculta fili, documento di grande vigore che rappresenta forse la summa degli ideali di Bonifacio sui rapporti tra papato e potere politico; in questa bolla convocò l'episcopato francese e lo stesso re ad un sinodo, da tenersi a Roma l'anno seguente, al fine di definire una volta e per sempre i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, facendo intendere, a chiare lettere e con il supporto di molte citazioni bibliche, che il papa era l'autorità suprema, cui dovevano sottomettersi anche i sovrani, senza eccezione alcuna, e che solo al papa tutti dovevano rendere conto dei propri atti, sovrani compresi.

Questo atteggiamento autoritario del pontefice, manifestato nelle citate bolle del 4 e, soprattutto, del 5 dicembre 1301, provocò l'immediata reazione di Filippo IV, il quale fece bruciare in segreto le due bolle e divulgò in Francia una versione ridotta ed artatamente manipolata della Ausculta fili, dal falso titolo Deum time (o Scire te volumus), nella quale venivano adattate, in modo tendenziosamente peggiorativo, le parole del papa, con lo scopo evidente di suscitare indignazione ed ostilità nei confronti di Bonifacio, cosa che in effetti avvenne.[45]

Lo scopo che il re si era prefisso fu raggiunto nel corso degli Stati Generali, riuniti a Parigi per la prima volta da Filippo il 10 aprile del 1302, quando egli ottenne l'approvazione unanime dell'Assemblea alla stesura di una lettera indirizzata al Papa, nella quale veniva stigmatizzata e fermamente respinta la posizione del pontefice, ritenuta offensiva ed addirittura ingiuriosa nei confronti del re e della stessa Francia. Contemporaneamente vi fu la proibizione da parte del re ai vescovi francesi di recarsi a Roma per il sinodo.

La Unam Sanctam: le conseguenze[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del sinodo, al quale parteciparono trentanove vescovi francesi nonostante il divieto di Filippo il Bello,[46] il 18 novembre 1302 Bonifacio VIII emanò la celebre bolla Unam Sanctam, nella quale veniva ribadito dogmaticamente il seguente concetto: «…nella potestà della Chiesa sono distinte due spade, quella spirituale e quella temporale; la prima viene condotta dalla Chiesa, la seconda per la Chiesa, quella per mano del sacerdote, questa per mano del re ma dietro indicazione del sacerdote [...], la potestà spirituale deve ordinare e giudicare la potestà temporale [...], chi si oppone a questa suprema potestà spirituale, esercitata da un uomo ma derivata da Dio, nella promessa di Pietro, si oppone a Dio stesso. È quindi necessario per ogni uomo che desidera la sua salvezza assoggettarsi al vescovo di Roma».[47] Ciò stava a significare la supremazia del potere spirituale su quello temporale: in caso di inosservanza di quanto decretato dal papa la pena era la scomunica.

La bolla ebbe certamente i contributi di alcuni grandi teologi dell'epoca, tra cui il cardinale francescano Matteo d'Acquasparta ed i due agostiniani Egidio Romano e Giacomo da Viterbo; in essa viene lucidamente sintetizzato e completato il pensiero teocratico espresso da Bonifacio VIII molte volte negli anni precedenti: ad una prima parte, in cui si espone concretamente la stessa natura unitaria della Chiesa, fa seguito una seconda parte, nella quale si dice che solo al papa vanno attribuiti i pieni poteri, la cosiddetta plenitudo potestatis. Ne consegue, come sopra meglio precisato, il simbolo delle due spade, per cui tutta la cristianità è sotto il controllo del papa,«fonte e regola di ogni potere sulla terra»[48][49].

La reazione di Filippo IV fu estremamente determinata e decisa anche questa volta, ma con scopi definitivi: infatti il suo obiettivo finale era ormai quello di mettere sotto processo il papa, invalidarne l'elezione, accusarlo di eresia, simonia e molte altre colpe,e procedere infine alla sua deposizione. In ciò gli furono molto utili le testimonianze dei Colonna, che erano stati scomunicati da papa Bonifacio e si trovavano ancora sotto la protezione del re. La decisione di processare il papa fu adottata da Filippo nel corso di una riunione del Consiglio di Stato da lui convocata al Louvre il 12 marzo 1303. Occorreva però la presenza del pontefice al processo. A tal fine il sovrano incaricò il Consigliere di Stato Guglielmo di Nogaret di catturare il papa e condurlo a Parigi.

Il pontefice, venuto a conoscenza delle manovre del re, tentò di correre ai ripari. Prima inviò una lettera di scomunica al sovrano, che peraltro non sortì alcun effetto, poi cercò di guadagnare l'amicizia del re dei Romani, Alberto I d'Asburgo, sottraendolo all'alleanza con il re di Francia. Convocò a tal fine un Concistoro per il 30 aprile del 1303, nel quale riconobbe Alberto ufficialmente come re di Germania, nonché Sovrano di tutti i Sovrani, con la promessa dell'incoronazione imperiale in un futuro vicinissimo. Tutto ciò in cambio della difesa della persona del papa contro tutti i suoi avversari. Gli eventi successivi resero di fatto irrealizzabili queste ipotesi.

Venuto a conoscenza che Alberto d'Asburgo era stato riconosciuto dal Papa re di Germania e temendo di averne perso l'alleanza, re Filippo cercò di accelerare i tempi per la messa in stato di accusa del Papa, convocando una nuova Assemblea degli Stati Generali, al Louvre, nel mese di giugno, con lo scopo di avviare un'istruttoria che preparasse il processo al Pontefice. Poiché il Consigliere di Stato Guglielmo di Nogaret era assente, in quanto si trovava in missione verso Roma, la pubblica accusa fu affidata ad un altro Consigliere di Stato, Guglielmo di Plaisians.

Le accuse e le congiure - Lo schiaffo di Anagni[modifica | modifica wikitesto]

L'oltraggio di Sciarra Colonna a Bonifacio VIII. Incisione francese del XIX secolo.

Numerose furono le accuse formulate verso il Caetani al Louvre il 14 giugno. Innanzi tutto quella di aver fatto assassinare il suo predecessore Pietro da Morrone, già papa Celestino V. Fu accusato poi di negare l'immortalità dell'anima e di aver autorizzato alcuni sacerdoti alla violazione del segreto confessionale. Fu accusato, infine, di simonia, di sodomia, di eresia e di molte altre colpe[50]. Sulla base di queste infamanti accuse, il re propose di convocare un Concilio per la destituzione del Pontefice e la sua proposta fu approvata anche dalla quasi totalità del clero francese.

Papa Bonifacio, messo al corrente di questi ultimi avvenimenti, preparò una nuova bolla di scomunica contro il Re di Francia, la Super Petri solio, che peraltro non ebbe il tempo di promulgare, poiché il Nogaret, insieme a tutta la famiglia Colonna, capeggiata da Sciarra Colonna, organizzò una congiura contro di lui, cui aderirono parte della borghesia di Anagni e molti componenti del Sacro Collegio cardinalizio.

All'inizio di settembre del 1303 il Nogaret e Sciarra Colonna, entrati indisturbati in Anagni, riuscirono a catturare il papa dopo un assalto al palazzo pontificio e per tre giorni Bonifacio restò nelle mani dei due congiurati, che non risparmiarono ingiurie alla persona del pontefice (l'episodio è noto come lo schiaffo di Anagni, anche se pare che in realtà il papa non sia stato colpito fisicamente ma pesantemente umiliato[51]).

Le numerose ingiurie inferte al papa, unitamente al contrasto tra il Nogaret e il Colonna sul destino del Caetani, che li rese dubbiosi ed indecisi (il primo lo voleva infatti prigioniero a Parigi, il secondo lo voleva morto), indussero la città di Anagni a rivoltarsi contro i congiurati e a prendere le difese del papa concittadino. Vi fu pertanto un'inversione di rotta da parte della borghesia di Anagni che mise in fuga i congiurati e liberò il papa, guadagnandosi la sua benedizione ed il suo perdono.[52]

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Bonifacio rientrò a Roma il 25 settembre sotto la protezione degli Orsini. Aveva, però, perduto l'immagine del grande e potente Pontefice che si era illuso di essere ed era fiaccato anche nel fisico per le molte sofferenze dovute alla gotta e, soprattutto, alla calcolosi renale che lo affliggeva da anni[53][54][55]. Morì l'11 ottobre del 1303 e fu sepolto nella Basilica di San Pietro, nella Cappella costruita apposta per lui da Arnolfo di Cambio, rivestito da sontuosi paramenti sacri, con una splendida mitra ed un anello preziosissimo all'anulare destro[56]. Attualmente non vi è traccia alcuna di questa cappella, che venne distrutta in occasione della edificazione della nuova Basilica avvenuta per mano del Bramante prima e di Michelangelo poi. Le spoglie del pontefice, invece, furono sistemate nelle Grotte Vaticane, dove si trovano tuttora, nel bel sarcofago funerario realizzato da Arnolfo di Cambio.

Il processo di Filippo il Bello contro Bonifacio VIII post mortem (1303-1313)[modifica | modifica wikitesto]

Come sopra precisato, Filippo il Bello tenne, al Louvre, una prima riunione del Consiglio di Stato il 12 marzo 1303 per decidere e preparare il processo contro il pontefice, con la determinante collaborazione di Guglielmo di Nogaret. In una successiva riunione dello stesso Consiglio, tenutasi sempre al Louvre il 13 e 14 giugno dello stesso anno, il processo venne formalmente istruito con la formulazione delle accuse contro Bonifacio VIII, che furono puntualizzate dal consigliere Guglielmo di Plaisians, visto che il Nogaret si trovava in Italia probabilmente per condurre il papa al processo.

Tomba di Bonifacio VIII, nelle grotte vaticane

Come già specificato, i capi d'accusa contro il papa furono ben ventotto o addiritture ventinove: si passava da accuse gravissime, come eresia, idolatria, simonia, sodomia, omicidio, ad altre sconcertanti e problematiche, come magia, demonolatria, stregoneria, fino ad altre ancora, onestamente risibili, come avere avvilito la dignità dei cardinali, perseguitato gli ordini mendicanti, tentato di far fallire la pace di Caltabellotta e molte altre ancora.[57] In realtà, in questa fase, lo scopo di Filippo era quello di neutralizzare il pontefice, con la sua abdicazione o deposizione, che, comunque, avrebbe dovuto essere decretata da un concilio.

Dopo la morte di Bonifacio la situazione cambiò radicalmente, ma il re, anziché fermare il processo, capì che, continuandolo, avrebbe avuto in mano un'arma pesantissima contro il papato; così, qualche tempo dopo, le vicende del processo finirono per intrecciarsi strettamente con le vicende di papa Clemente V, che era stato eletto al soglio pontificio il 5 giugno 1305, al termine del lungo conclave perugino seguito alla morte di papa Benedetto XI, successore per soli otto mesi di Bonifacio VIII.

Clemente V, che era francese ed aveva trasferito in Francia la curia pontificia[58], finì per aderire alle incessanti pressioni di Filippo il Bello e riprese il processo contro Bonifacio tra il 1310 ed il 1313, anno in cui riuscì a concludere il processo stesso senza che il defunto pontefice venisse condannato, pagando peraltro al re francese, per questo compromesso, un pesante tributo in termini di concessioni: furono infatti annullate tutte le sentenze di Bonifacio contro Filippo, contro la Francia e contro i Colonna; furono assolti da ogni accusa gli autori dell'oltraggio di Anagni; fu infine proclamato, con il decreto papale «Rex gloriae virtutum», che, nelle azioni contro Bonifacio, il re di Francia era stato mosso da «zelo e giustizia»[59][60][61]. In quegli stessi anni Filippo otterrà anche da Clemente V la soppressione dell'Ordine dei Templari, dei cui ingentissimi beni il sovrano francese riuscirà ad impadronirsi.

Un papato molto controverso[modifica | modifica wikitesto]

Bonifacio VIII fu certamente l'ultimo papa a concepire la Chiesa come un'istituzione al di sopra dei sovrani, degli Stati e dei popoli, che dovevano tutti, indistintamente, essere ad essa sottomessi. Questa posizione gli portò, durante la vita, molti nemici, e gli procurò altresì numerose posizioni ostili negli storici , che si protrassero fino al XIX secolo. Solo nel 1930, con il celebre articolo di Giorgio Falco per l'Enciclopedia Treccani, ebbe inizio una diversa e più obiettiva valutazione di Bonifacio, che ha gradualmente portato gli storici contemporanei a considerare con maggiore attenzione e minore acredine preconcetta i diversi aspetti del pontificato di papa Benedetto Caetani.

Uomo di cultura, giurista, riformatore[modifica | modifica wikitesto]

Si deve a Bonifacio VIII, con la bolla In suprema praeminentia dignitatis del 20 aprile 1300, la fondazione dell'Università "La Sapienza" di Roma, che è, ai nostri giorni, una delle più importanti Università d'Europa. Il pontefice diede anche notevole impulso ai lavori per la costruzione del Duomo di Orvieto ed iniziò una importante ristrutturazione di quello di Perugia. Pubblicò nel 1298 il Liber sextus, terza parte del Corpus iuris canonici, seguito dei cinque volumi del Liber extra, pubblicati nel 1234 da Papa Gregorio IX, confermando in ciò una straordinaria conoscenza del diritto canonico. Riorganizzò l'amministrazione della Curia romana e gli archivi vaticani. Con la bolla Super cathedram, emessa il 18 febbraio 1301, ridimensionò i poteri di predicazione e confessione degli ordini mendicanti, riducendo in questo modo i continui conflitti fra clero secolare e clero regolare.[62]

La teocrazia ed il culto dell'immagine[modifica | modifica wikitesto]

Bonifacio VIII, nell'ambito della sua concezione teocratica, pensava che il papa dovesse collocarsi al centro dell'attenzione: fu conseguentemente dedito al culto della propria immagine. Si fece così ritrarre, ancora in vita, in tantissime immagini, cosa che nessun pontefice prima di lui aveva mai fatto. Statue in marmo e bronzo raffiguranti la sua persona si trovano a Firenze, Orvieto, Bologna, nel Laterano, e ad Anagni.[63] Persino Giotto lo immortalò in un celebre affresco nell'atto di leggere, dalla loggia di San Giovanni in Laterano, la bolla con la quale proclamava il Giubileo dell'anno 1300. Una simile quantità di immagini che lo ritraevano suscitò peraltro sconcerto in molti suoi contemporanei.

Un giudizio complesso[modifica | modifica wikitesto]

Benedetto Caetani fu un personaggio estremamente controverso, che visse in un periodo molto difficile, di transizione tra due secoli nei quali vi furono interpretazioni assai diverse del ruolo del papato stesso. Diversi sono gli storici che lo hanno giudicato un personaggio cinico e dispotico, gran peccatore, avido di ricchezze e di potere. Alcuni segni potrebbero far supporre che fosse superstizioso, tant'è che si dice usasse, ad esempio, coltelli aventi per manico corna di serpente e portasse al dito un anello appartenuto a re Manfredi di Svevia. La leggenda popolare sosteneva addirittura che avesse strappato personalmente tale anello dal cadavere del Re. Altri storici, viceversa, lo hanno considerato l'ultimo grande interprete del papato prima della Cattività avignonese.

È aspramente criticato da Dante in tutta la cantica dell'Inferno, tanto che il sommo Poeta scrisse che nella Bolgia dei Simoniaci c'era già un posto riservato a lui.

« [...] Se' tu già costì ritto, / se' tu già costì ritto, Bonifazio? /Di parecchi anni mi mentì lo scritto./ Se' tu sì tosto di quell'aver sazio / per lo qual non temesti tòrre a 'nganno / la bella donna, e poi di farne strazio? »
(Dante, Inferno, Canto XIX, 52-57)

Queste parole son messe in bocca dal Poeta a Niccolò III, anche lui condannato da Dante per simonia, che, mentre è nella terra con i piedi all'aria, non potendolo vedere, crede che Dante sia Bonifacio VIII. Grazie a questo artificio Dante quindi colloca nell’Inferno Bonifacio, sebbene quest'ultimo fosse, nel momento in cui il poeta inquadra la vicenda, ancora in vita.

Pure Jacopone da Todi nella canzone O papa Bonifazio, molt'ai iocato al mondo critica il pontefice dicendo addirittura

« Punisti la tua sedia da parte d'aquilone, escuntra Deo altissimo fo la tua entenzione [...] Lucifero novello a ssedere en papato, lengua de blasfemìa... »
(Jacopone da Todi)

Bonifacio VIII in teatro[modifica | modifica wikitesto]

  • Dario Fo in Mistero Buffo racconta l'aneddoto della lenguada: secondo Fo, sarebbe stata un'usanza dispotica del pontefice, che avrebbe fatto appendere per la lingua, alle porte delle rispettive città di appartenenza, quei religiosi che denigravano la sua immagine. In Mistero Buffo, Fo parla anche di altri comportamenti controversi di Bonifacio VIII, tra cui un'orgia che il pontefice avrebbe organizzato, con una gran quantità di prostitute, proprio il giorno di Venerdì Santo. Peraltro, di tali comportamenti non vi sono prove documentali.
  • Mario Prosperi ha scritto nel 2000 la pièce teatrale Lo schiaffo di Anagni, in cui viene rappresentato, con dissacrante sarcasmo ed ironica irriverenza, ma anche con una certa veridicità storica, lo scontro epocale tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, raffigurati l'uno come un vecchio collerico e spregiudicato, e l'altro come un giovane audace ed arrogante. La prima di questa pièce si è tenuta ad Anagni, sulla piazza della Cattedrale, in occasione delle celebrazioni per il Giubileo del 2000: in quella circostanza lo stesso Prosperi ha curato la regia ed ha interpretato, con grande successo, il personaggio di Bonifacio VIII[64].

I concistori[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del suo pontificato convocò cinque concistori per la nomina di nuovi cardinali, e in questo non fu esente da nepotismo. Nominò in tutto quindici nuovi Cardinali:

I Concistoro - data incerta, tra il 23 gennaio e il 13 maggio 1295

  1. Benedetto Caetani iuniore (†1297), nipote del Papa.

II Concistoro – 17 dicembre 1295

  1. Giacomo Tomasi Caetani O.Min., nipote del Papa, già vescovo di Alatri.
  2. Francesco Napoleone Orsini, nipote di papa Niccolò III.
  3. Giacomo Caetani Stefaneschi (o Gaetani), revisore della Sacra Rota.
  4. Francesco Caetani, nipote del Papa.
  5. Pietro Valeriano Duraguerra, vice cancelliere di Santa Romana Chiesa.

III Concistoro – 4 dicembre 1298

  1. Gonzalo Rodríguez Hinojosa, arcivescovo di Toledo, Spagna
  2. Teodorico (o Thierry) Ranieri, arcivescovo di Pisa, cappellano del Papa.
  3. Niccolò Boccassini, maestro generale dell'Ordine domenicano, futuro Papa Benedetto XI.
  4. Riccardo Petroni, vice cancelliere di Santa Romana Chiesa.

IV Concistoro – 2 marzo 1300

  1. Leonardo Patrasso, zio del Papa, arcivescovo di Capua.
  2. Gentile Portino di Montefiore (o Partino), O.Min., lettore di teologia presso la Curia Romana.
  3. Luca Fieschi, dei conti di Lavagna, nipote di papa Adriano V.

V Concistoro – 15 dicembre 1302

  1. Pedro Rodriguez (detto Hispano), vescovo di Burgos, Spagna.
  2. Giovanni Minio da Morrovalle, O.Min., ministro generale del suo ordine

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dante, Inferno - Canto diciannovesimo, vv.53-54: chi parla è papa Niccolò III, che Dante colloca tra i simoniaci, e che - alloggiato in una buca con la testa in basso ed i piedi in alto - crede di vedere proprio Bonifacio VIII, arrivato prima del previsto tra quei dannati, e che era invece regnante nel periodo in cui il Sommo Poeta ambienta questi versi (marzo-aprile del 1300).
  2. ^ La notizia è riferita con precisione da Pascal Montaubin, Entre gloire curiale..., 1997, op. cit., pag.346.
  3. ^ Il problema dell'anno di nascita di Benedetto Caetani è approfondito da Agostino Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Torino, Einaudi, 2003, cap.I, pagg. 3-4.
  4. ^ (EN) The Cardinals of the Holy Roman Church - Benedetto Caetani. URL consultato il 22 maggio 2010.
  5. ^ Si veda in proposito anche Eugenio Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, in Enciclopedia dei Papi, Treccani on-line, op. cit.
  6. ^ V. in proposito Eugenio Duprè Thesèider, Bonifacio VIII', op. cit..
  7. ^ Per la presenza di Tedaldo Visconti in questa importante ambasceria si veda anche: Ludovico Gatto, in Gregorio X
  8. ^ v. E. Duprè Theséider, op. cit.).
  9. ^ V. A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., pag. 38.
  10. ^ Si veda in proposito: Giorgio Falco, Sulla formazione e la costituzione della signoria dei Caetani (1283-1303), "Rivista Storica Italiana", 45, 1928, pp. 225-78
  11. ^ V. E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit..
  12. ^ Indro Montanelli Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli d'oro - Il Medio Evo dal 1250 al 1492, in Storia d'Italia, Milano, 1967, Rizzoli Editore - pag. 60
    Stando a quanto viene riferito, la "voce" udita da Papa Celestino V, che sarebbe stata quella dello stesso cardinale Caetani, affermava: «Io sono l'angelo che ti sono mandato a parlare, e comàndoti dalla parte di Dio grazioso che tu immantanente debbi rinunziare al Papato e torna' ad essere romito».
  13. ^ a b Ambrogio M. Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, p. 155
  14. ^ L'abrogazione scritta della Ubi Periculum da parte di papa Giovanni XXI avvenne nell'ottobre 1276 con la bolla Licet felicis recordationis; cfr. : José Francisco Meirinhos, Giovanni XXI, papa, in Enc. Treccani
  15. ^ Ambrogio M. Piazzoni, Storia delle elezioni pontificie, p. 156
  16. ^ a b Francesco Ronci e Nicolas de Nonancour furono creati cardinali da Papa Celestino V il 18 settembre 1294, il Ronci con il titolo di cardinale presbitero di San Lorenzo in Damaso e il Nonancour con quello di San Marcello, ma alla morte del cardinale Francesco Ronci, il Nonancour optò per il più prestigioso titolo di San Lorenzo in Damaso. La data precisa in cui morì il Ronci non è nota, ma si sa che avvenne dopo il 13 ottobre 1294. Tutto questo accadde mentre era in corso il conclave che elesse al soglio pontificio Papa Bonifacio VIII. ((EN) The Cardinals of the Holy Roman Church - L'Aide. URL consultato il 23 maggio 2013. - The Cardinals of the Holy Roman Church - Ronci. URL consultato il 23 maggio 2013.)
  17. ^ In merito alle vicende relative a quel conclave, Agostino Paravicini Bagliani, nel suo fondamentale e documentatissimo lavoro (Bonifacio VIII, Einaudi, Torino, 2003, op. cit., cap. V, pag. 71, nota 13), ci informa che un cronista tedesco dell'epoca, Sigfrido di Ballhausen, dice (ed «è il solo» a dirlo) che vi furono tre scrutini, nel primo dei quali il cardinale Matteo Rubeo Orsini avrebbe ottenuto la maggioranza dei voti richiesta, rifiutando peraltro l'elezione. Tale notizia (ripresa anche, senza indicare la relativa fonte, dal Miranda, http://www2.fiu.edu/~mirandas/bios1262.htm#Orsini ) è da considerare, secondo lo storico italiano, molto sospetta per vari motivi: primo, il Ballhausen scrisse in un periodo in cui era già esploso con violenza lo scontro tra Bonifacio ed i Colonna e ricevette molto probabilmente l'informazione dagli stessi Colonna, che avevano allora tutto l'interesse a contrastare la legittimità dell'elezione del pontefice; secondo, non appare credibile che il cardinale Orsini abbia rifiutato l'elezione, dopo che lui stesso, pochi mesi prima, aveva fatto di tutto per essere eletto nel lungo conclave che aveva portato all'elezione di papa Celestino V; terzo, infine, visti i contrasti esistenti all'interno del Sacro Collegio, non era pensabile che l'Orsini avesse potuto conseguire la maggioranza richiesta (pagg. 68-69). In relazione a questa notizia, sulla stessa posizione molto perplessa dello storico italiano si era già collocato il grande storico tedesco Peter Herde, Die Wahl Bonifaz' VIII. (24.Dezember 1294), in Cristianità ed Europa, Roma, 1994, pagg. 131 e segg..
  18. ^ L'elezione sarebbe avvenuta con una buona maggioranza: infatti solo i cardinali francesi avrebbero espresso qualche perplessità, mentre i due Colonna, benché fossero storici avversari dei Caetani, manifestarono inizialmente una buona disposizione verso il nuovo papa; vedi E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit..
  19. ^ a b Indro Montanelli Roberto Gervaso, L'Italia dei secoli d'oro - Il Medio Evo dal 1250 al 1492, in Storia d'Italia, Milano, 1967, Rizzoli Editore - pag. 61
  20. ^ Con la bolla Olim Celestinus dell'8 aprile 1295 Bonifacio VIII sostenne che lo stesso Celestino V gli avrebbe chiesto di porre rimedio alla confusione da lui portata nella curia con la sua inadeguatezza. Si veda in proposito Eugenio Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit..
  21. ^ Nel suo concistoro del 18 settembre 1294 papa Celestino V aveva in realtà creato 13 nuovi cardinali ma, come sopra precisato, il cardinale Ronci morì presumibilmente subito prima del conclave; v. in proposito Salvador Miranda, The Cardinals of the Holy Roman Church, op. cit..
  22. ^ V. Peter Herde, Celestino V, in Enciclopedia dei Papi, Treccani on-line.
  23. ^ Papa Clemente V diede l'incarico di istruire il processo di canonizzazione di Celestino V al grande teologo agostiniano Giacomo da Viterbo, che proprio Bonifacio aveva nominato arcivescovo di Napoli, considerandolo un religioso di grande valore ed a lui molto vicino: si veda in proposito quanto scrive Paolo Vian in Dizionario Biografico degli Italiani Giacomo da Viterbo.
  24. ^ Vito Sibilio, in Reportata, Il Papato fatto carne. La fuga di Celestino V e una nuova lettura della teologia di Bonifacio VIII.
  25. ^ Del De regimine christiano esiste una importante traduzione, dal significativo titolo Il Governo della Chiesa, con articoli introduttivi molto interessanti sull’ideale teocratico di Bonifacio VIII: vedi Giacomo da Viterbo, Il Governo della Chiesa, note e commento di A. Rizzacasa e G. B. Marcoaldi, Nardini, Firenze, 1993
  26. ^ C. Rendina, I papi, pp. 508-510
  27. ^ La prima decade di quel maggio 1297 fu determinante per il grave conlitto tra Bonifacio VIII ed i Colonna: il 3 maggio, con una iniziatva improvvisa e, per molti aspetti sconcertante, Stefano Colonna, nipote del cardinale Giacomo e fratello dell'altro cardinale Pietro, in un'imboscata sulla Via Appia, si impadronì di un colossale tesoro appartenente alla famiglia Caetani (gli Annales dell'epoca parlano di «duecentomila fiorini....contenuti in ottanta sacchi»). Quando il papa ebbe la notizia convocò, furibondo, i due cardinali Colonna, minacciandoli di destituzione dalle loro cariche. Tra proteste, ritrosie e cattive informazioni, solo il 6 maggio i due Colonna si presentarono davanti al pontefice, impegnandosi all'immediata restituzione del tesoro, alla consegna del colpevole ed alla donazione al papa delle città di Palestrina, Zagarolo e Colonna. A questo punto gli eventi si intrecciarono vorticosamente: l'8 maggio i due cardinali si recarono a Palestrina da Stefano per convincerlo a restituire il tesoro. Il successivo giorno 9, peraltro, si portarono a Lunghezza, nel castello di un loro parente, per preparare il celebre Manifesto, che pubblicarono il giorno successivo, 10 maggio. Intanto Bonifacio, la mattina dello stesso venerdì 10 maggio, convocò il popolo romano ad un Concistoro pubblico sul sagrato di San Pietro ove, in un celebre discorso ricco di appassionato sarcasmo, demolì i due cardinali e l'intera famiglia dei Colonna. Nello stesso giorno promulgò la bolla In excelso throno, in cui dichiarò i due decaduti dalla dignità cardinalizia e li privò delle loro proprietà. Per le vicende di quei tumultuosi giorni vedi sia A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., cap. X, pagg. 137-153, che E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit..
  28. ^ I tre Francescani spirituali erano: Deodato da Palestrina, Benedetto da Perugia e, soprattutto, Jacopone da Todi; vedi A: Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit.,cap. X, pag. 151.
  29. ^ V. in proposito: C. Rodenberg, Die Bulle des Papstes Bonifaz VIII. gegen die Cardinäle Jakob und Peter Colonna vom 10. Mai 1297, "Forschungen zur Deutschen Geschichte", 19, 1879, pp. 192-99.
  30. ^ Per tutta questa vicenda e per l'uso del termine bizochi vedere ancora E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit.
  31. ^ Si veda per questo episodio L. Mohler, Die Kardinäle Jacob und Peter Colonna, Paderborn 1914, pagg. 228 e segg.
  32. ^ Jacopone fu rimesso in libertà solo dopo la morte del pontefice; vedi Giorgio Falco, in Enciclopedia Italiana: BONIFACIO VIII, 1930.
  33. ^ Si veda per tutta questa vicenda: Ferdinand Gregorovius, Storia della Città di Roma nel Medioevo,Torino, Einaudi, 1973, lib. X, cap. V, pag. 1406 e segg..
  34. ^ Per la divisione di questi beni vedi E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit..
  35. ^ a b C. Rendina, I papi, p. 510
  36. ^ Claudio Rendina, La vita segreta dei Papi, Mondadori, Cap 17: "L'invenzione dell'Anno Santo", p. 87,
  37. ^ Del grande afflusso di pellegrini parla anche Dante Alighieri:
    « Deh peregrini, che pensosi andate, / forse di cosa che non v'è presente, / venite voi da sì lontana gente, / com'a la vista voi ne dimostrate »
    (Dante Alighieri, Vita Nuova, XL, 24)
    « .../come i Roman per l'essercito molto, / l'anno del giubileo, su per lo ponte / hanno a passar la gente modo colto, / che dall'un lato tutti hanno la fronte / verso 'l castello e vanno a Santo Pietro; / dall'altra sponda vanno verso il monte. »
    (DanteAlighieri, Divina commedia, Inferno, Canto XVIII, 28-33)
  38. ^ Vedi E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit.
  39. ^ I tre erano: Simone Gherardi degli Spini, Noffo Quintavalle ed il notaio Ser Cambio, vedi G. Falco, op. cit..
  40. ^ Dante faceva parte del Consiglio dei Cento.
  41. ^ Il titolo di Re dei Romani era quello che spettava al sovrano tedesco, riconosciuto tale dai principi elettori ma non ancora incoronato dal papa come Imperatore del Sacro Romano Impero.
  42. ^ Tra i legisti francesi vi era Guglielmo di Nogaret, molto legato a re Filippo, mentre il banchiere fiorentino era Musciatto de' Franzesi; si veda in proposito A. Niemeier, Untersuchungen über die Beziehungen Albrechts I. zu Bonifaz VIII., Berlin, 1900.
  43. ^ Per queste vicende si veda E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit..
  44. ^ Il vescovo Saisset fu liberato nel febbraio 1302 ed espulso dalla Francia. Recatosi a Roma vi rimase fino alla morte di Bonifacio VIII ; poté peraltro riprendere il titolo di vescovo di Pamiers solo nel 1308, grazie all'intervento pacificatore di papa Clemente V. Per tutta questa vicenda si veda Jean-Marie Vidal, "Bernard Saisset, évêque de Pamiers (1232-1311)", Revue des Sciences religieuses 5 (1925), p. 417-438 et 565-590, 6 (1926), p. 50-77, 177-198 et 371-393, ristampato in un volume dal titolo Bernard Saisset (1232-1311), Toulouse, Paris, 1926, opera alla quale fa riferimento, definendola «eccellente», anche A. Paravicini Bagliani in Bonifacio VIII, op. cit., cap. XIX, pag.279, nota 1.
  45. ^ Su questo clamoroso episodio si vedano A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., cap. XIX, pagg. 282 e segg. ; E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit.. Sul titolo ed il contenuto della falsa bolla v. anche R. Holtzmann, Philipp der Schöne von Frankreich und die Bulle "Ausculta fili", "Deutsche Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", 8, 1897-98, pp. 16-38, e F. Rocquain, Philippe le Bel et la bulle "Ausculta fili", 1883, pp. 393-418
  46. ^ John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, p. 529
  47. ^ Così citata in: C. Rendina, I papi, p. 513
  48. ^ Vedi J. Rivière, Le problème de l'Église et de l'État au temps de Philippe le Bel, Louvain-Paris 1926, pag. 89.
  49. ^ Si vedano per la Unam Sanctam: E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit., e A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., cap. XX, pagg. 304 e segg..
  50. ^ Secondo A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., cap. XXI, pag.321, i capi d'accusa contro il pontefice furono ben ventotto, mentre E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit., parla addirittura di ventinove accuse, molte delle quali «ridicole e futili e odiose».
  51. ^ C. Rendina, I papi, p. 514
  52. ^ Persino Dante Alighieri, tutt'altro che tenero nei confronti di Bonifacio VIII, rimase indignato per l'oltraggio alla figura del papa e nel Purgatorio fa profetare ad Ugo Capeto:
    « .../veggio in Alagna [Anagni, n.d.r.] intrar lo fiordaliso, / e nel vicario suo Cristo esser catto. / Veggiolo un'altra volta esser deriso; / veggio rinovellar l'aceto e 'fele, / e tra vivi ladroni esser anciso. / Veggio il novo Pilato [Filippo il Bello, n.d.r.] sì crudele, / che ciò nol sazia, ma sanza decreto / porta nel Tempio le cupide vele. »
    (Dante, Purgatorio, Canto XX, 86-93)
  53. ^ A proposito della calcolosi renale che afflisse Bonifacio per decenni e fu una delle concause della sua morte, è interessante notare come la principale fonte termale delle Acque di Fiuggi prenda il nome proprio da questo pontefice: si chiama infatti Fonte di Bonifacio VIII. Benedetto Caetani, da buon ciociaro, conosceva bene le proprietà di quell'acqua termale nella cura del mal della pietra (come allora era chiamata la calcolosi renale) e così, divenuto Bonifacio VIII, fece continue provviste di acqua di Fiuggi (il nome della cittadina, all'epoca, era Felcia, o Anticoli) per trarne beneficio in occasione delle molte coliche renali che lo colpirono. Risultano infatti, nei registri contabili pontifici, ben 187 ordini di pagamento - tra la fine del XIII e l'inizio del XIV secolo - per trasporti a Roma o ad Anagni (le due città dove Bonifacio trascorse quasi tutto il suo pontificato) dell'acqua termale, in botti e a dorso di mulo, ad uso del papa; v. http://www.benessere.com/terme/arg00/fiuggi.htm
  54. ^ Gli approvvigionamenti di acqua di Fiuggi con carovane di muli, per la cura della calcolosi renale da cui Bonifacio VIII era afflitto, sono anche citati da Eugenio Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit., anche se lo storico italiano, che è sicuramente uno dei maggiori esperti bonifaciani, parla anche dell'importante opera terapeutica di un medico catalano.
  55. ^ Anche Agostino Paravicini Bagliani, altro importante bonifaciano, in Bonifacio VIII, op. cit., cap. XVIII, pag. 269, parla dei trasporti settimanali di acqua di Fiuggi verso la residenza del papa, trasporti eseguiti con bestie da soma, mentre le anfore contenenti l'acqua «erano avvolte in rozzi tappeti o in tessuti di lana» per mantenere fresca l'acqua stessa.
  56. ^ La salma di Bonifacio VIII fu sottoposta ad una accurata ricognizione l'11 ottobre 1605, in occasione di importanti lavori di ristrutturazione della Basilica di San Pietro, diretti da Carlo Maderno; in quell'occasione il cadavere del pontefice fu sorprendentemente trovato in buono stato di conservazione, con alcune lesioni soltanto al naso ed alle labbra. In proposito vedi A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., cap. XXIII, pagg. 372 e segg..
  57. ^ Per tutti i particolari relativi al processo si vedano soprattutto E. Duprè Thesèider, Bonifacio VIII, op. cit., e A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., cap.XXI, pagg. 320 e segg.. I due storici italiani, che sono sicuramente tra i maggiori esperti bonifaciani, si soffermano sul processo con attenzione e dovizia di citazioni bibliografiche.
  58. ^ Clemente V era nato in Guascogna con il nome di Bertrand de Got ed all'epoca dell'elezione al soglio pontificio non era cardinale ma arcivescovo di Bordeaux. Secondo una notizia poco attendibile fornita dal Villani egli avrebbe addirittura incontrato, prima dell'elezione al soglio di Pietro, Filippo il Bello in una foresta vicino a Bordeaux per stringere con lui precisi accordi; secondo altre notizie, ritenute molto più affidabili, vi sarebbero state, invece, trattative condotte segretamente dal cardinale Napoleone Orsini, senza un effettivo incontro tra i due. Va anche detto che, dopo l'elezione, Clemente V non volle recarsi a Roma a causa del clima di vera e propria guerra civile che si era scatenato nella città tra gli Orsini ed i Colonna. Per tutte le notizie sul pontificato di Clemente V si veda il lavoro di Agostino Paravicini Bagliani, Clemente V nell'Enciclopedia dei Papi Treccani.
  59. ^ Anche per queste vicende del pontificato di papa Clemente V, ed in particolare per la fase conclusiva del processo a Bonifacio VIII, si veda: Agostino Paravicini Bagliani, Clemente V nell'Enciclopedia dei Papi Treccani, op. cit..
  60. ^ Durante il processo furono prodotte contro Bonifacio molte pesantissime testimonianze, in cui lo si accusava, di volta in volta, di ricorrere a pratiche magiche e stregonerie prima e durante il pontificato (come quelle che avrebbe compiuto per ingannare papa Celestino V), di essere un superstizioso demonolatra, attraverso un anello demoniaco che sarebbe stato precedentemente posseduto da Manfredi di Svevia, di non avere alcun rispetto per l'Eucarestia, di commettere criminosi e gravissimi peccati carnali di ogni genere. La moderna storiografia ha chiarito come quasi tutte le accuse formulate contro il papa, ed in particolare le più odiose, anche se basate su presunte testimonianze oculari, siano da ritenere prive di fondamento, pretestuose, se non addirittura palesemente inventate da qualcuno dei numerosi nemici del pontefice. Si vedano in proposito le dettagliate ed approfondite disamine delle stesse testimonianze in A. Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, op. cit., cap. XXI, pagg. 320 e segg., ed inoltre nel lavoro più specialistico, sul solo processo, di J. Coste, Boniface VIII en procès. Articles d'accusation et déposition des témoins (1303-1311), Roma 1995.
  61. ^ Le pesanti accuse contro Bonifacio VIII influenzarono peraltro profondamente l'opinione pubblica del tempo e dei secoli seguenti. Tra gli altri, furono riprese dal poeta francescano del XIII secolo Jacopone da Todi, che apostrofava così l'odiato pontefice:
    « Pensavi per augurio / la vita perlongare / anno, dì ne ora / omo non pò sperare / Vedem per lo peccato / la vita stermanare, / la morte appropinquare / quann'om pensa gaudere »

    (Nella frase «Pensavi per augurio / la vita perlongare» il termine "augurio" potrebbe indicare letteralmente -dal latino augurium, cioè arte divinatoria, presagio- le pratiche magiche alle quali Bonifacio VIII si sarebbe sottoposto per salvarsi dalla morte corporale.)

  62. ^ John N.D. Kelly, Gran Dizionario Illustrato dei Papi, p. 530
  63. ^ Così citata in: C. Rendina, I papi, p. 515
  64. ^ Si veda: Letizia Bernazza, Quel simoniaco di Bonifacio VIII: lo schiaffo di Anagni, http://www.tuttoteatro.com/numeri/a1/9/a1n22pap.html

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (FR) Jean Coste, Boniface VIII en procès. Articles d'accusation et déposition des témoins (1303-1311), L'Erma di Bretschneider, Roma, 1995.
  • Giorgio Falco, Sulla formazione e la costituzione della signoria dei Caetani (1283-1303), "Rivista Storica Italiana", 45, 1928
  • Giacomo da Viterbo, Il Governo della Chiesa, note e commento di Aurelio Rizzacasa e Giovanni B. Marcoaldi, Nardini, Firenze, 1993
  • (DE) Peter Herde, Die Wahl Bonifaz' VIII (24.Dezember 1294), in Cristianità ed Europa.Miscellanea di studi in onore di Luigi Prosdocimi, I, Roma, 1994
  • (DE) Robert Holtzmann, Philipp der Schöne von Frankreich und die Bulle "Ausculta fili", "Deutsche Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", 8, 1897-98.
  • (DE) Ludwig Mohler, Die Kardinäle Jacob und Peter Colonna. Ein Beitrag zur Geschichte der Zeitalters Bonifaz VIII, Paderborn, 1914
  • (FR) Pascal Montaubin, Entre gloire curiale et vie commune: le chapitre cathédral d'Anagni au XIII siecle in Mélanges de l'École Française de Rome, Moyen Âge, CIX (1997), pp. 303–442
  • (DE) A. Niemeier, Untersuchungen über die Beziehungen Albrechts I. zu Bonifaz VIII., Berlin, 1900.
  • Les registres de Boniface VIII (1294-1303), ed. A. Thomas, M. Faucon, G. Digard e R. Fawtier, Parigi, 1884-1939
  • Agostino Paravicini Bagliani, Bonifacio VIII, Torino, Einaudi, 2003 (ISBN 88-06-16005-2), RCS, Milano, 2006 (ISSN: 1129-08500)
  • Julien Théry, "Allo scoppio del conflitto tra Bonifacio e Filippo il Bello : l'affare Saisset", dans I poteri universali e la fondazione dello Studium Urbis. Il pontefice Bonifacio VIII dalla Unam sanctam allo schiaffo di Anagni, éd. G. Minnucci, Rome, Monduzzi, 2008, p. 21-68, disponibile sul sito francese halshs.
  • (FR) Jean Rivière, Le problème de l'Église et de l'État au temps de Philippe le Bel, Louvain-Paris, 1926.
  • (FR) Felix Rocquain, Philippe le Bel et la bulle "Ausculta fili", 1883
  • (DE) C. Rodenberg, Die Bulle des Papstes Bonifaz VIII. gegen die Cardinäle Jakob und Peter Colonna vom 10. Mai 1297, "Forschungen zur Deutschen Geschichte", 19, 1879.
  • (FR) Jean-Marie Vidal, "Bernard Saisset, évêque de Pamiers (1232-1311)", Revue des Sciences religieuses 5 (1925), p. 417-438 et 565-590, 6 (1926), p. 50-77, 177-198 et 371-393, ristampato in un volume dal titolo Bernard Saisset (1232-1311), Toulouse, Paris, 1926

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