Battaglia di Manzicerta

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Battaglia di Manzicerta
Raffigurazione della battaglia di Manzicerta, in alto l'esercito bizantino di Romano IV Diogene mentre viene sgominato, sotto il sultano selgiuchide Alp Arslan.
Raffigurazione della battaglia di Manzicerta, in alto l'esercito bizantino di Romano IV Diogene mentre viene sgominato, sotto il sultano selgiuchide Alp Arslan.
Data 26 agosto 1071
Luogo Manzicerta, Armenia (moderna Malazgirt, Turchia)
Esito Decisiva vittoria selgiuchide
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
20.000 60.000
Perdite
Sconosciute Elevate
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La battaglia di Manzicerta (anche Manzikert o Manzijert) fu combattuta il 26 agosto 1071 tra l'esercito del sultano selgiuchide Alp Arslān e quello bizantino dell'imperatore Romano IV Diogene presso l'odierna cittadina turca di Malazgirt; lo scontro si risolse in una disastrosa sconfitta per i Bizantini.

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Sia gli storiografi medievali sia i moderni studiosi, si interrogarono a lungo su come fosse stato possibile che un impero dall'antichissima e consolidata tradizione militare e amministrativa come quello bizantino, sia potuto passare dal ruolo di prima potenza del mediterraneo orientale a quello di entità regionale sull'orlo del baratro in meno mezzo secolo. Bisanzio aveva raggiunto nel 1025, alla morte di Basilio II, un'estensione ragguardevole e una posizione di superiorità militare netta nei confronti dei suoi nemici. Il periodo successivo, venne indicato dagli osservatori contemporanei o di poco posteriori come quello in cui le armi tacquero in favore degli intrighi di palazzo. In effetti la Dinastia Macedone entrò in una crisi dinastica difficilmente risolvibile vista l'assenza di eredi maschi diretti, e il trono passò più volte in mano a donne, imperatori deboli o comunque espressioni dell'alta aristocrazia della capitale, che poco si interessavano degli avvenimenti nelle lontane province esposte ai nemici. La posizione di preminenza che l'impero sembrava aver raggiunto d'altronde, scoraggiava politiche di rigore volte al mantenimento di un esercito efficiente, e l'aristocrazia aumentò gradualmente il suo potere tramite l'appropriazione indebita di cariche pubbliche e la corruzione. Fatto altrettanto importante, i Temi, ovvero le province bizantine che per secoli avevano fornito truppe di leva e costituito una valida difesa in profondità alle frontiere, persero sempre di più il loro ruolo militare, diventando principalmente istituzioni amministrative, spesso svuotate di ogni funzione dalla potentissima aristocrazia terriera provinciale. A quanto pare solo durante i brevi regni di Isacco I Comneno e Romano IV Diogene si tentò di porre freno a queste pericolose tendenze, ma le opposizioni interne furono fortissime. In ambito militare, durante il governo di quest'ultimo (1068-1071) si fece ricorso all'arruolamento massiccio di mercenari, che a differenza di quanto ritenuto spesso dalle fonti, non era una fatto negativo in sé: il mercenariato era da sempre una risorsa importante per l'Impero d'Oriente, e anche tra il VII e l'XI secolo, considerato il periodo di maggior utilizzo di truppe locali da parte dei bizantini, i reparti d'élite dell'armata erano costituiti da soldati di professione, in gran parte mercenari (basti pensare alla fedelissima Guardia variaga). Ciò che compromise il rendimento complessivo dell'esercito romeo in questo frangente fu l'aliquota eccessiva di mercenari arruolati all'ultimo momento, che dovevano costituire la gran parte dell'armata, affiancati solo da deboli contingenti delle province. Inoltre la fedeltà alla causa di molti generali era quanto meno dubbia, portando all'impiego controproducente, se non apertamente ostile, di vaste sezioni dell'esercito. In queste condizioni, il Basileus diede avvio ad una serie di campagne di contenimento, che tra il 1068 e il 1070 respinsero le invasioni dei turcomanni, pur senza distruggerne completamente le forze. Romano decise quindi di arruolare un'armata più grande del solito per la campagna del 1071, volta al recupero dell'Armenia, recentemente invasa dal sultano Alp Arslan, e al rafforzamento del traballante confine orientale. La campagna comincio con la ribellione del contingente tedesco, che fu allontanato. Avanzando verso l'Armenia, per motivi non del tutto chiari legati forse all'approvvigionamento, e nella convinzione che il grosso dei nemici non fosse nelle vicinanze, l'Imperatore divise il suo esercito in due o tre sezioni. Arrivati nei pressi di Manzicerta con un esercito ancora assai numeroso, i bizantini erano tuttavia all'oscuro dell'entità dei nemici, e nell'impossibilità di essere nuovamente raggiunti dai distaccamenti della loro armata, che inspiegabilmente di diressero sempre più lontano dal teatro dello scontro.

La battaglia[modifica | modifica sorgente]

Il sultano turco, nipote e successore di Toghrul, che si preparava infatti ad affrontare i Fatimidi in Siria, intendeva muoversi alla volta della Mesopotamia per deporre l'imbelle califfo abbaside che già era sotto tutela selgiuchide; decise quindi di affrettare lo scontro con i bizantini per non venire colto tra due fuochi.

Il 24 agosto, le prime scaramucce con reparti esploranti bizantini si risolsero nell'annientamento di questi ultimi. Romano IV schierò allora l'esercito per la battaglia, ma dovette tornare nell'accampamento in serata, visto che i turchi parevano non accettare lo scontro. La giornata si chiuse con un attacco in serata dei cavalieri selgiuchidi che scompaginarono i mercenari Oguz che non erano ancora rientrati al campo. Questi ultimi sarebbero passati in massa al nemico il giorno successivo, instaurando una certa inquietudine dell'imperatore che cominciò a non fidarsi di molti suoi collaboratori, visto inoltre che non aveva più notizie dei contingenti distaccati prima di arrivare a Manzicerta. Stranamente, il Basileus respinse una delegazione turca arrivata da lui per chiedere una sospensione delle ostilità (d'altronde l'obiettivo del sultano era ancora muovere guerra quanto prima contro i Fatimidi). Pare che a convincere l'imperatore a proseguire la lotta ci fosse il fatto che i suoi effettivi erano ancora nettamente superiori a quelli nemici, e che la presenza del Sultano ed eventualmente la sua cattura, avrebbe reso definitiva e senza appello una vittoria bizantina. Il 26 agosto, Romano uscì nuovamente dal campo, con l'esercito disposto per l'assalto decisivo: a destra le truppe orientali, sia quelle tematiche che i mercenari asiatici rimasti al comando di Teodoro Aliate; a sinistra quelle dei temi occidentali e i Peceneghi, comandati da Niceforo Briennio; al centro si dispose lui stesso, accompagnato dalle truppe scelte dei tagmata e dai mercenari armeni. Più indietro lasciò una robusta riserva di cavalleria bizantina e normanna, comandata da Andronico Ducas, uno dei suoi più infidi ufficiali, portato in guerra proprio perché tra i principali portavoce dell'alta nobiltà a lui ostile e dunque da tenere sotto controllo. L'armata turca, al comando dell'emiro Taraug e dello stesso Alp Arslan, era composta da arcieri turcomanni schierati a mezzaluna, per assorbire l'urto nemico tramite una ritirata controllata al centro, mantenendo una pressione costante sui fianchi imperiali. Questa tattica non era esente da debolezze e infatti, nel pomeriggio, i bizantini erano arrivati al campo nemico saccheggiandolo, senza però aver inflitto perdite ai selgiuchidi. Con il centro molto più avanzato rispetto alle ali e il proprio campo ormai distante, l'imperatore pareva sul punto di scegliere il rientro prima del sopraggiungere dell'oscurità, ma proprio a quel punto i turchi calarono sui suoi reparti un po' isolati, ingaggiando un combattimento più ravvicinato. Sarebbe bastato che la riserva di cavalleria svolgesse il suo ruolo caricando i nemici impegnati contro i commilitoni, e gli agili ma meno corazzati guerrieri del sultano sarebbero stati costretti ad un'immediata ritirata. Ma pare che Andronico Ducas abbia colto al balzo l'occasione di difficoltà del suo odiato imperatore: sparse la voce della morte di Romano, incoraggiando la riserva al suo comando a tornare all'accampamento. La resistenza delle ali, che interpretarono questo gesto come una fuga, cedette di schianto, lasciando il basileus solo con il centro, a fronteggiare i turcomanni che convergevano su di lui. Ferito e disarcionato, l'imperatore fu fatto prigioniero e la rotta dell'esercito pose fine definitivamente alla battaglia.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Liberato dopo aver accettato di pagare un tributo assai ragionevole e di rinunciare alle conquiste conseguite a suo tempo in Siria-Palestina da Niceforo II Foca, Giovanni Zimisce e Basilio II (976-1025), l'imperatore si scontrò in patria con il figliastro Michele VII Ducas che, forte dell'appoggio incontrastato di gran parte della nobiltà e dei contingenti sopravvissuti alla campagna contro i turchi, ebbe facilmente la meglio: Romano IV fu catturato dietro la promessa di un salvacondotto, ma venne invece accecato e torturato a morte.

L'ascesa di Michele VII portò il sultano a denunciare l'accordo sottoscritto con Romano IV Diogene e permise alle formazioni turcomanne di penetrare a centinaia di migliaia in Anatolia, dove peraltro dal 1049 s'era già avuto un insediamento di genti turche sotto la guida del fratello di Tughril, Ibrahim Inal, seme del futuro sultanato selgiuchide di Rum che sarà costituito da Qilij Arslan I, figlio di Sulayman ibn Qutulmush.

La conseguenza peggiore della battaglia infatti, non fu la distruzione dell'esercito o la deposizione dell'imperatore, bensì la completa paralisi delle restanti forze difensive dell'impero. Nei 10 anni successivi i Selgiuchidi conquistarono facilmente tutte le città e i capisaldi anatolici, senza che a Costantinopoli nessuno sapesse cosa fare o avesse la stabilità necessaria per organizzare spedizioni di contenimento.

L'Impero Bizantino, alla salita al trono di Alessio I Comneno nel 1081, si era rattrappito al punto che solo il Mar di Marmara e la disorganizzazione delle tribù turcomanne proteggevano la capitale. Inoltre la rapida turchizzazione dell'Asia Minore si sarebbe rivelata un fatto permanente e le popolazioni grecofone sarebbero state sempre più spinte verso le coste. La rinascita Comnena ritardò di due secoli questa tendenza, ma il controllo dell'impero non avrebbe mai più riguardato la zona centrale della penisola, da cui i razziatori turchi avrebbero vessato le popolazioni cristiane finché queste non fuggirono o furono sottomesse. Quando il pericolo di un collasso completo dello stato Bizantino era passato, ci si rese conto che l'impero non aveva più le forze per riguadagnare l'immenso territorio perduto. Tale mancanza di truppe spinse il basileus a mandare una richiesta d'aiuto al Papa, principalmente sotto forma di contingenti occidentali da utilizzare come mercenari; questa richiesta avrebbe invece portato, dopo vari risvolti inizialmente imprevedibili per l'imperatore, alla prima crociata.

Letteratura contemporanea[modifica | modifica sorgente]

Nel romanzo storico Jerusalem di Andrea Frediani, è descritta la disastrosa sconfitta nella battaglia di Manzicerta del 1071, dove è rappresentato anche l'imperatore Romano IV Diogene.

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Andrea Frediani: Le grandi Battaglie del Medioevo Newton & Compton Editore, 2009.
  • Ralph-Johannes Lilie: Bisanzio la seconda Roma, Newton & Compton Editore, 2003.
  • Claude Cahen: La Campagne de Mantzikert d'apres les sources musulmanes. In: Byzantion 9, 1934, S. 613-642.
  • Claude Cahen: The Turkish Invasion: The Selchükids. In: Kenneth M. Setton (Hrsg.), A History of the Crusades. Bd. 1, Madison/Wisconsin 1969, S. 135-176 (online).
  • J. C. Cheynet: Manzikert – un désastre militaire?. In: Byzantion 50, 1980, S. 410–438.
  • Carole Hillenbrand: Turkish Myth and Muslim Symbol: The Battle of Manzikert. Edinburgh 2008. ISBN 9780748625727 (neues Überblickswerk, vor allem zur Tradierung der Schlacht in der islamischen Historiographie bis in die Gegenwart)
  • D. Nicolle, Manzikert 1071, Publishing, Oxford 2013
  • P. M. Strässle: Mantzikert. In: Lexikon des Mittelalters. vol. 6, pag. 208f.
  • Gianfranco Cimino, L'esercito Romano d'Oriente, Edizioni Chillemi, 2009, ISBN 978-88-903765-0-4

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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