Papa Pio II

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« Quand'ero Enea, nessun mi conoscea. Or che son Pio, mi chiamano zio. »
(epigramma)
Papa Pio II
Pio II
210º papa della Chiesa cattolica
C o a Pio II.svg
Elezione 19 agosto 1458
Incoronazione 3 settembre 1458
Fine pontificato 14 agosto 1464
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Callisto III
Successore papa Paolo II
Nome Enea Silvio Piccolomini
Nascita Corsignano, 18 ottobre 1405
Morte Ancona, 14 agosto 1464
Sepoltura Basilica di Sant'Andrea della Valle

Pio II, nato Enea Silvio Piccolomini (Corsignano, 18 ottobre 1405Ancona, 14 agosto 1464), fu il 210º papa della Chiesa cattolica dal 1458 alla morte.

Vita prima del pontificato[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza ed educazione[modifica | modifica wikitesto]

Enea Silvio Piccolomini nacque a Corsignano (l'odierna Pienza), nel territorio senese, il 18 ottobre del 1405[1][2], uno dei diciotto figli[3] di Silvio Piccolomini, di nobile famiglia decaduta, e di Vittoria Forteguerri[2]. La famiglia aveva scelto questo nome per via di un loro avo di nome Giulius Piccolominis Amideis, che era imparentato con la famiglia degli Amidei di Firenze. Quando seppero della discendenza degli Amidei dalla Gens Iulia, decisero di chiamare il futuro Pio II Enea Silvio, in onore di Enea, figlio di Venere, che, come sosteneva la Gens Iulia, era il primo membro della loro famiglia.

Ebbe un'educazione di prim'ordine. Nel 1423 fu mandato dal padre a studiare all'Università di Siena per studiare diritto, alle cui lezioni assistette malvolentieri, in quanto dedicò le sue energie nello studio dei classici latini e greci (Platone, Cicerone, Seneca), nelle bravate con gli amici[2] e nella passione per le donne. Nel 1429, per volontà paterna fu inviato a Firenze per perfezionare gli studi, città ove poté frequentare umanisti di prim'ordine quali Francesco Filelfo, Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini[2].

Il Concilio di Basilea e la causa conciliarista (1431-1445)[modifica | modifica wikitesto]

Al servizio del Concilio: l'elezione di Felice V e il Libellus dialogorum de generalis concilii authoritate[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver conseguito la laurea, il giovane Piccolomini si stabilì a Siena come insegnante, ma nel 1431[2] accettò il posto di segretario di Domenico Capranica, vescovo di Fermo, allora sulla strada che lo conduceva al Concilio di Basilea per protestare contro l'ingiustizia del nuovo papa Eugenio IV che non l'aveva nominato cardinale[2]. Arrivato a Basilea nel 1432, il giovane Piccolomini mostrò la sua abilità politica e la sua sapienza mondana servendo Capranica e diversi altri signori. Nel 1435 venne inviato dal cardinale Albergati, legato di Eugenio al concilio, in missione segreta in Scozia presso Giacomo I, avventura durante la quale ebbe due figli illegittimi[1]. Piccolomini visitò l'Inghilterra oltre alla Scozia, e fu soggetto a diversi pericoli e vicissitudini in entrambe le nazioni, delle quali ha lasciato un prezioso resoconto.

Nel frattempo, il Concilio di Basilea cominciò a manifestare in modo più violento quelle tendenze conciliariste elaborate durante il Concilio di Costanza. Eugenio, preoccupato per tale piega, decise di trasferire la sede ufficiale del Concilio a Ferrara (1437), città ove poteva tenere più sotto controllo l'operato dei Padri conciliari in quanto italiana[4]. Buona parte dei padri rifiutarono la decisione di Eugenio, dando origine al cosiddetto piccolo scisma d'occidente. Piccolomini, benché ancora laico, fu nominato funzionario del Concilio nel 1436[5] e, dopo l'aperta rottura del 1437, s'impegnò in prima persona per la difesa dell'autorità conciliare appoggiando nell'autunno del 1439 l'elezione ad antipapa dell'ex duca di Savoia Amedeo VIII (Felice V)[2], e scrivendo nel 1440 il Libellus dialogorum de generalis concilii authoritate[2], vero e proprio pamphlet inneggiante l'autorità conciliare.

Il soggiorno presso Federico III e l'incoronazione poetica (1442-1445)[modifica | modifica wikitesto]

Visto però lo scarso seguito che Felice V riuscì a creare, Piccolomini trovò un pretesto per ritirarsi alla corte dell'imperatore Federico III, nel 1442[5]. In virtù delle sue eccellenti doti retoriche e della sua vasta cultura, venne incoronato poeta imperiale laureato nella dieta di Francoforte del 1443[2], ed ottenne il patrocinio del cancelliere dell'imperatore, Kaspar Schlick. Fu in questi tre anni che Piccolomini scrisse alcune delle opere più significative e importanti della sua parabola letteraria: la commedia Chrisis nel 1443 la celebra Historia de duobus amantibus nel 1444[2], che avrà un importante influsso sulla produzione letteraria successiva[6].

La riconciliazione con Roma e le missioni diplomatiche (1445-1458)[modifica | modifica wikitesto]

La conversione e la risoluzione del "Piccolo Scisma"[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1445, all'apice della gloria politica e letteraria, Piccolomini contrasse una grave malattia che lo spinse, una volta guarito, a cambiare radicalmente vita[5].Il suo carattere era stato fino ad allora quello di un facile uomo di mondo, senza pretesa di coscienziosità nella morale o di coerenza in politica. Egli iniziò a essere più regolare nel primo aspetto, e nel secondo adottò una linea definita facendo pace con Roma. Essendo stato inviato in missione a Roma nel 1445 da parte di Federico III, con lo scopo apparente di indurre Eugenio a convocare un nuovo concilio, venne assolto dalle censure ecclesiastiche e fece ritorno in Germania con il compito di assistere il Papa[2].

Questo fece, in maniera molto efficace, con la destrezza diplomatica con la quale ammorbidì le differenze tra la corte papale di Roma e gli elettori imperiali tedeschi; ed ebbe anche una parte importante nel compromesso col quale, nel 1447, il morente Eugenio accettò la riconciliazione offerta dai principi tedeschi, lasciando senza supporto il concilio e l'antipapa[5]. Enea per quel tempo aveva già preso i voti: consacrato suddiacono nel 1446, fu consacrato presbitero il 4 marzo 1447[2].

I pontificati di Niccolò V e Callisto III: carriera ecclesiastica e missioni diplomatiche[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo, Papa Niccolò V, era un umanista e anche amico del Piccolomini[7]. Entrato nelle grazie del nuovo pontefice, Piccolomini percorse una rapida carriera ecclesiastica: nominato vescovo di Trieste il 19 aprile 1447 e rimasto tale fino al 23 settembre 1450[2], quando fu nominato vescovo di Siena, seggio vescovile ricoprì fino al 19 agosto 1458[2] e senza non poche tribolazioni. Difatti, l'appartenenza del Piccolomini ad un'antica famiglia magnatizia caduta in disgrazia e l'ambiguità dello stesso Piccolomini nelle trattative con le autorità cittadini, fecero vedere malvolentieri ai senesi l'insediamento di quest'ambiguo loro concittadino, diffidenza che si trasformò poi in apertà ostilità quando nel 1456, dopo aver ricevuto il galero cardinalizio, fu negato al porporato l'ingresso nella sua città[2].

Pinturicchio, Callisto III eleva Piccolomini alla dignità cardinalizia, Libreria Piccolomini, Cattedrale di Siena

Nelle sue diocesi, però, il presule poté risiedere pochissimo tempo, tanto era impegnato in varie missioni diplomatiche per conto della Santa Sede. Approfittando dei buoni rapporti che intercorrevano tra lui e Federico d'Asburgo (e dell'ottima conoscenza della lingua tedesca), Niccolò V inviò Piccolomini insieme al cardinale Cusano come ambasciatore alla corte imperiale per negoziare il matrimonio di questi con la principessa Eleonora d'Aviz (celebrato per procura nel 1450), cosa che riuscì a portare a termine insieme alla stipulazione di un concordato che ristabiliva i rapporti fra Chiesa e Stato[8]. Nel 1451 intraprese una missione in Boemia dove concluse un soddisfacente accordo con il capo degli hussiti, Giorgio di Podebrady; nel 1452 accompagnò Federico, giunto a Siena per sposare "ufficialmente" Eleonora[2], a Roma, dove l'imperatore sposò Leonora e venne incoronato re dei Romani (9 marzo) e poi sacro romano imperatore il 19 marzo[2]. Fu l'ultimo imperatore ad essere incoronato a Roma[9].

Il 1453 fu un anno traumatico per l'intero Occidente cristiano: il 29 maggio Costantinopoli, ultimo baluardo del cristianesimo davanti alla minaccia turca ed erede dell'antico impero romano, cadde nelle mani di Maometto II. Il trauma fu particolarmente sentito negli ambienti umanistici, e quindi anche nel vescovo Piccolomini che, spinto dall'emozione, scrisse il Dialogus, trattato dialogico in cui si riflette, oltre all'autorità morale del papato, anche sulla necessità di una crociata volta a frenare l'avanzata ottomana[10].

Nell'agosto 1455 Enea tornò a Roma con un'ambasciata per proferire l'obbedienza della Germania al nuovo Papa, Callisto III. Egli portò con sé forti raccomandazioni dell'imperatore e di Ladislao V d'Ungheria per la sua nomina al cardinalato, ma sorsero dei ritardi a causa della determinazione del Papa a promuovere prima un suo nipote, ed egli dovette aspettare fino al dicembre dell'anno successivo. Ottenne invece temporaneamente il vescovato di Warmia (Ermeland).

Tra il 1455 e il 1458 Piccolomini raggiunge l'apice della gloria venendo nominato cardinale il 17 dicembre 1456[2] e portando a compimento la Historia Federci III imperatoris (1452-1458) e abbozzando alcuni trattati geo-politici dal sapore internazionale quali il De Europa e la Cosmographia[11].

Il Papato (1458-1464)[modifica | modifica wikitesto]

Il Conclave e l'elezione[modifica | modifica wikitesto]

Callisto III morì il 6 agosto 1458 e Il 10 agosto i cardinali entrarono in conclave. Il cardinale di Rouen, Guillaume d'Estouteville, benché francese e dal carattere discutibile, sembrava certo di essere eletto. L'ormai papa Pio II scrisse nei suoi Commentari[12] con quale arte, energia ed eloquenza egli frustrò le speranze del cardinale francese, ricordando i rischi della nomina di un cardinale francese al soglio pontificio, giacché avrebbe riportato la sede pontificia ad Avignone e l'avrebbe soggiogata agli interessi d'oltralpe:

« E che è la nostra Italia senza il presule romano? [...] O il papa francese se ne andrà in Francia, e la nostra dolce patria sarà orbata del suo splendore; o resterà tra noi, e l'Italia, regina delle genti, servirà un padrone straniero e noi saremo schiavi della gente francese. »
(Enea Silvio Piccolomini, Commentarii, ed. Totaro, pp. 197-201)

Grazie a questa prova di coraggio e in virtù delle sue abilità politiche dimostrate nell'intensissimo decennio 1450, fu eletto pontefice il 19 agosto del 1458 grazie al voto "d'accesso" del cardinale Colonna e dei due cardinali nipoti di Callisto III[2]. Piccolomini, profondamente scosso, scelse come nome pontificale di "Pio" in omaggio più al tanto amato Enea virgiliano, il cui appellativo era ''Pius'', che non al santo Pio I[13]. Incoronato il 3 settembre[2], era facoltà peculiare di Enea quella di adattarsi perfettamente a qualsiasi incarico venisse chiamato ad occupare. Fu una sua fortuna che ogni passo nella vita lo aveva posto in circostanze che si appellavano sempre più alla parte migliore della sua natura, un appello al quale non mancò mai di rispondere. L'avventuriero poco scrupoloso e il narratore licenzioso di pochi anni prima, da poco convertito, sedeva in modo abbastanza naturale sullo scranno di San Pietro, e dalle risorse del suo carattere versatile produsse senza sforzo apparente tutte le virtù e le qualità richieste dal suo nuovo stato.

Nonostante i suoi soli 53 anni d'età, la salute del papa umanista non era buona: affetto da gotta e da altri acciacchi[2], Pio era consapevole del suo precario stato di salute, e proprio per questo motivo si buttò anima e corpo per realizzare il vasto piano di riforme e la creazione della grande coalizione europea volta a scacciare i turchi da Costantinopoli.

Il Papa Crociato[modifica | modifica wikitesto]

Il Concilio di Mantova e l'Ordine di Santa Maria di Betlemme (1458-1459)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver riconosciuto Ferdinando d'Aragona (figlio di Alfonso V d'Aragona) quale erede al trono napoletano, nell'ottobre del 1458 Pio riunì un congresso dei rappresentanti dei principi cristiani a Mantova[14] con la bolla Vocavit nos[2], per prendere un'azione comune contro i Turchi Ottomani che avevano conquistato definitivamente Costantinopoli e stavano per prendere possesso di tutto l'Impero bizantino, sotto la guida di Maometto II. Per rinforzare tale crociata, il 19 gennaio 1459[2] il Papa istituì l'Ordine di Santa Maria di Betlemme.

Il fallimento della coalizione europea e la lettera a Maometto II[modifica | modifica wikitesto]

Pinturicchio, Pio II benedicente, particolare tratto dal ciclo d'affreschi della Libreria Piccolomini della Cattedrale di Siena.

Il congresso fu invece un fallimento completo rispetto ai suoi obbiettivi ostentati: Milano era assorbita dal tentativo di prendere Genova; Firenze consigliò cinicamente al Papa di lasciare che turchi e veneziani si logorassero a vicenda; i regni di Francia e Inghilterra erano impegnati l'uno nella lotta mortale con il Ducato di Borgogna, l'altro nella guerra civile chiamata delle due rose. In più Luigi XI, risentito per il fatto che Pio II preferì Ferdinando d'Aragona al candidato francese Renato I d'Angiò, continuò la sua politica anti-romana sbandierando la pragmatica sanzione di Bourges del 1438, manifesto estremo del gallicanesimo francese[14]. La Francia, però, non era l'unico problema alla realizzazione militare della crociata. La Germania, dal Tirolo alla Pomerania, era agitata da complotti antipapisti e anti-imperiali. Pio venne coinvolto suo malgrado in una serie di dispute con il re di Boemia e capo del movimento hussita Giorgio Podiebrady, che aspirava a diventare re dei Romani al posto di Federico d'Asburgo[14]. Problemi li ebbe anche con Sigismondo conte del Tirolo, in quanto oppositore della linea riformatrice propugnata da Niccolò Cusano[14].

Di fronte allo scarso interesse delle potenze occidentali a partecipare ad una nuova crociata "contro il turco", il Papa fece circolare in Europa, a scopo polemico, una lettera al Sultano, Maometto II, in cui offriva al signore turco - una volta convertitosi al cristianesimo romano - il titolo di imperatore romano, per il quale in occidente nessuno era più degno agli occhi di Pio II[15].

La fine (1464)[modifica | modifica wikitesto]

Pio era inconsapevolmente vicino alla sua fine, e il suo malessere probabilmente portò alla febbrile impazienza con la quale, il 18 giugno 1464[2], partì per Ancona allo scopo di condurre la crociata di persona. Pio soffriva di febbre quando lasciò Roma, l'esercito crociato si sciolse ad Ancona alla ricerca di un trasporto, e, quando infine giunse la flotta veneziana, il Papa morente poté solamente vederla dalla finestra. Spirò due giorni dopo, il 14 agosto 1464[2]. Gli successe papa Paolo II. Il suo corpo fu sepolto nella Cappella di San Gregorio Magno in San Pietro per poi essere traslato, assieme al corpo del nipote Pio III, da papa Paolo V nella Basilica di Sant'Andrea della Valle[16]. Il monumento funebre ed il sarcofago permangono, ma il corpo è andato perso durante un restauro nel corso del Settecento.

Altri provvedimenti[modifica | modifica wikitesto]

L'affermazione dell'assolutismo papale[modifica | modifica wikitesto]

La volontà di dominio fu estremamente supportata da Pio II. ″Convinto che il declino dell'influenza papale fosse dovuto all'aumentato prestigio dei Concili"[14], Pio II rinnegò il suo passato conciliarista in una serie di documenti ufficiali volti a rafforzare l'assolutismo spirituale del pontefice. Il più importante di questi fu sicuramente la bolla Execrabilis, pubblicata il 18 gennaio 1460, con cui Pio II condannava l'invocazione dei Concili contro l'autorità del Papa stesso[14]. Non pago di questa ritrattazione ufficiale, Pio II il 26 aprile 1463 emise una seconda bolla, chiamata Bulla retractationis, con cui il Papa pregava i suoi antichi avversari a "rifiutare Enea e dare ascolto a Pio"[17]. Per usare le parole del Rendina[18]:

« Si delinea con Pio II la figura del papa-re, che per affermarsi e consolidarsi dovrà da un lato annullare ogni potere militare dei signori nelle varie città dello Stato pontificio, fin dove possibile tentando una linea d'accordo, e dall'altro abbattere qualsiasi forma di costituzionalismo di tipo cardinalizio o conciliare »

Ed infatti il Pontefice non esitò ad usare la forza nei confronti dei suoi feudatari più riottosi ad accettare il suo assolutismo: tra il 1460 e il 1461[2] Pio stroncò le rivolte baronali che si stavano levando nella Campagna, eliminandone i capi, tra cui spiccava Jacopo Savelli[19]. Stessa sorte toccò al bandito Tiburzio della Palombara, legato alla causa di Savelli. Negli altri territori dello Stato Pontificio, Pio II dovette combattere contro Sigismondo Malatesta, contro il quale il papa senese entrò in contrasto già a partire dall'ottobre del 1460.[2]

La fondazione di Pienza[modifica | modifica wikitesto]

Il Palazzo Piccolomini voluto da Pio II a Pienza

Da sovrano pontefice, Pio non dimenticò affatto né i suoi parenti, né la città natale di Corsignano. Riguardo i primi, Pio praticò il nepotismo elevando alla dignità cardinalizia due sue nipoti[20] (tra i quali il già citato Francesco Todeschini-Piccolomini, futuro Pio III) e favorendo i suoi parenti perché gli fossero d'aiuto nei suoi progetti di governo. Per quanto riguarda il "nepotismo urbanista", il nome di Pio II è legato alla rifondazione di Corsignano col nome di Pienza. I lavori urbanistici, affidati al Rossellino e iniziati nel 1459[21], furono terminati il 29 agosto del 1462, data in cui il pontefice consacrò la Cattedrale[21]. Città basta sul modello della città ideale, fondata sulla base delle necessità dell'uomo, Pienza può essere considerato uno dei lasciti più significativi e celebri del papa pisano.

Un Papa poliedrico[modifica | modifica wikitesto]

Pio è uno dei più interessanti successori di Pietro. Il pontefice non si dimostrò soltanto un eccezionale uomo di lettere e uno degli uomini più colti della sua epoca, ma anche una personalità camaleontica, capace di assumere il colore delle circostanze che gli stavano attorno. Mentre competeva con ogni altro uomo in industriosità, prudenza, saggezza e coraggio, eccelse nella semplicità dei gusti, nella costanza degli affetti, nella gentile allegria, nella magnanimità e nella pietà. E tali virtù non erano frutto di un semplice calcolo politico, ma la conseguenza di una "conversione morale profonda e duratura"[22] grazie alla quale si accinse "nel mettere al servizio non solo della propria ascesa sociale, ma anche del bene comune, le proprie doti"[2]

Come capo della Chiesa fu abile e sagace, e mostrò di comprendere le condizioni alle quali poteva essere mantenuto il suo monopolio del potere spirituale; le sue idee erano lungimiranti e liberali; e si fece influenzare poco dai fini personali. Pio è interessante in particolare come il tipo di studioso e pubblicista che si fa strada per la sua forza intellettuale, facendo intravedere quell'età di là da venire in cui la penna deve essere più forte della spada; e non di meno come la figura in cui, più che in ogni altra, lo spirito medioevale e quello e dove il secondo prende definitivamente il sopravvento sul primo.

L'umanista[modifica | modifica wikitesto]

I Commentarii[modifica | modifica wikitesto]

Pio fu un autore versatile e prolifico, uno dei più grandi umanisti del '400. La sua opera più importante sono i Commentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contigerunt (cioè I Commentari delle cose memorabili che accaddero ai suoi tempi), la cui stesura lo impegnò negli anni 1462-1463[23]. Scritti in terza persona come i Commentarii cesariani, sono divisi in 12 libri[24] e hanno come scopo principale quello di celebrare la figura del pontefice, dipingendolo come uomo retto e prodigo nei confronti dei bisogni della cristianità[25]. Stefan Bauer così commenta le finalità dell'opera[26]:

Pinturicchio, Pio II eleva agli onori degli altari Caterina da Siena (1461), Libreria Piccolomini, Cattedrale di Siena
« Piccolomini vi ripercorre la propria vita, giustificando le sue azioni e fissando un’immagine virtuosa di sé sia come politico, sia come pontefice »

Pubblicati nel 1584[26] (oltre un secolo dopo), essi furono attribuiti a tal Gobelinus (ossia Giovanni Gobelino, un parente tedesco dei Piccolomini), che ne fu in realtà soltanto il copista. L'edizione fu curata dall'arcivescovo di Siena Francesco Bandini (1529-1588), che alterò pesantemente l'opera, mutilandola dei passi più scabrosi e scandalosi e modificandone lo stile. Numerosi passaggi soppressi all'epoca della pubblicazione sono stati pubblicati nella Transazione dell'Accademia Nazionale dei Lincei da Signor Cugnoni, assieme ad altre opere inedite, nel 1984[26]. I Commentari di Pio sono una lettura di notevole valore storico. "Pio II" - dice Creighton - "è il primo scrittore che tentò di rappresentare il presente come sarebbe apparso ai posteri, che applicò coscientemente una concezione scientifica della storia alla spiegazione e all'organizzazione degli eventi".

Altre opere[modifica | modifica wikitesto]

  • De Europa (1458): abbozzo di un trattato geopolitico dal sapore internazionale[11].
  • Germania (1457): descrizione geo-politica del Sacro Romano Impero sul modello della Germania di Tacito, estremamente dettagliata grazie ai viaggi diplomatici compiuti dal Piccolomini nei territori imperiali[11].
  • Historia de Duobus Amantibus (Eurialus et Lucretia) - Storia dei due amanti (operetta erotica)[27]
  • Commentarii
  • Epistole (in particolare Epistola ad Mahometem). Seguendo il modello umanista di conservare le proprie epistole pubbliche e private (modello a sua volta fondato sulle Familiares e le Seniles di Petrarca), Piccolomini decise di comporre un epistolario volto a mostrare le sue inclinazioni letterarie e i suoi impegni politici.
  • Cinthia: raccolta di liriche amorose di matrice classicheggiante, in quanto richiama alla memoria l'amata del poeta latino Properzio[28].
  • Chrysis (commedia umanistica)
  • Cosmographia: trattato di natura astronomica scritta nel 1458.[11]
  • Libellus dialogorum de generalis concilii auctoritate et gestis Basileensium (genere storico): scritto nel 1440, il Piccolomini espone la superiorità del Concilio sul Papa nelle decisioni che riguardano la Chiesa Universale[28].
  • De rebus Basileae vel stante vel dissoluto concilio gestis commentariolum (genere storico): scritto nel 1450, è la retractatio letteraria del Libellus dialogorum, in cui il vescovo di Trieste ritratta le posizioni conciliariste per difendere, invece, la plenitudo potestatis pontificia[26].
  • Historia rerum Frederici III imperatoris (genere storico): 1452-1458, elogio del protettore Federico III[11].
  • Historia Bohemica (genere storico): 1458, esposizione delle vicende riguardanti l'eresia hussita[11].
  • De Librorum Educatione (1450): trattato pedagogico in cui si sostiene l'importanza primaria della grammatica per la formazione culturale della persona[11].

Genealogia episcopale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Genealogia episcopale.

Il palio in suo onore[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 luglio del 2005, in occasione del seicentenario della sua nascita, a Siena è stato corso il palio in suo onore, vinto dalla Nobile Contrada del Bruco con il cavallo Berio montato dal fantino Luigi Bruschelli detto Trecciolino[29].

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Claudio Rendina, I Papi, Ariccia, Newton&Compton, 2005, p. p. 580.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab Marco Pellegrini, Pio II.
  3. ^ Dei diciotto fratelli raggiunsero l'età adulta, oltre a Enea Silvio, le sorelle Caterina e Laudomia, quest'ultima madre del futuro pontefice Pio III
  4. ^ J.N.D. Kelly, Vite dei Papi, Casale Monferrato, Piemme, 1995, p. p.. 408.
  5. ^ a b c d J.N.D Kelly, Vite dei Papi, Casale Monferrato, Piemme, 1995, p. p. 416.
  6. ^ Il filone dell'amor cortese-petrarchesco rinvigorito dalla penna del Piccolomini servì da modello per la stagione cavalleresca del tardo '400 (l'Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo e l' Orfeo ed Euridice del Poliziano) e del '500 (l' Orlando Furioso dell'Ariosto e alcuni episodi della Gerusalemme Liberata del Tasso)
  7. ^ Giulio Capelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, p. 217.
  8. ^ Claudio Rendina, I Papi, Ariccia, Newton&Compton, 2005, p. 581.
  9. ^ Rendina, I Papi, Ariccia, Newton&Compton Editori, 2005, p. 575.
  10. ^ Giulio Cappelli, L'Umanesimo itailano da Petrarca a Valla, Roma, Carocci Editore, 2010, pp. 218-219.
  11. ^ a b c d e f g Giulio Capelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, p. 218.
  12. ^ Enea Silvio Piccolomini, libro I in L. Totaro (a cura di), I Commentari.
  13. ^ Claudio Rendina, I Papi, pp. 581-582.
  14. ^ a b c d e f J.N.D Kelly, Vite dei Papi, p. 417.
  15. ^ Claudio Rendina, I Papi, p. 584.
  16. ^ Claudio Rendina, I Papi, p. 585.
  17. ^ J.N.D Kelly, Vite dei Papi, p. 418.
  18. ^ Claudio Rendina, I Papi, p. 583.
  19. ^ Savelli, secondo quando riporta l'Enciclopedia dei Papi, tentò di ricreare quel colpo di stato organizzato qualche anno prima da Stefano Porcari, suo parente, ai danni di Niccolò V.
  20. ^ Claudio Rendina, I Papi, p. 582.
  21. ^ a b Città di Pienza.
  22. ^ J.N.D. Kelly, Vite dei Papi, p. 418.
  23. ^ Giulio Capelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, p. 220.
  24. ^ Come l'Eneide
  25. ^ Giulio Capelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, p. 222.
  26. ^ a b c d Stefan Bauer, Enea Silvio Piccolomini in Il Contributo italiano alla storia del pensiero-politica.
  27. ^ Si guardi la nota 6
  28. ^ a b Giulio Capelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, p. 216.
  29. ^ Daniele Magrini, Palio un anno, 2005.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Callisto III 19 agosto 1458 - 14 agosto 1464 Papa Paolo II
Predecessore Prevosto della Basilica di San Lorenzo di Milano Successore Prepozyt.png
Martino di Canale 1436 - 1440 Leonardo da Vercelli
Predecessore Vescovo di Trieste Successore BishopCoA PioM.svg
Niccolò II Aldegardi 14471450 Ludovico Della Torre
Predecessore Vescovo di Siena Successore BishopCoA PioM.svg
Neri da Montecarlo 14501458 Antonio Piccolomini
Predecessore Cardinale presbitero di Santa Sabina Successore CardinalCoA PioM.svg
Guillaume-Hugues d'Estaing 1456-1458 Berardo Eroli
Predecessore Vescovo di Warmia
Amministratore
Successore BishopCoA PioM.svg
Franciszek Kuhschmalz
Vescovo
14571458 Paweł Legendorf

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