Maometto II

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Maometto II
Ritratto di Maometto II, di Gentile Bellini.
Ritratto di Maometto II, di Gentile Bellini.
Padişah dell'Impero Ottomano
In carica 1451 – 3 maggio 1481
Predecessore Murad II
Successore Bayezid II
Nome completo Mehmet Celebi
Nascita Edirne, 29 marzo 1432
Morte Üsküdar (Gebze), Anatolia occidentale, 3 maggio 1481
Dinastia Ottomani
Padre Murad II
Madre Hatun bint ʿAbdillah
Consorte Gülbahar Hatun
Figli Cem
Bayezid II
Firma Tughra of Mehmed II.JPG

Maometto II (in ottomano: محمد ثانى, Mehmet II, detto ﺍلفاتح, Fātiḥ, "Il Conquistatore"; turco moderno: Fatih Sultan Mehmet; Edirne, 29 marzo 1432Gebze, 3 maggio 1481) fu il settimo sultano dell'Impero ottomano.

Salito al trono a soli 13 anni dopo l'abdicazione del padre Murad II nel 1444, divenne sovrano effettivo solo nel 1451 perché nel frattempo il padre aveva ripreso il potere nel 1446.

Tra i primi atti di governo, per consolidare il suo trono, all'età di 21 anni conquistò Costantinopoli (1453), ponendo fine all'Impero bizantino.

Inizi del regno[modifica | modifica sorgente]

Nato nella già greco-bizantina Adrianopoli divenuta Edirne dopo la presa da parte degli Ottomani (1365) e terza capitale del loro impero dopo Amasya e Bursa, il giovane destinato a diventare Maometto II era figlio del sultano Murat II e di una donna molto probabilmente cristiana (forse addirittura italiana)[1].

A 11 anni fu mandato ad Amasya (prima capitale osmanlı — ovvero ottomana —, vicino al Mar Nero) come governatore della zona, per fare esperienza ma anche probabilmente per metterlo al sicuro dalla sopra citata pratica del fratricidio. Poco dopo, tuttavia, suo padre, firmata la pace con l'emirato di Karaman, nel sudest dell'Anatolia, decise di ritirarsi a vita contemplativa e abdicò al trono in favore del figlio, che divenne appunto Mehmet (Maometto) II (1444). Salito al trono, Maometto II varò la cosiddetta legge del fratricidio, eliminando poi il fratello Ahmed, ancora neonato. Maometto II chiese quasi subito al padre di riprendere il trono in vista della battaglia con i crociati che si sarebbe svolta a Varna, e in un primo tempo Murat II rifiutò, ma poi, di fronte alle furiose e imperiose proteste del formidabile figlio, e anche probabilmente perché informato delle difficoltà che il giovanissimo sultano stava incontrando con la sua corte a Edirne, tornò e assunse il comando delle forze ottomane, che a Varna (1444) furono vittoriose sull'esercito crociato di Ladislao d'Ungheria e Giovanni Hunyadi.

Come detto sopra, Murat II rimase sul trono fino al 1451, data della sua morte.

Conquista dell'Impero bizantino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Costantinopoli (1453).
Benjamin Constant. Maometto II entra in Costantinopoli con il suo esercito.

Alla morte del padre, Maometto II salì di nuovo al trono e nel giro di soli due anni arrivò a porre fine all'Impero bizantino conquistando Costantinopoli (che era diventata per lui un'ossessione, tanto che cominciò a paragonarla ad una donna che aveva rifiutato il matrimonio di molti principi musulmani e che doveva diventare per forza sposa) il 29 maggio 1453. L'assedio fu condotto con enorme spiegamento di forze, usando i più grandi cannoni allora esistenti al mondo e addirittura trasportando decine di navi sulla terra, trascinate a forza di braccia dagli schiavi dal Bosforo fino al Corno d'oro scavalcando le erte alture di Galata, per aggirare la celebre catena che bloccava l'imboccatura del Corno d'oro dal Mar di Marmara.
Inenarrabili furono le violenze operate dai soldati turchi sui cittadini. Presa la città, Maometto II ne fece la nuova capitale dell'Impero ottomano con l'attuale nome di İstanbul.[2]

Secondo Tursun Beg, storico ottomano della conquista, quando entrò nel Palazzo Imperiale dove fino a qualche giorno primo aveva regnato Costantino XI Paleologo, Maometto II avrebbe pronunciato in tono dolente alcuni versi persiani, dei quali sarebbero arrivati fino a lui soltanto i seguenti:

Il ragno monta la guardia nei portici della cupola di Khusraw. La civetta suona il silenzio nel Palazzo di Afrasiyab. Così va il mondo, destinato ad aver fine[3][4]

Dopo questa conquista, il padişa dei turchi prese anche gli ultimi territori bizantini, il Despotato di Morea nel Peloponneso (1460) e l'Impero di Trebisonda sul Mar Nero (1461). A quel punto, nonostante lo sgomento dilagato in tutto l'Occidente, lo stato ottomano fu definitivamente riconosciuto nel mondo come un grande Impero.

Conquiste in Asia[modifica | modifica sorgente]

Conquistato l'Impero Bizantino, Maometto II rivolse le sue mire verso l'Anatolia, dove l'unificazione dei diversi beylik (signorie) era già stata realizzata dal suo antenato Bayezid I il Fulmine, andando però di nuovo in frantumi dopo la sconfitta di quest'ultimo nella battaglia di Ankara contro Tamerlano (1402). Presa Trebisonda, i diversi staterelli anatolici caddero a uno a uno e l'Anatolia fu riunificata.

Conquiste in Europa[modifica | modifica sorgente]

Illustrazione dal Chronicle di Norimberga

Unificata l'Anatolia dopo aver preso Costantinopoli, ovvero la Seconda Roma, Maometto II cominciò ad accarezzare non tanto in segreto l'idea di diventare il nuovo Cesare e quindi di conquistare la Prima Roma, che i turchi chiamavano già Kizil Elma, ovvero La Mela Rossa. In tal modo sarebbero stati di nuovo riuniti sotto un unico dominio i territori dell'antico Impero Romano. La strada era lunga e doveva necessariamente passare per i Balcani, quindi Maometto II tentò di invadere la Serbia, ma nel 1456 fu sconfitto durante l'assedio a Belgrado dall'esercito cristiano guidato da Giovanni Hunyadi e San Giovanni da Capestrano.

Un altro irriducibile avversario lo incontrò in Vlad III di Valacchia, che lo sconfisse nel 1452. Un terzo fu l'albanese Giorgio Castriota Scanderbeg. Scanderbeg mori a Lezha il 17 gennaio 1468, e i suoi familiari e seguaci dovettero rifugiarsi in Italia, dopo di che l'Albania fu sostanzialmente sottomessa, costringendo anche i veneziani ad abbandonare Scutari (1478). A seguito di questi eventi, il 25 gennaio 1479 fu firmato a Istanbul un duro trattato di pace tra i vincitori ottomani e i veneziani.

Nel frattempo, pur essendo stato sconfitto da Stefano il Grande di Moldavia (1457 - 1504) nella battaglia di Vaslui (1475), l'anno successivo Maometto II sconfisse i moldavi nella battaglia di Valea Alba, accrescendo ulteriormente il suo impero.

A quel punto, viste le difficoltà a superare i Balcani, Maometto II puntò direttamente sull'Italia via mare, prendendo con facilità Otranto (1480). Tuttavia l'occupazione fu soltanto temporanea e l'anno successivo un grosso esercito costituito sotto l'egida di Papa Sisto IV lo costrinse ad abbandonare l'impresa.

Vano fu anche l'assedio di Rodi, strenuamente difesa dal piccolo esercito di Cavalieri Ospitalieri che la occupava nel 1480.

La morte[modifica | modifica sorgente]

La moschea di Maometto II a Istanbul.
Maometto II

Il 3 maggio 1481, poco dopo aver attraversato il Bosforo per una nuova campagna segreta in Asia, presumibilmente contro i possedimenti dei Mamelucchi burji (che regnavano sugli attuali Egitto, Siria e Arabia Saudita), dove il padişa dei turchi mirava probabilmente ad assumere il controllo della Mecca e quindi a essere ufficialmente riconosciuto Califfo[5], ovvero "Vicario" o "Successore" del Profeta Maometto, Maometto II, già da tempo gravemente malato, morì all'età di 49 anni, dopo aver costruito un grandissimo impero. Il figlio Bayezid II, suo successore, non fu esente da sospetti di parricidio. La tomba di Maometto II è tuttora oggetto di grande venerazione nella Camı,[6] ovvero Moschea del Fatih, da lui fatta edificare a İstanbul sul sito della chiesa dei Santi Apostoli nel quartiere che dal suo esornativo (Fatıh, Vittorioso, Conquistatore) ha preso il nome.

Attività in ambito civile[modifica | modifica sorgente]

Maometto II assorbì la vecchia amministrazione bizantina nello stato ottomano, invitando nel contempo alla sua corte artisti e umanisti dall'Italia (per esempio Gentile Bellini che dipinse il suo famoso ritratto) ed eruditi dai territori greci, lasciando in funzione la chiesa bizantina e ordinando al suo Patriarca di tradurre in turco i testi dei cristiani, confermando con questo e con altri importanti gesti di tolleranza religiosa la probabile fede cristiana della madre. Anche lui come molti signori del suo tempo leggeva gli autori antichi tanto che si faceva leggere ogni giorno episodi della vita di Alessandro Magno, di cui era grande ammiratore.

Tra gli edifici da lui fatti costruire, i più importanti sono la moschea a lui intitolata (Fatıh Cami) e il Palazzo di Topkapı. Costruito dall'architetto Atik Sinan nel 1463 - 1470, il complesso della prima comprende una madrasa, una biblioteca, un ospedale, un ospizio, un caravanserraglio, un mercato, un hammam e diverse tombe. Molto danneggiata in una serie di terremoti tra il 1509 e il 1766, l'anno successivo il sultano Mustafa III diede l'incarico di ricostruirla all'architetto (Mimar) Mehmet Tahir.

Non bisogna poi dimenticare la veneratissima moschea di Eyüp, in fondo al Corno d'Oro, da lui fatta erigere durante l'assedio di Costantinopoli, fuori dalle mura, sul luogo del presunto ritrovamento delle spoglie di Eyüp (Abu Ayyub al-Ansari), compagno e portabandiera del Profeta Maometto, morto durante il primo assedio arabo alla città (668). Il ritrovamento fu considerato di ottimo auspicio per la successiva conquista ottomana della città.

Nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

  • Raffaele, Gorgoni, Lo scriba di Càsole, Besa, Nardò 2010, ISBN 978-88-497-0653-6 (romanzo, sottotitolo: "il segreto di otranto", pgg.208)
  • Biondi, Mario, Il cielo della Mezzaluna, Longanesi, Milano 1982 (rileg.), TEA 1998 (paperback), ISBN 978-88-7818-310-0 (romanzo, sulla caduta di Costantinopoli)
  • Corti, Maria, L' ora di tutti, Bompiani, Milano 1962, ISBN 978-88-452-4635-7 (romanzo, sull'attacco a Otranto)
  • Kadaré, Ismail, I tamburi della pioggia, Longanesi, 1982 (e poi tascabile RIL), ISBN 978-88-462-0819-4 (romanzo, sulla lunga lotta contro Scanderbeg)
  • Enea Silvio Piccolomini (Pio II), "Lettera a Maometto II", 1461, epistola scritta dal Papa al sultano per chiedergli di convertirsi al cristianesimo e promettendogli in cambio la nomina a imperatore illuminato, al fine di riportare la pace tra i due regni. Nella stessa lettera è contenuta la minaccia di una nuova crociata, in caso di risposta negativa. La lettera, scritta in latino, non fu mai spedita. ed. italiana a cura di Luca D'Ascia, Il corano e la Tiara, Edizioni Pendragon.

Nel teatro d'opera[modifica | modifica sorgente]

Alla figura di Maometto II è dedicata l'opera di Gioachino Rossini Maometto secondo (1820).

Nel cinema[modifica | modifica sorgente]

Sono stati prodotti due film riguardanti la figura del sultano Mehmed II. Entrambi i film sono turchi e ruotano attorno alla presa di Costantinopoli da parte dei turchi ottomani, avvenuta nel 1453.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ La madre di Maometto II è indicata una sola volta in un frammento con il nome di Hatun bin ʿAbdullah (la Gentildonna Figlia di Abdullah), ovvero, secondo Franz Babinger (Maometto il Conquistatore, pag. 10): "viene taciuto il suo nome, ma in compenso viene chiaramente espressa la sua origine non musulmana mediante l'indicazione di un nome di padre inventato, come sempre avviene per i rinnegati".
  2. ^ Il nome turco moderno İstanbul (accento sulla "a") è attestato (in una gamma di varianti) dal X secolo, anzitutto nelle lingue armena e araba. Deriva dall'espressione greca "εις την Πόλιν" o "στην Πόλη" [(i)stimboli(n)], che significano verso la città, in città.
  3. ^ Il Grande Re del Tûran cantato nello Shahnameh del grande poeta persiano Ferdowsi (o Firdusi).
  4. ^ Tursun Bey La caduta di Costantinopoli, p. 330 e relativa nota.
  5. ^ Versione traslitterata del sostantivo arabo خليفة (Khalīfa).
  6. ^ La pronuncia è Fatı̀h Giamı̀, dove la "i" senza punto segnala l'assenza di sonorità della vocale e la "c" va letta "g" nell'alfabeto moderno turco, imposto negli anni venti da Atatürk.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

Studi[modifica | modifica sorgente]

  • Babinger, Franz, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Einaudi, Torino 1957 (molte edizioni)
  • Kinross (Lord), The Ottoman Centuries: The Rise and Fall of the Turkish Empire, Harper Collins, ISBN 0-688-08093-6
  • La caduta di Costantinopoli (a cura di Agostino Pertusi), vol. 1, Le testimonianze dei contemporanei; vol. 2, L'eco nel mondo, Fondazione L. Valla/Mondadori, Milano 1976, ISBN 978-88-04-13431-2 e ISBN 978-88-04-13432-9
  • Roux, Jean Paul, Storia dei turchi, Garzanti, Milano 1988, ISBN 88-11-69350-0
  • Runciman, Steven, La caduta di Costantinopoli, Piemme, Casale Monferrato 2001, ISBN 978-88-384-6304-4
  • Stanford J. Shaw, History of the Ottoman Empire and Modern Turkey vol. 1, 3 vols, Cambridge University Press, 1977, ISBN 0-521-21449-1 - ISBN 0-521-29166-6 (paperback)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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Predecessore Sultano ottomano Successore
Murad II 1444-1446
1451-1481
Bayezid II

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