Tamerlano

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Tamerlano
Ritratto di Tamerlano
Ritratto di Tamerlano
Emiro
In carica 1370 –
1405
Successore Khalil Sultan
Nome completo Tīmūr Barlas
Nascita Kesh (oggi Shahr-i Sabz), 8 aprile 1336
Morte Otrar, 19 gennaio 1405[1]
Sepoltura Samarcanda
Mausoleo Gur-e Amir
Dinastia Timuridi
Padre Taraghay
Consorte Saray Mulk (Bibi) Hanum
Figli * Jahāngīr (m. 1375)

Tīmūr Barlas, in turki-ciagatai تیمور, temur, "ferro", anche Temur-i lang, in turki-persiano تیمور لنگ, ossia Temur "lo zoppo", italianizzato in Tamerlano anche "Temurbeg" da "Temur Bek" (tataro: бөх , trad. signore) (Shahrisabz, 8 aprile 1336Otrar, 19 gennaio 1405), fu il fondatore dell'Impero timuride, protagonista in Asia Centrale e nella Persia orientale tra il 1370 e il 1507. Da lui discese poi Babur (1483 - 1530), fondatore della dinastia Mogol in India.

La sua origine era mongolo-turki[2], sebbene certamente nella sua tradizione culturale vi fossero elementi della cultura persiana e di quella mongola. Aspirava a riedificare l'impero mongolo, ma in realtà i colpi più forti li inferse alla cosiddetta Orda d'Oro, che non si riprese mai più. Si considerava un ghazi, ovvero un "Combattente per la Fede", ma le campagne più formidabili le intraprese contro stati musulmani.

Personalmente non assunse mai altro titolo se non quello di emiro, o Grande Emiro, come per ribadire costantemente il fatto che governava soltanto in nome del Gran Khan dei mongoli. Assunse peraltro anche il titolo di Khaghan.

Conquistò un vasto impero che abbracciava le odierne nazioni centro-asiatiche dell'Uzbekistan, parte del Kazakistan, il Turkmenistan, la Kirghizistan, l'Iran, e la Georgia. Sottomise l'India Tughlaq (1398-99), il Sultanato mamelucco (1400) e l'Anatolia ottomana arrivando a sconfiggere i cavalieri di Rodi (1402-1403) anche se queste ultime conquiste rimasero in mano ai Timuridi solo per pochi anni, tornando agli antichi detentori subito dopo la morte di Timur nel 1405.

Origini[modifica | modifica sorgente]

Nato nell'antica Kesh, ora Shahrisabz, (la città verde, 50 km circa a sud di Samarcanda), nell'odierno Uzbekistan[3], Tamerlano proveniva dalla tribù turco-mongola dei Barlas, stanziale in quella regione. La tribù faceva parte dei disprezzati karaunas (i "mezzosangue"). Egli era figlio del capo dell'ulus (tribù), chiamato Taraghay Noyan Khan, della discendenza di Kadjuli Khan, della stirpe di Khaidu Khan, progenitore Mongolo comune a Gengis Khan.

Il clan, di cui suo padre era il capo, era composto da genti mongole e musulmane fortemente turchizzate e vantava una discendenza dal condottiero nomade Karadjar Barlas Khan (nipote del Khan Erumdji Barlas fondatore del clan figlio di Kadjuli Khan), di cui Taraghay Nuyan era bisnipote, oltre a essere ritenuto il primo del clan ad abbracciare la religione islamica sunnita, che fu poi anche quella di Tamerlano.

Secondo il biografo malevolo Ibn ʿArabshāh, da ragazzino avrebbe praticato il furto di pecore, ma avrebbe fallito un colpo, e il pastore lo avrebbe azzoppato con una freccia. Altri storici parlano invece di una grave ferita subita più tardi, in combattimento. Molto controversa la questione se sia stato fin dalla gioventù un uomo colto oppure addirittura un analfabeta. Chi sostiene la prima ipotesi porta come prova i suoi intensi rapporti con religiosi, scrittori, artisti e scienziati.

Ascesa[modifica | modifica sorgente]

Tamerlano sfruttò le rivalità tra le vicine tribù e le debolezze dei vari khan e grazie ad un'accorta politica guerriera seppe conquistare tutta la Transoxiana nel 1369.

Un anno dopo assunse il titolo di "grande" emiro, a voler sottolineare le pretese di supremazia su tutti gli emiri della regione.

Dopo il matrimonio con la giovane principessa Saray Malik Katun, appartenente alla discendenza di Gengis Khan, assunse il nome di Timūr Gurkānī (in persiano: تيمور گوركانى‎, dove Gurkān è la forma persianizzata dell'originale mongolo küregen (in turco küregen), ovvero genero (imperiale), cioè genero nell'ambito della famiglia di Gengis Khan. Di quel nome si gloriò moltissimo, poiché da esso riteneva di trarre la legittimazione gengiskhanide che era la sua massima ambizione.

Scelse Samarcanda come sua capitale, una città di incontro tra mondo greco e indiano, già parte dell'impero di Alessandro Magno, ed emporio tra i più importanti sulla via della Seta. Vennero formalizzate una serie di istituzioni statali, come i periodici kurultaj che avrebbero dovuto legittimare il suo governo, in realtà dispotico, e la zona (dell'attuale Uzbekistan) divenne un centro di grande crescita culturale e artistica.

Conflitto con l'Orda d'Oro e conquista dell'Iran[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Tamerlano nella serie Gioviana

Durante i tre decenni successivi Tamerlano condusse campagne militari in tutte le direzioni, con metodi travolgenti e spesso spietati.

Uno dei suoi più formidabili avversari fu Toktamiš, Khan dell'Orda d'Oro. Questi, esule giovanissimo dalla sua terra per aver tentato di fare suo il khanato, era stato accolto da Tamerlano, che gli aveva fornito le forze necessarie per la conquista del suo ambito territorio. Ma una volta conquistatolo e divenuto signore anche del Kipchak orientale, Toktamiš era venuto una prima volta in contrasto con lui per il possesso della Corasmia e dell'Azerbaijan. La fortissima stima e simpatia che nutriva per lo stesso Toktamiš avevano tuttavia indotto l'Emiro a fornirgli di nuovo l'assistenza militare necessaria per attaccare la Russia, dove il giovane guerriero arrivò addirittura a prendere Mosca nel 1382. Nel frattempo Tamerlano iniziò la conquista militare della Persia, dove la morte dell'ultimo ilkhanide (dinastia mongola discendente da Gengis Khan tramite il ramo del nipote Hulegu) aveva lasciato un vuoto politico militare.

L'invasione prese inizio dalla regione orientale del Khorasan e in particolare dalla città di Herat (ora in Afghanistan e allora governata dalla dinastia dei Kartidi). L'espansione in Iran continuò ai danni della cosiddetta "repubblica" locale dei Sarbedar ("pendagli da forca"), stanziata nella città di Bayhaq.

A differenza di quanto si è spesso affermato, i Sarbadār si dichiararono suoi vassalli, e forse fu in questa occasione che egli ebbe l'opportunità di incontrare Khwāja ʿAli, personalità sciita di grande importanza che avrebbe avuto una certa influenza su di lui e avrebbe in seguito agevolato i Safavidi nel proclamare una propria discendenza dallo stesso Tamerlano. Qualcuno sospettò addirittura che Tamerlano avesse abbracciato la fede sciita, ma non se ne hanno prove.

La conquista dell'Iran continuò con l'aggressione all'Azerbaijan, allora dominato dal sovrano Sulṭān Aḥmed, della dinastia dei Jalayridi. Fu in questa fase che i piani di Tamerlano entrarono in conflitto con quelli di Toktamish. A sua volta attratto dalla prospettiva di conquistare l'Azerbaijan, quest'ultimo attaccò nel 1386 Tabriz, la capitale, ma l'evento scatenò la prima delle tre campagne di Tamerlano contro di lui. Nel corso di questa campagna Tamerlano distrusse il regno della Georgia, catturando il sovrano Bagrat V e penetrando poi ulteriormente nel Caucaso.

La parte timuride della Moschea del Venerdì di Isfahan, Iran

Nel 1387 Tamerlano poté finalmente attaccare l'Iran centrale, forse l'oggetto principale delle sue conquiste in terra persiana. Qui governava la dinastia dei Muzaffaridi, che non riuscì a contrastare l'attacco. Se la presa di Isfahan nel 1387 non vide la resistenza degli abitanti della città, il massacro che seguì fu determinato dal rifiuto della popolazione locale di pagare tributo o forse anche dall'uccisione di alcuni soldati della guardia. Alcune fonti ricordano le orribili torri di teste ammassate nella città a seguito dell'immane strage della popolazione (circa 100.000 morti), una delle più sanguinose della storia.

La città di Shiraz fu conquistata con minor violenza. Dopo avervi insediato un governatore fantoccio, Tamerlano mise fine alla campagna persiana per tornare a Samarcanda, dove lo aspettava un ennesimo attacco di Toktamish. Costui fu inseguito fino alla Siberia, ma ancora una volta Tamerlano non riuscì a catturarlo e tornò a Samarcanda, dove nel 1390 convocò un nuovo grande kuriltai.

Gli anni che vanno da quell'evento fino al 1395 sono caratterizzati da una campagna di assestamento dei domini dell'Iran settentrionale (la cosiddetta "campagna dei 5 anni"), in cui Tamerlano conquistò le regioni del Gurgan e del Mazandaran, finché, sottomessa la Mesopotamia e distrutta Baghdad, si volse verso occidente, intromettendosi nel conflitto tra le due confederazioni rivali turcomanne degli Ak Koyunlu ("Quelli del Montone bianco") e dei Kara Koyunlu ("Quelli del Montone nero").

Ancora una volta tuttavia la minaccia di Toktamish lo obbligò a compiere una lunga campagna – l'ultima – nelle steppe dell'Asia centrale e della Russia meridionale. Sebbene non abbia mai raggiunto Mosca, come spesso si è detto, questa campagna gli permise di liberarsi del rivale e di distruggere Astrakhan e la sua capitale Saray.

Campagna in India[modifica | modifica sorgente]

Nel 1398 Tamerlano, informato di una guerra civile in India (iniziata nel 1394), attaccò il signore musulmano di Delhi, attraversando l'Indo il 2 ottobre su un ponte di barche e abbandonandosi a terribili massacri durante l'avanzata, allorché trovò una fiera resistenza da parte dei Rajput di Bhatnir. Durante lo scontro lo stesso Tamerlano fu colpito da una delle tante frecce che negli anni martoriarono il suo corpo. Pochi giorni più tardi l'Emiro arrivava comunque davanti a Delhi, dove poca resistenza poterono opporgli le truppe del turco-tughluq Mahmud Shah II, nonostante i problemi creati dall'uso degli elefanti da parte di queste ultime.

Il 17 dicembre 1398 la città fu presa e atrocemente devastata e saccheggiata. Si narra che in ognuno dei quattro angoli della città abbia fatto erigere una piramide di teste umane distinte in: donne, uomini, vecchi e bambini. Sebbene in seguito Tamerlano abbia sentito il bisogno di tentare di difendersi, affermando di aver vietato il saccheggio, che sarebbe invece avvenuto durante il suo sonno provocato dall'eccesso di libagioni. Quasi tutti i cittadini sopravvissuti al massacro furono ridotti in schiavitù e portati via spinti davanti a sé da un esercito un tempo velocissimo nei suoi spostamenti, ma nell'occasione talmente carico di bottino da dover marciare con estrema lentezza.

Tamerlano lasciò Delhi più o meno in gennaio del 1399, raggiungendo soltanto il 15 aprile Termez sull'Amu Darya (attuale confine tra Uzbekistan e Afghanistan, scavalcato col ponte chiamato dell'amicizia dai sovietici degli anni settanta). Secondo l'ambasciatore castigliano Ruy Gonzalez de Clavijo (arrivato a Samarcanda l'8 settembre 1404), novanta elefanti catturati servirono soltanto per il trasporto di certe pietre con cui Tamerlano intendeva erigere una moschea a Samarcanda, probabilmente l'enorme edificio (addirittura ammantato di leggenda) che prese il nome dalla sua bellissima moglie gengiskhanide Bibi Khanoum.

Attacco all'Egitto e all'Impero ottomano[modifica | modifica sorgente]

All'inizio del XV secolo possedeva un impero che andava dal Mar Caspio al Caucaso, al lago d'Aral e tutta l'area tra il Syr-Darja e l'Indo.

Ritornato dall'India, Tamerlano poté attaccare l'Impero ottomano, allora governato dal quarto sultano, Bayezid I Yıldırım, "Bayezid la Folgore", il quale, vittorioso sui serbi a Kosovo Polje e su una coalizione franco-ungherese a Nicopoli (1396), si stava espandendo rapidamente verso oriente, annettendosi territori abitati da popolazioni turkmene, che avevano invocato l'aiuto dell'Emiro.

Strada facendo Tamerlano attaccò il sultano mamelucco dell'Egitto, invadendo la Siria, saccheggiando Aleppo e prendendo Damasco - molti abitanti delle quali furono massacrati a eccezione degli artigiani, deportati in massa per contribuire ai lavori di abbellimento di Samarcanda - e Baghdad (giugno 1401, nuovo massacro).

Lo scontro con il sultano ottomano avvenne nella battaglia di Ancyra (Ankara) 20 luglio 1402. Bayezid I, sebbene eroicamente difeso dal contingente alleato serbo addetto alla sua persona e ai suoi eredi, fu fatto prigioniero e trascorse gli ultimi giorni della sua vita alla corte di Tamerlano.

Le trattative con gli europei[modifica | modifica sorgente]

Gli occidentali erano molto preoccupati dall'avanzata ottomana in Anatolia, che stava erodendo l'Impero bizantino e poteva minacciare tutti gli stati affacciati sul Mediterraneo. Essi iniziarono a pensare che i loro interessi potessero coincidere con quelli di Tamerlano, contrapponendosi congiuntamente all'avanzata turca. Gli europei vedevano in lui molte analogie con i mongoli di un secolo e mezzo prima, anche se egli era ormai islamico, ed una nuova pax mongolica avrebbe aiutato molto le vicende dei mercanti occidentali. Il coimperatore Giovanni VII Paleologo, si accordò allora col podestà genovese di Galata per inviare ambasciatori al Khan. I bizantini infatti erano già costretti a pagare un tributo al sultano turco, ed essi proposero a Tamerlano di versarlo a lui in cambio di un'alleanza per sconfiggere i turchi stessi. Un'ambasceria parallela venne condotta anche dal re di Francia tramite alcuni domenicani.

Tamerlano, che stava effettivamente preparandosi ad attaccare i turchi, accettò le proposte, sperando anche che tramite Venezia e Genova egli avrebbe potuto ottenere quella flotta che non possedeva, e nel 1402 i mongoli batterono gli ottomani presso Ankara, come già detto. Tamerlano divenne padrone dell'Anatolia, ma si rivelò presto un'arma a doppio taglio per gli occidentali, in quanto non era disposto ad accettare alcuna sottomissione. Rivendicando la discendenza da Gengis Khan e pretendendo la restaurazione dell'Impero mongolo attaccò a Smirne gli Ospitalieri di Rodi, cacciandoli e sottomettendo Focea e Chio. Gli europei erano molto indecisi sul da farsi e molti continuavano a sperare, come Enrico III di Castiglia che spedì più ambascerie a Tamerlano.

La vittoria di Tamerlano riuscì solo a ritardare di cinquant'anni la presa di Costantinopoli da parte degli ottomani (1453).

La fallita spedizione in Cina e la morte[modifica | modifica sorgente]

Tamerlano però nutriva maggior interesse verso la Cina che l'Europa. Tornato a Samarcanda, progettò la conquista della Cina, da dove i mongoli della Dinastia Yuan, fondata da Kublai Khan, nipote di Gengis Khan, erano stati cacciati nel 1368 dalla Dinastia Ming. Il primo imperatore di questa dinastia, Hongwu pretendeva e riceveva tributi dai signori dell'Asia Centrale che considerava eredi del gengiskhanide Kublai sconfitto. E fino a un certo punto, ed entro certi limiti, Tamerlano aveva obbedito alla richiesta. Ma la sua mira era riedificare nella sua completezza l'impero mongolo, compresa la sua parte costituita dalla Cina di Kublai, che decise di riconquistare.

L'impresa prese avvio nel dicembre del 1404, ma fallì sul nascere. Il clima dell'Asia Centrale era tremendo, ma quel periodo era stato scelto con consapevolezza nella convinzione che lo avrebbe agevolato, consentendogli di attraversare il Syr Darya sul ghiaccio solido e di raggiungere la Cina in primavera. Tamerlano fu tuttavia colto da fortissime febbri, forse causate da polmonite, forse da un eccesso di libagioni, e la sua pur fortissima fibra cedette. La morte avvenne il 19 gennaio 1405 a Otrar, appena al di là del Syr Darya, in territorio oggi kazako.

Il sestante dell'osservatorio di Ulugh Beg a Samarcanda.

Dopo Tamerlano[modifica | modifica sorgente]

La notizia della morte, anche a causa dei passi montani bloccati dalla neve, raggiunse troppo tardi l'erede designato, il nipote Pir Muhammad, figlio del primogenito Giahangir, che si trovava a Kandahar, e di questa lontananza approfittò un altro nipote, Khalīl, figlio del terzogenito Miran. Questi tuttavia si rivelò un folle, come anche il padre, abbandonandosi a bagordi e dissipazioni. Shah Rukh, il saggio e pio ultimo figlio di Tamerlano, fu richiamato da Herat, dove si era ritirato presso una confraternita religiosa, e cacciò il nipote, accettando di essere riconosciuto sovrano (1407). Tuttavia tornò quasi subito a Herat, affidando il governo al figlio Ulug Beg, altro grande personaggio, destinato a diventare, oltre che un governante illuminato, uno dei più grandi astronomi di tutti i tempi. Quanto rimane del suo straordinario osservatorio è infatti ancora visitabile a Samarcanda.

Dopo aver esercitato la funzione di reggente per 40 anni, per altri due anni (1447 - 1449) Ulugh Beg fu poi legittimo sovrano, prima di essere assassinato dal figlio. Fu Ulugh Beg, in segno di venerazione per il nonno, a far venire dalla Mongolia l'enorme blocco di giada verde che divenne la tomba di Tamerlano, ancora visibile nel mausoleo Gur-e Amir a Samarcanda.

L'immenso impero di Tamerlano venne frammentato tra più potentati ostili tra loro.

L'esumazione[modifica | modifica sorgente]

Il mausoleo Gur-e Amir dov'è conservata la tomba di Tamerlano e quella di numerosi altri sovrani timuridi.

Il corpo di Tamerlano fu esumato dalla sua tomba nel Mausoleo Gur-e Amir a Samarcanda nel 1941 dall'antropologo russo Mikhail M. Gerasimov, il quale scoprì che le caratteristiche facciali si conformavano a fattezze mongolidi; secondo lui questo confermava la pretesa dello stesso Tamerlano di discendere da Genghis Khan. L'esumazione confermò inoltre che il morto era zoppo. Dal teschio, Gerasimov riuscì anche a ricostruire l'aspetto di Tamerlano.

È diffusissima tradizione che fosse stata scagliata una maledizione contro chi avesse violato la tomba. La maledizione si sarebbe prima abbattuta sul persiano Nadir Shah (1736-1747), che di ritorno dall'India avrebbe asportato la tomba (un unico blocco di giada verde[4]), dopo di che i tentativi di aprirla vi avrebbero provocato una crepa. I guai che ne conseguirono furono tali da convincerlo a far riportare la tomba a Samarcanda. Finì ugualmente assassinato.

Ma anche alla "violazione" per mano sovietica seguì, secondo un'interpretazione para-storica delle coincidenze, una tragedia ancor più terribile: l'apertura avvenne il 19 giugno 1941, e tre giorni più tardi, il 22 giugno, i nazisti scatenarono l'Operazione Barbarossa, ovvero l'invasione dell'Unione Sovietica. La sorte volle tuttavia che nel 1942, poco dopo che lo scheletro di Tamerlano (con quello del nipote Ulugh Beg) fu sepolto di nuovo secondo il rito musulmano, avvenisse la resa dei nazisti a Stalingrado.

La figura nella storia, nella musica e nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

La figura di Tamerlano ha avuto sicuramente un successo straordinario sia nelle letterature orientali sia in quelle occidentali. Le principali cronache storiche orientali che ne descrivono la vicenda storica sono i due Zafarname (Liber victoriae) a lui dedicati da Niẓām al-Din ʿAli Shāmi (terminate quando ancora Tamerlano era in vita) e da Sharaf al-Din ʿAli Yazdi (conclusa nel 1421). Accanto a queste fonti va ricordata la già citata cronaca avversa a Tamerlano di Ibn ʿArabshāh, autore arabo che descrisse tutte le nefandezze compiute dal sovrano centro-asiatico. A Ruy Gonzalez de Clavijo, ambasciatore castigliano che raggiunse Samarcanda l'8 settembre 1404, si deve forse una delle più vivide descrizioni di Tamerlano che, tornato in Europa, favorì molto la diffusione del mito.

Nel resto del mondo, comunque, la fama del conquistatore asiatico si era già diffusa e, soprattutto dopo la battaglia di Angora, essa favorì la nascita di una vera e propria tradizione letteraria in cui il personaggio assunse tratti titanici, finendo anche con l'influenzare la costruzione di opere come Il Principe di Niccolò Machiavelli. Si devono infatti a un senese, Beltramo Mignanelli, le prime notizie in Italia su Tamerlano (circa 1400) che finirono col far parte dell'opera di Poggio Bracciolini, cui sembra si sia ispirato appunto Machiavelli.

Questo mito, rinvigorito nel Cinquecento da Paolo Giovio e Nicolao Granucci, si diffuse in Europa dove l'enciclopedista spagnolo Pero Mexia lo introdusse nella sua opera enciclopedica.

Vanno anche ricordate le numerose opere teatrali sorte dal Seicento in poi attorno alla figura del conquistatore centro-asiatico. Se tra i primi esempi vanno ricordati il Tamerlano il Grande di Marlowe (Tamburlaine the Great, 1587,in due parti) e il Tamerlano, o la morte di Beyazit (Tamerlan, ou la Mort de Bajazet, 1676) di Jacques Nicolas Pradon, altre opere successive portarono alla creazione dei libretti di grandi composizioni liriche, come quelle di Händel (Tamerlano, 1724) e di Vivaldi (Bajazet, 1735). Curiosamente nell'opera lirica Turandot composta da Giacomo Puccini il padre del principe ignoto Calaf si chiama proprio Timur. Gli fu dedicato anche un poemetto da Edgar Allan Poe.

Si ritiene, secondo testimonianze lasciateci da vari autori medioevali, che Tamerlano dopo i vari assedi avesse la terribile usanza di fare piramidi di teschi con le teste dei propri nemici.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Vedi: Roux, Jean-Paul, Tamerlano, pag. 123
  2. ^ Con l'espressione turki viene in genere indicato la comunanza linguistica dei popoli turcofoni dell'Asia Centrale.
  3. ^ Zona nota nel Medioevo come Transoxiana, in arabo Mā warāʾ al-Nahr, "Ciò che sta al di là del Fiume Oxus", oggi chiamato Amu Darya.
  4. ^ Fu Ulugh Beg, in segno di venerazione per il nonno, a far venire dalla Mongolia l'enorme blocco di giada verde che divenne la tomba di Tamerlano, ancora visibile nel mausoleo Gur-e Amir a Samarcanda.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Adravanti, Franco, Tamerlano. La stirpe del Gran Mogol, Bompiani, 2003, ISBN 9788887433487
  • Bernardini, Michele, Ghiyasoddin 'Ali di Yazd - Le gesta di Tamerlano, Mondadori, 2009
  • Cardini, Franco, Il signore della paura. Tre cavalieri verso la Samarcanda di Tamerlano, Mondadori, 2007, ISBN 9788804529866
  • González de Clavijo, Ruy, Viaggio a Samarcanda (1403-1406). Un ambasciatore spagnolo alla corte di Tamerlano, Viella, 1999. ISBN 9788883340048
  • Lucien Kehren, La route de Samarkand au temps de Tamerlan, Relation du voyage de l'ambassade de Castille à la cour de Timour Beg par Ruy Gonzalez De Clavijo (1403-1406), traduite et commentée par Lucien Kehren, imprimerie nationale, Paris, 2002
  • Roux, Jean-Paul, Tamerlano, Garzanti, 2000, ISBN 9788811676744
  • Spinelli, Anna, Dal mare di Alboran a Samarcanda. Diario dell'ambasciata castigliana a Tamerlano (1403-1406, Fernandel, 2004. ISBN 9788887433487
  • Franco Cardini e Marina Montesano, Storia medievale, Firenze, Le Monnier Università, 2006. ISBN 8800204740
  • Giorgio Sfranze, Paleologo Grandezza e caduta di Bisanzio, Palermo, Sellerio, 2008, ISBN 88-389-2226-8
  • Ducas, Historia turco-bizantina 1341-1462, a cura di Michele Puglia, 2008, il Cerchio, Rimini, ISBN 88-8474-164-5

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