Condottiero

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Profilo di capitano antico detto Il condottiero, disegno di Leonardo da Vinci

Un condottiero è una persona che guida un esercito o un popolo. Il termine ha forte utilizzo e connotazione militare, ma il ruolo e la funzione ha a volte acquisito, nel corso della storia, anche funzioni politiche e religiose.

La figura del condottiero in età mitica[modifica | modifica sorgente]

Achille cura Patroclo ferito, pittura vascolare di Sosia, inizio V secolo a.C., Berlino, Staatliche Museen

Sono soprattutto i poemi epici classici, come l'Iliade e l'Eneide, a darci informazioni sui mitologici "signori della guerra": perlopiù re o principi.

Nell'Iliade ogni condottiero acheo è detto wanax o anax, parola corrispondente alla forma micenea wa.na.ka, designante un personaggio che è al tempo stesso autorità politica, militare e religiosa: a lui è dunque dato di officiare culti, e in questo può essere affiancato da sacerdoti che sono invece privi di dignità regale. Emblematico in tal senso è il libro XXIII del poema omerico, in cui Achille guida personalmente il rito funebre dell'amico Patroclo, culminante con lo sgozzamento di dodici giovani prigionieri. Nulla del genere si ritrova tra i troiani e i loro alleati: non figura infatti tra i loro condottieri alcun sacerdote, in quanto gli addetti ai culti combattono in qualità di soldati semplici, mentre l'unico personaggio indicato come anax è il vecchio re troiano Priamo, il quale tuttavia non prende parte ai combattimenti; inoltre alla guida dei vari contingenti alleati dei Troiani possiamo vedere anche diversi nobili senza corona. Non vi sono ulteriori differenze tra i comandanti achei e quelli dello schieramento opposto: ognuno di essi guida un grande contingente di uomini, combatte su un carro e ha alcune persone al proprio servizio, solitamente molto giovani: un auriga, uno scudiero (in certi casi le due mansioni vengono esercitate da un'unica persona), uno o più araldi, nonché alcuni servi.

Nell'Eneide la guerra vede da una parte i troiani guidati da Enea e l'esercito italico di Turno: Enea ha per condottieri alleati diversi re etruschi, uno dei quali, Asila, è anche augure; i soli altri italici che combattono al suo fianco sono il principe arcade Pallante e i due sovrani dei Liguri, Cunaro e Cupavone. I condottieri dell'esercito italico appartengono a varie popolazioni: tra di loro vi sono re, principi e aristocratici vari. Anche qui vi è un re-augure, Ramnete (non è nota la provenienza): nella rassegna dei condottieri italici figura pure un altro sacerdote, il marso Umbrone, inviato dal re Archippo. Per quanto riguarda i Rutuli, ovvero i sudditi di Turno, si deve notare come essi non siano sottoposti direttamente al loro sovrano, ma militino in vari corpi armati, ognuno dei quali è retto da un condottiero in seconda, tra i quali troviamo Anteo, Luca, Volcente, Atina, Remo: quest'ultimo è accompagnato da uno scudiero e da un auriga, proprio come i capi militari dell'Iliade.

Grecia classica[modifica | modifica sorgente]

Busto di Alcibiade (Musei Capitolini)

Nella Grecia classica la figura del condottiero aveva un ruolo assai influente nel popolo. I primi grandi personaggi spuntarono nella fine 400 a.C. durante la Prima guerra persiana. Dalla Grecia i comandanti politici erano Milziade e Callimaco di Afidna, mentre l'esercito persiano era diretto da Dario I. Sebbene i persiani fossero assai superiori di numero, l'esercito greco, composto da opliti, sbaragliò i nemici nel 490 a.C. a Maratona dove colse una grande vittoria. Lo stesso avvenne una decina di anni più tardi quando il figlio di Dario, Serse, organizzò una nuova e più potente spedizione che contava decine di migliaia di uomini. Dato che la Grecia era divisa in varie parti in contrasto l'una con l'altra, solo il re spartano Leonida volle sacrificarsi con 300 uomini per ritardare di qualche giorno l'avanzata nemica. La battaglia si svolse nei pressi delle Termopili nel 480 a.C., con la sconfitta e il massacro dell'esercito spartano, ma poco dopo ci fu la vittoria della flotta ateniese, condotta da Temistocle, nell'isola di Salamina, nel 479 a.C. Successivamente si ricordano gli strateghi Pericle ed Alcibiade, protagonisti della Guerra del Peloponneso. Il primo, instauratore della democrazia ad Atene, morì a causa della peste nel 429 a.C. e il comando dell'esercito contro gli spartani fu dato ad Alcibiade. Sebbene questi stesse per vincere i nemici nell'assedio di Siracusa, fu costretto a rientrare in patria a causa della mutilazione di alcune statue dedicate ad Ermes, il dio messaggero. Ripudiato dagli ateniesi, Alcibiade preferì schierarsi dalla parte opposta, al fianco degli spartani e gli ateniesi rimasti in Sicilia furono catturati e mandati a morire nella Latomie.

Ma il più grande condottiero della penisola balcanica fu Alessandro III di Macedonia (ovvero Alessandro Magno) il quale, dopo la morte del padre Filippo, fu costretto a reprimere la ribellione di Tebe. Sconfitti i nemici, Alessandro bramava qualcosa di più grande dell'unione dell'intera Grecia con la Macedonia: la conquista dell'intera Persia. Il suo progetto era di deporre il sovrano Dario III, affinché vi fosse un unico legame indistruttibile di cultura, scambi commerciali, letteratura e religione tra i due stati. La spedizione sembrava volgesse verso la rovina, ma Alessandro, grazie all'aiuto degli amici Efestione, Parmenione, Cassandro, Clito il Nero, Poliperconte e Nearco, sconfisse nelle battaglie di Isso, Gaugamela e del Granico distrusse l'armata nemica (Dario fu ucciso poi da un gruppo di congiurati persiani) ed ebbe il controllo della Persia intera, nominando come capitale Babilonia.

L'età romana: Scipione, Cesare e Antonio[modifica | modifica sorgente]

Caio Giulio Cesare

Tra le più importanti figure di condottieri dell'età romana vi sono Scipione l'Africano, Caio Giulio Cesare e Marco Antonio.

Scipione, vissuto nel 200 a.C., fu comandante dell'esercito romano contro quello cartaginese, capitanato da Annibale Barca, nella Seconda guerra punica. Annibale, uomo il quale odiava moltissimo Roma e le sue leggi a causa della sconfitta precedente del padre Amilcare, si diresse dall'Africa verso le Alpi, facendo sbarcare un esercito enorme e una moltitudine di elefanti. La sorte per i romani sembrava segnata: infatti Scipione e il suo esercito subirono gravissime sconfitte prima in Gallia Cisalpina, poi in varie battaglie svoltesi in Etruria e, quella famosa, sul Lago Trasimeno. Successivamente i romani vennero ricacciati nel sud Italia e pareva che la capitale stesse per essere assediata. Le sorti della guerra tuttavia volsero inaspettatamente a favore dei romani nel 202 a.C. con la Battaglia di Zama, dove Annibale e i suoi elefanti furono sconfitti definitivamente; il condottiero cartaginese in seguito si uccise. Sebbene odiasse i nemici, Scipione mostrava molta humanitas nei loro confronti. Era un uomo molto colto e amante della letteratura sia latina che estera, tanto che creò a Roma il Circolo degli Scipioni, composto da lui e da eruditi, come Quinto Ennio, Lucilio e Publio Terenzio Afro il commediografo.

Cesare, vissuto nel I secolo a.C., fin da giovane partecipò a numerose spedizioni in Africa, in Spagna e in Alessandria d'Egitto. La sua più grande spedizione fu in Gallia, durata dal 58 a.C. al 51 a.C. Dapprima Cesare, dato che nel posti vi erano numerosi tumulti, conquistò gli Elvezi, poi i Belgi ed infine i Germani e i Britanni, sconfiggendo per ultimo il suo più grande nemico: Vercingetorige ad Avarico nel 52 a.C. Anche Cesare, come Scipione, non riteneva il popolo nemico rozzo ed inferiore, anzi, era talmente attirato dalle sue usanze e tecniche di combattimento e di difesa che annotò tutta la sua quasi decennale spedizione in un diario chiamato: De bello gallico. Cesare inoltre dopo questa spedizione fu anche protagonista di un'altra guerra: quella contro il suo rivale Gneo Pompeo svoltasi in Italia, anche questa annotata nei suoi diari e chiamata De bello civili (Guerra civile). L'assalto durò dal 49 a.C. fino al 45 a.C. e si protrasse fino all'odierna Palestina, per non parlare del colpo finale in Africa, con la sconfitta di Pompeo. Cesare dal popolo e dal mondo non era visto come un semplice abile condottiero, ma anche come un vero e proprio dittatore politico, dato che fu varie volte eletto console ed infine senatore. Sebbene vivesse ancora nell'Età repubblicana, Cesare svolgeva quasi la carica di un perfetto imperatore, tuttavia questa situazione non piaceva ad alcuni suoi avversari politici che lo uccisero a coltellate nel 44 a.C. alle Idi di Marzo; i congiurati capi erano Marco Giunio Bruto e Caio Cassio Longino.

Marco Antonio, soldato fidato di Cesare, prese il controllo dell'esercito dopo la sua morte ed insieme a Lepido e al futuro imperatore Augusto: Ottaviano, costituì il secondo triumvirato (il primo era stato fondato da Cesare, Pompeo e Crasso), ma questo si ruppe a causa delle ostilità tra Antonio e Ottaviano. Dopo una seconda guerra civile, l'ostilità tra i due contendenti si spostò fino in Egitto ad Alessandria, dove Antonio trovò rifugio presso Cleopatra, di cui divenne anche amante. Ottaviano lo aggiunse con l'esercito e lo sconfisse definitivamente nella battaglia di Azio nel 31 a.C., portando il nemico al suicidio un anno dopo assieme alla regina egiziana. Marco Antonio, sebbene descritto come un uomo forte e bello, era visto come un tiranno moderno e spesso dedito al piacere sessuale e alla lussuria. Inoltre, sebbene si sia dimostrato valido della fiducia di Cesare, si sospetta che anch'egli abbia partecipato alla congiura contro di lui.

Nella leggenda medievale: Orlando e Artù[modifica | modifica sorgente]

Morte di Rolando, da una miniatura delle Grandi cronache di Francia

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente nel 476, ci fu un periodo di grande crisi, depressione ed arretratezza sia politica che culturale, costituita spesso da invasioni e rivolte di vari popoli dell'Europa. La figura del condottiero da quell'epoca fino agli albori del 1000 divenne simbolo di leggende e di racconti popolari. Infatti il personaggio si trasformò nel cavaliere errante e alla ricerca di avventure, di nemici da sconfiggere, di mostri da uccidere e di belle dame da proteggere. I suo valori maggiori erano l'onestà, il coraggio, la temperanza, la determinazione, la forza e ultimo ma non meno importante la fedeltà verso il proprio signore o re. Due grandi esempi in questo periodo furono il paladino Rolando (oppure Orlando), personaggio probabilmente reale protagonista della Chanson de Roland e il cavaliere Artù.

Il primo era al servizio del re francese Carlo Magno, quindi durante la seconda metà del 700 ed aveva tutte le caratteristiche del buon cavaliere. Rolando si dimostrava sempre degno di fiducia e conduceva in ogni assedio il suo esercito alla vittoria. Sebbene fosse morto per inganno durante il ritorno dalla battaglia di Roncisvalle, Rolando dimostrò al re gran determinazione e coraggio, resistendo strenuamente e coraggiosamente fino all'ultimo nell'imboscata tesa dai nemici Saraceni.

Re Artù, originario della Bretagna, ma assolto nell'esercito romano per alcune spedizioni contro il suo popolo, dimostrò grande fedeltà non attaccando il suo padrone. Inoltre, sconfitto il nemico tedesco dei Goti, il quale minacciava l'Impero romano per la sua crudeltà e spietatezza, riuscì a conquistare la fiducia del sua popolo grazie all'amicizia con il mago Merlino e alle nozze con la principessa Ginevra. Successivamente Artù passò da condottiero dell'esercito romano a re del popolo britannico, governando con legge, giustizia e saggezza.

Nell'Alto e nel Basso Medioevo: la scienza militare e Cola di Rienzo[modifica | modifica sorgente]

Farinata degli Uberti, condottiero fiorentino del XIII secolo, ritratto nella serie di uomini illustri di Andrea del Castagno

Nei primi due secoli del secondo millennio dopo Cristo si formarono eserciti mercenari voluti dal Papa per combattere gli "infedeli" musulmani e arabi in Terra Santa. Queste spedizioni furono chiamate Crociate e in tutto nella storia ce ne furono 6. La figura del mercenario, ovvero un soldato che si vendeva al signore che offriva di più per combattere, era molto frequente in Italia e nel resto dell'Europa, tanto che molti vennero assoldati da Pietro III d'Aragona per la battaglia dei Vespri siciliani nel 1282, mentre nel 1333 si creò una congregazione militare chiamata Società della Colomba, dove si riunivano soldati provenienti da Perugia e da Arezzo. Sei anni dopo nacque anche la Società di San Giorgio, scorta di Lodrisio Visconti e fu rifondata nel 1377 per Alberico da Barbiano; i comandanti più famosi furono Ariete Braccio e Giacomuzzo Attendolo Conflitti.

In seguito molti capitani e comandanti, cominciarono a considerare inutile l'atto eroico di gettarsi in battaglia, col rischio di morire, e cominciarono a riconsiderare la "scienza militare", cercando di vincere le guerre con l'astuzia. Vi furono anche certi comandanti che, divenendo molto potenti, rovesciarono i loro padroni per prendere il controllo delle terre e delle città: questi furono Ariete Braccio e Muzio Sforza. Con questi gli eserciti si modernizzarono, adottando quasi tutti nuove tecniche di combattimento e di strategia militare (Niccolò Machiavelli, approfondendo questo cambiamento, scriverà nel XVI secolo il trattato Arte della guerra); arrivando alle soglie del Rinascimento, ormai gli esiti delle battaglie contavano un numero minore di perdite sia umane che degli strumenti di guerra.

Nel 1347 il condottiero e politico Cola di Rienzo favorì lo sviluppo dell'esercito militare semi-nazionale con la nascita della Società Bianca, una congregazione composta da oltre trentamila componenti. Fino a quel tempo gran parte degli eserciti era costituito da soldati stranieri o prigionieri di guerra, ora l'esercito pian piano cominciava a diventare nazionale, ovvero formato da soldati quasi tutti provenienti dall'Italia. Ma spesso accadeva che questi nuovi comandanti si ribellavano contro il loro signore, come accadde con la nobile stirpe ungherese dei Landau, deposta dai comandanti Alberto Sterz e John Hawkwood, sempre riferito da Machiavelli nel suo trattato Il Principe. Nel frattempo, fino alla fine del Quattrocento, in Italia e in Europa, continuarono a svilupparsi nuove società militari, come la più famosa: Società della Rosa (o Compagnia della Rosa), diretta da Giovanni da Buscareto e Bartolomeo Gonzaga.

Età tardiomedievale e rinascimentale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Capitano di ventura.

Tra il XV secolo e il XVI secolo si formano vere scuole di guerra che fanno raggiungere all'arte militare grandi progressi strategici e tattici: i nuovi condottieri di questo periodo vengono chiamati "Capitani di ventura". Uno dei più famosi fu Ettore Fieramosca.

Il nome condottiero viene dalla "condotta", cioè il contratto che stipulavano le compagnie di ventura con un governo, per impegnarsi a diventare le sue truppe mercenarie.

Le guerre e i rivolgimenti che nel XIV secolo trassero origine, specialmente in Toscana, in Romagna, nel Veneto e nell'Umbria, dalle discordie cittadine, dalle gelosie dei principi e dalle repubbliche italiane che resero possibile la formazione delle compagnie di ventura e i capi di esse vennero chiamati Condottieri.

Condottieri famosi[modifica | modifica sorgente]

Fra essi ebbero rinomanza: Lodrisio Visconti, Alberico e Giovanni da Barbiano, Angelo Tartaglia, Facino Cane, Scaramuccia da Forlì, Iacopo dal Verme, Ottobono Terzo, Biordo dei Micheletti, il Conte Lando, Giovanni Ordelaffi, Paolo Orsini, Alberico Broglia di Chieri, Lucca da Canale, Ugolotto Biancardo, Oldrado Lampugnani ed altri.

I maggiori condottieri, molti provenienti dalla scuola di Alberico, morto a Perugia nel 1409, furono: Giacomo Attendolo, soprannominato lo Sforza, Braccio da Montone, Guido Torello, Angelo della Pergola, il Carmagnola, Nicolò da Tolentino, il Gattamelata, Michele Attendolo, il Piccinino, Bartolomeo Colleoni, Tiberio Brandolini, Gentile da Leonessa, Carlo Gonzaga, Federico da Montefeltro, Nando e Vincenzo Brisighella, Annibale Bentivoglio, i Vitelli, gli Orsini tra cui Niccolò Orsini di Pitigliano, i Savelli, i Colonna, i Malatesta, i Baglioni, Roberto di San Severino, Gian Giacomo Trivulzio, Bartolomeo d'Alviano, Giovanni de' Medici detto Giovanni dalle Bande Nere, Piero da Bastelica, Paolo Luzzasco, Amico da Venafro, Pompeo da Ramazzotto, il Rosa da Vecchio, Lucantonio Cuppano, Otto Bartolani, il conte di Caiazzo, il conte de' Rossi di San Secondo, Giambattista Gotti da Messina, Giovanni da Torino, i Corsi, il conte Bernardo da Lantignola, il Medeghino, Bartolomeo dal Monte, Ivo Biliotti, Pandolfo Puccini, Iacopo Bichi, Francesco Ferrucci, Pietro Strozzi, Nicolò Alemanni, Otto da Montauto, Pietropaolo Tosighi, il calabrese Moretto, Alessandro da Terni, il perugino Capaguzzo, il canzese Niccolò Pelliccione, il toscano Pagolo da Lari, il ravennate Gurlino Tombesi.

Declino della carica[modifica | modifica sorgente]

Ritratto di Cesare Borgia

Dalla fine del Cinquecento e all'inizio del Seicento in Italia la figura del condottiero pian piano cominciò a volgere verso un lento ma costante declino. Già ciò si cominciò a vedere nell'inizio del Cinquecento quando Roma fu per l'ennesima volta invasa e saccheggiata, questa volta dai Lanzichenecchi, soldati mercenari protestanti, non pagati dal Papa Paolo III. Il modello del perfetto condottiero ormai era diventato un sogno, come confermato anche da Niccolò Machiavelli ne Il Principe, dato che gli attuali capitani si abbandonavano solo al gozzoviglio, all'imbroglio e si vendevano a chi offriva loro più servigi. Due esempi fondamentali furono la Battaglia di Zagonara (1424) e la Battaglia di Molinella (1467). Il codice cavalleresco che si trova nei romanzi d'avventura e nelle leggende, come quella di Re Artù, è cambiato completamente e i capitani, piuttosto che uccidere i nemici, si limitavano a catturarli solo per avere maggiori informazioni, per poi lasciarli liberi.

L'ultimo, forse grande condottiero vissuto nell'età rinascimentale fu Cesare Borgia, figlio di Papa Alessandro VI. Questi, molto ammirato e apprezzato da Machiavelli ne Il Principe, contando sull'appoggio politico ed episcopale del padre e sull'alleanza di Luigi XII di Francia e Ludovico il Moro, conquistò l'intera Emilia-Romagna e tutte le sue città più importanti tra il 1499 e il 1503, ottenendo un intero principato. Tuttavia quest'uomo per ottenere tutto ciò fu protagonista di molte congiure e assassinii, tutti giustificati e tenuti al segreto più completo dal padre. Dopo la morte di Alessandro VI, tutti i problemi e i nemici di Alessandro si ripercossero sul figlio, facendolo prima cadere sconfitto nelle battaglie di Pisa, Siena e Lucca, poi politicamente da parte del suo nemico storico Papa Giulio II Della Rovere. Sconfitto anche a Napoli, Cesare fu ucciso in una battaglia pochi anni più tardi nel 1507.

Tra gli ultimi grandi condottieri ci furono, tra il 1550 e la metà del Settecento, Gian Giacomo de' Medici, Ambrogio Spinola e Raimondo Montecuccoli. Successivamente la carica sparì quasi del tutto: attualmente rimane solo quella della Guardia svizzera in Città del Vaticano, scorta del Papa.

Ridicolizzazione del condottiero nell'arte[modifica | modifica sorgente]

Nella letteratura e successivamente nel cinema accadeva che molti soldati di ventura o capitani fossero messi in ridicolo, per ricalcare un'ironica e satirica, ma veritiera, rappresentazione della realtà attuale. Gli esempi più chiari sono la figura di Don Chisciotte della Mancia, capitano spagnolo errante e sfortunato che cerca nemici fittizi da sconfiggere, la nascita della maschera comica del capitano, uomo bello, robusto e pomposo, ma in realtà fifone e vigliacco, ed infine il personaggio cinematografico di Brancaleone da Norcia nei film L'armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1970), entrambi diretti dal maestro Mario Monicelli.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • P. Calchi. Historia Mediolanensis, 1627, Milano;
  • L. della Chiesa. Historie del Piemonte. 1608, Torino;
  • L. della Chiesa. De vita ac gestis marchionum salutiensium libellus. 1703, Torino;
  • P. Litta. Famiglie celebri italiane. 1834, Milano.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]