Turandot

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Turandot
Poster Turandot.jpg
Locandina di Turandot del 1926
Lingua originale italiano
Musica Giacomo Puccini (finale completato da Franco Alfano)
Libretto Giuseppe Adami e Renato Simoni
Fonti letterarie Turandot di Carlo Gozzi
Atti tre
Epoca di composizione luglio 1920 - ottobre 1924
Prima rappr. 25 aprile 1926
Teatro Teatro alla Scala di Milano
Versioni successive

Un nuovo finale dell'opera è stato composto da Luciano Berio (2001)

Personaggi
  • Turandot, principessa (soprano)
  • Altoum, suo padre, imperatore della Cina (tenore)
  • Timur, re tartaro spodestato (basso)
  • Calaf, il Principe Ignoto, suo figlio (tenore)
  • Liú, giovane schiava, guida di Timur (soprano)
  • Ping, Gran Cancelliere (baritono)
  • Pang, Gran Provveditore (tenore)
  • Pong, Gran Cuciniere (tenore)
  • Un Mandarino (baritono)
  • Il Principe di Persia (tenore)
  • Il Boia (Pu-Tin-Pao) (comparsa)
  • Guardie imperiali - Servi del boia - Ragazzi - Sacerdoti - Mandarini - Dignitari - Gli otto sapienti - Ancelle di Turandot - Soldati - Portabandiera - Ombre dei morti - Folla
Autografo Archivio Storico Ricordi, Milano
« Chi quel gong percuoterà
apparire la vedrà
bianca al pari della giada
fredda come quella spada
è la bella Turandot! »
(Coro, atto I)

Turandot è un'opera in 3 atti e 5 quadri, su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, lasciata incompiuta da Giacomo Puccini (morto il 29 novembre 1924) e successivamente completata da Franco Alfano.

La prima rappresentazione ebbe luogo nell'ambito della stagione lirica del Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926, con Rosa Raisa, Francesco Dominici, Miguel Fleta, Maria Zamboni, Giacomo Rimini e Giuseppe Nessi sotto la direzione di Arturo Toscanini, il quale arrestò la rappresentazione a metà del terzo atto, due battute dopo il verso «Dormi, oblia, Liù, poesia!» (alla morte di Liù), ovvero dopo l'ultima pagina completata dall'autore, rivolgendosi al pubblico con queste parole: «Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto.» La sera seguente, l'opera fu rappresentata, sempre sotto la direzione di Toscanini[senza fonte], includendo anche il finale di Alfano.

L'incompiutezza dell'opera è oggetto di discussione tra gli studiosi. C'è chi sostiene che Turandot rimase incompiuta non a causa dell'inesorabile progredire del male che affliggeva l'autore, bensì per l'incapacità, o piuttosto l'intima impossibilità da parte del Maestro di interpretare quel trionfo d'amore conclusivo, che pure l'aveva inizialmente acceso d'entusiasmo e spinto verso questo soggetto. Il nodo cruciale del dramma, che Puccini cercò invano di risolvere, è costituito dalla trasformazione della principessa Turandot, algida e sanguinaria, in una donna innamorata.

Alla Scala è il secondo titolo maggiormente rappresentato con ventisei stagioni e 185 recite.

Al Teatro Costanzi di Roma la prima rappresentazione è stata dopo solo quattro giorni (29 aprile) dal debutto scaligero.

Il 25 giugno dello stesso anno va in scena la prima nel Nuevo Teatro Colón di Buenos Aires diretta da Gino Marinuzzi (1882-1945) con Claudia Muzio, Rosetta Pampanini, Giacomo Lauri Volpi e Tancredi Pasero.

Al Teatro La Fenice di Venezia la prima è stata il 9 settembre 1926 messo in scena da Giovacchino Forzano con Salvatore Baccaloni.

Al Wiener Staatsoper la premiere è stata il 14 ottobre dello stesso anno con Lotte Lehmann diretta da Franz Schalk e da allora è stata eseguita trecentoventicinque volte.

Negli Stati Uniti debutta al Metropolitan Opera House di New York il 16 novembre 1926 con Lauri-Volpi e Giuseppe De Luca diretti da Tullio Serafin e fino al 2013 è stata rappresentata duecentonovantasei volte.

Il 17 dicembre dello stesso anno avviene la prima nel Théâtre Royal de la La Monnaie/De Munt di Bruxelles nella traduzione francese di Paul Spaak.

Il 12 febbraio 1927 avviene la prima nel Teatro Regio di Parma.

Il 19 febbraio dello stesso anno avviene la prima nella Salle Garnier del Grand Théâtre de Monte Carlo.

Il 17 marzo 1927 avviene la prima nel Teatro Regio di Torino diretta da Marinuzzi.

Nel Regno Unito debutta al Royal Opera House, Covent Garden di Londra il 7 giugno dello stesso anno e nell'ottobre 1929 il 4 al His Majesty's Theatre di Aberdeen ed il 7 al Theatre Royal di Glasgow per il Covent Garden Opera nella traduzione inglese di Rosie Helen Elkin diretta da John Barbirolli.

Al San Francisco Opera va in scena il 19 settembre 1927 con Ezio Pinza diretto da Gaetano Merola.

Il 29 ottobre dello stesso anno avviene la prima nel Teatro Comunale di Bologna.

Il 2 aprile 1928 avviene la prima nell'Académie Nationale de Musique (Opéra Garnier) di Parigi.

Al Festival lirico areniano debutta nel 1928 e con diciotto stagioni è la quarta opera maggiormente rappresentata.

Il 9 agosto1938 va in scena la prima nelle Terme di Caracalla di Roma diretto da Vincenzo Bellezza con Gina Cigna - Iva Pacetti (Turandot) Magda Olivero (Liù) Galliano Masini (Calaf)

Al Teatro Verdi (Trieste) va in scena nel 1939 con Franco Lo Giudice ed Italo Tajo diretti da Antonino Votto al Castello di San Giusto.

Nel 1958 avviene la prima nel Giardino di Boboli di Firenze diretta Gabriele Santini con Renato Capecchi.

All'Opera di Chicago va in scena nel 1958 con Anna Moffo, Giuseppe Di Stefano e Birgit Nilsson diretti da Serafin.

A Bilbao va in scena nel 1959 con Franco Corelli e Gabriella Tucci.

Nel 1964 avviene la prima nel Teatro Bol'šoj di Mosca diretta da Gianandrea Gavazzeni con la Tucci, Mirella Freni, Gianni Raimondi, Carlo Bergonzi, Capecchi ed Ivo Vinco.

Nel 1970 avviene la prima nell'Erkelyi Színház di Budapest diretta da Nino Sanzogno.

Al Grand Théâtre di Ginevra va in scena nel 1972 diretta da Nello Santi.

Al Festival di Salisburgo va in scena nel 2002 con i Wiener Philharmoniker e Paata Burchuladze diretti da Valery Gergiev.

All'Opera di Santa Fe (Nuovo Messico) va in scena nel 2005.

Caratteri generali[modifica | modifica sorgente]

Il soggetto dell'opera fu tratto dall'omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi, già oggetto di importanti adattamenti musicali: dalle musiche di scena composte da Carl Maria von Weber nel 1809, all'opera di Ferruccio Busoni, rappresentata nel 1917 e preceduta da suite orchestrale (op. 41) eseguita per la prima volta nel 1906.

Più esattamente, il libretto dell'opera di Puccini si basa, molto liberamente, sulla traduzione di Andrea Maffei dell'adattamento tedesco di Friedrich Schiller del lavoro di Gozzi. L'idea per l'opera venne al compositore in seguito a un incontro con i librettisti Giuseppe Adami e Renato Simoni, avvenuto a Milano nel marzo 1920. Nell'agosto dello stesso anno il compositore poté ascoltare, grazie al suo amico barone Fassini, un carillon con temi musicali proveniente dalla Cina. Alcuni di questi temi sono presenti nella stesura definitiva della partitura.

Alla fine della sua parabola creativa Puccini si cimentò con un soggetto fiabesco, d'impronta fantastica. Non era mai accaduto, se si eccettua la scena finale della sua prima opera, Le Villi.

La genesi[modifica | modifica sorgente]

Nel Natale del 1920 Puccini riceve la prima stesura in versi del libretto del primo atto. Nel gennaio del 1921 giunge a Puccini la versione definitiva del testo del primo atto, e nell'agosto dello stesso anno la partitura è completata. In settembre Puccini scrive: «Turandot dovrebbe essere in due atti, che ne dici? Non ti pare troppo, diluire dopo gli enigmi per giungere alla scena finale? Restringere avvenimenti, eliminarne altri, arrivare ad una scena finale dove l'amore esploda»[1]. Il vero ostacolo per il compositore fu, fin dall'inizio, la trasformazione del personaggio di Turandot, da principessa fredda e vendicativa a donna innamorata. Ancora l'autore scriveva: «Il duetto [tra Calaf e Turandot] per me dev'essere il clou - ma deve avere dentro a sé qualcosa di grande, di audace, di imprevisto e non lasciar le cose al punto del principio... Potrei scrivere un libro su questo argomento»[2]. E ancora: «Il duetto! Il duetto! tutto il decisivo, il bello, il vivamente teatrale è lì! [...] Il travaso d'amore deve giungere come un bolide luminoso in mezzo al clangore del popolo che estatico lo assorbe attraverso i nervi tesi come corde di violoncelli frementi»[2].

Puccini si lamentò spesso della lentezza con cui i due librettisti rispondevano alle sue richieste di revisioni del libretto, ma si può dubitare che questo sia il vero motivo per cui l'opera è rimasta incompiuta. Nel giugno 1922 il compositore confermò a Casa Ricordi che «Simoni e Adami mi hanno consegnato con mia completa soddisfazione il libretto di Turandot finito»[2]; eppure i dubbi non erano scomparsi e sei mesi dopo confessava ad Adami: «Di Turandot niente di buono... Se io avessi avuto un soggettino come da tempo lo cercavo e lo cerco, a quest'ora sarei in scena. Ma quel mondo cinese! A Milano deciderò qualcosa, forse restituisco i soldi a Ricordi e mi libero».

I soldi non furono restituiti e nel dicembre del 1923 Puccini aveva completato tutta la partitura fino alla morte di Liù, cioè fino all'inizio del duetto cruciale. Di questo finale egli stese solo una versione in abbozzo discontinuo. Puccini morì a Bruxelles il 24 novembre 1924, lasciando le bozze del duetto finale così come le aveva scritte il dicembre precedente.

Trama[modifica | modifica sorgente]

L'azione si svolge a Pechino, «al tempo delle favole».

Turandot, regia Roberto De Simone, Elena Pankratova è Turandot. Gennaio 2012, Teatro Comunale di Bologna

Atto I[modifica | modifica sorgente]

Un mandarino annuncia pubblicamente il solito editto: Turandot, figlia dell'Imperatore, sposerà quel pretendente di sangue reale che abbia svelato tre indovinelli da lei stessa proposti; colui però che non sappia risolverli, dovrà essere decapitato. Il principe di Persia, l'ultimo dei tanti pretendenti sfortunati, ha fallito la prova e sarà giustiziato al sorger della luna. All'annuncio, tra la folla desiderosa di assistere all'esecuzione, sono presenti il vecchio Timur che, nella confusione, cade a terra e la sua schiava fedele Liù chiede aiuto. Un giovane si affretta ad aiutare il vegliardo: è Calaf, che riconosce nell'anziano uomo suo padre, re tartaro spodestato. Si abbracciano commossi e il giovane Calaf prega il padre e la schiava Liù, molto devota, di non pronunciare il suo nome: ha paura, infatti, dei regnanti cinesi, i quali hanno usurpato il trono del padre. Nel frattempo il boia affila la lama preparandola per l'esecuzione, fissata per il momento in cui sorgerà la luna, la folla si agita ulteriormente.

Ai primi chiarori lunari, entra il corteo che accompagna la vittima. Alla vista del giovane principe, la folla, prima eccitata, si commuove per la giovane età della vittima, e ne invoca la grazia. Turandot allora entra e, glaciale, ordina il silenzio alla folla e con un gesto dà l'ordine al boia di giustiziare il Principe.

Calaf, che prima l'aveva maledetta per la sua crudeltà, è ora impressionato dalla regale bellezza di Turandot, e decide di tentare anche lui la risoluzione dei tre enigmi. Timur e Liù tentano di dissuaderlo, ma lui si lancia verso il gong dell'atrio del palazzo imperiale. Tre figure lo fermano: sono Ping, Pong e Pang, tre ministri del regno, che tentano di convincere Calaf a lasciar perdere, descrivendo l'insensatezza dell'azione che sta per compiere. Ma Calaf, quasi in una sorta di delirio, si libera di loro e suona tre volte il gong, invocando il nome di Turandot. Turandot appare quindi sulla loggia imperiale del palazzo e accetta la sfida.

Atto II[modifica | modifica sorgente]

È notte. Ping, Pong e Pang si lamentano di come, in qualità di ministri del regno, siano costretti ad assistere alle esecuzioni delle troppe sfortunate vittime di Turandot, mentre preferirebbero vivere tranquillamente nei loro possedimenti in campagna.

Sul piazzale della reggia, tutto è pronto per il rito dei tre enigmi. L'imperatore Altoum invita il principe ignoto, Calaf, a desistere, ma quest'ultimo rifiuta. Il mandarino fa dunque iniziare la prova, ripetendo l'editto imperiale, mentre entra Turandot. La bella principessa spiega il motivo del suo comportamento: molti anni prima il suo regno era caduto nelle mani dei tartari e, in seguito a ciò, una sua antenata era finita nelle mani di uno straniero. In ricordo della sua morte, Turandot aveva giurato che non si sarebbe mai lasciata possedere da un uomo: per questo, aveva inventato questo rito degli enigmi, convinta che nessuno li avrebbe mai risolti.

Calaf riesce a risolvere uno dopo l'altro gli enigmi e la principessa, disperata e incredula, si getta ai piedi del padre, supplicandolo di non consegnarla allo straniero. Ma per l'imperatore la parola data è sacra. Turandot si rivolge allora al Principe e lo ammonisce che in questo modo egli avrà solo una donna riluttante e piena d'odio. Calaf la scioglie allora dal giuramento proponendole a sua volta una sfida: se la principessa, prima dell'alba, riuscirà a scoprire il suo nome, egli le regalerà la sua vita. Il nuovo patto è accettato, mentre risuona un'ultima volta, solenne, l'inno imperiale.

Atto III[modifica | modifica sorgente]

È notte e in lontananza si sentono gli araldi che portano l'ordine della principessa: quella notte nessuno deve dormire in Pechino, il nome del principe ignoto deve essere scoperto a ogni costo, pena la morte. Calaf intanto è sveglio, convinto di vincere e sognando le labbra di Turandot, finalmente libera dall'odio e dall'indifferenza.

Giungono Ping, Pong e Pang, che offrono a Calaf qualsiasi cosa per il suo nome. Ma il principe rifiuta. Nel frattempo, Liù e Timur vengono portati davanti ai tre ministri. Appare anche Turandot, che ordina loro di parlare. Liù, per difendere Timur, afferma di essere la sola a conoscere il nome del principe ignoto, ma dice anche che non svelerà mai questo nome. Subisce molte torture, ma continua a tacere, riuscendo a stupire Turandot: le chiede cosa le dia tanta forza per sopportare le torture, e Liù risponde che è l'amore a darle questa forza.

Turandot è turbata da questa dichiarazione, ma torna ad essere la solita gelida principessa: ordina ai tre ministri di scoprire a tutti i costi il nome del principe ignoto. Liù, sapendo che non riuscirà a tenerlo nascosto ancora, strappa di sorpresa il fermacapelli (che è anche un pugnale) alla principessa e si trafigge a morte, cadendo esanime ai piedi di Calaf.

Il corpo senza vita di Liù viene portato via seguito dalla folla che prega. Turandot e Calaf restano soli e lui la bacia. La principessa dapprima lo respinge, ma poi ammette di aver avuto paura di lui la prima volta che l'aveva visto, e di essere ormai travolta dalla passione. Tuttavia ella è molto orgogliosa, e supplica il principe di non volerla umiliare. Calaf le fa il dono della vita e le rivela il nome: Calaf, figlio di Timur. Turandot, saputo il nome, potrà perderlo, se vuole.

Il giorno dopo, davanti al palazzo reale, davanti al trono imperiale è riunita una grande folla. Squillano le trombe. Turandot dichiara pubblicamente di conoscere il nome dello straniero: «il suo nome è Amore». Tra le grida di giubilo della folla la principessa si abbandona tra le braccia di Calaf.

Il finale "incompiuto"[modifica | modifica sorgente]

Per la verità il lavoro alla Turandot da parte dello stesso autore non rimase effettivamente incompiuto. Certamente a questo episodio contribuì anche e non poco il fatto che Puccini stesso in quel periodo non godeva affatto di buone condizioni di salute, tanto che morirà prematuramente poco tempo dopo per un tumore maligno alla gola. Puccini dopo aver scritto l' ultimo coro funebre (dedicato alla morte di Liù), in cui ha raggiunto "il massimo splendore" della sua musica non volle più continuare, in quanto riteneva che il lavoro era già perfettamente concluso, secondo una sua legittima personale considerazione. Il lavoro di stesura ad un vero e proprio finale alternativo iniziò praticamente poche settimane prima della morte, quando l'autore stava per essere ricoverato, ma non rimasero solamente che abbozzi più o meno compiuti. Gli abbozzi sono sparsi su 23 fogli che il Maestro portò con sé presso la clinica di Bruxelles in cui fu ricoverato nel tentativo di curare il male che lo affliggeva. Puccini non aveva per niente indicato in modo esplicito nessun altro compositore per il completamento dell'opera. L'editore Ricordi decise allora, su pressione di Arturo Toscanini e di Antonio, il figlio di Giacomo, di affidare la composizione al napoletano Franco Alfano (allora Direttore del Conservatorio di Torino), che due anni prima si era distinto nella composizione di un'opera, La leggenda di Sakùntala, caratterizzata da una suggestiva ambientazione orientale.

La composizione del finale procedette lentamente a causa sia della malattia agli occhi di cui Alfano soffriva che della richiesta da parte dell'editore Ricordi, sollecitato da Toscanini, che non ritenne all'altezza una prima versione consegnata, di rifare il lavoro. Alfano in un primo momento compose integralmente una propria versione del finale, incorporando, ed unendo nel miglior modo possibile, i materiali rimasti negli abbozzi pucciniani. Questa in realtà è la vera e propria versione integrale del finale di Alfano, che oggi viene quasi erroneamente considerata come "prima versione" ed eseguita piuttosto raramente. Nella nuova versione (comunemente eseguita), Alfano fu costretto ad attenersi più fedelmente agli schizzi e tagliò centodieci battute degli appunti pucciniani e forse anche parte dei suoi. L'effetto di questi interventi, che l'autore eseguì con enorme controvoglia, è avvertibile nella condotta armonica e drammatica, piuttosto vuota e a tratti irregolare. Inoltre Alfano trascurò alcuni schizzi di Puccini e richiese la partitura d'orchestra del resto dell'opera solo pochi giorni prima di consegnare il lavoro.

A partire dalla scoperta della prima versione di Alfano, sono state studiate e proposte varie soluzioni alternative. Una studiosa statunitense, Janet Maguire, si è cimentata nello studio degli abbozzi per dodici anni (1976-1988) per comporre una nuova versione del finale. La sua versione non è stata tuttavia presa in considerazione e tantomeno esaminata. Si dovette attendere il 2001 per ascoltare un nuovo finale di Turandot, commissionato a Luciano Berio dal Festival de Musica de Gran Canaria, basato anch'esso sugli abbozzi lasciati da Puccini e ufficialmente riconosciuto dalla Ricordi.

Il punto più controverso del materiale lasciato da Puccini è costituito dall'episodio del bacio. È il momento clou dell'intera opera: la trasformazione di Turandot da principessa di gelo a donna innamorata. Se nell'abbozzo pucciniano le prime 56 battute del finale sono già ad uno stadio di elaborazione avanzato, questo episodio appare forse abbozzato in un solo foglio, secondo l'ipotesi di Harold Powers e William Ashbrook.[3]

Se Berio ha imbastito un esteso episodio sinfonico a partire da questa pagina, Alfano si limitò a comporre sedici nuove battute, ridotte nella versione definitiva a un solo accordo seguito da pochi colpi di timpano.

In un precedente schizzo di Puccini, al medesimo episodio è abbinato un diverso materiale tematico. Sul foglio 11 recto egli aveva infatti scritto le ultime due battute, seguite da una battuta con un accenno del tema per il bacio, per poi cancellarle e riscriverle sull'altro lato del foglio. Il tema in questione è lo stesso che poche battute prima Turandot canta sulle parole «No, mai nessun m'avrà! Dell'ava lo strazio non si rinnoverà!»: ciò sembrerebbe attestare come l'idea del compositore lucchese potesse essere radicalmente diversa da quella dei suoi più giovani colleghi. Un bacio su questo tema accentrerebbe infatti l'attenzione sul cedimento della principessa, piuttosto che sul suo orgoglio ferito, come nella versione di Alfano, o sulla trasformazione più interiorizzata della versione di Berio.

Organico orchestrale[modifica | modifica sorgente]

L'orchestra prevede l'utilizzo di:

Legni:

Ottoni:

Percussioni:

Archi

Altri strumenti:

Orchestra sul palcoscenico

Brani celebri[modifica | modifica sorgente]

Atto I

  • Gira la cote!, (coro del popolo e dei servi del boia)
  • Invocazione alla luna (coro)
  • Là sui monti dell'est (coro di ragazzini che invocano Turandot; melodia tratta dalla canzone folk cinese Mo Li Hua).
  • Signore, ascolta!, romanza di Liù
  • Non piangere, Liú!, romanza di Calaf
  • Concertato finale

Atto II

  • Olà Pang! Olà Pong!, terzetto delle maschere
  • In questa reggia, aria di Turandot
  • Straniero, ascolta!, scena degli enigmi

Atto III

Citazione dall'aria In questa reggia.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • William Ashbrook, Harold Powers, Turandot di Giacomo Puccini. La fine della grande tradizione, Ricordi, Milano 2006. ISBN 978-88-7592-823-0 (edizione originale in lingua inglese, Puccini's Turandot. The End of the Great Tradition, Princeton, Princeton University Press, 1991. ISBN 0-691-09137-4).
  • Jürgen Maehder, Turandot (con Sylvano Bussotti), Pisa, Giardini, 1983.
  • Jürgen Maehder, Puccini's Turandot – Tong hua, xi ju, ge ju, Taipei, Gao Tan Publishing, 1998, 287 pp. (in collaboratione con Kii-Ming Lo).
  • Jürgen Maehder, Puccini's Turandot – A Fragment, in Turandot, a cura di : Nicholas John, London/New York, John Calder/Riverrun, 1984, pp. 35–53.
  • Jürgen Maehder, Studi sul carattere di frammento della »Turandot« di Giacomo Puccini, in: Quaderni Pucciniani 2/1985, Milano, Istituto di Studi Pucciniani, 1986, pp. 79–163.
  • Jürgen Maehder, La trasformazione interrotta della principessa. Studi sul contributo di Franco Alfano alla partitura di Turandot, in Esotismo e colore locale nell'opera di Puccini, a cura di Jürgen Maehder, Pisa, Giardini, 1985, pp. 143–170.
  • Jürgen Maehder, Turandot-Studien, Deutsche Oper Berlin, Beiträge zum Musiktheater VI, Spielzeit 1986/87, pp. 157–187.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cit. in: Nigel Jamieson, Un'opera nel tormento, Amadeus, giugno 1997
  2. ^ a b c Ibidem
  3. ^ William Ashbrook, Harold Powers, Turandot di Giacomo Puccini. La fine della grande tradizione, Ricordi, Milano 2006, p. 209.

Discografia[modifica | modifica sorgente]

Incisioni in studio[modifica | modifica sorgente]

Anno Cast (Turandot, Liù, Calaf, Timur) Direttore Etichetta
1938 Gina Cigna, Magda Olivero, Francesco Merli, Luciano Neroni Franco Ghione Warner Fonit
1955 Inge Borkh, Renata Tebaldi, Mario Del Monaco, Nicola Zaccaria Alberto Erede Decca Records
1957 Maria Callas, Elisabeth Schwarzkopf, Eugenio Fernandi, Nicola Zaccaria Tullio Serafin EMI Classics
1959 Birgit Nilsson, Renata Tebaldi, Jussi Björling, Giorgio Tozzi Erich Leinsdorf RCA Victor
1965 Birgit Nilsson, Renata Scotto, Franco Corelli, Bonaldo Giaiotti Francesco Molinari Pradelli EMI Classics
1972 Joan Sutherland, Montserrat Caballé, Luciano Pavarotti, Nicolaj Ghiaurov Zubin Mehta Decca Records
1977 Montserrat Caballé, Mirella Freni, José Carreras, Paul Plishka Alain Lombard EMI Classics
1981 Katia Ricciarelli, Barbara Hendricks, Placido Domingo, Ruggero Raimondi Herbert von Karajan Deutsche Grammophon
1992 Éva Marton, Margaret Price, Ben Heppner, Jan-Hendrik Rootering Roberto Abbado RCA Victor

Registrazioni dal vivo[modifica | modifica sorgente]

Anno Cast (Turandot, Liù, Calaf, Timur) Direttore Registrazione
1961 Birgit Nilsson, Leontyne Price, Giuseppe Di Stefano, Nicola Zaccaria Francesco Molinari Pradelli Wiener Staatsoper, 22 giugno
1989 Ghena Dimitrova, Cecilia Gasdia, Nicola Martinucci, Roberto Scandiuzzi Daniel Oren Teatro Margherita, 20-27 gennaio
2008 Maria Dragoni, Maria Luigia Borsi, Franco Farina Keri Lynn Wilson Teatro dei Quattromila, Torre del Lago
2009 Maria Guleghina, Marina Poplavskaja, Marcello Giordani, Samuel Ramey Gary Halvorson Metropolitan Opera, 3 novembre

DVD parziale[modifica | modifica sorgente]

Anno Cast (Turandot, Liù, Calaf, Timur) Direttore Etichetta
1983 Éva Marton, Katia Ricciarelli, José Carreras, John Paul Bogart Lorin Maazel TDK
Ghena Dimitrova, Cecilia Gasdia, Nicola Martinucci, Ivo Vinco Maurizio Arena NVC Arts
1988 Éva Marton, Leona Mitchell, Placido Domingo, Paul Plishka James Levine Deutsche Grammophon
1998 Giovanna Casolla, Barbara Frittoli, Sergej Larin, Carlo Colombara Zubin Mehta Warner Classics

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Giacomo Puccini
Giacomo Puccini automobilista
Opere di Giacomo Puccini

Le Villi (1884) · Edgar (1889) · Manon Lescaut (1893) · La bohème (1896) · Tosca (1900)
Madama Butterfly (1904) · La fanciulla del West (1910) · La rondine (1917)
Il trittico: Il tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi (1918) · Turandot (1926)