Studiolo di Federico da Montefeltro

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Tarsia attribuita a Benedetto da Maiano, Studiolo

Lo Studiolo di Federico da Montefeltro è uno degli ambienti più celebri del Palazzo Ducale di Urbino, poiché oltre che essere un capolavoro di per sé, è l'unico ambiente interno del palazzo ad essere rimasto pressoché integro, permettendo di ammirare il gusto fastoso della corte urbinate di Federico. Venne realizzato tra il 1473 e il 1476, da artisti fiamminghi appositamente chiamati a corte dal Duca. Con loro operarono vari artisti italiani, tra cui forse anche il celebre Melozzo da Forlì.

Architettura e decorazione[modifica | modifica sorgente]

Lo studiolo si trova al piano nobile del palazzo ed era lo studio privato del Duca. Il soffitto è a cassettoni dorati con le imprese ducali. I colori smaglianti e i continui rimandi tra architettura reale e fantastica dovevano creare nello spettatore un effetto di grande meraviglia.

Le tarsie[modifica | modifica sorgente]

Baccio Pontelli, tarsia con le Armi del Duca
Benedetto, Giuliano da Maiano e bottega, tarsie dello Studiolo

Le pareti sono coperte da tarsie lignee tuttora in situ, che creano effetti illusionistici di continuazione dell'architettura.

Le tarsie sono attribuite a vari autori, come Giuliano da Maiano e, per i disegni, Botticelli, Francesco di Giorgio Martini e il giovane Donato Bramante. Spiccano però le tarsie attribuite a Baccio Pontelli[1] e caratterizzate dalle complesse costruzioni prospettiche di oggetti geometrici, che creano un continuo scambio tra realtà e finzione, dilatando lo spazio della stanza altrimenti minuscola.

Lo schema della decorazione lignea prevede nella parte superiore un alternarsi di sportelli semiaperti, che rivelano armadi con oggetti, e di nicchie con statue; segue una fascia sottostante con fregi di vario genere sotto ciascun pannello, mentre la parte inferiore imita degli stalli, con assi appoggiate sopra, sulle quali sono disposti strumenti musicali ed altri oggetti, mentre lo sfondo degli stalli è composto da grate magistralmente eseguite, pure imitanti degli sportelli aperti o chiusi.

Gli oggetti ritratti negli armadi alludono ai simboli dell'Arti, ma anche alle Virtù (la mazza della Fortezza, la spada della Giustizia, ecc.), come se l'esercizio delle prime aprisse la strada alle seconde. Spesso le finte architetture delle tarsie attenuano le irregolarità della stanza.

Gli Uomini illustri[modifica | modifica sorgente]

San Tommaso d'Aquino

Originariamente le pareti erano decorate nella parte superiore da un fregio con ventotto ritratti di Uomini illustri del passato e del presente, disposti su due registri, opera di Giusto di Gand e Pedro Berruguete del 1473-1476 circa, ed oggi divisi tra il Museo del Louvre e la Galleria Nazionale delle Marche, quattordici pezzi ciascuno. I ritratti, che comprendevano sia personaggi civili che ecclesiastici, cristiani e pagani, erano intensificati da un punto di vista leggermente ribassato e dallo sfondo unificato che grazie alla prospettiva creava l'effetto di una galleria reale.

Tra le figure rappresentate ci sono poeti, pensatori, eruditi e filosofi, al di sotto dell'iscrizione:

« FEDERICUS MONTEFELTRUS/DUX URBINI MONTIS / FERITRI AC/DURANTIS COMES SER/ENISSIMI REGIS SICILIE CAPITANEUS GENERALIS SANCTEQUE ROMANE ECCLESIE GONFALONERIUS MCCCCLXXVI »

Nella parete nord si trovavano pensatori antichi e Dottori della Chiesa: nel registro superiore Platone[2], Aristotele[2], Tolomeo[2], Boezio[3], e nel registro inferiore San Gregorio[3], San Girolamo[2], Sant'Ambrogio[3], Sant'Agostino[2]. Nella parete est scrittori e filosofi antichi e medievali, personaggi dell'Antico Testamento: nel registro superiore Cicerone[3], Seneca[2], Omero[3], Virgilio[2], in quello inferiore Mosè[3], Salomone[3], San Tommaso d'Aquino[2] e Duns Scoto[3]. La parete sud aveva eruditi antichi e moderni e personalità religiose: in alto Euclide[3], Vittorino da Feltre[2], Solone[2], Bartolo da Sassoferrato[3], in basso Pio II[3], Giovanni Bessarione[2], Alberto Magno[3], Sisto IV[2]. la parete ovest era occupata per metà dalla finestra e per metà da quattro ritratti su due file come di consueto: dall'alto in basso da sinistra a destra si incontravano Ippocrate[3], Pietro d'Abano[2], Dante Alighieri[2] e Francesco Petrarca[3].

Lo Studiolo raccoglieva inoltre significati etici e intellettuali, con lo sviluppo nel complesso decorativo del tema della solitudine pensosa, che con l'etica e la contemplazione dava nutrimento all'agire. Un ritratto di Federico presenziava e chiariva l'allegoria dell'insieme, che esaltava il Duca come protagonista della parabola virtuosa.

La Biblioteca[modifica | modifica sorgente]

La naturale propaggine dello Studiolo era la Biblioteca, oggi dispersa, dove si trovava una serie di dipinti alle pareti con le Arti liberali, simboleggiate da figure femminili su troni, che erano composti fortemente scorciati dal basso, al culmine di gradini in uno spazio che continuava idealmente da un dipinto all'altro. Le Arti erano ritratte nell'atto di consegnare le loro insegne a Federico e a vari personaggi di corte, investendoli come ideali vassalli.

Altre immagini[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Il ruolo di Pontelli è piuttosto controverso: vd. Massimo Ferretti, I maestri della prospettiva in "Storia dell’arte italiana", III. Situazioni momenti indagini, Einaudi, Torino 1982
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n Al Louvre.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n A Urbino.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0
  • Paolo Dal Poggetto, La Galleria Nazionale delle Marche e le altre Collezioni nel Palazzo Ducale di Urbino, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 2003
  • Marcello Mamini, "Udirai melodia del bel sonare"Federico di Montefeltro e la musica, Quattroventi, Urbino, 2007

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