Campagna romana

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Nicolas-Antoine Taunay (1755 - 1830): Campagna romana
Franz Nadorp (1794–1876): Via Appia
Johann Heinrich Wilhelm Tischbein (1751-1829): Goethe nella Campagna romana

Con la locuzione campagna romana si indica la vasta pianura del Lazio, ondulata e intersecata da fossi, che si estende nel territorio circostante la città di Roma fino al Circeo con il piano collinare prossimo.

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "Campagna" deriva dalla "Regio I Latium et Campania" augustea. Una paretimologia la fa derivare dal latino campus (volgare "campagna" nel senso di area rurale). Va notato che "Campagna Romana" non è sinonimo di "Agro Romano" - espressione, quest'ultima, utilizzata per indicare l'area di Campagna Romana nel distretto municipale di Roma.

Territorio[modifica | modifica wikitesto]

Il termine "Campagna" in età medievale riferiva alla pianura che circonda Roma delimitata, a partire dal mar Tirreno, dai rilievi collinari dei Monti della Tolfa, dei monti Sabatini, dei monti Cornicolani, Tiburtini, Prenestini e dai Colli Albani. In altri termini, la pianura solcata dal basso Tevere, corrispondente al Lazio meridionale (provincia "Campagna e Marittima" in contrapposizione al "Patrimonio di san Pietro", che indicava la Tuscia).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Carocci e Vendittelli la struttura fondiaria e produttiva della Campagna Romana risale al tardo medioevo e si è conservata senza soluzione di continuo fino alla Riforma agraria a metà del XX secolo.

Le invasioni barbariche, la guerra greco-gotica e la definitiva caduta dell'Impero romano d'Occidente favorirono il generale spopolamento delle campagne, compresa quella romana, e i grandi latifondi imperiali passarono nelle mani della Chiesa, che aveva ereditato le funzioni assistenziali e di governo già assolte dai funzionari imperiali, e le esercitava nei limiti del possibile. A partire dall'VIII secolo le aziende agricole (villae rusticae) di epoca imperiale si trasformarono - dove sopravvissero - in domuscultae, entità residenziali e produttive autosufficienti e fortificate, dipendenti da una diocesi - o una chiesa, o un'abbazia - che deteneva la proprietà delle terre e le assegnava in enfiteusi ai contadini residenti. Questi spesso ne erano gli originali proprietari, ed avevano conferito la proprietà dei fondi alla Chiesa in cambio di un piccolo canone di affitto e dell'esenzione dalle tasse. Queste comunità godevano di completa autonomia, che implicava anche il diritto ad armarsi per autodifesa (da dove la costruzione di torri e torrette), e in alcuni casi giunsero anche a battere moneta.

Già dal X secolo, tuttavia, la feudalizzazione costrinse i contadini ad aggregarsi attorno ai castelli dei baroni ai quali veninva man mano attribuito il possesso - a vario titolo - di molte proprietà ecclesiastiche, e la coltivazione della pianura impaludata e malarica fu abbandonata, col tempo, quasi completamente. Là dove si continuava a coltivare, questi nuovi latifondi ormai deserti, nei quali sorgevano sparsi casali fortificati, furono destinati a colture estensive di cereali e a pascolo per l'allevamento di bestiame grande e piccolo. Il loro scarso panorama umano era costituito da pastori, bovari e cavallari, braccianti al tempo delle mietiture, briganti.

L'abbandono delle terre giunse a tal punto che nel XVII secolo, dopo la redazione del Catasto Alessandrino[1], furono concessi ai contadini, ai piccoli proprietari e agli abitanti dei borghi l'uso civico dei terreni spopolati e abbandonati ed esenzioni fiscali (mentre venivano aggravate le imposizioni sui proprietari noncuranti), allo scopo di stimolare il ripopolamento di quelle campagne.


L'organizzazione delle tenute[modifica | modifica wikitesto]

Il paesaggio[modifica | modifica wikitesto]

Nel XVIII e nel XIX secolo il paesaggio della Campagna romana, rappresentato da vaste aree pressoché disabitate dove spesso era possibile imbattersi nelle vestigia di imponenti costruzioni romane in rovina, divenne un luogo comune, un simbolo della tramontata grandezza di Roma, insieme con l'immagine del quotidiano pittoresco rappresentato dai briganti, dai pastori e dai popolani di Bartolomeo Pinelli e dei pittori europei del Grand Tour.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Catasto Alessandrino è un corpus di 426 mappe acquerellate voluto nel 1660 dal Presidente delle strade, regnante Alessandro VII, che dimostra lo stato delle proprietà fuori dalle Mura aureliane, organizzato secondo le direttrici delle strade consolari. Lo scopo era di assoggettare a contribuzione fiscale i proprietari dei terreni serviti dalle strade fuori le mura, per assicurarne la manutenzione. Il risultato, per noi moderni, è una rappresentazione fedelissima, minuziosa e pittoricamente assai interessante, della situazione dell'Agro romano al momento della sua stesura. Nelle piante vengono riportati anche costruzioni, monumenti, acque ecc., successivamente modificati e/o scomparsi, nonché informazioni sulle tenute. I documenti, conservati presso l'Archivio di Stato di Roma, sono stati digitalizzati e sono accessibili in rete, dietro autenticazione.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Tomassetti. Della campagna romana nel medioevo. Roma, Reale Società Romana di Storia Patria edit. (Tip. Forzani e C.), 1892.
  • Sandro Carocci e Marco Vendittelli. L'origine della Campagna Romana. Casali, castelli e villaggi nel XII e XIII secolo, con saggi di Daniela Esposito, Mauro Lenzi e Susanna Passigli. Roma, Società Romana di Storia Patria, 2004.
  • Thomas Ashby, The Roman Campagna in classical times, London: Ernest Benn Ltd., 1927; traduzione in lingua italiana di Olga Joy, La campagna romana nell'età classica, Milano : Longanesi, 1982
  • AA.VV. Sguardi sulla Campagna Romana. Roma, Mercanti Editore, 2006.

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