Riforma agraria

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La riforma agraria è una ristrutturazione dei mezzi di produzione agricola, in particolare del suolo. Spesso, con questa definizione, si intende una redistribuzione della proprietà delle terre coltivabili attraverso un'espropriazione forzata, indennizzata o no, che l'amministrazione compie nei confronti dei beni posseduti da grandi proprietari, per una successiva redistribuzione gratuita, o a prezzo agevolato, in favore dei coltivatori privi di proprietà. Nella storia ci sono state numerose riforme agrarie, spesso dovute a rivoluzioni o rivendicazioni violente da parte della classe contadina.

Obiettivi[modifica | modifica sorgente]

La riforma agraria ha la duplice finalità di redistribuire più equamente la terra migliorandone al tempo stesso la produttività. Nel redistribuire la terra dai grandi proprietari - tra i quali vi può anche essere lo stato - verso i piccoli proprietari, si favorisce una più equa distribuzione del reddito[1]. Inoltre, eliminando le zone scarsamente produttive del latifondo, si cerca di aumentare la produttività della terra delle zone riformate. Allo stesso tempo, è possibile modificarne i prodotti o le tecniche, se le terre espropriate sono sì produttive ma utilizzate male[2]. Perciò, agli obiettivi di equità si è soliti associare obiettivi di miglioramento qualitativo e quantitativo nello sfruttamento della terra.

Le singole esperienze[modifica | modifica sorgente]

In Italia[modifica | modifica sorgente]

In Italia la riforma agraria costituì un problema secolare, in particolar modo nel Meridione. Nonostante le diverse manovre di redistribuzione demaniale nel sud della penisola, dalla prammatica De administratione Universitatum (1792) di Ferdinando I di Borbone alle leggi leggi eversive della feudalità (1806-1808) di Giuseppe Bonaparte, la questione demaniale rimase sostanzialmente insoluta, soprattutto a causa della strenua opposizione dei grandi proprietari terrieri, non intenzionati a perdere i propri privilegi e a permettere l'emancipazione del ceto contadino. Anche con l'unità d'Italia, nonostante le promesse di una redistribuzione delle terre, il problema rimase irrisolto. La borghesia, fino al 1860 fedele ai Borbone, aveva infatti partecipato attivamente al moto unitario pur di non perdere il proprio prestigio, e sottrarle le proprietà avrebbe significato per il regno italiano guadagnarsi la sua inimicizia.[3] Il ceto popolare, deluso e irritato da una mancata lottizzazione, si ribellò scatenando una sanguinosa guerra civile, nota come brigantaggio postunitario.

Una prima vera e propria riforma agraria venne attuata con l'avvento della Repubblica. Il parlamento italiano varò nel 1950 una legge in tal senso, la legge stralcio n. 841 del 21 ottobre.

Il provvedimento, finanziato in parte dai fondi del Piano Marshall, ma anche ostacolato da settori dell'amministrazione americana[senza fonte], fu secondo alcuni studiosi la più importante riforma dell'intero secondo dopoguerra[4]. La riforma proponeva, tramite l'esproprio coatto, la distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, rendendoli così piccoli imprenditori e non più sottomessi al grande latifondista. Se per certi versi la riforma ebbe questo benefico risultato, per altri ridusse in maniera notevole la dimensione delle aziende agricole, togliendo di fatto ogni possibilità di trasformarle in veicoli imprenditoriali avanzati. Questo elemento negativo venne però attenuato e in alcuni casi eliminato da forme di cooperazione. Sorsero infatti le cooperative agricole che, programmando le produzioni e centralizzando la vendita dei prodotti, diedero all'agricoltura quel carattere imprenditoriale che era venuto meno con la divisione delle terre. Si ebbe una migliore resa delle colture che da estensive diventarono intensive e quindi un migliore sfruttamento delle superfici utilizzate. Il lavoro agricolo che era stato fino ad allora poco remunerativo anche se molto pesante, cominciò a dare i suoi frutti gratificando così coloro i quali vi si dedicavano.

In seguito allo sviluppo dell'industria, l'agricoltura finì col divenire un settore marginale dell'economia, ma a seguito della messa a punto di moderne tecniche di coltivazione, essa vide moltiplicarsi il reddito prodotto per ettaro coltivato e quindi la redditività del lavoro.

Puglia[modifica | modifica sorgente]

In Puglia la riforma agraria non trovò una sua diretta applicazione, visto che quando stava per essere approvata definitivamente, la legge Stralcio non menzionava nessuna località della Puglia e specie del Salento. Fu allora che nella provincia di Lecce nacque una mobilitazione popolare e politica per l'allargamento della legge anche al territorio di Arneo di proprietà di alcuni latifondisti come il Barone Tamburrino. Queste agitazioni popolari si ricordano come l'occupazione dell'Arneo che fra il 1947 e il 1951 toccarono il loro apice. Alla fine anche il Salento e la Puglia rientrarono nel progetto politico della legge Segni.

In Basilicata[modifica | modifica sorgente]

In Basilicata, terminata la seconda guerra mondiale, ci fu una fase di lotte dei braccianti, dei mezzadri e dei contadini che occupavano molti terreni dei latifondisti.

In particolare le rivendicazioni furono molto forti nel Pollino. L'episodio più clamoroso fu l'eccidio di Melfi nel 1949.

Anche il governo centrista divenne allora favorevole ad una riforma agraria, fortemente richiesta dalla sinistra, ma diventata ormai per molti aspetti anacronistica. Lo strumento operativo fu l'O.V.P. (Opera Valorizzazione Pollino) un ente che era già stato costituito nel 1947. Nel complesso furono espropriati 75.000 ettari di terreno, distribuiti poi in 11.557 poderi, che si mostrarono ben presto troppo piccoli per giustificarsi economicamente. La zona fu poi interessata da una massiccia emigrazione, non solo verso l'Italia settentrionale, ma anche verso la Svizzera e la Germania. La riforma fondiaria in Pollino si dimostrò sotto alcuni punti di vista un fallimento.

In Emilia[modifica | modifica sorgente]

In Emilia la lotta agraria coincise in buona parte con la rivendicazione da parte dei mezzadri di nuovi patti agrari[5] e assunse forme di particolare violenza soprattutto nel Triangolo rosso.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Rosenzweig M.R., “Rural wages, labor supply, and land reform: a theoretical and empirical analysis”, Yale University, Economic Growth Center, 1979.
  2. ^ Binswanger H.P., Deininger K., Feder G., Poder, Distorções, Revolta e Reforma nas Relações de Terras Agrícolas, articolo appartenente a Teófilo, E.(org.) et all. A Economia da Reforma Agrária: evidencias internacionais,NEAD, Brasília, 2001
  3. ^ Tommaso Pedio, Latifondo e usi civici, prammatica 1792, eversione della feudalità, usurpazioni delle terre demaniali, adesione dei galantuomini al nuovo regime in www.brigantaggio.net. URL consultato il 24 giugno 2014.
  4. ^ Corrado Barberis Teoria e storia della riforma agraria Firenze, Vallecchi, 1957
  5. ^ Lo scontro mezzadrile nelle campagne bolognesi

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Binswanger H.P., Deininger K., Feder G., Poder, Distorções, Revolta e Reforma nas Relações de Terras Agrícolas, articolo appartenente a Teófilo, E.(org.) et all. A Economia da Reforma Agrária: evidencias internacionais,NEAD, Brasília, 2001
  • U.P. Ciamarra, Passato e presente delle riforme agrarie in una prospettiva neoistituzionalista, Questione Agraria, n.3, 2001.
  • E. Bernardi, La riforma agraria in Italia e gli Stati Uniti, il Mulino-Svimez, Bologna, 2006.
  • A. Gerschenkron, La continuità storica. Teoria e storia economica, Einaudi, Torino 1976;
  • M. Gutelman, Struttura e riforme nell'agricoltura, Mazzotta, Milano 1976;
  • D. Lehmann (a c. di), Agrarian Reform and Agrarian Reformism, Faber, Londra 1974;
  • G. Massullo, La riforma agraria, in Storia dell'agricoltura italiana in età contemporanea, a c. di P. Bevilacqua, Marsilio, Venezia 1991.
  • M.R. Rosenzweig, Rural wages, labor supply, and land reform: a theoretical and empirical analysis, Yale University, Economic Growth Center, 1979.

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