Leggi eversive della feudalità

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Le leggi eversive della feudalità, dette anche "di eversione della feudalità", sono state dei provvedimenti legislativi, attuati tra il 1806 e il 1808, con i quali Giuseppe Bonaparte, re di Napoli[1] e fratello di Napoleone, abolì la feudalità nel Regno di Napoli. Estensore delle leggi fu il Ministro della Giustizia dell'epoca, il marchese Michelangelo Cianciulli.

Il Regno di Napoli ebbe un fiorire delle istituzioni feudali propriamente dette molto più tardi rispetto all'Italia settentrionale, ma, forse proprio per questo, quegli istituti continuarono a sussistere per molti più secoli.

Rientrato il predetto regno sotto l'influenza francese e posto sotto il regno di Giuseppe, il nuovo re, con un atto di rottura delle tradizioni locali, volle abolire l'ultimo retaggio della feudalità nell'Europa occupata dai francesi, anche se ormai la spinta rivoluzionaria giacobina era da tempo attenuata.

In tal senso emanò, come primo atto di cesura rispetto alle istituzioni d'ancien régime, la legge n. 130 del 2 agosto 1806, il cui primo articolo recitava:

« La feudalità con tutte le sue attribuzioni resta abolita. Tutte le giurisdizioni sinora baronali, ed i proventi qualunque che vi siano stati annessi, sono reintegrati alla sovranità, dalla quale saranno inseparabili[2] »

Tale provvedimento rispondeva ad una effettiva esigenza di rinnovamento delle antiche strutture socio-politiche, anche per il mutato clima[3], benché non tutte le innovazione si rivelarono completamente positive, come ad esempio nel caso delle difese, recinzioni di terreni simili alle chiudende.

Fu innanzi tutto necessaria la ricognizione dei beni demaniali, molti dei quali erano stati usurpati nel corso dei secoli. Altro grande problema era che sui beni feudali coesistevano antichi diritti delle popolazioni locali, in base al principio ubi feuda, ibi demania e che portarono al riconoscimento degli usi civici.

La serie dei provvedimenti proseguì con la promulgazione della legge 1º settembre 1806[4], e del Real Decreto del 3 dicembre 1808, che affidava agli Intendenti di ciascuna provincia il compito di determinare i diritti residui degli antichi baroni.

Fu istituita anche una magistratura speciale, la Commissione Feudale, per dirimere l'enorme contenzioso tra i baroni e le università (nome degli antichi comuni).

Tali leggi, considerate di elevata modernità, furono riprese dal legislatore italiano oltre un secolo dopo e poste alla base della vigente Legge n. 1766/27 per regolare la liquidazione degli usi civici.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Formalmente fu re di Napoli e Sicilia, ma il territorio siciliano rimase sempre dei Borbone
  2. ^ Collezione degli editti, determinazioni, decreti e leggi di S.M., Simoniana, Napoli, 1806, pp. 257-262
  3. ^ Durante la Rivoluzione francese nella notte del 7 agosto l'abolizione della feudalità fu sentita come una grande iniziativa di tutto il popolo francese, non del solo Terzo stato.
  4. ^ Sulla divisione dei demani di qualsivoglia natura, feudali o di chiesa, comunali o promiscui.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • M. Palumbo, I comuni meridionali prima e dopo le leggi eversive della feudalità: feudi, università, comuni, demani, 2 voll., Cerignola 1910-1916, rist. an. Forni, Sala Bolognese 1999.
  • A. Perrella, L'eversione della feudalita nel napolitano: dottrine che vi prelusero, storia, legislazione e giurisprudenza, Tip. De Gaglia & Nebbia, Campobasso 1906, rist. an. Forni, Sala Bolognese 1974.
  • R. Trifone, Feudi e demani. Eversione della feudalita nelle provincie napoletane: dottrine, storia, legislazione e giurisprudenza, Società editrice libraria, Milano 1909.
  • P. Villani, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Laterza, Bari 1962.
  • P. Villani, La feudalità dalla riforme all'eversione, in «Clio», 1965, pp. 600–622.