Papa Pio VI

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Papa Pio VI
Pio VI
Pio VI in un ritratto di Pompeo Batoni
250º papa della Chiesa cattolica
C o a Pio VI.svg
Elezione 15 febbraio 1775
Insediamento 22 febbraio 1775
Fine pontificato 29 agosto 1799
Cardinali creati vedi categoria
Predecessore papa Clemente XIV
Successore papa Pio VII
Nome Giovanni Angelico Braschi
Nascita Cesena, 25 dicembre 1717
Morte Valence-sur-Rhône, 29 agosto 1799
Sepoltura Grotte vaticane

Papa Pio VI (in latino: Pius PP. VI, nato Giovanni Angelico o Giannangelo Braschi; Cesena, 25 dicembre 1717Valence-sur-Rhône, 29 agosto 1799) è stato il 250º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 15 febbraio 1775 alla morte.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

I primi anni[modifica | modifica wikitesto]

Angelo Onofrio Melchiorre Natale Giovanni Antonio Braschi nacque a Cesena il 25 dicembre 1717, figlio primogenito del conte Marco Aurelio Tommaso Braschi e della contessa Anna Teresa Bandi. Suoi fratelli e sorelle furono Felice Silvestro, Giulia Francesca, Cornelio Francesco, Maria Olimpia (poi monaca), Anna Maria Costanza, Giuseppe Luigi e Maria Lucia Margherita. Egli venne battezzato il giorno stesso della sua nascita da padre Tommaso Mustioli, vice parroco della cattedrale di Cesena, e suoi padrini furono il conte Fabio Locatelli e la contessa Bianchini Fantaguzzi.

Avviato alla carriera ecclesiastica, dal 1727 entrò nel collegio dei gesuiti di Cesena e, dopo aver conseguito il dottorato in utroque iure presso l'Università di Cesena il 20 aprile 1735, entrò a far parte del Collegio dei venti giuristi della città. Si trasferì quindi all'Università di Ferrara ove completò i suoi studi giuridici sotto la guida dello zio, il cardinale Giovanni Carlo Bandi.

La carriera nella curia romana[modifica | modifica wikitesto]

Fu durante questo periodo che egli divenne segretario personale del cardinale Ruffo, divenendone anche conclavista nel 1740 e venendo chiamato a rappresentarlo come uditore nei suoi vescovati di Ostia e Velletri sino al 1753, prendendo residenza in quest'ultima città. Per la sua organizzazione della difesa della città di Velletri durante la battaglia che qui ebbe luogo l'11 agosto 1744 tra forze austriache e napoletane nell'ambito della Guerra di Successione austriaca, il re Carlo VII di Napoli (quindici anni dopo divenne re di Spagna col nome di Carlo III di Spagna), intrattenne con lui ottime relazioni che serviranno al giovane Braschi una volta eletto al soglio pontificio. Nel 1746 il pontefice Benedetto XIV lo inviò a Napoli per risolvere dei conflitti giurisdizionale sorti tra Roma e il regno del sud per i tribunali vescovili: la missione ebbe successo ed egli riuscì ad ottenere le dimissioni dell'arcivescovo di Napoli, il cardinale Giuseppe Spinelli, venendo nominato come ricompensa al rango di monsignore col titolo di cappellano privato di Sua Santità, entrando così a far parte della prelatura romana. Dopo la morte del cardinale Ruffo il 16 febbraio 1753 il papa Benedetto XIV, stimandolo moltissimo, lo nominò suo segretario e canonico di San Pietro dal 17 gennaio 1755.

Fu solo nel 1758 che Braschi venne ordinato sacerdote ed in quello stesso anno papa Clemente XIII lo nominò prelato domestico di sua santità nonché Referendario dei Tribunali della Signatura Apostolica di Grazia e Giustizia dal 14 settembre. Nel settembre del 1759 venne nominato uditore civile e segretario del cardinale camerlengo Carlo Rezzonico, nipote di papa Clemente XIII, venendo introdotto dal 1762 come consultore del Sacro Collegio dell'Indice. Uditore generale e decano del sacro collegio dei cardinali per la diocesi di Velletri dal 1765, il 22 settembre 1766 venne nominato tesoriere della Camera apostolica, ottenendo nell'ottobre dell'anno successivo il titolo di Abate commendatario di Santa Maria di Valdiponte presso Perugia. Avendo il Braschi acquisito una notevole fortuna e molti contatti importanti, molti si sentirono danneggiati dalle avvedute economie da lui realizzate, tanto da indurre Clemente XIV a promuoverlo cardinale del titolo di Sant'Onofrio il 26 aprile 1773, riuscendo a renderlo temporaneamente inoffensivo. Tale nomina fu anche fortemente voluta dai Borbone di Napoli che tenevano in grande considerazione il prelato.

Il conclave[modifica | modifica wikitesto]

Nel conclave di ben quattro mesi che seguì alla morte di Clemente XIV, Spagna, Francia e Portogallo tolsero una dopo l’altra il proprio veto all'elezione del cardinale Braschi, che, pur essendo amico dei Gesuiti, aveva preso le distanze da tutte le controversie politico-religiose.

La sede vacante fu così finalmente occupata il 15 febbraio 1775 dal nuovo pontefice, che prese il nome di Pio VI.

Il pontificato[modifica | modifica wikitesto]

Pius VI

L'inizio[modifica | modifica wikitesto]

Papa Pio VI in un ritratto del 1775 ad opera di Giovanni Domenico Porta.

Pio VI venne eletto pontefice quando ancora non era stato nominato vescovo e pertanto si rese necessaria, prima della sua definitiva presa di possesso della Santa Sede, la sua consacrazione a vescovo. Il 22 febbraio 1775 Pio VI, ancora col nome di Giannangelo Braschi, venne consacrato cardinale vescovo di Porto e Santa Rufina, nonché vice-decano del Sacro Collegio dei Cardinali, alla presenza anche del cardinale Enrico Benedetto Stuart, duca di York e vescovo di Frascati, e di Carlo Rezzonico, vescovo di Sabina.

Il cardinale Braschi rinunciò ai titoli appena ottenuti il giorno stesso come mera formalità e quindi il 22 febbraio 1775 venne incoronato pontefice dal cardinale protodiacono, Alessandro Albani. La domenica successiva egli aprì ufficialmente la Porta Santa della basilica di San Pietro, dando inizio all'anno giubilare 1775. La cerimonia del "possesso" (cioè la cerimonia in cui il papa veniva ufficialmente intronizzato) ebbe luogo il 30 novembre 1775 e fu quella l'ultima volta in cui questa ebbe luogo, tra sfarzi e solennità.

Le riforme economiche[modifica | modifica wikitesto]

I suoi primi provvedimenti fecero ben sperare in un governo liberale capace di riformare la carente amministrazione dello Stato della Chiesa. Dimostrò subito notevole acume nel modo di avvalersi dei propri collaboratori. Censurò il governatore di Roma per non essere riuscito a reprimere i moti popolari che avevano funestato i 4 mesi di vacanza della sede papale, nominò un consiglio cardinalizio per porre rimedio allo stato delle finanze e ridurre il peso dell'imposizione fiscale, incaricò Nicolò Bischi di soprintendere alle spese necessarie all'acquisto di grano, ridusse le uscite annuali sopprimendo l'erogazione di molte pensioni vitalizie e adottò il metodo degli incentivi per incoraggiare lo sviluppo dell'agricoltura.

Le controversie sulla Compagnia di Gesù[modifica | modifica wikitesto]

Stema di Pio VI sul soffitto ligneo della Basilica di San Giovanni in Laterano.

Le circostanze con cui era stato eletto tuttavia furono per lui causa di difficoltà fin dall'inizio del pontificato. Egli infatti aveva ricevuto l'appoggio dei ministri della Corona e del partito anti-Gesuiti con il tacito accordo che avrebbe proseguito l'azione del predecessore Clemente XIV il cui editto Dominus ac Redemptor del 1773 aveva decretato lo scioglimento della Compagnia di Gesù.

I rappresentanti dell'ala più conservatrice, che lo ritenevano invece favorevole ai Gesuiti, si aspettavano da lui misure in riparazione dei presunti torti ricevuti nel corso del precedente pontificato. Il risultato di queste complicazioni fu una serie di mezze misure che finirono per scontentare entrambi gli schieramenti, e questo nonostante fosse proprio per merito di Pio VI che l'ordine riuscì ad evitare il disastro nella Russia Bianca e in Slesia. Ad un certo punto sembrò addirittura che egli pensasse seriamente di ripristinarlo in tutto il mondo, in funzione di baluardo contro le idee rivoluzionarie che si stavano diffondendo.

Le controversie sull'autorità papale[modifica | modifica wikitesto]

Francesco Guardi. Pio VI visitato dal Doge di Venezia.

La Chiesa alle soglie della rivoluzione era vittima di un ostile isolamento promosso dai sovrani europei allo scopo di limitarne le prerogative. Per la verità Febronio, il principale esponente tedesco delle vecchie tesi gallicane fu costretto, non senza provocare scandalo, a ritrattare, tuttavia le sue posizioni furono fatte proprie dall'Impero austriaco. In questo paese le riforme in campo sociale e religioso intraprese da Giuseppe II e dal ministro Kaunitz mettevano in discussione la supremazia di Roma. La risposta di Pio VI fu diplomatica: il Papa prese la straordinaria decisione di visitare personalmente Vienna. Egli partì da Roma il 27 febbraio 1782 ma, sebbene fosse ricevuto con tutti gli onori dall'imperatore, alla fine la sua missione si risolse in un nulla di fatto. Nonostante ciò, qualche anno più tardi, al congresso di Ems riuscì ad arginare il desiderio di autonomia espresso da alcuni arcivescovi tedeschi.

Nel Regno di Napoli il ministro degli Affari esteri Bernardo Tanucci sollevò delle obiezioni circa i diritti feudali e nel 1776 tentò di abolire l'omaggio della chinea, proposito che fu poi conseguito dal primo ministro Domenico Caracciolo nel 1788. Inoltre, all'epoca Napoli era il centro diffusore della massoneria in Italia. Il Papa, temendo il peggio, concluse un trattato difensivo con re Ferdinando IV.

Nel Granducato di Toscana sorsero problemi con il granduca Pietro Lepoldo e con Scipione de' Ricci, vescovo di Pistoia e Prato, filofrancese, sulla questione della riforma in Toscana. Pio VI in entrambi i casi mostrò prudenza. Infine, Pio VI aspettò che passassero 8 anni prima di condannare le deliberazioni uscite dal Sinodo di Pistoia del 1786.

Lo scontro con la rivoluzione francese[modifica | modifica wikitesto]

Allo scoppio della Rivoluzione francese, Pio VI vide la soppressione dell'antico rito gallicano e la confisca di tutti i possedimenti ecclesiastici in Francia, e dovette subire l'onta di vedere il proprio stesso ritratto dato alle fiamme dalla folla nel Palazzo Reale. Pio VI cercò di prendere di petto la questione: il 10 marzo 1791 condannò con il breve Quod aliquantum la Costituzione civile del clero, approvata dall'Assemblea nazionale francese nel luglio del 1790. I rivoluzionari, per rappresaglia, invasero Avignone, ove, nell'ambito della lotta fra chi sosteneva l'annessione alla Francia e i sudditi fedeli al pontefice, una sessantina di questi ultimi furono condannati sommariamente a morte e barbaramente uccisi in una delle torri del palazzo dei Papi. Tale tragico evento è ricordato come i «massacri della ghiacciaia» (Massacres de la Glacière).

Pio VI condannò anche la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, provocando in Francia una spaccatura[senza fonte]. Anche il clero si divise, fra sacerdoti costituzionalisti (capeggiati dal famoso abbé Grégoire) e fedeli al Papa (i cosiddetti "preti refrattari"). L'assassinio del rappresentante repubblicano francese Ugo di Basseville, avvenuto nelle strade di Roma nel gennaio 1793, peggiorò ulteriormente la situazione: la corte papale fu accusata di complicità dalla Convenzione Nazionale.

Nel 1796 Napoleone invase l'Italia e puntò le armi contro lo Stato Pontificio, costringendo il papa all’armistizio di Bologna: Pio VI dovette cedere Bologna, Ferrara e Ancona, versare 21 milioni di scudi e consegnare numerose opere d’arte. L'esercito pontificio fu sconfitto (10 febbraio 1797) e il 18 febbraio i francesi saccheggiavano il Santuario di Loreto. Il Pontefice fu perciò costretto a siglare il Trattato di Tolentino (febbraio 1797), che allo Stato Pontificio costò altri 25 milioni di scudi e numerosi oggetti d’arte.

La deposizione e la morte in Francia[modifica | modifica wikitesto]

La situazione, già di per sé grave, subì un ulteriore peggioramento il 28 dicembre dello stesso anno, quando, nel corso di un tumulto provocato da alcuni rivoluzionari italiani e francesi, il generale Léonard Duphot fu ucciso, e ciò fornì il pretesto per l'occupazione di Roma. Il generale Berthier marciò sulla città, occupandola senza incontrare resistenza[senza fonte] e dandosi poi al saccheggio dei tesori d’arte del Vaticano, tra cui la requisizione di quasi l'intero Museo Profano, dedicato alle pietre preziose antiche. Il 15 febbraio 1798, deposto il Papa come principe temporale, vi proclamò la repubblica.

Pio VI fu fatto subito prigioniero e, il 20 febbraio venne scortato da uomini armati dal Vaticano a Siena, dove rimase tre mesi, e quindi alla Certosa di Firenze (il Granducato era uno Stato neutrale), dove fu segregato nel convento. Nel marzo del 1799 venne deciso di trasferirlo nuovamente, in seguito alla dichiarazione di guerra della Francia contro la Toscana. Si decise di portarlo a Bologna, credendola città anticlericale. Ma, quando i francesi lo esposero al popolo, Pio VI, invece di essere ingiuriato, venne acclamato.[1] Fu allora decretata la sua carcerazione in Francia. Il Papa, quasi ottantaduenne, venne internato prima a Grenoble, poi il 19 luglio fu rinchiuso nella fortezza di Valence, capoluogo della Drôme. Logorato dai patimenti fisici e morali Pio VI si spense in prigione il 29 agosto dello stesso anno, pronunciando queste ultime parole: «Signore, perdonali», unico papa esiliato e morto in cattività nell'età moderna. Il pontificato di Pio VI fu il più lungo ed il più tormentato del XVIII secolo.

Il suo corpo rimase insepolto fino al 29 gennaio del 1800 quando venne sepolto nel cimitero locale di Valence, deposto in una cassa semplice, di quelle riservate ai poveri, su cui fu scritto: «Cittadino Gianangelo Braschi - in arte Papa». Dal municipio di Valence fu notificata al Direttorio la morte del pontefice, cui si aggiungeva la laica profezia che si era sepolto l'ultimo papa della storia. La salma venne successivamente riportata a Roma il 24 dicembre 1801 ove ottenne le esequie ufficiali il 10 febbraio 1802, cerimonia presieduta dal successore, papa Pio VII. Per decreto di papa Pio XII, nel 1949, i resti di Pio VI vennero spostati dalla Cappella della Madonna di San Pietro nelle Grotte Pontificie, posti in un antico sarcofago romano di marmo ritrovato durante gli scavi. Sopra la sua tomba, appesa al muro, venne posta una lapide con la seguente iscrizione:

(LA)
« MORTALES PII VI EXVVIAS QVEM INIVSTVM CONSVMPSIT EXILIVM PIVS XII PONT. MAX. HEIC DIGNE COLLOCARI AC MARMOREO ORNAMENTO ARTE HISTORIAQVE PRAESTANTISSIMO DECORARI IVSSIT A. MCMXXXXIX »
(IT)
« I resti mortali di Pio VI, consumati in un ingiusto esilio, per ordine di Pio XII vennero deposti in una degna e decorosa collocazione, illustre per arte e storia, nel 1949 »
(Lapide di Pio VI)

L'amministrazione dello stato pontificio[modifica | modifica wikitesto]

Tomba di Pio VI, nelle grotte vaticane

Il nome di Pio VI è legato ai molti costosissimi tentativi di far rivivere i fasti e lo splendore del regno di Leone X, nella promozione delle arti e delle opere pubbliche, ma anche nello sfarzo e nel nepotismo.

Ingenti somme di denaro furono così impiegate per abbellire Roma: Pio VI fece costruire la sacrestia di San Pietro ed erigere gli obelischi che si trovano davanti al palazzo del Quirinale, davanti a Trinità de’ Monti e in piazza Montecitorio, ampliò il Museo Pio-Clementino, che era stato iniziato dal suo predecessore Papa Clemente XIV, mentre fuori dell'Urbe la passione di Pio VI furono le bonifiche (benché in Roma la malaria arrivasse fino alle mura): fece un nuovo tentativo, problematico quanto costoso, di bonificare le paludi dell'Agro Pontino[2], e altri lavori di prosciugamento fece effettuare in Umbria.

Seguendo il proprio ideale neorinascimentale, il papa Braschi fece anche dell'Anno Santo 1775 - che coincideva con il suo insediamento - un evento assai più festaiolo che penitenziale, dalle luminarie sul Campidoglio alle feste tradizionali, inclusa la caratteristica corsa di cavalli lungo la via Lata (oggi via del Corso). Più avanti, scoppiata la rivoluzione francese, «accolse e mantenne un sei mila emigrati francesi colla spesa di un 600 mila scudi annui»[3].

Nello stesso modello rientravano i benefici familiari: così quando il nipote Luigi Braschi Onesti si sposò con una ricchissima Falconieri, il Papa fece iniziare la costruzione, per lui, di un intero palazzo tra Piazza Navona e Corso Vittorio Emanuele II, oggi noto come Palazzo Braschi, opera dell'architetto imolese Cosimo Morelli e attualmente sede del Museo di Roma a palazzo Braschi. Intanto, tra il 1787 ed il 1795, il nipote del Papa faceva costruire a Terracina un maestoso edificio in stile neoclassico, anch'esso noto come Palazzo Braschi, come residenza privata del papa in visita ai lavori di bonifica.

È fuori dubbio comunque che i 24 anni di regno del papa Braschi lasciarono le finanze vaticane completamente stremate, come dovette ammettere perfino la Civiltà Cattolica nel 1906[4].

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine Supremo del Cristo

Genealogia episcopale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Genealogia episcopale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Roberto De Mattei, Pio IX, Piemme, 2000.
  2. ^ L'inizio dei lavori fu celebrato da Vincenzo Monti con il poemetto Feroniade, e a testimonianza di quest'opera, il canale che scorre parallelo alla via Appia e che sfocia nel porto di Terracina porta ancora oggi il nome di "Lungo Linea Pio VI".
  3. ^ La Civiltà Cattolica, op. cit., p. 59.
  4. ^ La rivista dei Gesuiti accollava tuttavia l'intera responsabilità del dissesto all'occupazione napoleonica: «Ma al dissesto finanziario avrebbe Pio VI posto riparo, se l'invasione dei nuovi francesi, capitanati dal Bonaparte, non avesse ridotta Roma allo stato di uno scheletro. Mai i Vandali non ebbero rubato tanto! Roma perdette in ori, in argenti, in ferri, in tesori di arte... più di cento milioni: fu strettamente l'ottavo sacco di Roma!» (La Civiltà Cattolica anno 57° - 1906, vol. 2, La Roma di Napoleone p. 59)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Sandro Totti, Il martirio di un papa. Sulle tracce della deportazione di Pio VI (febbraio 1798-agosto 1799), Il Cerchio, Rimini 2002. ISBN 88-8474-015-0

Parte di questo testo è la traduzione dell'articolo presente sull'Enciclopedia Britannica del 1911 ora di pubblico dominio.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Papa della Chiesa cattolica Successore Emblem of the Papacy SE.svg
Papa Clemente XIV 15 febbraio 1775 - 29 agosto 1799 Papa Pio VII
Predecessore Abate commendatario dell'Abbazia di Santa Maria di Valdiponte Successore Prepozyt.png
Carlo Caprara 1767-1773 Giovanni Ottavio Bufalini
Predecessore Cardinale presbitero di Sant'Onofrio Successore CardinalCoA PioM.svg
Giovanni Battista Mesmer 1773-1775 Marcantonio Marcolini

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