Città ideale

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Una delle rappresentazioni pittoriche del concetto: Città ideale (fine XV sec.), dipinto di anonimo fiorentino, conservato al Walters Art Museum di Baltimora.

Una città ideale è il concetto di un insediamento urbano - progettato o solo immaginato, in rari casi messo in pratica - il cui disegno urbanistico riflette criteri di razionalità o un'impostazione scientifica, caratteri che spesso si accompagnano a una tensione ideale e filosofica, o a una forte carica utopica.

Il tema della città ideale, si può dire abbia percorso l'intera storia dell'umanità urbanizzata, fin dall'antichità, ma rimanda con particolare forza al Rinascimento, quando la città, dopo il declino dell'antichità e superato l'interludio feudale e medievale, assurse nuovamente al ruolo centrale di luogo privilegiato entro cui dispiegare l'agire storico dell'uomo. A partire dal Quattrocento, l'esperienza teorica e il dibattito sulla "città ideale" furono tanto intensi da fare di quel tema, pure in carenza di vere e proprie realizzazioni pratiche, uno dei grandi snodi ispiratori su cui si concentrò la riflessione dell'arte, dell'architettura e dell'urbanistica rinascimentale, che ambirono a coniugarvi esigenze funzionali e sensibilità estetica, un'aspirazione che porta con sé i tratti caratteristici di quel tempo[1].

Storia di un'idea[modifica | modifica sorgente]

El Lahun, Egitto (XIX secolo a.C.), la cui pianificazione regolare riflette rapporti di forza dispotici e ierocratici della civiltà egizia.

L'ambizione a uno "spazio ideale", si può affermare, ha accompagnato l'uomo lungo tutta la sua storia, fin da quando, già nella remota antichità, ha dovuto confrontarsi con situazioni e problematiche che emergevano dallo strutturarsi degli insediamenti umani e dell'economia in forma urbana o protourbana.

Elemento qualificante dell'aspirazione ideale[modifica | modifica sorgente]

Un valore fondamentale si attribuisce alla tensione ideale che ispira il progetto. In mancanza di essa, infatti, la ricerca programmatica e gli esiti progettuali stimolati dalle criticità della struttura urbana non danno forma a ciò che si intende per "città ideale". La struttura degli insediamenti, infatti, non può essere avulsa dalle gerarchie di potere e dagli assetti della società di cui gli insediamenti urbani sono una delle espressioni[2].

In assenza dell'elemento ideale qualificante, i programmi edilizi, per quanto razionali e pianificati, possono risultare privi di qualsiasi spessore utopico e, anzi, finire semplicemente per riflettere, riprodurre, perpetuare, o consolidare, i rapporti di forza, gli assetti e le gerarchie sociali già espressi dalla società. Ad esempio, la razionale regolarità dei villaggi dell'antico Egitto, con le fragili abitazioni comuni sovrastate fisicamente dalla solida monumentalità templare e palaziale, non fa altro che esprimere, in maniera quasi simbolica, la natura dispotica e ierocratica dei rapporti di forza di quella antica civiltà[2].

La metafora della Torre di Babele[modifica | modifica sorgente]

Un esempio dell'ambizione ideale lo si ritrova nel Libro della Genesi, in cui la metafora biblica della Torre di Babele sussume l'aspirazione dell'uomo a uno spazio abitativo la cui struttura rifletta una forte carica utopica e ideale: una tensione che spinge l'uomo a voler acquisire fama toccando il cielo, perseguendo il disegno di tenere unita l'intera Umanità, affinché essa non fosse «dispersa sulla faccia di tutta la terra». Il fine utopico sotteso all'impresa di Babele è differente dal pensiero del libro sacro e quindi indirizzato a un primordiale popolamento della terra, dato che spesso il Dio biblico stravolge il Pensiero umano[3].

Riflessione teorica e filosofica: da Ippodamo e Platone al Rinascimento[modifica | modifica sorgente]

L'Impianto planimetrico ippodameo della polis di Mileto, al Museo di Pergamo di Berlino.

Ben presto, nella storia dell'uomo, questa aspirazione ha assunto il carattere di una riflessione teorica, declinata in chiave di Utopia filosofica o nei termini di un progetto politico.

Utopia urbana in Platone[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Repubblica e Le Leggi.

L'intento teorico di pianificare una polis ideale assume comunque una dimensione filosofica nell'idealismo di Platone, espresso nei suoi dialoghi sulla Repubblica e sulle Leggi. La riflessione di Platone apre a teorie politiche che confinano con l'utopia, ma non si spinge fino al punto da concepire una città che traduca in forme architettoniche l'idealità delle visioni politiche e degli assetti statuali da lui teorizzati[4]. L'unica annotazione estetica si appunta sullo schema urbano, di cui viene affermata come inopportuna ogni soluzione di assoluta regolarità, che Platone considera deprecabile in quanto portatrice di sgradevolezza estetica[4].

Schema ippodameo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Ippodamo da Mileto e Urbanistica greca.

Sia la civiltà etrusca, sia l'antichità greca, offrono i primi tentativi di tradurre un progetto politico ideale in architettura urbana: le città di Marzabotto e di Gonfienti, edificate all'inizio del VI secolo a.C., e la polis di Thurii, presso Sibari, una città di fondazione nata nel 444 a.C., su iniziativa di Pericle, sorsero col probabile intento di farne centri coloniali greci ed etruschi, collegati sia al mondo della dodecapoli etrusca sia a quello panellenico[5]; tra i "padri" di Thurii, oltre al nome di Pericle, è tramandato quello dell'architetto Ippodamo di Mileto e del sofista Protagora[5].

Viene anche ritenuta «attendibile» un'influenza pitagorica su Ippodamo, testimoniata dalla regolarità dell'impianto planimetrico detto ippodameo, e dalla tipicità delle abitazioni, in cui si riflette architettonicamente il concetto di isonomia (ἰσονομία), l'equa attribuzione ai cittadini di prerogative e potenzialità[6] che trovò la sua formulazione nello spazio culturale della polis greca già in epoca arcaica.

Giungendo nell'epoca dell'Umanesimo rinascimentale, l'aspirazione a forme urbanistiche ideali va ad alimentare un progetto comune, utopistico e allo stesso tempo irrealizzabile, nel quale architetti e artisti del Rinascimento profusero le loro migliori forze creative, dando vita, soprattutto nel XVI secolo, a un appassionato dibattito teorico, importante dal punto di vista culturale, anche se foriero di pochissimi esiti concreti.[7][8]

Utopia e prassi della città rinascimentale[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Urbanistica rinascimentale e Architettura rinascimentale.
Utopiae Insula, xilografia di A. Holbein per L'Utopia di Tommaso Moro
La planimetria stellata e radiocentrica della città fortezza di Palmanova.

La città ideale venne infatti al centro di un intenso dibattito, divenendo uno dei grandi temi su cui si appuntò l'elaborazione teorica dell'arte, dell'architettura, e dell'urbanistica rinascimentale. A quei grandi temi la riflessione sulla città ideale era, peraltro, organicamente legata: la rinnovata affermazione della centralità dell'uomo, la riscoperta e la riappropriazione dell'arte greco-romana e dell'architettura classico-romana (si pensi al sodalizio dell'Accademia della Virtù di Claudio Tolomei), l'imitazione della realtà, l'organizzazione prospettica dello spazio artistico, la teoria delle proporzioni e della misura nella progettazione architettonica[9].

Funzione ideologica della città-stato rinascimentale[modifica | modifica sorgente]

Se nel Rinascimento la riflessione divenne particolarmente intensa, anche se con poche e occasionali realizzazioni concrete, lo si deve alla rinata centralità della città rinascimentale che, a partire dal Quattrocento, riacquista il ruolo di perimetro e crocevia dell'agire storico dell'uomo, topos separato e distinto dalla Natura[1][8]. Nello spazio delimitato della 'città' dovevano idealmente convergere aspirazioni ed esigenze disparate, sia funzionali che estetiche, veri tratti culturali caratteristici dell'epoca, il cui equilibrio fosse espressione della nuova sensibilità affermatasi nella cultura e nella società del tempo[1]. La città assume per questo un ruolo di spicco nei confronti delle arti: non solo luogo privilegiato in cui se ne esprimono e se ne raccolgono le manifestazioni ma, più di tutto, spazio teorico che, nel suo perimetro prospetticamente delimitato, si pone in posizione gerarchicamente sovraordinata nei confronti del complesso delle arti, assumendosi la funzione di coordinarne le differenti espressioni, ricomponendole all'interno di un coerente sistema di interrelazioni formali in grado di trascendere le peculiarità e gli aspetti particolari delle singole manifestazioni, attraendole e subordinandole nella sfera concettuale unificante della città-stato[8][10], ora non più semplice contenitore di abitanti, e nemmeno, d'altronde, luogo meramente architettonico o monumentale (urbs, secondo la definizione di Leonardo Bruni[11], ma comunità civica (civitas, sempre secondo la definizione di Bruni[11]), portatrice di un retaggio storico e culturale, «spazio ideale aperto all'invenzione e insieme luogo concreto della vita associata e sede del potere politico»[12].

Città stato e signorie cittadine[modifica | modifica sorgente]
Antica pianta di Terra del Sole, presso Forlì.

La funzione ideologica della città stimolò nelle signorie cittadine dell'epoca il desiderio di costruirsi delle città ideali, che celebrassero i caratteri «di novità e artificiosità del nuovo regime politico»[13]:

Fu in questa temperie politica e culturale che, durante la seconda metà del Quattrocento, si registrarono alcuni episodici tentativi di realizzare spazi urbani in cui, trasferendo su un piano progettuale i temi del dibattito teorico, l'organizzazione dello spazio si informasse a esigenze ideali di funzionalità, equilibrio, ordine razionale, con le quali interpretare e tradurre in pratica le «aspirazioni della perfetta ragione politica» e le funzioni imposte dalle aspirazioni signorili: «di rappresentanza (il palazzo), di difesa (le fortificazioni), di residenza (strutture abitative per i nuovi ceti urbani), di spettacolo (il teatro[13].

Elementi fondamentali per raggiungere tale obiettivo furono l'apertura di nuove prospettive cittadine con realizzazioni, in forme regolari o rettilinee, di strade, ponti, canali e piazze. La volontà signorile imboccò diverse direzioni, dalla progettazione di nuove città all'ampliamento di quelle esistenti, dall'abbellimento della città medievale, fino alla sua trasformazione secondo un ordine diverso[14]. Soprattutto nel XVI secolo, l'esigenza di palingenesi dello spazio urbano risentì delle tensioni politiche e militari che si addensarono sulla penisola e sull'intera Europa[14]. Ne fu favorita l'esigenza di munire le città già esistenti contro le armi nemiche: in questo modo, la razionalità della nuova concezione della fortificazione finiva per riverberarsi e imporsi sull'organizzazione e sull'ordine dello spazio interno[14].

Non mancarono, a questo proposito, esempi progettuali di vere e proprie città militari. Fra queste, un esempio significativo è la città-fortezza di Terra del Sole costruita ex novo alla fine del Cinquecento per volontà di Cosimo I de' Medici. Il culmine dell'architettura militare adattata alla fortificazione delle città può essere rintracciato nell'exploit architettonico della topologia stellata e radiocentrica di Palmanova.

Iconografia: Città Ideale del Palazzo Ducale di Urbino[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Città ideale (dipinto).

La Città Ideale, dipinto esposto nella Galleria nazionale delle Marche e opera di un ignoto artista[15], è il "luogo ideale" in cui la classicità "moderna" trova la "sua" rappresentazione e raggiunge il suo culmine. Il pittore (che alcuni identificano in Piero della Francesca o alla sua scuola, mentre altri optano per un'attribuzione a Leon Battista Alberti o a Luciano Laurana, secondo quanto descritto in calce allo stesso dipinto) ha voluto rappresentare il modello di assoluta perfezione della città rinascimentale, concepita come una "scacchiera" dove il pavimento delle strade, con l'intersecarsi dei marmi policromi, riflette e amplifica la struttura della città, i cui edifici, proprio come i pezzi di una scacchiera, sono ordinati e collocati a intervalli di spazio regolari e prestabiliti, secondo canoni di assoluta perfezione. Inoltre gli edifici (che non devono assolutamente superare i 3 piani di altezza) sono disposti in maniera simmetrica e trasversale rispetto al centro della rappresentazione che culmina con una Rotonda, una particolare tipologia di edificio classico che, in quanto strutturalmente di forma circolare, vuole rappresentare (con l'iperbole della circonferenza del cerchio, figura da sempre ritenuta "perfetta" perché in sé chiusa e conchiusa) il coronamento di un'opera che tutto racchiude all'interno di sé, lasciando un vuoto ideale e universale al di fuori di sé. Si tratta di un caso classico di utopia.

Esperienze[modifica | modifica sorgente]

Urbino[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rinascimento urbinate e Palazzo Ducale di Urbino.

La più ricordata tra le città reali ispirate a un progetto ideale è Urbino, con il suo Palazzo Ducale, la cui grande e complessa concezione monumentale si risolveva, secondo la definizione di Baldassare Castiglione, nella concezione di una «città in forma di palazzo»[12][16]. Tale risultato si deve alla volontà del duca Federico da Montefeltro, di inclinazioni culturali umanistiche, che volle espandere verso il basso il castello del suo potente casato, fino a congiungerlo a un'altra costruzione che insisteva su un livello altimetrico inferiore.

L'intervento, nella sua ampiezza e complessità, fu affidato nella seconda metà del Quattrocento all'architetto Luciano Laurana, esponente di quella schiera di intellettuali e artisti di cui il colto duca di Urbino amava circondarsi, raccogliendo attorno alla sua corte un vero e proprio cenacolo animato da figure di spicco come, oltre al già citato architetto, quelle di Piero della Francesca, Francesco Laurana, Leon Battista Alberti e Francesco di Giorgio Martini[16].

La complessa soluzione ideata da Luciano Laurana, poi continuata da Francesco di Giorgio Martini, lasciava spazio a una nuova monumentale piazza cittadina e a un cortile d'onore interno, dalla rigorosa scansione geometrica, circondato da un chiostro[16]. Alcuni elementi estetici di vaga impronta medievale (come gli slanciati torricini o la merlatura dell'originario progetto, poi smantellata da Girolamo Genga alla metà del secolo successivo) non travisano la matura razionalità di una concezione pienamente aderente alla sensibilità architettonica rinascimentale[16].

Pienza[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Urbanistica di Pienza.

Altro esempio di città ideale è Pienza, in terra senese, nata dalla ristrutturazione del borgo di Corsignano (a poco più di 50 km da Siena) per volere del papa Pio II Piccolomini che ne commissionò i lavori all'architetto Bernardo Rossellino, seguace e collaboratore di Leon Battista Alberti. La ristrutturazione doveva inizialmente riguardare la sola piazza centrale, su cui si affacciano la cattedrale di Pienza, la residenza del papa, la locale sede vescovile e il Palazzo Pretorio, e per la quale fu messo in atto un particolare accorgimento prospettico, a segnare la stretta adesione alla regolarità geometrica rinascimentale la distanza dalla spontanea anarchia delle forme urbiche medievali: la piazza ebbe forma di trapezio, un espediente architettonico in grado di controbilanciare la convergenza prospettica delle linee verso l'orizzonte, esaltando il risalto conferito alla fabbrica del Duomo cittadino[16].

L'intervento fu poi esteso al resto del borgo, fino a farne una perfetta residenza papale, improntata a un'omogenea visione architettonica, in cui la scansione orizzontale del lastrico pavimentato sembra rispecchiarsi sulla geometria regolare delle linee verticali dei prospetti dei palazzi, quasi assurgendo a modulo architettonico.[16]

La morte di Rossellino e di Pio II Piccolomini ha impedito la completa realizzazione del progetto, lasciando comunque a Pienza lo splendido palazzo Piccolomini con il suo loggiato da cui si può ammirare per molti chilometri la campagna toscana.

Ferrara[modifica | modifica sorgente]
Il paramento bugnato di Palazzo dei Diamanti, con l'originale e «imprevista» evidenziazione della parasta angolare e del balcone sporgente[17], presso il monumentale Quadrivio degli Angeli.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Addizione Erculea e Rinascimento ferrarese.

Un altro progetto da non tralasciare è quello realizzato dall'architetto Biagio Rossetti nel 1492 per Ferrara, prima città ad aver avuto un vero piano regolatore per opera degli Estensi. La città divenne in quel periodo un importante centro umanistico, ospitando alla corte estense i maggiori poeti italiani del Quattrocento e Cinquecento, Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso, nonché i grandi pittori del tempo, tra i quali Tiziano, nella stagione del cosiddetto Rinascimento ferrarese.

Rossetti esaminò i problemi della città padana e comprese la necessità di nuove cinte murarie e di un maggior numero di abitazioni le esigenze di una popolazione in notevole crescita. Il suo progetto si basò sulla costruzione di una rete stradale sul modello delle città dell'antica Roma (due vie principali tra loro perpendicolari, parallelamente alle quali sarebbero state costruite tutte le altre: "città a scacchiera") e sull'inserimento degli edifici ducali e delle nuove mura. Ma per vari motivi (calo demografico, crisi economica, passaggio della città sotto il dominio della Chiesa) i lavori rimasero incompiuti. Rimane tuttavia leggibile lo spirito profuso dall'artefice: l'intervento additivo di Rossetti, come dimostrato da Bruno Zevi[18] non può essere ricondotto a un'astratta e rigida applicazione pratica di elaborazioni teoriche vertenti sul tema ideale, ma nasce da uno studio metodico dell'impianto medievale, del quale si riconosce implicitamente il valore[17]. In Rossetti, l'avvertita necessità di un ampliamento dello sviluppo urbano si accompagna all'esigenza consapevole di mettere in atto un'"azione rigeneratrice" dell'impianto precedente[17][19]. Con queste premesse l'architetto dà vita a una «spazialità urbana che [...] tiene conto di un'idea di spazio [...] [quale] poteva dedursi dall'opera dei grandi pittori ferraresi: Cosmè Tura, Francesco del Cossa, Ercole de' Roberti, [...] una spazialità indipendente da premesse prospettiche assolute [...] e in nessun modo omogenea o geometrizzata, anzi fatta di rapidi, sorprendenti passaggi di grandezze: contratte strettoie e spalancate aperture, fughe di linee e dilatarsi di atmosfere [...], scarti, deviazioni, direzioni plurime convergenti, divergenti, incrociate»[17]

Acaya[modifica | modifica sorgente]
Torrione del castello di Acaya, nella sistemazione di Gian Giacomo dell'Acaya
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Acaya e Castello di Acaya.

Acaya è un piccolo borgo in provincia di Lecce, lungo l'antichissima arteria che arrivava fino a Otranto. Chiamato Salapia e poi Segine in epoca messapica, l'abitato venne integralmente ristrutturato, fortificato e riordinato urbanisticamente da Giangiacomo Dell'Acaya, un umanista versato nelle matematiche, ingegnere militare di Carlo V e feudatario di Acaya. Ultimati i lavori nell'anno 1535, ne mutò anche il nome affinché, come scrisse nell'epigrafe sulla porta d'ingresso al paese, a Dio piacendo, il nome dell'antica Acaya potesse essere rinnovato nelle terre salentine. Il paese presenta un impianto ortogonale con un cardo e un decumano. Di forma quadrata, il borgo è dotato del castello di Acaya, posto nell'angolo sud-ovest, sotto il quale è stata ritrovata evidenza archeologica di una chiesa di culto greco basiliano del IX secolo, con importanti icone affrescate.

Sono presenti tre piazze lungo la diagonale che corre verso nord-est per concludersi con il convento dei frati minori. Questi elementi architettonici e topografici definiscono i tre aspetti della vita sociale del tempo: l'aspetto militare, quello politico e la sfera religiosa. La città nelle sue dimensioni è a misura d'uomo, ed è disposta in allineamento con la rosa dei venti.

Terra del Sole[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terra del Sole.
Pianta settecentesca di Terra del Sole, che ne evidenzia il carattere urbanistico di "città fortificata"

Terra del Sole-Eliopoli è una città fortificata costruita ex novo da Cosimo I de' Medici nell'enclave romagnola del Granducato di Toscana, a pochi chilometri da Forlì, in funzione di una precisa politica di difesa dei confini, attuata da Cosimo attraverso un piano di consolidamento del potere territoriale[20].

Nel quadro delle fortificazioni cosimiane, Terra del Sole ha tratti fortemente specifici, pensata non solo come fortezza ma anche come minuscola "città": simbolo (fin dal nome, così evidentemente legato al mito solare ricorrente nell'ideologia del Principato) e luogo concreto della sovranità ducale, eretto laddove questa aveva termine, nella pianura pontificia dominata da un centro cittadino ben più antico e più reale, quello di Forlì, e sintesi del granducato in terra romagnola[21].

Terra del Sole era destinata a diventare la nuova prestigiosa sede degli "uffizi" medicei nella Romagna Toscana, struttura urbana che doveva assolvere a molteplici funzioni: amministrative, giudiziarie, militari, religiose e commerciali[22]. Nel nuovo insediamento Cosimo trasfuse la sua esperienza di soldato e principe e le sue conoscenze sull'evoluzione dell'ingegneria militare: sapeva del castrum romano e apprezzava i modelli di fortezza bastionata, distingueva le strutture belliche studiate per le balestre e l'arma bianca da quelle in cui difesa e offesa si fondavano sull'artiglieria. Baldassarre Lanci, Giovanni Camerini, Bernardo Buontalenti e Girolamo Genga, furono gli artisti e egli architetti incaricati di eseguire le sue idee.

A Terra del Sole le fortificazioni erano adeguate ai tempi, come fortificazione alla moderna, e alle nuove tecniche militari e ossidionali. Così come per le altre fortezze volute da Cosimo a difesa del Granducato, le lunghe cortine e le torri furono sacrificate in favore di quattro bastioni angolari, muniti di orecchioni al fine di proteggere, con bocche da fuoco poste nelle cannoniere, le scarpe delle cortine costruite in terra battuta, armate con palificate, e rivestite in laterizio[22].

«Terra del Sole può essere considerata, con Palmanova, come la più compiuta espressione della nuova modellistica urbana che si impone in Italia nel cinquecento, per diretta influenza delle teorizzazioni e delle concrete esperienze degli ingegneri militari»[23]

Sabbioneta[modifica | modifica sorgente]
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sabbioneta.

La città fu fondata da Vespasiano Gonzaga Colonna tra il 1554/1556 e il 1591, anno della sua morte, nel luogo in cui sorgevano una rocca e un antico insediamento. Il periodo più prospero nella storia della città di Sabbioneta fu negli anni della sua riedificazione, sotto il dominio del principe Vespasiano Gonzaga Colonna, di cui divenne la residenza. La cittadina, costruita in base ai principi umanistici della città ideale, ospita al suo interno diversi monumenti quali il Palazzo Ducale o Palazzo Grande, residenza ducale e luogo deputato all'amministrazione dello stato, il Teatro all'Antica o Teatro Olimpico (1590) progettato da Vincenzo Scamozzi, primo edificio teatrale dell'epoca moderna costruito appositamente per tale funzione, la Galleria degli Antichi o Corridor Grande, deputata a ospitare la collezione di marmi antichi nonché i trofei di caccia, il Palazzo Giardino o Casino, luogo consacrato all'otium e pregevolmente riqualificato tra il 1582 e il 1587 da Bernardino Campi e dalla sua équipe di collaboratori, le chiese dell'Assunta, Incoronata, del Carmine, la Sinagoga e lo storico quartiere ebraico, oggi non più abitato da una comunità, con le sue attività di stampa, fondate nel 1567 da Tobias Foa.

Altri esempi[modifica | modifica sorgente]

L'unico esempio di nuovo centro cittadino del Quattrocento razionalmente progettato, quello di Vigevano, 1493-1495, richiama uno spazio chiuso circondato da arcate. Nei primi anni del 1990, Todi fu definita città ideale (e la più vivibile del mondo) da uno studio dell'Università del Kentucky. Studi approfonditi hanno dimostrato una corrispondenza stretta tra l'affresco della città ideale e la piazza centrale di San Giovanni Valdarno. Anche il comune di San Lorenzo Nuovo, realizzato nel 1774, fu progettato dall'architetto Francesco Navone come una sorta di città ideale secondo i canoni urbanistici del tempo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Gillo Dorfles, Cristina Dalla Costa, Marcello Ragazzi, Storia dell'arte dalla Preistoria al Settecento, p. 167
  2. ^ a b Luigi Firpo, cit., p. 11.
  3. ^ Libro della Genesi, 11,1-9.
  4. ^ a b Hanno-Walter Kruft, Le città utopiche. La città ideale dal XV al XVIII secolo fra utopia e realtà, Laterza, 1990 (p. 6)
  5. ^ a b Hanno-Walter Kruft, Le città utopiche. La città ideale dal XV al XVIII secolo fra utopia e realtà, Laterza, 1990 (pp. 6-7)
  6. ^ Hanno-Walter Kruft, Le città utopiche. La città ideale dal XV al XVIII secolo fra utopia e realtà, Laterza, 1990 (p. 7)
  7. ^ Luigi Firpo, cit., p. 10.
  8. ^ a b c Gianni Carlo Sciolla, in Id. (a cura di), La città ideale nel Rinascimento, UTET, Torino, 1975, p. 33.
  9. ^ Gillo Dorfles, Cristina Dalla Costa, Marcello Ragazzi, Storia dell'arte dalla Preistoria al Settecento, p. 166
  10. ^ Giulio Carlo Argan e Maurizio Fagiolo dell'Arco, «Premessa all'arte italiana», in Storia d'Italia, Einaudi, 1972
  11. ^ a b Leonardo Bruni, Epistolario, X.25, testo latino da Google ricerca libri)
  12. ^ a b Franco Pignatti, «Città rinascimentale» (da Italica.RAI.it)
  13. ^ a b Franco Pignatti, «Città ideale» (da Italica.RAI.it)
  14. ^ a b c Gillo Dorfles, Cristina Dalla Costa, Marcello Ragazzi, Storia dell'arte dalla Preistoria al Settecento, p. 168
  15. ^ AA.VV., Urbino Galleria Nazionale della Marche, Electa, Milano 2005
  16. ^ a b c d e f Gillo Dorfles, Cristina Dalla Costa, Marcello Ragazzi, Storia dell'arte dalla Preistoria al Settecento, p. 169
  17. ^ a b c d Giulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana, II vol., p. 307, Sansoni editore, 1978
  18. ^ Quest'ultima asserzione è di Giulio Carlo Argan, in Storia dell'arte italiana, II vol., Sansoni editore, 1978 (pag. 307)
  19. ^ Bruno Zevi, Storia e controstoria dell'architettura in Italia, Newton & Compton, 1997
  20. ^ I Medici e la scienza, dal sito del Museo Galileo.
  21. ^ Elena Fasano Guarini, la Provincia di Romagna nel Granducato di Toscana, Archivio toscano in Romagna - Inventario dell'Archivio storico di Castrocaro Terme e Terra del Sole, IBC E.R., ed. Analisi, Bologna 1989
  22. ^ a b Cronache Castellane, n. 162, anno 2006
  23. ^ Enrico Guidoni, L'arte di progettare le città, pag. 123, Ed. Kappa, 1992

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]