Leon Battista Alberti

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« Ci è un uomo che per la sua universalità parrebbe volesse abbracciarlo tutto, dico Leon Battista Alberti, pittore, architetto, poeta, erudito, filosofo e letterato »
(Francesco de Sanctis, Storia della letteratura italiana)
Presunto autoritratto su placchetta, (Parigi, Cabinet des Medailles)
Battista Alberti decise di aggiungere al proprio nome Leone in età adulta
Statua di L.B. Alberti, piazza degli Uffizi a Firenze

Leon Battista Alberti (Genova, 18 febbraio 1404Roma, 20 aprile 1472) è stato un architetto, scrittore, matematico, umanista, crittografo, linguista, filosofo, musicista e archeologo italiano; fu una delle figure artistiche più poliedriche del Rinascimento. Il suo primo nome si trova spesso, soprattutto in testi stranieri, come Leone.

Alberti fa parte della seconda generazione di artisti dell'Umanesimo, di cui fu una figura emblematica per il suo interesse nelle più varie discipline.

Un suo costante interesse era la ricerca delle regole, teoriche o pratiche, in grado di guidare il lavoro degli artisti. Nelle sue opere menzionò alcuni canoni, ad esempio: nel De statua espose le proporzioni del corpo umano, nel De pictura fornì la prima definizione della prospettiva scientifica e infine nel De re aedificatoria (opera terminata nel 1450) descrisse tutta la casistica relativa all'architettura moderna, sottolineando l'importanza del progetto e le diverse tipologie di edifici a seconda della loro funzione.

L'aspetto innovativo delle sue proposte consisteva nel mescolare l'antico ed il moderno esaltando così la prassi degli antichi e quella moderna inaugurata da Brunelleschi. Inoltre, secondo Leon Battista Alberti: «...l'artista in questo contesto sociale non deve essere un semplice artigiano, ma un intellettuale preparato in tutte le discipline ed in tutti i campi». Una concezione figlia dell'enciclopedismo medievale degli uomini dotti, ma aggiornata all'avanguardia umanista. La classe sociale a cui Alberti faceva riferimento è comunque un'aristocrazia e alta "borghesia" illuminata fiorentina. Egli lavorò al servizio dei committenti più importanti dell'epoca: il papato, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i Malatesta a Rimini.

Come architetto Alberti viene considerato, accanto a Brunelleschi, il fondatore dell'architettura rinascimentale. La differenza essenziale tra i due si colloca soprattutto sul piano geometrico: dove Brunelleschi ideava sempre spazi tridimensionali, Alberti organizzava geometricamente le superfici bidimensionali. Un punto in comune è invece la valorizzazione della tradizione locale, attingendo nella storia del singolo edificio e razionalizzando gli elementi preesistenti, in modo da ottenere qualcosa di estremamente moderno ma radicato nello specifico.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La formazione umanistica[modifica | modifica wikitesto]

Leon Battista nacque a Genova, figlio illegittimo di Lorenzo Alberti, esponente di una ricca famiglia di mercanti e banchieri fiorentini, banditi dalla città toscana nel 1402 per motivi politici.

I primi studi furono di tipo letterario, prima a Venezia al seguito del padre che si spostava per i suoi commerci e poi a Padova nella scuola dell'umanista Gasparino Barzizza, dove studiò il latino e forse anche il greco.[1] Si trasferì poi all'Università di Bologna, per studiare diritto canonico, coltivando però parallelamente il suo amore per altre discipline artistiche quali la musica, la pittura, la scultura. Alberti si dedicò all'attività letteraria sin da giovane. A Bologna scrisse una commedia autobiografica in latino, una lingua della quale possedeva una padronanza assoluta, la Philodoxeos fabula ("Amante della Gloria"), con la quale ingannò tutti gli esperti dell'epoca, che la ritennero originale e la attribuirono a Lepido, nome con il quale Alberti si firmò. Compose dialoghi, sempre in latino, intitolati Intercoenales e, nel 1428, un'opera chiamata Deifira, dove spiegava come fuggire da un amore iniziato male, probabilmente ispirato a vicende personali.

Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1421, Alberti ritornò temporaneamente a Padova, dove trascorse alcuni anni pieni di difficoltà, entrando in forte contrasto con i parenti che non volevano riconoscere i suoi diritti ereditari né favorire i suoi studi. In questi anni coltivò soprattutto gli studi scientifici, astronomici e matematici.[1] Ritornato nuovamente a Bologna si laureò nel 1428, nonostante le difficoltà economiche e di salute. Negli anni della formazione Alberti incontrò tra Padova e Bologna e intrecciò amicizie con molti importanti intellettuali, come Paolo dal Pozzo Toscanelli, Tommaso Parentuccelli, futuro papa Nicolò V e probabilmente Niccolò Cusano.

Gli anni 1428-1431 non sono documentati, anche se si ipotizza che si sia recato a Firenze dopo il ritiro del Bando (1428) e che fosse entrato al seguito del cardinal Albergati accompagnandolo in Francia e nel Nord Europa.[1]

A Roma[modifica | modifica wikitesto]

La difficile situazione personale portò Alberti a maturare la decisione di prendere i voti religiosi per iniziare la carriera ecclesiastica, come lui stesso spiega nel De commodis. Nel 1431 diventò segretario del patriarca di Grado e trasferitosi a Roma con questi, nel 1432 fu nominato abbreviatore apostolico (il cui ruolo consisteva, tra l'altro, nel redigere i brevi apostolici, le disposizioni papali inviate ai vescovi, oltre alle epistole ed ai discorsi pubblici degli alti prelati della curia). Così entrò nel prestigioso ambiente umanistico della corte papale al servizio del papa Eugenio IV, che lo nominò (1432) titolare della pieve di San Martino a Gangalandi a Lastra a Signa, vicino a Firenze, e del cui beneficio godette fino alla morte, pur compiendovi visite molto sporadiche.[1]

Alberti, vivendo prevalentemente a Roma ma spostandosi per periodi anche lunghi e per varie incombenze ed occasioni anche a Ferrara, Bologna, Firenze, Mantova e Rimini, lavorò come abbreviatore per la curia per ben 34 anni, fino al 1464, quando il collegio degli abbreviatori fu soppresso. Restò comunque a Roma fino alla morte, avvenuta all'età di 68 anni e al termine di una vita intensa che lo vide eccellere in più di un'arte.

Le prime opere letterarie[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1433 ed il 1434, Alberti scrisse, in pochi mesi, i primi tre libri Della Famiglia, un trattato in volgare completato con il quarto libro nel 1441. Si tratta di un trattato in forma di dialogo ambientato a Padova, nel 1421. Al dibattito partecipano vari componenti della famiglia Alberti, personaggi realmente esistiti, scontrandosi su due visioni diverse: da un lato c'è la mentalità moderna e borghese e dall'altro la tradizione, aristocratica e legata al passato. L'analisi che il libro offre è una visione dei principali aspetti ed istituzioni della vita sociale dell'epoca, quali il matrimonio, la famiglia, l'educazione, la gestione economica del focolare, l'amicizia ed in genere i rapporti sociali: Alberti esprime qui il suo punto di vista "filosofico" pienamente umanistico che ricorre in tutte le sue opere di carattere morale e che consiste nella convinzione che gli uomini sono responsabili della propria sorte e che la virtù sia insita nell’uomo e debba essere realizzata attraverso l'operosità, la volontà e la ragione.[1]

A Firenze[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1434 ed il 1443 Alberti visse prevalentemente a Firenze al seguito della corte papale che soggiornò a lungo in città per partecipare al Concilio che doveva riappacificare la chiesa latina e quella greca. La lunga permanenza fu interrotta da una permanenza a Bologna intorno al 1436, da visite a Perugia e Venezia e da un periodo in cui il Concilio si spostò a Ferrara dal 1438 all’inizio del 1439.

La lunghissima permanenza a Firenze permise ad Alberti una profonda assimilazione della cultura fiorentina e l’inserimento in un ambiente artistico ed intellettuale vivissimo. In questo periodo nascono importanti opere letterarie[2] e maturano gli interessi artistici di Alberti. Conobbe le opere dei grandi innovatori (Filippo Brunelleschi, Lorenzo Ghiberti, Donatello e Masaccio) e strinse amicizia con alcuni di essi.

Il De pictura[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi De pictura.

Del 1435 è il De Pictura, scritto in latino e tradotto l'anno seguente in volgare, con una dedica all'amico Brunelleschi.[3] In questo trattato l'Alberti si prefiggeva di dare una regola e una sistemazione alle arti figurative, anche attraverso la geometria, e con finalità probabilmente didattiche. Il De pictura fu la prima trattazione di una disciplina artistica non intesa solo come tecnica manuale, ma anche come ricerca intellettuale e culturale,[4] e sarebbe difficile immaginarla fuori dallo straordinario contesto fiorentino e scritta da un autore diverso da Alberti, grande intellettuale umanista, ma artista egli stesso, anche se una sua attività nel campo delle arti figurative è ancora da dimostrare, nonostante poco lusinghieri riferimenti del Vasari. Il trattato è organizzato in tre "libri".[1][5] Il primo contiene una delle prime trattazioni dirette al pubblico della prospettiva[6] Nel secondo libro Alberti tratta di “circonscrizione, composizione, e ricevere di lumi” cioè dei tre principi che regolano l'arte pittorica:

  • la Circumscriptio consisteva nel tracciamento del contorno dei corpi;
  • la Compositio, era tracciamento delle linee che uniscono i contorni dei corpi e cioè la disposizione narrativa della scena pittorica la cui importanza è qui espressa per la prima volta con tale lucidità intellettuale;
  • la Receptio luminum, prendeva in considerazione i colori e la luce.

Il terzo libro è relativo alla figura del pittore di cui si rivendica un ruolo di vero intellettuale e non di artigiano. Con questo trattato Alberti influenzerà non solo il Rinascimento italiano ma tutto quanto si sarebbe detto sulla pittura sino ai nostri giorni.[7]

La questione del volgare[modifica | modifica wikitesto]

Pur scrivendo numerosi testi in latino, lingua alla quale riconosceva il valore culturale e le specifiche qualità espressive, Alberti fu un fervente sostenitore del volgare, considerato più adatto alle esigenze di cambiamento della nuova società che stava nascendo. La doppia stesura in latino ed in volgare del De pictura manifesta l'interesse di Alberti per il dibattito in corso tra gli umanisti sulla possibilità di usare il volgare italiano come lingua adatta alla trattazione di ogni materia. In un dibattito avvenuto a Firenze tra gli intellettuali della curia, Flavio Biondo aveva affermato la diretta discendenza del volgare dal latino classico e Alberti, condividendo tale tesi, in una lettera dedicatoria del libro III della Famiglia a Francesco d’Altobianco, difende l'uso del volgare, giustificandolo per la sua utilità, visto che è il mezzo per divulgare la cultura ad un pubblico più vasto e giudicandolo perfettibile ricorrendo alla sintassi ed al lessico della lingua madre. Alberti fu così uno dei primi intellettuali a comprendere pienamente l'origine delle lingue romanze e a liberarsi dai pregiudizi verso il volgare.[1] Scrisse intorno al 1442 la prima grammatica del volgare, della «nostra oggi toscana» basata non su esempi letterari ma sul normale uso della lingua, proponendo anche riforme ortografiche.[1]

Da qui deriva la significativa esperienza del Certame coronario, una gara di poesia dedicata al tema dell'amicizia, organizzata a Firenze nel 1441 da Piero de’ Medici con la collaborazione di Alberti e che doveva servire all'affermazione dell'importanza e del valore del volgare. All'idea di questo concorso va associata la stesura di sedici esametri sul tema dell'amicizia da parte dell'Alberti, raccolte e pubblicate successivamente con il titolo di Rime, innovative tanto nello stile quanto nella metrica. Si tratta infatti di uno dei primi tentativi di adattare i metri antichi alla poesia italiana (metrica «barbara»).[1]

Nonostante questo continuò a scrivere anche in latino, come per esempio negli Apologi, una sorta di breviario della sua filosofia di vita, composti intorno al 1437.

Ritorno a Roma[modifica | modifica wikitesto]

Concluso il concilio, nel 1443, Alberti ritornò al seguito della corte papale, a Roma dove abiterà a lungo, anche se con lunghi soggiorni a Rimini, Firenze e Mantova. In questo periodo maturano gli interessi più propriamente architettonici di Alberti che, già nei primi anni romani ebbe anche modo di studiare gli antichi resti architettonici di Roma che furono l'oggetto della sua Descriptio urbis Romae, datata intorno al 1445, in cui tentava, per la prima volta, una ricostruzione della topografia di Roma antica, esemplificata in un disegno oggi perduto. Il suo interesse archeologico lo portò perfino a tentare una spedizione di ricerca e recupero di navi romane affondate nel lago di Nemi.

Questi interessi per l'architettura che diventeranno prevalenti negli ultimi due decenni della sua vita, non impedirono una ricchissima produzione letteraria. Del 1450 è una delle opere più interessanti, il Momus, un romanzo satirico in lingua latina, che tratta in maniera abbastanza amareggiata dei rapporti tra letteratura e politica, un binomio classico per la letteratura.

Dopo l'elezione di Niccolò V, Alberti, come antico conoscente, entrò nella cerchia ristretta del papa, dal quale ricevette anche la carica di priore di Borgo San Lorenzo. Tuttavia i rapporti con il papa sono piuttosto controversi dagli storici, sia per quel che riguarda gli aspetti politici che per l'adesione o la collaborazione dell'Alberti al vasto programma di rinnovamento urbano voluto da Niccolò V. Forse venne impiegato durante il restauro del palazzo papale e dell'acquedotto romano e della fontana dell'Acqua Vergine, disegnata in maniera semplice e lineare, creando la base sulla quale, in età Barocca, sarebbe stata costruita la Fontana di Trevi.

Intorno al 1450 Alberti cominciò ad occuparsi attivamente di architettura con progetti da eseguire fuori Roma, a Firenze, Rimini e Mantova, città in cui si recò varie volte durante gli ultimi decenni della sua vita.

In tal modo dopo la metà del secolo Alberti fu la figura guida dell'architettura, succedendo a Brunelleschi. Questo riconosciuto primato rende anche difficile distinguere, nella sua opera, l'attività di progettazione dalle tante consulenze e dall'influenza più o meno diretta che dovette avere, per esempio, sulle opere promosse a Roma, sotto Niccolò V, come il restauro di Santa Maria Maggiore e Santo Stefano Rotondo o come la costruzione di Palazzo Venezia, il rinnovamento della basilica di San Pietro, del Borgo e del Campidoglio. Potrebbe essere stato il consulente che indica le linee guida o aver avuto un ruolo più diretto. Sicuramente il prestigio della sua opera e del suo pensiero teorico condizionarono direttamente l'opera di progettisti come Francesco del Borgo e Bernardo Rossellino, influenzando anche Giuliano da Sangallo.[8]

Il De re aedificatoria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi De re aedificatoria.

Le sue riflessioni teoriche trovarono espressione nel De re aedificatoria, un trattato di architettura in latino, scritto a Roma, completato nel 1450 e rivolto non solo ad un pubblico specialistico, ma anche al pubblico colto di educazione umanistica. Il trattato fu concepito sul modello dei dieci libri del De Architectura di Vitruvio, allora circolanti in copie manoscritte e non ancora corrette filologicamente. L'opera, considerata il trattato architettonico più significativo della cultura umanista, è divisa anch'essa in dieci libri: nei primi tre si parla della scelta del terreno, dei materiali da utilizzare e delle fondazioni (potrebbero corrispondere alla categoria vitruviana della firmitas); i libri IV e V si soffermano sui vari tipi di edifici (utilitas); il libro VI tratta la bellezza architettonica (venustas), intesa come un'armonia esprimibile matematicamente grazie alla scienza delle proporzioni, con l'aggiunta di una trattazione sulle macchine per costruire; i libri VII, VIII e IX parlano della costruzione dei fabbricati, suddividendoli in chiese, edifici pubblici ed edifici privati; il libro X tratta dell'idraulica.

Nel trattato si trova anche uno studio basato sulle misurazioni dei monumenti antichi per proporre nuovi tipi di edifici moderni ispirati all'antico, fra i quali le prigioni, che cercò di rendere più umane, gli ospedali ed altri luoghi di pubblica utilità.

Il trattato fu stampato, grazie al mecenatismo di Lorenzo il Magnifico ed a cura del Poliziano,[9] solo nel 1485 e fu poi tradotto in varie lingue diventando un'opera imprescindibile per molti uomini di cultura.

Pellegrino Prisciani scrisse il suo Spectacula (dedicato ad Ercole I d'Este) fra il 1486 e il 1502, con l'intento di meglio esplicare quelle parti del testo dell'Alberti che trattano sommariamente del teatro antico, integrandole con brani di Vitruvio che erano stati omessi.

Nel De re aedificatoria, Alberti affronta anche il tema delle architetture difensive ed intuisce come le armi da fuoco rivoluzioneranno l'aspetto delle fortificazioni. Per aumentare l'efficacia difensiva indica che le difese dovrebbero essere "costruite lungo linee irregolari, come i denti di una sega" anticipando così i principi della fortificazione alla moderna.

L'attività come architetto a Firenze[modifica | modifica wikitesto]

A Firenze lavorò come architetto soprattutto per Giovanni Rucellai, mercante ed umanista[senza fonte], intimo amico suo e della sua famiglia. Le opere fiorentine saranno le uniche tra i progetti di Alberti ad essere compiute.

Palazzo Rucellai[modifica | modifica wikitesto]

Facciata di palazzo Rucellai

Nel 1447 gli venne commissionata la costruzione del palazzo della famiglia Rucellai, da ricavarsi da una serie di case-torri acquistate da Giovanni Rucellai in via della Vigna Nuova. Il suo intervento si concentrò sulla facciata, posta su un basamento che imita l'opus reticulatum romano, realizzata tra il 1450 e il 1460. È formata da tre piani sovrapposti, separati orizzontalmente da cornici marcapiano e ritmati verticalmente da lesene di ordine diverso; la sovrapposizione degli ordini è di origine classica come nel Colosseo o nel Teatro di Marcello, ed è quella teorizzata da Vitruvio:[10] al piano terreno lesene doriche, ioniche al piano nobile e corinzie al secondo. Esse inquadrano porzioni di muro bugnato a conci levigati, in cui si aprono finestre in forma di bifora nel piano nobile e nel secondo piano. Le lesene decrescono progressivamente verso i piani superiori, in modo da creare nell'osservatore l'illusione che il palazzo sia più alto di quanto non sia in realtà. Al di sopra di un forte cornicione aggettante si trova un attico, caratteristicamente arretrato rispetto al piano della facciata. Il palazzo creò un modello per tutte le successive dimore signorili del Rinascimento, venendo addirittura citato pedissequamente da Bernardo Rossellino, suo collaboratore, per il suo palazzo Piccolomini a Pienza (post 1459).

Attribuita ad Alberti è anche l'antistante Loggia Rucellai, o per lo meno il suo disegno. Loggia e palazzo andavano così costituendo una sorta di piazzetta celebrante la casata, che viene riconosciuta come uno dei primi interventi urbanistici rinascimentali.

Facciata di Santa Maria Novella[modifica | modifica wikitesto]

Facciata di Santa Maria Novella, Firenze

Su commissione del Rucellai, intorno al 1456 progettò il completamento della facciata della basilica di Santa Maria Novella, lasciata incompiuta dal 1365 al primo ordine di arcatelle, caratterizzate dall'alternarsi di fasce di marmo bianco e di marmo verde, secondo la secolare tradizione fiorentina. I lavori iniziarono intorno al 1460. Si presentava il problema di integrare, in un disegno generale e classicheggiante, i nuovi interventi con gli elementi esistenti di epoca precedente: in basso vi erano gli avelli inquadrati da archi a sesto acuto e i portali laterali, sempre a sesto acuto, mentre nella parte superiore era già aperto il rosone, seppur spoglio di ogni decorazione. Alberti inserì al centro della facciata inferiore un portale di proporzioni classiche, inquadrato da semicolonne, in cui inserì incrostazioni in marmo rosso per rompere la dicromia. Per terminare la fascia inferiore pose una serie di archetti a tutto sesto a conclusione delle lesene. Poiché la parte superiore della facciata risultava arretrata rispetto al basamento (un tema molto comune nell'architettura albertiana, derivata dai monumenti della romanità) inserì una fascia di separazione a tarsie marmoree che recano una teoria di vele gonfie al vento, l'insegna personale di Giovanni Rucellai; il livello superiore, scandito da un secondo ordine di lesene che non hanno corrispondenza in quella inferiore, sorregge un timpano triangolare. Ai lati, due doppie volute raccordano l'ordine inferiore, più largo, all'ordine superiore più alto e stretto, conferendo alla facciata un moto ascendente conforme alle proporzioni; non mascherano come spesso si è detto erroneamente gli spioventi laterali che risultano più bassi, come si evince osservando la facciata dal lato posteriore. La composizione con incrostazioni a tarsia marmorea ispirate al romanico fiorentino, necessaria in questo caso per armonizzare le nuove parti al già costruito, rimase una costante nelle opere fiorentine dell'Alberti.

Secondo Rudolf Wittkower: "L'intero edificio sta rispetto alle sue parti principali nel rapporto di uno a due, vale a dire nella relazione musicale dell'ottava, e questa proporzione si ripete nel rapporto tra la larghezza del piano superiore e quella dell'inferiore". La facciata si inscrive infatti in un quadrato avente per lato la base della facciata stessa. Dividendo in quattro tale quadrato, si ottengono quattro quadrati minori; la zona inferiore ha una superficie equivalente a due quadrati, quella superiore a un quadrato. Altri rapporti si possono trovare nella facciata tanto da realizzare una perfetta proporzione. Secondo Franco Borsi: "L'esigenza teorica dell'Alberti di mantenere in tutto l'edificio la medesima proporzione è qui stata osservata ed è appunto la stretta applicazione di una serie continua di rapporti che denuncia il carattere non medievale di questa facciata pseudo-protorinascimentale e ne fa il primo grande esempio di eurythmia classica del Rinascimento".

Altre opere[modifica | modifica wikitesto]

Attribuito ad Alberti è il progetto dell'abside della pieve di San Martino a Gangalandi presso Lastra a Signa. Alberti fu rettore di San Martino dal 1432, fino alla sua morte. La chiesa, di origine medievale, ha il suo punto focale nell'abside, chiusa in alto da un arco a tutto sesto con decorazione a motivi di candelabro e con lesene in pietra serena sorreggenti un architrave che reca un'iscrizione a lettere capitali dorate, ornata alle due estremità dalle arme degli Alberti. L'abside è ricordata incepta et quasi perfecta nel testamento di Leon Battista Alberti, e fu infatti terminata dopo la sua morte, tra il 1472 e il 1478.[1]

Del 1467 è un'altra opera per i Rucellai, il tempietto del Santo Sepolcro nella chiesa di San Pancrazio a Firenze, costruito secondo un parallelepipedo spartito da paraste corinzie. La decorazione è a tarsie marmoree, con figure geometriche in rapporto aureo; le decorazioni geometriche, come per la facciata di Santa Maria Novella, secondo l'Alberti inducono a meditare sui misteri della fede.

Forse Alberti ispirò anche la costruzione della Villa Medici di Fiesole, caratterizzata da una serie di particolari che sembrano essere ispirati dal V libro del De re aedificatoria: semplicità della struttura, posizione panoramica, armonia delle proporzioni.

Ferrara[modifica | modifica wikitesto]

Il campanile del duomo di Ferrara

Alberti fu a Ferrara, tra il 1438 ed il 1439, stringendo amicizie alla corte estense. Vi ritorna nel 1441 e forse nel 1443, chiamato a giudicare la gara per un monumento equestre a Niccolò III d'Este.[11] In tale occasione forse dette indicazioni per il rinnovo della facciata del Palazzo Municipale, allora residenza degli Estensi.

A lui è attribuito da insigni storici dell'arte, esclusivamente su basi stilistiche, anche l'incompleto campanile del duomo, dai volumi nitidi e dalla bicromia di marmi rosa e bianchi.

Rimini[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1450 l'Alberti venne chiamato a Rimini da Sigismondo Pandolfo Malatesta per trasformare la chiesa di San Francesco in un tempio in onore e gloria sua e della sua famiglia. Alla morte del signore il tempio fu lasciato incompiuto mancando della parte superiore della facciata, della fiancata sinistra e della tribuna. Conosciamo il progetto albertiano attraverso una medaglia incisa da Matteo de' Pasti, l'architetto a cui erano stati affidati gli ampliamenti interni della chiesa e in generale tutto il cantiere.

Tempio malatestiano sulla medaglia di Matteo de' Pasti

Alberti, a cui venne affidata la decorazione esterna dell'edificio, ideò un involucro marmoreo che lasciasse intatto l'edificio preesistente. L'opera prevedeva in facciata una tripartizione con archi scanditi da semicolonne corinzie, mentre nella parte superiore era previsto una specie di frontone con arco al centro affiancato da paraste e forse due volute curve. Punto focale era il portale centrale, con timpano triangolare e riccamente ornato da lastre marmoree policrome nello stile della Roma imperiale. Ai lati due archi minori avrebbero dovuto inquadrare i sepolcri di Sigismondo e della moglie Isotta, ma furono poi tamponati.

Le fiancate invece sono composte da una sequenza di archi su pilastri, ispirati alla serialità degli acquedotti romani, destinati ad accogliere i sarcofagi dei più alti dignitari di corte. Fianchi e facciata sono unificati da un alto zoccolo che isola la costruzione dallo spazio circostante. Ricorre la ghirlanda circolare, emblema dei Malatesta, qui usata come oculo. Interessante è notare come Alberti traesse spunto dall'architettura classica, ma affidandosi a spunti locali, come l'arco di Augusto, il cui modulo è triplicato in facciata.[12] Una particolarità di questo intervento è che il rivestimento non tiene conto delle precedenti aperture gotiche: infatti, il passo delle arcate laterali non è lo stesso delle finestre ogivali, che risultano posizionate in maniera sempre diversa. Del resto Alberti scrive a Matteo de' Pasti che «queste larghezze et altezze delle Chappelle mi perturbano».

Per l'abside era prevista una grande rotonda coperta da cupola emisferica simile a quella del Pantheon. Se completata, la navata avrebbe allora assunto un ruolo di semplice accesso al maestoso edificio circolare e sarebbe stata molto più evidente la funzione celebrativa dell'edificio, anche in rapporto allo skyline cittadino.[12]

Mantova[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa di San Sebastiano, Mantova

Nel 1459 Alberti fu chiamato a Mantova da Ludovico III Gonzaga, nell'ambito dei progetti di abbellimento cittadino per il Concilio di Mantova.

San Sebastiano[modifica | modifica wikitesto]

Il primo intervento mantovano riguardò la chiesa di San Sebastiano, cappella privata dei Gonzaga, iniziata nel 1460. L'edificio fece da fondamento per le riflessioni rinascimentali sugli edifici a croce greca: è infatti diviso in due piani, uno dei quali interrato, con tre bracci absidati attorno ad un corpo cubico con volta a crociera; il braccio anteriore è preceduto da un portico, oggi con cinque aperture.[13]

La parte superiore della facciata, spartita da lesene di ordine gigante, è originale del progetto albertiano e ricorda un'elaborazione del tempio classico, con architrave spezzata, timpano e un arco siriaco, a testimonianza dell'estrema libertà con cui l'architetto disponeva gli elementi. Forse l'ispirazione fu un'opera tardo-antica, come l'arco di Orange.[13]

Sant'Andrea[modifica | modifica wikitesto]

Il secondo intervento, sempre su commissione dei Gonzaga, fu la basilica di Sant'Andrea, eretta in sostituzione di un precedente sacrario in cui si venerava una reliquia del sangue di Cristo. L'Alberti creò il suo progetto «... più capace più eterno più degno più lieto ...» ispirandosi al modello del tempio etrusco ripreso da Vitruvio e contrapponendosi al precedente progetto di Antonio Manetti. Innanzitutto mutò l'orientamento della chiesa allineandola all'asse viario che collegava Palazzo Ducale al Tè.[13]

La chiesa a croce latina, iniziata nel 1472, è a navata unica coperta a botte con lacunari, con cappelle laterali a base rettangolare, inquadrate negli ingressi da un arco a tutto sesto, inquadrato da un lesene architravate. Il tema è ripreso dall'arco trionfale classico ad un solo fornice come l'arco di Traiano ad Ancona. La grande volta della navata e quelle del transetto e degli atri d'ingresso si ispiravano a modelli romani, come la Basilica di Massenzio.

Per caratterizzare l'importante posizione urbana, venne data particolare importanza alla facciata, dove ritorna il tema dell'arco: l'alta apertura centrale è affiancata da setti murari, con archetti sovrapposti tra lesene corinzie sopra i due portali laterali. Il tutto, coronato da un timpano triangolare a cui si sovrappone, per non lasciare scoperta l'altezza della volta, un nuovo arco. Questa soluzione, che enfatizza la solennità dell'arco di trionfo e il suo moto ascensionale, permetteva anche l'illuminazione della navata. Sotto l'arco venne a formarsi uno spesso atrio, diventato il punto di filtraggio tra interno ed esterno.[13]

La facciata è inscrivibile in un quadrato e tutte le misure della navata, sia in pianta che in alzato, si conformano ad un preciso modulo metrico. La tribuna e la cupola (comunque prevista da Alberti) vennero completate nei secoli successivi, secondo un disegno estraneo all'Alberti.

Il De statua[modifica | modifica wikitesto]

Il trattato, scritto in latino, relativo alla teoria della scultura completa la trilogia sulle arti maggiori insieme con il De re aedificatoria (architettura) e il De pictura (pittura) ed è generalmente datato intorno al1464.[14] Nel De statua, Alberti rielaborò profondamente le concezioni e le teorie relative alla scultura tenendo conto delle innovazioni artistiche del Rinascimento, attingendo anche ad una rilettura critica delle fonti classiche e riconoscendo, tra i primi dignità intellettuale alla scultura, prima di allora sempre condizionata dal pregiudizio verso un'attività tanto manuale.

Nel trattato che si compone di 19 capitoli, Alberti parte, sulla scorta di Plinio, dalla definizione dell'arte plastica tridimensionale distinguendo la scultura o per via di porre o per via di levare, dividendola secondo la tecnica utilizzata:

  • togliere e aggiungere: sculture con materie molli, terra e cera eseguita dai "modellatori"
  • levare: scultura in pietra, eseguita dagli "scultori"

Tale distinzione fu determinante nella concezione artistica di molti scultori come Michelangelo e non era mai stata espressa con tanta chiarezza.[15]

Il definitor, lo strumento inventato da Leon Battista Alberti

Relativamente al metodo da utilizzare per raggiungere il fine ultimo della scultura che è l'imitazione della natura, Alberti distingue:

  • la dimensio (misura) che definisce le proporzioni generali dell'oggetto rappresentato mediante l’exempeda, una riga diritta modulare atta a rilevare le lunghezze e squadre mobili a forma di compassi (normae), con cui misurare spessori, distanze e diametri.[16]
  • la finitio, definizione individuale dei particolari e dei movimenti dell'oggetto rappresentato, per la quale Alberti suggerisce uno strumento da lui ideato: il definitor o finitorium, un disco circolare cui è fissata un'asta graduata rotante, da cui pende un filo a piombo. Con esso si può determinare qualsiasi punto sul modello mediante una combinazione di coordinate polari e assiali, rendendo possibile un trasferimento meccanico dal modello alla scultura.[17]

Alberti sembra anticipare i temi relativi alla raffigurazione 'scientifica' della figura umana che è uno dei temi che percorre la cultura figurativa rinascimentale.[18] e addirittura aspetti dell'industrializzazione ed addirittura della digitalizzazione, visto che il definitor trasformava i punti rilevati sul modello in dati alfanumerici.[19]

L'opera fu tradotta in italiano solo nel 1568 da Cosimo Bartoli. Il testo latino originale fu pubblicato solo alla fine del XIX secolo, mentre solo recentemente sono state pubblicate traduzioni moderne.[20] I sistemi di definizione meccanica dei volumi proposti da Alberti, appassionarono Leonardo che approntò, come si può rilevare dai suoi disegni, dei sistemi alternativi, sviluppati a partire dal trattato albertiano[21] e utilizzò le "Tabulae dimensionum hominis" del "De statua" per realizzare il celeberrimo "Uomo vitruviano"[22].

Il Crittografo[modifica | modifica wikitesto]

Alberti fu anche un celebrato crittografo per gli standard della sua epoca, ed inventò un metodo per generare messaggi criptati con l'aiuto di un apparecchio, il disco cifrante. Sua fu infatti l'idea di passare da una crittografia con tecnica "monoalfabetica" (Cifrario di Cesare) ad una con tecnica "polialfabetica", codificata teoricamente parecchi anni dopo da Blaise de Vigenère.[23] In The Codebreakers. The Story of Secret Writing, il noto e autorevole storico della crittologia David Kahn attribuisce all'Alberti il titolo di Father of Western Cryptology. Kahn ribadisce questa definizione, sottolineando le ragioni che la giustificano, nella prefazione all'edizione italiana del testo albertiano: «Questo volume elegante e sottile riproduce il testo più importante di tutta la storia della crittologia; un primato che il De cifris di Leon Battista Alberti ben si merita per i tre temi cruciali che tratta: l'invenzione della sostituzione polialfabetica, l'uso della crittanalisi, la descrizione di un codice sopracifrato.»

Tra le altre attività di Alberti ci fu anche la musica, per la quale fu considerato uno dei primi organisti della sua epoca. Disegnò anche delle mappe e collaborò con il grande cartografo Paolo Toscanelli.

Iciarchia[modifica | modifica wikitesto]

Iciarco e Iciarchia sono due termini usati da Leon Battista Alberti nel suo dialogo (in volgare nonostante il titolo latino) De iciarchia composto nel 1468, pochi anni prima della sua morte (avvenuta nel 1472) e ambientato nella Firenze medicea di quegli anni. Le due parole sono di origine greca ("Pogniàngli nome tolto da' Greci, iciarco: vuol dire supremo omo e primario principe della famiglia sua", libro III), e sono formate da oîkos o oikía "casa, famiglia" e arkhós "capo supremo, principe, principio".

Il nome stesso di iciarco vuole esprimere quello che secondo il parere dell'autore è il governante ideale: colui che sia come un padre di famiglia nei confronti dello Stato. Secondo le parole dell'Alberti, "il suo compito sarà (...) provedere alla salute, quiete, e onestamento di tutta la famiglia, (...) fare sì che amando e benificando è suoi, tutti amino lui, e tutti lo reputino e osservino come padre" (ivi).

Questo ruolo di "padre di famiglia" del governante ideale era finalizzato, nella sua visione politica, ad una stabilità, in definitiva "conservatrice", che permetterebbe di governare senza discordie che, dilaniando lo Stato, nuocerebbero a tutto il corpo sociale ("Inoltre la prima cura sua sarà che la famiglia sia senza niuna discordia unitissima. Non esser unita la famiglia circa le cose (...) che giovano, nuoce sopra modo molto., ivi).

Il termine iciarco, nato coll'Alberti e strettamente legato alla sua visione "paternalistica" del governo dello Stato, non ebbe comunque alcun seguito e non risulta che sia mai più stato impiegato nel lessico politico.

Elenco delle opere[modifica | modifica wikitesto]

Scritti[modifica | modifica wikitesto]

Una serie di sue opere tradotte in italiano fu pubblicata dall’umanista Cosimo Bartoli col titolo Opuscoli Morali di Leon Batista Alberti, gentil’huomo firentino. Venetia 1568.

Opere architettoniche[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j Cecil Grayson, Studi su Leon Battista Alberti, Firenze, Olschki, 1998, pag.419-433
  2. ^ Howard Burns, Leon Battista Alberti, in "Storia dell'architettura italiana. Il Quattrocento", Electa, 1998
  3. ^ Howard Burns, op.cit. 1998
  4. ^ Howard Burns, op. cit., 1998
  5. ^ L.B. Alberti, De Pictura, a cura di C. Grayson, Laterza, 1980: versione on line http://www.liberliber.it/biblioteca/a/alberti/de_pictura/html/dellapit.htm
  6. ^ Howard Burns, op. cit., 1998
  7. ^ Vedi il The New De Pictura-Il Nuovo De Pictura pubblicato da Rocco Sinisgalli (Kappa Edizioni, Roma 2006)
  8. ^ Christoph L. Frommel, Architettura e committenza da Alberti a Bramante, Olschki, 2006, ISBN 978-88-222-5582-2
  9. ^ Liana Castelfranchi Vegas, L'arte del Quattrocento in Italia e in Europa, 1996
  10. ^ De re Aedificatoria
  11. ^ In tale occasione manifestò il suo interesse per la morfologia e l'allevamento dei cavalli con il breve trattato De equo animante dedicato a Leonello d'Este.
  12. ^ a b De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 95.
  13. ^ a b c d De Vecchi-Cerchiari, cit., p. 104
  14. ^ La datazione è molto controversa e potrebbe essere molto da anticipare agli anni trenta del Quattrocento. Cfr. Rudolf Wittkower, La scultura raccontata da Rudolf Wittkower. Dall'antichità al Novecento, Einaudi, 1993 trad. di Sculpture. Processes and principles, Penguin Books, 1977.
  15. ^ Rudolf Wittkower, op. cit. 1993
  16. ^ Rudolf Wittkower,op. cit. 1993
  17. ^ Rudolf Wittkower, op. cit. 1993
  18. ^ Leon Battista Alberti, De statua, a cura di M. Collareta, 1998
  19. ^ Mario Carpo, L'architettura dell'età della stampa: oralità, scrittura, libro stampato e riproduzione meccanica dell'immagine nella storia delle teorie architettoniche, 1998.
  20. ^ Leon Battista Alberti, De statua, a cura di M. Collareta, 1998
  21. ^ Rudolf Wittkower, op. cit. 1993
  22. ^ Paola Salvi, L'Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci e il De statua di Leon Battista Alberti: la misura dell'armonia, in Approfondimenti sull'Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, a cura di Paola Salvi, CB Edizioni, Poggio a Caiano, 2012, pp. 21-60
  23. ^ Simon Singh, Codici e Segreti, p. 45

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • L. B. Alberti “De re aedificatoria - L’arte del Costruire”, traduzione e note a cura di Valeria Giontella, Bollati Boringhieri, Torino, 2010
  • Franco Borsi, Leon Battista Alberti: Opera completa, Electa, Milano, 1973;
  • Eugenio Garin, Rinascite e rivoluzioni: Movimenti culturali dal XIV al XVII secolo, Laterza, Roma Bari, 1976;
  • Giovanni Ponte, Leon Battista Alberti: Umanista e scrittore, Tilgher, Genova, 1981;
  • Paolo Marolda, Crisi e conflitto in Leon Battista Alberti , Bonacci, Roma, 1988;
  • Roberto Cardini, Mosaici: Il nemico dell'Alberti, Bulzoni, Roma 1990;
  • Rosario Contarino, Leon Battista Alberti moralista, presentazione di Francesco Tateo, S. Sciascia, Caltanissetta 1991;
  • Pierluigi Panza, Leon Battista Alberti: Filosofia e teoria dell'arte, introduzione di Dino Formaggio, Guerini, Milano 1994;
  • Cecil Grayson, Studi su Leon Battista Alberti, a cura di Paola Claut, Olschki, Firenze 1998;
  • Albertiana, rivista annuale della Société Intérnationale Leon Battista Alberti, Olschki, Firenze 1998 sgg.
  • Stefano Borsi, Momus, o Del principe: Leon Battista Alberti, i papi, il giubileo, Polistampa, Firenze 1999;
  • Luca Boschetto, Leon Battista Alberti e Firenze: Biografia, storia, letteratura, Olschki, Firenze 2000;
  • Alberto Giorgio Cassani, La fatica del costruire: Tempo e materia nel pensiero di Leon Battista Alberti, Unicopli, Milano 2000, 2004, seconda edizione;
  • Elisabetta Di Stefano, L'altro sapere: Bello, arte, immagine in Leon Battista Alberti, Centro internazionale studi di estetica, Palermo 2000;
  • Rinaldo Rinaldi, Melancholia Christiana. Studi sulle fonti di Leon Battista Alberti, Firenze, Olschki, 2002;
  • Francesco Furlan, Studia albertiana: Lectures et lecteurs de L.B. Alberti, N. Aragno-J. Vrin, Torino-Parigi 2003;
  • Anthony Grafton, Leon Battista Alberti: Un genio universale, Laterza, Roma-Bari 2003;
  • D. Mazzini, S. Martini. Villa Medici a Fiesole. Leon Battista Alberti e il prototipo di villa rinascimentale, Centro Di, Firenze 2004;
  • Michel Paoli, Leon Battista Alberti 1404-1472, Parigi, Editions de l'Imprimeur, 2004, ISBN 2-910735-88-5, ora tradotto in italiano: Michel Paoli, Leon Battista Alberti, Bollati Boringhieri, Torino 2007, 124 p. + 40 ill., ISBN 978-88-339-1755-9.
  • Anna Siekiera, Bibliografia linguistica albertiana, Firenze, Edizioni Polistampa, 2004 (Edizione Nazionale delle Opere di Leon Battista Alberti, Serie «Strumenti», 2);
  • Francesco P. Fiore: La Roma di Leon Battista Alberti. Umanisti, architetti e artisti alla scoperta dell'antico nella città del Quattrocento, Skira, Milano 2005, ISBN 88-7624-394-1;
  • Leon Battista Alberti architetto, a cura di Giorgio Grassi e Luciano Patetta, testi di Giorgio Grassi et alii, Banca CR, Firenze 2005;
  • Restaurare Leon Battista Alberti: il caso di Palazzo Rucellai, a cura di Simonetta Bracciali, presentazione di Antonio Paolucci, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2006, ISBN 88-89264-81-0;
  • Stefano Borsi, Leon Battista Alberti e Napoli, Polistampa, Firenze 2006; ISBN 88-88967-58-3
  • Giovanni Semprini, Leon Battista Alberti in AA.VV., Enciclopedia Biografica Universale, Ist. Enc. Ital., Roma 2006, pp. 232–241;
  • Rocco Sinisgalli, The New De Pictura - Il Nuovo De Pictura, bilingue italiano-inglese, Edizioni Kappa, Roma 2006, ISBN 88-7890-731-6;
  • Alberti e la cultura del Quattrocento. Atti del Convegno internazionale di Studi, (Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei Dugento, 16-17-18 dicembre 2004), a cura di R. Cardini e M. Regoliosi, Firenze, Edizioni Polistampa, 2007.
  • Massimo Bulgarelli, Leon Battista Alberti, 1404-1472: Architettura e storia, Electa, Milano 2008;
  • Christoph Luitpold Frommel, Alberti e la porta trionfale di Castel Nuovo a Napoli, in «Annali di architettura» n° 20, Vicenza 2008 leggere l'articolo;
  • Simon Singh, Codici & Segreti, Rizzoli, Milano, 1999, ISBN 88-17-86213-4.
  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0
  • Caterina Marrone, I segni dell'inganno. Semiotica della crittografia , Viterbo: Nuovi Equilibri, 2010, pp. 199, ISBN 8862221320
  • Gabriele Morolli, Leon Battista Alberti. Firenze e la Toscana, Maschietto Editore, Firenze, 2006
  • Les Livres de la famille d'Alberti, Sources, sens et influence, sous la direction de Michel Paoli, avec la collaboration d'Elise Leclerc et Sophie Dutheillet de Lamothe, préface de Françoise Choay, Paris, Classiques Garnier, 2013.

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