Tempio egizio

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La planimetria e il prospetto del tempio di Edfu

Nell'antico Egitto il tempio, hwt-netjer,[1] era considerato la "casa del dio", ovvero il luogo in cui era celebrato il culto, da cui partivano le celebrazioni in suo onore ed era per questo chiamato tempio divino.

La struttura architettonica del tempio riflette la cosmogonia egizia, ed il tempio stesso, indipendentemente dalla divinità principale ospitata ma che poteva essere più di una come nelle triadi, rappresenta la metafora dell'origine del mondo.

Veniva generalmente edificato sulla sponda orientale del Nilo, verso il sole nascente[1] e non deve essere confuso con il tempio funerario dedicato al culto del sovrano[2] ed edificato sulla sponda occidentale del fiume, dove il sole tramonta.[2]

Il percorso templare si sviluppa così "a cannocchiale" (o ad imbuto), con ciò intendendo che il soffitto si abbassa gradualmente a mano a mano che ci si addentra verso il fondo del tempio mentre, contemporaneamente, il pavimento si innalza[3] (mediante gradini o percorsi in salita) tanto che, dall'imponenza del "Pilone" di ingresso, si giunge alla cella della divinità spesso poco più alta di un uomo. Si assiste, inoltre al passaggio progressivo dalla luce della Corte Colonnata alla penombra della Sala Ipostila, al buio totale del Naos, la cella, che ospita la statua del Dio.

Tipologia[modifica | modifica sorgente]

Schema di un tempio egizio.

Il modello canonico del tempio egizio, ben individuabile nel tempio di Khonsu che si trova nel recinto del tempio di Amon a Karnak, presenta la seguente tipologia:

a. il Pilone: normalmente preceduto da un viale di sfingi (il dromos), è costituito da due muraglioni rastremati verso l'alto che rappresentano le lontane montagne tra cui il sole nasce e muore. La facciata è sempre decorata con scene del Re che uccide il nemico, a simboleggiare la vittoria del bene sul male, dell'ordine sul disordine, della verità sull'ingiustizia;
b. la Corte Colonnata: a cielo aperto sovente circondata da un peristilio; si tratta di un'area semi-pubblica in cui possono accedere i fedeli, ed è decorato con scene del Re vittorioso. Mano a mano che ci si inoltra nel complesso templare la figura del sovrano si va sacralizzando, fino al naos in cui verrà rappresentato nell'atto di offrire cibo al Dio o di ricevere, da questi, doni;
c. la Sala Ipostila: normalmente dotata di un numero di colonne multiplo di 3 o 4, rappresenta la palude primordiale da cui emergerà il monticello primigenio; le colonne simboleggiano una fitta foresta in cui la luce a stento può penetrare, tra il fogliame, così come difficilmente la luce penetra nella sala dalle finestre a feritoia aperte in alto. Il soffitto è generalmente dipinto di stelle o simboli di divinità;
d. il Vestibolo: (o pronao[4]) in cui si preparavano le operazioni di culto della divinità;
e. la Cella: (o Naos), il "sancta sanctorum" che contiene la statua del Dio a cui può accedere solo il Re e, in sua vece, il Sommo Sacerdote non in quanto tale, ma esclusivamente quale sostituto del sovrano.
f. alcune Cappelle laterali: che ospitano altre divinità incluso il sovrano adorato come un dio[2] o sono utilizzate come magazzini.

Le pareti del tempio erano decorate con dipinti e geroglifici in onore del Dio e del sovrano che lo aveva edificato. Il tempio veniva dipinto con figure pitografiche.

Mammisi[modifica | modifica sorgente]

Mammisi significa Luogo della nascita. Era un piccolo tempio annesso ai grandi templi dell'età tarda e del periodo greco-romano era il luogo in cui nasceva il dio del tempio principale; se il tempio principale era dedicato a una dea, era una camera annessa al tempio, in cui la dea si ritirava una volta all'anno per partorire il figlio con il quale lei e il marito erano venerati.

Esempi di templi egizi[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Salima Ikram, Antico Egitto, pag. 116
  2. ^ a b c Salima Ikram, Antico Egitto, pag. 117
  3. ^ Guy Rachet, Dizionario Larousse della civiltà egizia, pag.299
  4. ^ Maurizio Damiano-Appia, Dizionario enciclopedico dell'antico Egitto e delle civiltà nubiane, pag. 257

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]