Protagora

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Protagora (in greco Πρωταγόρας) (Abdera, 486 a.C.411 a.C.) è stato un retore greco antico, considerato il padre della sofistica.

Indice

[modifica] Biografia

Nasce ad Abdera, in Tracia, negli anni '80 del V secolo a.C. Le fonti raccontano che a trent'anni cominciò a dedicarsi all'insegnamento sofistico, il che lo portò a viaggiare per tutta la Grecia e a soggiornare più volte ad Atene. Qui entrò in contatto con personalità importanti sia dell'ambito culturale (come Euripide) sia di quello politico, come Pericle, che lo scelse per redigere la costituzione di Turii, nuova colonia panellenica fondata nel 444 a.C. Probabilmente la vicinanza a Pericle, nonché le posizioni agnostiche in ambito teologico in un momento di crisi per la polis di Atene (erano gli anni dello scandalo delle Erme), gli procurano un'accusa per empietà e la condanna all'esilio (per altri, fu Protagora a fuggire per evitare pene peggiori), che lo portò infine a morire lontano da Atene, durante un naufragio.

[modifica] Opere

Fra le opere che con molta certezza sono di Protagora, ricordiamo:

  • Ragionamenti demolitori (citati anche Sulla verità);
  • Le Antilogie.

Protagora compose anche scritti sulla religione e sullo Stato, purtroppo di questi ci sono rimasti solo dei frammenti.

[modifica] Il pensiero

[modifica] L'Uomo misura delle cose

La filosofia di Protagora è riassumibile in una sua famosa asserzione:

« L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono »
( Protagora, fr.1, in Platone, Teeteto, 151d-152e)

Con "uomo" (secondo l'interpretazione dell'asserzione fatta da Platone) Protagora intese il singolo individuo e con "cose" gli oggetti percepiti attraverso i sensi. Quindi, molto semplicemente, il sofista voleva dire che la realtà oggettiva appare differente in base agli individui che la interpretano:«quali le singole cose appaiono a me, tali sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo sono io» [1].

La filosofia del '900 ha però interpretato la parola "uomo" con "comunità" (o civiltà) e con "cose" i valori, o gli ideali, che ne sono fondamento: ognuno, quindi, giudicherebbe ciò che lo circonda in base alla mentalità della comunità a cui appartiene.

Una terza interpretazione vede nella parola "uomo" l’umanità, e nella parola "cose" la realtà in generale. Quindi secondo questa tesi gli Uomini giudicherebbero «la realtà secondo parametri comuni tipici della specie razionale cui appartengono, cioè l'Umanità» (Abbagnano-Fornero). Questa interpretazione del pensiero protagoreo ha portato alcuni ad accostare il sofista di Abdera a Immanuel Kant.

Forse tutte e tre le interpretazioni sono valide, in quanto cosa volesse intendere Protagora con le parole "uomo" e "cosa" è difficile stabilirlo. Molto probabilmente egli intendeva tutte e tre le opzioni mutando il senso delle due parole a seconda del contesto. Ad esempio: parlando dei gusti gastronomici Protagora si riferiva al singolo individuo; parlando della civiltà greca contrapposta a quella orientale, egli intendeva l'"uomo-misura" come civiltà; mentre se si riferiva degli Uomini in relazione alla natura (o, ancora, agli dei) è possibile che intendesse l"uomo" come specie . In generale Protagora sosteneva infatti che non era necessario scegliere una determinata interpretazione, in quanto non c'è contraddizione tra esse. [2].

Platone nelle opere della vecchiaia ammette la superiorità dei sofisti e quindi egli si ritiene un grande discepolo della sofistica[senza fonte].

[modifica] Antilogie

In generale si può dire che la posizione protagorea sia umanista o antropocentrica (in quanto era posto l'Uomo come metro di giudizio e di valutazione delle "cose")[3] e fenomenista (la realtà ci appare ai nostri occhi secondo il nostro metro di giudizio)[4].

Dal relativismo deriva: il relativismo conoscitivo, per cui non esiste un principio assoluto; e il relativismo etico, secondo cui non esiste un bene o un modello di comportamento assoluto, ma varia da uomo a uomo. In mancanza di una verità e un bene assoluti, la parola è dominatrice e la retorica è fondamentale al fine di convincere l’interlocutore; per dimostrare ciò Protagora elabora delle antilogie: discorsi contraddittori, in cui non si riesce a stabilire ciò che è vero e ciò che è falso, poiché evidenziano la disparità di valori che presiedono alle attività umane. Ecco un esempio di antilogie protagoree:

«  Presso i Macedoni si ritiene bello che le fanciulle prima di sposarsi amino e si congiungano con un uomo, e dopo le nozze, brutto; presso i Greci, è brutta l'una e l'altra cosa. Gli Sciti ritengono bello che uno, dopo aver amazzato un uomo e averne scuoiata la testa, ne porti in giro la chioma posta dinanzi al cavallo, e dopo averne indorato il cranio, con esso beva e faccia libagioni agli dei; invece, presso i Greci neppure si vorrebbe entrare nella casa di uno che avesse compiuto tali cose. I Massageti squartano i genitori e se li mangiano, perché pensano che l'esser sepolti nei propri figli sia la più bella sepoltura; invece se qualcuno lo facesse in Grecia, cacciato in bando morirebbe con infamia, come autore di cose turpi e terribili. I Persiani reputano bello che anche gli uomini si adornino come donne, e si congiungano con la figlia, con la madre, con la sorella; per i Greci son cose turpi e contro legge. Presso i Lidi, che le fanciulle si sposino dopo essersi prostituite per denaro, sembra bello, presso i Greci, nessuno le vorrebbe sposare. Anche gli Egizi non s'accordan con noi su ciò che è bello; qui è ritenuto bello che sian le donne a tessere e filar la lana; lì invece gli uomini, e che le donne facciano quel che qui fanno gli uomini. Impastare l'argilla con le mani, e la farina coi piedi, lì è bello, ma per noi è tutto il contrario »
( Diels, 90, 2)

Per non entrare nel caos provocato dal relativismo bisogna far riferimento al criterio dell’utile, il quale è un criterio di scelta che giovi sia l'individuo che la collettività (principio debole dell'utilità). In tal modo la "Verità Etica" che guida le scelte non è per Protagora un valore assoluto ed oggettivo, poiché è impossibile da individuare, ma è il risultato di una lunga esperienza, che dimostra l'utilità di un dato comportamento (per questo si può dire che il filosofo avesse una concezione di "Verità Etica" umanistico-storicista).

Ma la tradizione critica ha ritenuto tale posizione poco solida perché anche per presupporre ciò che è realmente utile bisogna stabilire un criterio di verità, altrimenti si risolverebbe in un "pragmatismo amoralistico". A queste obiezioni si può rispondere che il "principio debole d'utilità" non sia il rifiuto aprioristico di un principio etico, ma esso è l'accettazione di un principio condiviso non assoluto. Alla seconda obiezione si può rispondere che la posizione di Protagora sia un invito all'assunzione del singolo individuo delle sue responsabilità di fronte a se stesso e alla società. Oltrettutto pare che il filosofo di Abdera voglia invitare i singoli individui ad accettare delle regole di comune convivenza e di pubblica utilità[5].

[modifica] La retorica

Secondo Protagora il filosofo si presenta come "propagandista dell'utile", ossia colui che, grazie alle sue doti oratorie, indirizza le scelte verso la pubblica utilità. Caso eclatante è il suo invito «di rendere migliore il discorso peggiore», ossia di trasformare l'opinione meno utile in quella più utile. Di conseguenza l'arte della retorica ha una funzione politico-educativa volta a favorire il "bene comune"[6].

Tale posizione è stata vista come il fondamento dell'eristica (ossia l'arte del disputare, al di là della veridicità delle proprie basi concettuali di partenza), accusa spesso rivolta ai Sofisti, ma soprattutto come legittimazione di quell'atteggiamento definibile come "servilismo" verso i potenti. Infatti, i sofisti, potendo vantare delle doti oratorie, erano in grado di convincere la maggioranza dei cittadini (ovviamente bisogna tener conto che ci si riferisce a polis dove vigeva un regime democratico come quello ateniese) su cosa fosse utile e cosa no. Tant'è che gli avversari dei sofisti accusarono questi filosofi di praticare il "mestiere della parola" (o del disputare).

Va detto che il pensiero protagoreo non è una legittimazione al servilismo verso i "potenti", ma è un invito all'assunzione di responsabilità da parte del singolo e della condivisione delle scelte, basandosi sull'esperienza e, quindi, seguendo il principio "debole" d'utilità privata e pubblica.

[modifica] Antropologia e politica

Come Democrito, anche Protagora vede nel passato degli Uomini la scelta, fondamentale per la propria sopravvivenza, di vivere assieme ad altri Uomini. L'uomo, inoltre, si distingue dagli animali anche perché ha messo in atto quelle tecniche (dal greco τέχνη: abilità, destrezza, mestiere, arte) che gli hanno permesso di modificare ed adattare l'ambiente naturale alle sue esigenze. Tuttavia a garantire la sopravvivenza all'Uomo non bastano le "tecniche comuni" (agricoltura, falegnameria, artigianato, ecc...), ma è necessaria una "tecnica superiore" che permetta d'indirizzare le altre verso il "bene comune": la politica. Essa (come viene raccontato nel Protagora di Platone) è un dono che Zeus ha fatto agli Uomini indistintamente, poiché tutti gli Uomini della πόλις (pόlis) sono coinvolti nella "politica". Inoltre, il sofista si rese conto di una necessaria "cultura politica" che ogni cittadino doveva possedere.

La visione della "politica" in Protagora è figlia dell'epoca in cui egli visse; il fatto che ogni cittadino sia coinvolto nella vita politica della sua comunità è il miglior manifesto della democrazia ateniese, vista come esempio e modello da seguire[7].

Un ottimo esempio del concetto di Uomo in Protagora è dato dal mito di Prometeo riportato da Platone nel Protagora.

[modifica] Il giudizio su Protagora nella Storia

Il giudizio negativo sui Sofisti di Aristotele e Platone è dovuto alla loro contrapposizione al relativismo; infatti, essi sostengono la possibilità per l'uomo di conoscere con certezza la verità, mediante l'uso corretto della ragione.

[modifica] Note

  1. ^ Platone, Teeteto, 152a.
  2. ^ N. Abbagnano, G. Fornero, Protagonisti e testi della filosofia, Volume A, Tomo 1, Paravia Bruno Mondadori Editori, Torino, 1999, pp. 106-107
  3. ^ Vedi Umanismo e Antropocentrismo.
  4. ^ Vedi Fenomenismo.
  5. ^ Abbagnano-Fornero, op. cit., p.109.
  6. ^ Ibidem, p.110.
  7. ^ Ibidem, p.114.

[modifica] Bibliografia

Nicola Abbagnano-Giovanni Fornero, Protagonisti e testi della filosofia, Volume A, Tomo 1, Paravia Bruno Mondadori Editori, Torino, 1999. ISBN 88-395-3311-7

[modifica] Voci correlate

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