Talete

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« Talete di Mileto fu senza dubbio il più importante tra quei sette uomini famosi per la loro sapienza - e infatti tra i Greci fu il primo scopritore della geometria, l'osservatore sicurissimo della natura, lo studioso dottissimo delle stelle »
(Apuleio, Florida, 18)
Talete di Mileto

Talete di Mileto (in greco antico Θαλής, traslitterato in Thalès; Mileto, 640 a.C./625 a.C.547 a.C. circa) è stato un filosofo greco antico.

È comunemente considerato, da Aristotele[1] in poi, il primo filosofo della storia del pensiero occidentale.[2]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Secondo Diogene Laerzio, che cita Erodoto, Duride[3] e Democrito, Talete fu figlio di Essamias (o secondo altre fonti di Examio[4]) e Cleobulina, di origine fenicia; non è certo se egli fosse nato a Mileto (Asia Minore) nel I anno della 39a olimpiade (624 a.C.), come riportato da Apollodoro di Atene nella sua Cronologia[5] — ma altri lo fanno nascere al tempo della 35a Olimpiade (circa 640 a.C.) — o se ne ricevesse la cittadinanza dopo essere stato esiliato dalla Fenicia.

Avrebbe per primo ricevuto l'attributo di "sapiente" al tempo dell'arcontato di Damasia in Atene (582 a.C. - 581 a.C.),[6] come attesta anche Platone che, nel dialogo Protagora lo inserisce in una lista di sette nomi (i cosiddetti Sette savi): « Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Priene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindos, Misone di Chene e settimo tra costoro Chilone di Sparta; tutti quanti furono emuli, ammiratori e discepoli della costituzione spartana ».[7]

Un'eclisse totale di sole

Erodoto attribuisce a Talete la previsione dell'eclissi di sole verificatasi il 28 maggio 585 a.C. che avrebbe impressionato talmente i Medi e i Lidi, in guerra tra loro, da smettere di combattere[8] nonché l'elaborazione d'un espediente che avrebbe permesso all'esercito di Creso, il re della Lidia in guerra contro il persiano Ciro il Grande, di attraversare il fiume Halys.

Racconta Erodoto:

« ...giunto sul fiume Halys, Creso proseguì. Secondo me, fece passare l'esercito sui ponti lì esistenti, mentre secondo la voce corrente fra gli Elleni sarebbe stato Talete di Mileto a farlo passare. Si dice che Creso fosse molto imbarazzato per il passaggio dell'esercito oltre il fiume, perché allora non vi sarebbero stati ponti. Talete, che si trovava nell'accampamento, avrebbe fatto in modo che il fiume, che scorreva alla sinistra dell'esercito, scorresse anche alla sua destra, ricorrendo a un espediente. Da un punto a nord del campo avrebbe fatto scavare un profondo canale a semicerchio, in modo che il fiume, deviato in parte dall'antico letto, raggiungesse alle spalle le truppe accampate e poi, oltrepassato il campo, sfociasse nel corso antico, cosicché, diviso, il fiume, avrebbe avuto due bracci entrambi guadabili.[9] »

È da notare come questa scelta di «manomettere», duplicando e alterando il letto naturale di un fiume presupponga da parte di Talete la sfiducia nell'esistenza delle divinità fluviali — si ricordi il noto episodio della lotta fra il dio fluviale Scamandro e Achille narrata da Omero nell'Iliade.[10]

Erodoto[11] ricorda ancora Talete nelle vesti di saggio politico quando, prevedendo la conquista delle singole città elleniche dell'Asia Minore da parte dell'Impero persiano, suggeriva la costituzione di uno Stato confederato della Ionia greca, esortando gli Ioni a «disporre di un unico Consiglio, a Teo, città nel centro della Ionia, considerando le altre città dei demi, pur sussistendo esattamente come prima».

Diogene Laerzio riferisce ancora che Talete avrebbe sconsigliato un'alleanza antipersiana di Mileto con Creso, prevedendo la sconfitta di quest'ultimo. La tradizione narra anche che questo re avrebbe donato a Talete un Trìpode d'oro, in riconoscimento della sua grande sapienza; e con l'uso della sapienza sarebbe facile arricchire narrando come si arricchisse Talete il quale, prevedendo un'abbondante produzione di olive, affittò tutti i frantoi di un'ampia regione, monopolizzandone la molitura.

L'aneddoto dei frantoi di Talete è tramandato da Aristotele e ripreso da altri autori, tra cui Ieronimo di Rodi[12] e Cicerone[13]. Aristotele scrive che:

« ...siccome, povero com'era, gli rinfacciavano l'inutilità della filosofia, avendo previsto in base a calcoli astronomici un'abbondante raccolta di olive, ancora in pieno inverno, pur disponendo di poco denaro, si accaparrò tutti i frantoi di Mileto e di Chio per una cifra irrisoria, dal momento che non ve n'era alcuna richiesta; quando giunse il tempo della raccolta, cercando in tanti urgentemente tutti i frantoi disponibili, egli li affittò al prezzo che volle imporre, raccogliendo così molte ricchezze e dimostrando che per i filosofi è molto facile arricchirsi, ma tuttavia non si preoccupano di questo.[14] »

Descritto da Ateneo[15] come un solitario, probabilmente secondo quella tradizione, di origine nobiliare, che vuole il sapiente necessariamente aristocratico e sprezzatore della massa, sembra anche che non si sia mai sposato, per quanto si dice che abbia adottato il figlio, di nome Cibisto, di una sorella e alle sollecitazioni della madre a prender moglie, rispondesse che non fosse ancora il momento e, anni dopo, precisasse che ormai quel momento era passato; Anacarsi[16] scrive che Talete non volle avere figli proprio per amore dei figli.

È sempre Diogene Laerzio, citando un'opera perduta di Ermippo di Smirne, Le Vite, a riferire quanto è anche attribuito a Socrate, ossia che Talete sarebbe stato grato al destino per «essere nato uomo e non animale, maschio e non femmina e greco e non barbaro». Fu contemporaneo e concittadino di Anassimandro, a sua volta, forse, maestro di Anassimene, gli altri due primi filosofi nella storia della cultura occidentale.

Si dice che sia morto assistendo a una gara atletica, al tempo della 58ª Olimpiade: a questo proposito Diogene Laerzio lo ricorda con l'epigramma:

« Assistendo un tempo a una gara ginnica, Zeus Elio,
il sapiente Talete strappasti dallo stadio.
È bene che tu l'abbia accolto: ormai vecchio,
dalla terra non vedeva più le stelle[17] »

e sostiene che la sua tomba recasse il seguente epitaffio:

« Piccola tomba ma di gloria grande come il cielo
questa di Talete il sapientissimo[18] »

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Se pure egli scrisse, nulla è rimasto delle sue opere; gli furono attribuite:

  • un' Astronomia nautica (Ναυτικὴ ἀστρολογία), che sarebbe del filosofo Foco di Samo oppure sarebbe sua un' Astrologia, come afferma Plutarco nel De Pythiae oraculis,
  • due altre opere intitolate Sul solstizio (Περὶ τροπῆς) e Sull'equinozio (Περὶ ἰσημερὶας),
  • mentre Galeno[19] gli riconosce un'opera in due libri, intitolata Dei principi ( Περὶ ἀρχῶν) citandone un passo:
« I tanto decantati quattro elementi, dei quali diciamo che l'acqua è il primo e lo poniamo quasi unico elemento, si mescolano fra loro al fine di un'aggregazione, coagulazione e unione delle cose terrestri. Come ciò avvenga, l'ho detto nel primo libro. »

Diogene Laerzio riporta il testo di due lettere che Talete avrebbe scritto a Ferecide e a Solone[20], che la critica filologica ritiene tuttavia spurie:

« Talete a Ferecide

vengo a sapere che, primo tra gli Ioni, ti appresti a pubblicare fra gli Elleni dei trattati sulle realtà divine. È certo giusto il tuo giudizio di rendere pubblico lo scritto, senza affidarlo inutilmente a chiunque. Ma vorrei parlare con te sui temi che tratti e se m'inviti, sarò da te a Syros. Saremmo dei pazzi, Solone l'ateniese e io, se dopo aver navigato fino a Creta per studiare la loro sapienza, e poi in Egitto, per conoscere i sacerdoti e gli astronomi di quel paese, non navigassimo per venire da te. Verrà anche Solone, se ti va. Tu invece, amante della tua terra, vieni nella Ionia di rado e non desideri conoscere stranieri ma ti dedichi solo a scrivere. Noi invece, non scrivendo nulla, attraversiamo l'Ellade e l'Asia. »

« Talete a Solone

se andrai via da Atene, sarebbe bene che ti stabilissi a Mileto, vostra colonia. Qui non c'è nulla da temere. Se poi proverai sdegno del fatto che anche noi siamo governati da un tiranno (tu odi tutti i tiranni) ti allieterai almeno con noi. Anche Biante ti scrive di andare a Priene; se preferirai Priene, vacci pure e noi verremo ad abitare da te. »

Sentenze[modifica | modifica wikitesto]

Ai maggiori intellettuali di quell'epoca, denominati per questo "sapienti", vengono variamente attribuite delle sentenze; a Talete sono attribuiti gli apoftegmi:

  • L'essere più antico è Dio, perché non generato
  • Il più bello è il mondo, perché opera divina
  • Il più grande lo spazio, perché tutto comprende
  • Il più veloce l'intelletto, perché passa attraverso tutto
  • Il più forte la necessità, perché tutto domina
  • Il tempo è più saggio di tutti, scopre sempre tutto[21]

Ma la più famosa e prestigiosa sentenza (attribuita in un primo momento a Talete e riconosciuta successivamente a Socrate) è il «Conosci te stesso», riportato da Antistene di Rodi nelle sue Successioni dei filosofi.[22]

A chi gli domandava se fosse venuta prima la notte o il giorno, rispondeva che era precedente la notte, di un giorno; diceva anche che la cosa più semplice è dare consigli a un altro; che la cosa più piacevole è avere successo; la più sgradevole è vedere un tiranno esser potuto invecchiare; che il divino è ciò che non ha né inizio né fine; che gli ingiusti non possono sfuggire all'attenzione degli dei, neanche solo pensando di fare un'ingiustizia; che lo spergiuro non è peggiore dell'adulterio; che la sventura si sopporta più facilmente se ci si rende conto che ai propri nemici le cose vanno peggio; che si vive virtuosamente non facendo quello che rinfacciamo agli altri; che è felice chi è sano nel corpo, ricco nell'anima e ben educato; di ricordarsi degli amici, presenti e assenti, di non abbellirsi nell'aspetto ma nei comportamenti, di non arricchirsi in modo malvagio, di non cadere in discredito agli occhi di coloro con i quali si è legati da un patto, di aspettarsi dai figli gli stessi benefici arrecati ai genitori.

Infine, sosteneva che la morte non è diversa in nulla dalla vita. A chi gli obbiettava perché allora non morisse, rispondeva che era perché non c'era alcuna differenza.

Dottrina[modifica | modifica wikitesto]

Conoscenze matematiche[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Teorema di Talete.
Teorema di Talete: DE/BC = AE/AC = AD/AB

Diogene Laerzio, nelle sue Vite, cita Ieronimo di Rodi per sostenere che Talete abbia misurato l'altezza della piramide di Cheope, nella piana di Giza, calcolando il rapporto tra la loro ombra e quella del nostro corpo nel momento del giorno in cui la nostra ombra ha la stessa lunghezza della nostra altezza.

L'aneddoto è ripreso da Plutarco,[23] e da Plinio il Vecchio[24] secondo il quale il faraone Amasis avrebbe voluto mettere alla prova la perizia scientifica di Talete, sfidandolo a misurare l'altezza della piramide di Cheope; superata la prova, il faraone gli espresse la sua ammirazione, dichiarandosi «stupefatto del modo in cui hai misurato la piramide senza il minimo imbarazzo e senza strumenti. Piantata un'asta al limite dell'ombra proiettata dalla piramide, poiché i raggi del sole, investendo l'asta e la piramide formavano due triangoli, hai dimostrato che l'altezza dell'asta e quella della piramide stanno nella stessa proporzione in cui stanno le loro ombre».[25]

Se si confrontano le ombre di due oggetti diversi, queste stanno tra loro come le altezze degli oggetti corrispondenti. Conoscendo l’altezza di un’asta usata per il confronto e misurando le lunghezze delle ombre sul terreno, Talete fu in grado di determinare l’altezza della piramide.

Impressionati da tale calcolo, i sacerdoti lo ammisero nelle loro biblioteche, dove Talete poté consultare le opere di astronomia lì conservate.

Il suo nome è rimasto legato al noto teorema, che egli tuttavia non conosceva e che deve essere ascritto a Euclide il quale nei suoi Elementi, dimostra la proporzionalità dell'area dei triangoli di eguale altezza.[26]

Proclo, il commentatore di Euclide[27], attribuisce a Talete anche cinque teoremi di geometria elementare[28][29]:

  • "Un cerchio è diviso in due aree uguali da qualunque diametro"
  • "Gli angoli alla base di un triangolo isoscele sono uguali"
  • "In due rette che si taglino fra loro, gli angoli opposti al vertice sono uguali"
  • "Due triangoli sono uguali se hanno un lato e i due angoli adiacenti uguali"
  • "Un triangolo inscritto in una semicirconferenza è rettangolo"

Panfilo[30] sostiene che Talete avrebbe sacrificato un bue agli dei per ringraziarli di quest'ultima scoperta che peraltro il matematico Apollodoro[31] riferisce a Pitagora.[32]

Conoscenze astronomiche[modifica | modifica wikitesto]

Platone nel Teeteto[33] riporta l'aneddoto che testimonia degli interessi astronomici di Talete, oltre alla considerazione in cui è popolarmente tenuto ogni filosofo: «Egli osservava gli astri e, avendo lo sguardo rivolto al cielo, cadde in un pozzo. Si dice che una spiritosa e intelligente servetta trace l'abbia preso in giro dicendogli che si preoccupava di conoscere quel che succede nel cielo senza preoccuparsi di quel che gli avveniva davanti e sotto i piedi. La stessa ironia è riservata a chi passa il tempo a filosofare»

Oltre a vedersi attribuita dalla leggenda la previsione dell'eclissi di sole del 28 maggio 585, i suoi interessi per l'astronomia lo avrebbero portato alla scoperta del passaggio del sole da un tropico all'altro e a stabilire che tanto il rapporto della grandezza del sole rispetto alla sua orbita che il rapporto di quella della luna, sempre rispetto alla propria orbita, è di 1:720. Talete avrebbe anche stabilito che alcune stelle non erano, come sembravano, fisse rispetto ad altre, chiamandole pertanto pianeti, ossia corpi erranti; avrebbe anche fissato in trenta il numero dei giorni del mese e constatato che l'anno era composto da 365 giorni e un quarto.

Aezio[34] riporta che «Talete, Pitagora e i suoi discepoli hanno diviso la sfera dell'intero cielo in cinque parti, chiamate zone. Una di queste è chiamata artica ed è sempre visibile; un'altra è quella del tropico estivo; la terza è l'equinoziale; la quarta quella del tropico d'inverno e l'ultima è l'antartica, mai visibile. Obliquo alle tre centrali si stende il cosiddetto zodiaco, che le tocca tutte e tre. Il meridiano, invece, le taglia tutte dirittamente, dall'artico all'antartico [...] credeva che gli astri fossero terrosi ma infocati [...] il sole ha l'aspetto di terra [...] per primo disse che il sole si eclissa quando la luna, di natura terrosa, gli passa sotto perpendicolarmente. Allora la sua immagine, stando sotto il disco solare, si vede riflessa [...] per primo disse che la luna è illuminata dal sole [...] pensa che i venti etesii, investendo di fronte l'Egitto, sollevino la massa d'acqua del Nilo, perché il suo deflusso è bloccato dal rigonfiamento del mare che lo contrasta».

Cosmologia[modifica | modifica wikitesto]

Aristotele

Per Aristotele i primi filosofi sono dei fisici o fisiologi. Per lui, la fisica, in greco physis, natura, è la realtà che diviene, la realtà in movimento che è solo una parte del Tutto, il quale comprende tanto questa realtà quanto la realtà divina; pertanto, per Aristotele, i filosofi di Mileto si sarebbero occupati solo della realtà materiale.

La radice di physis è l'indoeuropeo bhu, legato a bha, luce: dunque, physis significherebbe originariamente l'essere-luce[35]. Ne deriverebbe che per i primi filosofi la physis è il Tutto, è l'essere che si mostra illuminato, dunque visibile e dunque comprensibile. A differenza delle precedenti cosmogonie che pretendevano anch'esse di spiegare tutta la realtà, ora si pretende di spiegare tale realtà senza gli impacci, i fraintendimenti e i veli del mito, che nella realtà, nella physis, coinvolgevano le presenze determinanti degli dei e degli esseri sovrannaturali. Eliminata, nella ricerca dell'interpretazione razionale del Tutto, ogni sovrastruttura mitica, resta la physis, la natura.

Il termine di natura coincide infatti con quello stesso di cosmo: la physis è il kosmos, la cui radice è kens - che si rintraccia poi nel latino censere - annunciare con autorità. L'annuncio autorevole è la determinazione non smentibile, incontrovertibile, che non può essere messa in discussione: è la verità.

Così Aristotele, nella Metafisica,[36] dopo aver premesso che «la maggior parte dei primi filosofi ritennero che i soli principi di tutte le cose fossero di specie materiale, perché ciò da cui tutte le cose hanno l'essere, da cui derivano e in cui si risolvono, questo è da loro chiamato elemento, principio delle cose e perciò ritengono che nulla si produca e nulla si distrugga, perché una siffatta sostanza si conserva sempre [...] Talete, il fondatore di tale forma di filosofia, dice che è l'acqua - e per questo sosteneva che anche la terra sta sull'acqua: forse prese quest'ipotesi osservando che l'alimento di ogni cosa è umido, lo stesso calore deriva dall'umidità e di essa vive e ciò da cui le cose derivano è appunto il loro principio. È dunque di qui che egli trasse la sua ipotesi e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida».

Alcuni poi pensano che anche i teologi più antichi, molto anteriori alla nostra generazione, ebbero le stesse opinioni sulla natura: essi cantarono che Oceano e Teti sono gli autori della generazione delle cose e dicono che gli dei giurano sull'acqua, chiamata Stige dai poeti; ora, ciò che più antico merita maggior stima e ciò che merita più stima è il giuramento. Anche se si può dubitare che questa concezione della natura sia la più antica, non c'è dubbio che sia stato Talete a descrivere la causa prima delle cose in questo modo».

Talete potrebbe anche aver ricavato la sua dottrina da osservazioni meteorologiche, osservando i mutamenti di forma assunti dall'acqua passando allo stato solido e gassoso, le ricadute in forma di pioggia dell'evaporazione delle acque, le improvvise formazioni di nuvole e venti nel mare.

Quelle di Aristotele sono supposizioni, per quanto fondate, e il Gomperz, per esempio,[37] ribadisce che «la concezione di Talete di una terra galleggiante come un disco di legno sull'acqua e un universo riempito di materia primordiale assimilata a una massa liquida, s'accorda in una certa misura con l'idea egizia di Nun, l'acqua primordiale, divisa in due masse separate. In simile modo, i Babilonesi ammettevano un Oceano superiore e uno inferiore e si può assimilare a queste concezioni quella del Genesi, I, 7».

Il motivo della scelta dell'acqua deriva indubbiamente dalla sua importanza nella crescita e nell'alimentazione delle cose viventi, della sua funzione nella vita quotidiana degli uomini come dalle osservazioni che Talete avrebbe fatto in Egitto sull'importanza del Nilo. Ma l'originalità di Talete sta nell'aver trasformato questa spiegazione mitica in un principio di conoscenza fisica e metafisica; l'unità dell'elemento acqua è anche l'unità del mondo. L'analogia con le spiegazioni mitologiche orientali esiste indubbiamente, ma il principio utilizzato da Talete non è mitico ma fisico.[38] Questa tesi innovativa presuppone affermazioni di verità non a partire da alcuni oggetti particolari, come avveniva per gli Egiziani e i Babilonesi, ma per un'infinità d'oggetti contenuti nel mondo e per il mondo stesso: egli enuncia verità che riguardano tutti gli esseri; l'apporto di Talete sta nell'aver generalizzato e concettualizzato le sue osservazioni giungendo al concetto dell'Uno senza perdersi nell'accumulazione di osservazioni disparate.

Lo stesso Aristotele[39] riferisce che «forse Talete suppose che tutte le cose sono piene di dei» e che «anche Talete, a quanto ricordano, abbia supposto che l'anima sia qualcosa atto a muovere, se ha detto che la calamita è dotata di anima in quanto muove il ferro», ipotesi ribadita da Aezio[40], per il quale Talete avrebbe per primo asserito che «l'anima è una sostanza eternamente in moto». Ed è questo concetto, pur dubbiosamente attribuito al filosofo di Mileto, che Cicerone fraintende completamente nella sua De natura deorum quando afferma che[41] «Talete di Mileto [...] disse che l'acqua è il principio delle cose e che dio è la mente che dall'acqua ha costruito ogni cosa».

In realtà, il problema di Talete, come di tutti i presocratici, è di individuare quale sia il principio unico, l'arché, la sostanza che in quanto tale è anche materia e legge che determina l'esistenza e regola il movimento di ogni cosa. Per tale motivo si parla per loro di ilozoismo, di materia vivente che costituisce ed è essa stessa natura. Non ha senso, pertanto, perché del tutto inconcepibile per la loro mentalità, riferire concezioni creazionistiche che presupporrebbero un altro principio delle cose, un principio divino, del quale infatti essi non parlano. L'ipotesi che Aristotele, tre secoli dopo, formula su possibili presenze divine nella materia, oltre a escludere tale principio di creazione, ma essendo nello stesso tempo un tentativo di giustificare una materia vivente e mutante, si riferisce al problema, fondamentale nell'ottica aristotelica, di una causa esterna del movimento.

Nella physis indagata da Talete esistono infinite varietà di cose le quali, tuttavia, per essere organiche e costituire, nella loro somma, il Tutto, devono avere un'identità comune: il principio d'identità racchiuso nella diversità delle forme di ogni cosa è l'arché.

Contesto storico[modifica | modifica wikitesto]

Il teatro romano di Mileto

Nel VI secolo la vita delle colonie ioniche dell'Asia minore - Mileto, Colofone, Clazomene, Efeso, tutte affacciate sul mar Mediterraneo, e le isole di Samo e di Chio - si organizza in forme politiche controllate da ristretti gruppi aristocratici; la loro economia registra un accentuato sviluppo, favorito dall'intensificarsi dei traffici marittimi. Mileto è la prima delle città, per la ricchezza dei suoi palazzi e dei suoi templi, per il fervore delle iniziative commerciali e della ricerca tecnico-scientifica che favorisce la crescita delle condizioni economiche, della cultura e del numero dei cittadini che si dedicano ad attività produttive; mentre aumenta il numero degli artigiani e dei commercianti, diminuisce quello dei contadini e la schiavitù è un fenomeno limitato.[42]

Mileto è in rapporto con le altre città della Ionia, con la penisola italiana, con la Sicilia, con l'Egitto, con la confinante Lidia e l'impero persiano; penetrano al suo interno le conoscenze elaborate in millenni dalle civiltà egiziana e babilonese.

Non è dunque sorprendente che con la vivacità della vita politica delle città della Ionia, con lo sviluppo economico ottenuto da gruppi sociali ricchi d'iniziativa, portati all'azione sulla realtà e non alla sua contemplazione e interessati a valutare la natura per quella che è effettivamente, si affermi una cultura che pone a proprio fondamento il giudizio e l'elaborazione razionale, ossia dottrine filosofiche e non mitologie poetiche e religiose. Per quanto sommari e primitivi siano i risultati ottenuti, questi s'incanalano nell'alveo della ricerca razionale e in quanto tali appartengono a buon diritto alla ricerca filosofica propriamente detta.

Come sottolinea il Farrington nella sua opera:

« le informazioni che abbiamo ci attestano che i primi filosofi appartennero alla categoria degli uomini attivi, interessati agli affari, quali ci si aspetta appunto di trovare in una città del genere. Tutto ciò che sappiamo su di loro conferma l'impressione che la sfera delle idee e dei modi di pensare che applicarono alla speculazione sulla natura delle cose in generale furono quelli che essi derivarono dal loro attivo interesse per i problemi pratici. Non erano dei reclusi intenti a ponderare su questioni astratte, non erano "osservatori della natura" in senso accademico, ma uomini pratici e attivi, la novità della cui filosofia consisteva nel fatto che, quando essi volgevano la mente a chiedersi come andassero le cose, lo facevano alla luce dell'esperienza quotidiana, senza riguardo per gli antichi miti. La loro indipendenza dalle spiegazioni mitologiche era dovuta al fatto che la struttura politica relativamente semplice delle loro fiorenti città in sviluppo non imponeva loro la necessità di governare per mezzo delle superstizioni, come avveniva nei più antichi imperi [...].

Gli egizi e i babilonesi avevano delle vecchie cosmogonie, facenti parte della loro eredità religiosa, che dicevano come il mondo si era formato. Giacché nell'uno e nell'altro paese la terra su cui essi vivevano era stata guadagnata attraverso una disperata lotta con la natura prosciugando le paludi lungo i fiumi, è abbastanza naturale che le loro cosmogonie incorporassero l'idea che ci fosse un'eccessiva abbondanza d'acqua e che il principio delle cose, per quanto riguardava gli uomini, si era avuto quando un qualche essere divino aveva operato ciò che è espresso nella frase: appaia la terra asciutta. Il nome del creatore per i babilonesi era Marduk [...] Talete lasciò fuori Marduk[43] »

Talete nel giudizio degli storici della filosofia[modifica | modifica wikitesto]

Per Hegel,

« l'affermazione di Talete essere l'acqua l'assoluto o, come dicevano gli antichi, il principio, segna l'inizio della filosofia, perché in essa si manifesta la coscienza che l'essenza, la verità, ciò che solo è in sé e per sé, è una sola cosa. Si manifesta il distacco dal dato della percezione sensibile; l'uomo si ritrae da ciò che è immediatamente e in seguito, con l'affermazione che quest'essere è l'acqua, è messa a tacere la sbrigliata fantasia omerica infinitamente variopinta, vengono superate queste molteplicità infinite di principi frammentari, tutto questo modo di rappresentarsi il mondo come se l'oggetto particolare sia una verità per sé stante, una potenza esistente per sé e indipendente al di sopra delle altre; e si ammette quindi che vi è un universale, ciò che è universalmente in sé e per sé, l'intuizione semplice e senza più elementi fantastici, il pensiero, che soltanto l'uno è».[44] »
Friedrich Nietzsche

Per Nietzsche,

« la filosofia greca sembra aver inizio con un'idea inconsistente, la proposizione che l'acqua è l'origine e il grembo materno di tutte le cose [...] la frase asserisce qualcosa sull'origine delle cose [...] lo fa in guisa immaginosa e senza favoleggiamenti; [...] benché unicamente allo stato larvale, in essa è racchiuso il pensiero: tutto è uno. Il motivo indicato per primo lascia Talete ancora in compagnia dei religiosi e dei superstiziosi; il secondo lo snida da questa compagnia e ci mostra in lui il naturalista, il terzo motivo fa però di Talete il primo filosofo greco. Se avesse detto: dall'acqua viene la terra, avremmo soltanto un'ipotesi scientifica, fallace ma difficilmente confutabile: egli però andò oltre lo scientifico.

Nella rappresentazione di quest'idea di unità mediante l'ipotesi dell'acqua, piuttosto che superato, Talete ha oltrepassato a dir poco d'un balzo il basso stadio delle cognizioni fisiche del tempo. Le manchevoli e disordinate osservazioni di tipo empirico che Talete aveva fatto sull'apparizione e sulle trasformazioni dell'acqua, o più esattamente dell'umido, avrebbero consentito ben poco o tanto meno consigliato una siffatta generalizzazione; ciò che condusse a questa fu un articolo di fede metafisico che ha la sua origine in una intuizione mistica e che incontriamo in tutte le filosofie insieme con i sempre rinnovati tentativi di esprimerlo meglio - la proposizione "tutto è uno" [...].

Talete diceva: "Non l'uomo, bensì l'acqua è la realtà delle cose". Egli comincia a credere nella natura, nella misura almeno in cui crede nell'acqua. Come matematico e astronomo aveva acquisito una certa freddezza nei confronti di tutto quanto sia mitico e allegorico, e se non gli riuscì di disincantarsi fino alla pura astrazione "tutto è uno", restando inchiodato a un'espressione fisica, costituì tuttavia, per i greci del suo tempo, una sorprendente rarità [...] Quando Talete dice "tutto è acqua", con un sussulto l'uomo si solleva cessando il brancicare e il tortuoso strisciare, a mò dei vermi, proprio delle scienze particolari, presagisce la soluzione ultima delle cose e con questo divinamento supera la volgare angustia dei gradi inferiori di conoscenza».[45] »

Per Werner Jaeger, con la nozione presentata da Talete secondo la quale «tutte le cose sono sorte dall'acqua, il filosofo rinuncia a ogni espressione mitico-allegorica, la sua acqua è una parte visibile del mondo empirico; ma il suo studio delle origini lo porta d'altro canto nelle vicinanze dei teologemi mitici, e anzi lo mette in concorrenza con essi. La sua teoria, che sembra puramente fisica, ha per lui anche (diremmo noi) un carattere metafisico, come appare dall'unica frase che di lui ci è tramandata, sempre che risalga effettivamente a lui: panta plere theon, tutto è pieno di dei».[46]

Emanuele Severino

Nell'interpretazione di Emanuele Severino

« l'"acqua" di cui parla Talete non è l'acqua sensibile in cui ci si bagna e che si beve: l'acqua sensibile - intesa cioè nel significato ordinario della parola - è infatti soltanto una delle molte e diverse cose dell'universo, e in quanto è soltanto una tra le molte non può essere ciò che vi è di identico in ognuna di esse, e quindi non può nemmeno essere il principio unitario (l'arché) da cui tutte derivano. L'"acqua" si presenta in tal modo come una metafora che non riesce a sopportare il peso di ciò che essa intende esprimere.
Ponendo l'"acqua" come sostanza identica di tutte le cose, Talete mostra di non intenderla come una realtà particolare e sensibile (appunto perché "acqua" sono anche il sole, il cielo e tutte le altre cose che non hanno le caratteristiche dell'acqua sensibile). Il concetto di "acqua" non è pertanto in grado di contenere ciò che già Talete intende pensare mediante esso: pensa ciò che vi è di identico in ogni diverso, e questa identità la esprime con un termine che indica pur sempre - nonostante ogni intenzione contraria - una cosa diversa dalle altre e quindi particolare, limitata. Un diverso - ossia una cosa particolare e limitata che, in quanto tale, differisce dalle altre - non può essere ciò che vi è di identico in ogni diverso».[47] »

Per Nicola Abbagnano

Nicola Abbagnano
« La filosofia presocratica, pur nella semplicità del suo tema speculativo e nella grossolanità materialistica di molte sue concezioni, ha acquisito per la prima volta alla speculazione la possibilità di intendere la natura come un mondo e ha messo a fondamento di questa possibilità la sostanza, concepita come principio dell'essere e del divenire. Ora che queste conquiste riguardino esclusivamente il mondo fisico, è un fatto indubitabile; ma è altrettanto indubitabile che esse portano con sé, almeno implicitamente, altrettante conquiste che concernono il mondo proprio dell'uomo e la sua vita interiore. L'uomo non può rivolgersi all'indagine del mondo come oggettività, senza venire in chiaro della sua soggettività; il riconoscimento del mondo come altro da sé è condizionato dal riconoscimento di sé come io; e reciprocamente. L'uomo non può andare in cerca dell'unità dei fenomeni esterni, se non sente il valore dell'unità nella sua vita e nei suoi rapporti con gli altri uomini. L'uomo non può riconoscere una sostanza che costituisca l'essere e il principio delle cose esterne se non in quanto riconosce altresì l'essere e la sostanza della sua esistenza singola o associata. La ricerca diretta al mondo oggettivo è sempre connessa con la ricerca diretta al mondo proprio dell'uomo [...] La tesi prospettata da critici moderni (in contrapposizione polemica a quella di Zeller, del puro carattere naturalistico della filosofia presocratica) di una ispirazione mistica di tale filosofia, ispirazione dalla quale essa avrebbe tratto la sua tendenza a considerare antropomorficamente l'universo fisico, si fonda su ravvicinamenti arbitrari che non hanno base storica [...] I filosofi presocratici hanno per la prima volta realizzato quella riduzione della natura all'oggettività che è la prima condizione di ogni considerazione scientifica della natura; e questa riduzione è esattamente l'opposto della confusione tra la natura e l'uomo, che è propria del misticismo antico».[48] »

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Aristotele, Metafisica, 983b 20-21
  2. ^ Enciclopedia Treccani alla voce "Talete di Mileto" di Guido Calogero (1937)
  3. ^ FHG., 76 F 74 II 155.
  4. ^ G. Giannantoni, I Presocratici: testimonianze e frammenti, Vol. 1, Laterza. p.81
  5. ^ FHG, 244 F 28 II 1028.
  6. ^ Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, p. 27.
  7. ^ Platone, Protagora, 343 A. È noto tuttavia che il nome e lo stesso numero di questi antichissimi saggi siano variamente riportati da diverse tradizioni, tanto che fra di essi vengono annoverati anche Orfeo, Leofanto Gorgiade, Epimenide, Periandro, Anacarsi, Pitagora, Aristodemo, Panfilo, Acusilao, Ferecide di Siro, Laso, Ermioneo e perfino Anassagora.
  8. ^ L'eclissi, denominata σκούρο αετός (skoúro aetós) ovvero "aquila oscura" si verificò nel mezzo di una battaglia della guerra tra Persia e Lidia.
  9. ^ Erodoto, Storie, I, 75.
  10. ^ Come nota Livio Rossetti in Erodoto, Storie, 1997, p. 52.
  11. ^ Erodoto, Storie, I, 170.
  12. ^ Ieronimo di Rodi, Memorie sparse VI, 54.
  13. ^ Cicerone, De divinatione, I 49, 111.
  14. ^ Aristotele, Politica A 11, 1259 a.
  15. ^ Ateneo di Naucrati, I deipnosofisti, XII, 540.
  16. ^ Anacarsi, Antologia, IV 26, 20.
  17. ^ Diels, II A. 39
  18. ^ Diogene Laerzio, 1 39 (In Diogenes Laertius, Vite e dottrine dei più celebri filosofi, Bompiani, 2005, p. IX)
  19. ^ Galeno, Commentum in Hippocratis de humoribus, I, 1, XVI, 37.
  20. ^ Giovanni Andrés, Dell'origine, progressi e stato attuale d'ogni letteratura: Delle belle lettere: [t. 2] Della poesia: [t. 3] D'ogni eloquenza. Della storia. Della grammatica, Stamperia reale Bodoni, 1787, p.169
  21. ^ Diels VS II A 1 (In Erasmo Da Rotterdam, Adagi, a cura di Emanuele Lelli, Bompiani 2013, p.1189
  22. ^ FHG, III 182.
  23. ^ Plutarco, Convivio dei Sette Sapienti, 2, 147 A.
  24. ^ Plinio il Vecchio, Storia naturale
  25. ^ Come Talete misurò l'altezza della piramide
  26. ^ Euclide, Elementi, VI.2.
  27. ^ Proclo, Commento al primo libro degli Elementi di Euclide, 157, 250-251, 299, 352
  28. ^ Federigo Enriques, Questioni riguardanti le matematiche elementari, Volume 1, Zanichelli, 1983, p. 8
  29. ^ Secondo altre fonti Proclo gliene attribuisce due: «A Talete Proclo attribuisce la scoperta di due teoremi: gli angoli alla base di un triangolo isoscele sono uguali e gli angoli al vertice formati da due rette intersecantesi sono uguali.» (in Rivista di filosofia, Volume 58, Società filosofica italiana, A.F. Formiggini, 1967, p.124)
  30. ^ FHG, III, 520.
  31. ^ Diogene Laerzio, I, 24-25
  32. ^ F. Enriques,Op. cit. ibidem
  33. ^ Platone, Teeto, 174 a.
  34. ^ Diels, Dox, 340, 341, 349, 353, 358, 385.
  35. ^ Severino, La filosofia antica
  36. ^ Aristotele, Metafisica, I, 3, 983 b, 6.
  37. ^ T. Gomperz, Pensatori greci, I, I, 1, II.
  38. ^ «Così si ripresenta il problema del rapporto di Talete con la cultura orientale e della sua dipendenza da essa.» (In Pietro Rossi, Carlo Augusto Viano, Storia della filosofia, Volume 1, Laterza, 1993, p.12)
  39. ^ Aristotele, De anima, A 5 411 a 7 e A 2 405 a 19.
  40. ^ Diels, Dossografia, 386 a, 10
  41. ^ Cicerone, De natura deorum, I 10, 25
  42. ^ F. Longo, Mileto, La città greca antica. Istituzioni, società e forme urbane, E. Greco ed. , Roma 1999, pp. 183-204
  43. ^ Benjamin Farrington, Storia della scienza greca, Il Saggiatore, 1964
  44. ^ Hegel, Lezioni di storia della filosofia, I.
  45. ^ Nietzsche, La filosofia nell'età tragica dei Greci, 3.
  46. ^ Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci.
  47. ^ E.Severino, La filosofia antica, II, 2, 3.
  48. ^ Abbagnano, Storia della filosofia, I, II, 7.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Studi[modifica | modifica wikitesto]

  • N. Abbagnano, Storia della filosofia, Torino, UTET, 1993 ISBN 88-7819-717-3
  • G. Colli Epidemie-Ferecide-Talete-Anassimandro-Anassimene-Onomacrito, La sapienza greca. Vol. II, Milano: Adelphi, 1992.
  • B. Farrington, Storia della scienza greca, Milano, 1964
  • G. Giannantoni (a cura di), I Presocratici, Bari, 1969 ISBN 88-420-1933-X
  • T. Gomperz, Pensatori greci, Firenze, 1962
  • G. W. F. Hegel, Lezioni di storia della filosofia, vol. I, Firenze, 1932
  • W. Jaeger, La teologia dei primi pensatori greci, Firenze, 1961
  • W. Jaeger, Paideia. La formazione dell'uomo greco, Milano, 2003 ISBN 88-452-9233-9
  • R. Laurenti, Introduzione a Talete, Anassimandro, Anassimene, Bari: Laterza, 1971.
  • P. Mazzeo, Talete, il primo filosofo, Editrice Tipografica, Bari, 2010
  • C. Mueller, Fragmenta Historicorum Graecorum (FHG), Parisiis, 1848
  • F. Nietzsche, La filosofia nell'età tragica dei Greci, Roma, 1993 ISBN 88-7983-265-4
  • E. Severino, La filosofia antica, Milano, 1984
  • E. Zeller - R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Firenze, 1951

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