Astrolabio

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L'astrolabio è un antico strumento astronomico tramite il quale è possibile localizzare o calcolare la posizione di corpi celesti come il Sole, la Luna, i pianeti e le stelle. Può anche determinare l'ora locale conoscendo la longitudine, o viceversa.

Il nome deriva dal sostantivo latino astrum ("astro") e dal verbo latino labor, labi ("scorrere, scivolare su un piano inclinato"); se derivasse dal greco λαμβάνω "lambàno" l'esito italiano sarebbe diverso, forse "astrolàmbano" o "astrolabo" (dal tema λαβ-/ληβ- "lab-/leb-" derivato da λαμβάνω, da cui l'aoristo έλαβον elabon).

Per molti secoli, fino all'invenzione del sestante, fu il principale strumento di navigazione.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Un rudimentale astrolabio fu introdotto nel II secolo a.C. nella Grecia antica. È noto come macchina di Anticitera, dal nome dell'isola greca dove ne venne ritrovato un esemplare. La sua invenzione è spesso attribuita a Ipparco di Nicea[1], (II secolo a.C.), uno dei massimi astronomi della storia e che contribuì allo sviluppo della teoria degli epicicli, teoria abbozzata e proposta da Apollonio di Perga. Egli conosceva il principio della proiezione stereografica, che avrebbe usato per realizzarlo. Ipparco adoperò infatti questa particolare proiezione per costruire l'orologio anaforico, un dispositivo che indicava l'ora e le posizioni degli astri rispetto a una rete di coordinate. Anche Claudio Tolomeo conosceva la proiezione stereografica e nel Planisfero ne espose l'applicazione in uno "strumento oroscopico", munito di una "rete", forse un vero e proprio astrolabio piano.

Dalla Grecia l'astrolabio piano si diffuse prima ad Alessandria d'Egitto, attraverso l'omonima opera del matematico Teone e con le migliorie introdotte dalla matematica, astronoma e filosofa Ipazia[2], poi nel territorio arabo. Una delle prime articolatissime descrizioni dell'astrolabio risale all'astronomo marocchino Abu Ali Hasan al-Marrakushi. Con il passare del tempo l'astrolabio si è diffuso in gran parte del bacino del Mediterraneo fino a raggiungere il suo momento di massimo fulgore con lo sviluppo della cultura islamica, dove vennero sviluppate diverse versioni dello strumento, come l'astrolabio sferico o sfera armillare, e varie forme di astrolabio universale. Grazie alle loro profonde conoscenze matematiche e astronomiche, gli astronomi arabi hanno portato questo strumento al massimo livello delle sue potenzialità predittive. Il perfezionamento dell'astrolabio avvenne, appunto, per opera del viaggiatore e geografo arabo Leone l'Africano (1485-1554), in pieno Rinascimento, che per le vicende della sua vita e per la sua cultura svolse un importante ruolo di mediazione tra l'Islam e il mondo occidentale. Lo strumento riscosse grande fortuna, tanto che rimase insuperato fino alle soglie del XVII secolo, quando s'imposero orologi meccanici di maggior precisione e più avanzati metodi di calcolo.

Parti di un astrolabio[modifica | modifica wikitesto]

Lamina di un astrolabio di al-Andalus del secolo XI (M.A.N., Madrid).

Un astrolabio è formato da diverse parti:

  • Un cerchio graduato, come un goniometro, chiamato "madre", o dal latino, mater. La madre è scavata al centro per alloggiare le altre parti dello strumento.
  • un "braccio" ruotante fissato al centro: l'alidada.
  • Una "lamina", sottile disco alloggiato all'interno della madre su cui è incisa la proiezione di punti della sfera celeste ad una determinata latitudine (la lamina si cambia a seconda della latitudine più prossima).
  • La "rete", una struttura ruotabile, a volte complessa e finemente decorata, che si sovrappone alla lamina e indica, tramite le punte (o "fiamme"), la posizione di particolari stelle "fisse" ben note. Il numero e le stelle scelte variano da modello a modello, solitamente sono presenti dalle 20 alle 30 "fiamme".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marcello Morelli, Dalle calcolatrici ai computer degli anni Cinquanta: i protagonisti e le macchine della storia dell'informatica. Milano: Franco Angeli, 2001, p. 19, ISBN 88-464-2879-X, ISBN 978-88-464-2879-0 Google Libri
  2. ^ Sinesio, De dono 4. Un'analisi approfondita dello strumento è in Joseph Vogt e Matthias Schramm, Synesius vor dem Planisphaerium, in «Das Altertum und jedes neue Gute für Wolfgang Schadewaldt zum 15. März 1970», 1970. Otto Neugebauer, nel suo A history of ancient mathematical astronomy, 1975, lo definisce tuttavia «uno strumento del tutto inutile».

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