Sistema geocentrico

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La Terra al centro del creato in un'illustrazione della Bibbia di Lutero 1545

Il sistema geocentrico è un modello astronomico che pone la Terra al centro dell'Universo, mentre tutti gli altri corpi celesti ruoterebbero attorno ad essa.

Origine e sviluppo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Astronomia greca.

Il sistema geocentrico venne proposto dal grande astronomo greco Eudosso di Cnido in accordo con spunti proposti dal suo maestro Platone e sostituì rapidamente la cosmografia arcaica, che è sottintesa nelle opere di Omero e che nelle linee generali i greci condividevano con i popoli del Vicino Oriente. Esso aveva il pregio di eliminare il problema di stabilire su che cosa poggiasse la Terra. Ora il punto "più basso" era il centro della Terra e la domanda non aveva più senso. Anche in Oriente, un universo geocentrico venne adottato (autonomamente o per contatto col mondo greco) nei testi induisti dei Purana, dove la terra, posta al centro, non era considerato il luogo migliore, ma comunque l'unico dove l'uomo potesse ottenere la "liberazione" (mokṣa).[1]

Il sistema geocentrico venne perfezionato da Callippo di Cizico e da Aristotele, che nel De caelo ne diede un inquadramento concettuale quasi universalmente accettato dai dotti per circa due millenni. Parallelamente, però, l'osservazione sempre più accurata del moto dei pianeti costrinse gli astronomi a sviluppare nuovi concetti (epiciclo, eccentrico, equante) poco assimilabili dal modello aristotelico. I più importanti innovatori furono Ipparco e Tolomeo, le cui opere lo imposero in tutto il mondo antico in oriente come in occidente, fra i musulmani come fra i cristiani. Alla fine del XVI secolo, poco prima del suo definitivo abbandono, Tycho Brahe ne propose una drastica revisione.

Il sistema geocentrico ebbe ampia diffusione nell'antichità e nel medioevo perché ritenuto soddisfacente in termini astronomici e coerente con le opinioni filosofiche e religiose allora prevalenti. Questa convinzione , fra il XVI ed il XVII secolo, venne scalzata dal sistema eliocentrico, che poneva invece il Sole al centro dell'Universo. La transizione, nota come rivoluzione copernicana, segnò l'affermazione del metodo scientifico introdotto da Galileo Galilei e la nascita della scienza moderna.

La formulazione di Eudosso e Aristotele[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi De caelo.

I sette pianeti[2] si trovavano nell'iperuranio (lo spazio "oltre il cielo", cioè sovralunare) ed erano perfetti, quindi dovevano avere orbite perfette. Poiché il cerchio era considerato la forma perfetta, i movimenti dei corpi celesti dovevano essere circolari ed il cosmo doveva essere suddiviso in una serie di sfere concentriche.

La sfera centrale (detta anche sublunare) era occupata dalla Terra e dalla sua atmosfera; essa era l'unica parte "imperfetta" del cosmo, sia perché entro di essa i moti erano rettilinei, sia perché mutevole. Al di fuori di questa sfera ve ne erano altre otto, le prime corrispondenti ai sette pianeti (nell'ordine: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno) e l'ultima alle stelle fisse. Ogni oggetto celeste sarebbe stato "incastonato" nella propria sfera e ne avrebbe quindi condiviso il moto circolare uniforme (perfetto, immutabile ed eterno) attorno alla Terra.

La versione di Ipparco e Tolomeo[modifica | modifica wikitesto]

La Terra al centro del cosmo (Andreas Cellarius, Harmonia Macrocosmica, 1660/61).

Il sistema geocentrico fu perfezionato nel II secolo a.C. dal massimo astronomo dell'antichità, Ipparco. Per spiegare le "irregolarità" del movimento dei pianeti[3] egli suppose che essi percorressero con moto uniforme delle circonferenze di raggio relativamente piccolo (gli epicicli), i cui centri a loro volta si muovevano uniformemente su circonferenze di raggio molto maggiore (deferenti) il cui centro era nelle vicinanze della Terra.

Poiché nessuna delle opere di Ipparco è giunta fino a noi, i dettagli di questo sistema ci sono noti attraverso l'opera dell'ultimo grande astronomo dell'antichità, Tolomeo (II secolo d.C.), che riprese e perfezionò l'opera di Ipparco. Il sistema è quindi spesso indicato come tolemaico (oppure anche aristotelico-tolemaico).

Esso aveva raggiunto una discreta precisione (tanto da essere indubbiamente superiore, dal punto di vista sperimentale, al sistema eliocentrico proposto da Aristarco da Samo), ma al prezzo di una grande complessità. Il sistema eliocentrico, poi, era più facilmente esposto a obiezioni filosofiche e religiose avanzate già nell'antichità classica[4]. Il sistema geocentrico, invece, era più accetto perché dava una posizione privilegiata della Terra al centro dell'universo e rendeva naturale considerare l'uomo come apice e fine della creazione. Questa tesi fu sviluppata da Berthold Brecht nel suo lavoro teatrale su Galileo Galilei.

Tolomeo scrisse anche un libro, il Tetrabiblos, in cui collegava le teorie astrologiche allora vigenti con il sistema aristotelico/tolemaico. Su di esso è tuttora basata gran parte dell'astrologia.

La revisione di Tycho Brahe[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sistema ticonico.

Già nell'antichità l'astronomo Marziano Capella aveva osservato che il moto di Mercurio e Venere si spiegava più facilmente se si supponeva che essi ruotassero attorno al Sole e con lui fossero traslati attorno alla Terra. Copernico stesso prende in considerazione la possibilità che anche gli altri pianeti ruotino attorno al Sole pur mantenendo la Terra al centro dell'universo. Si otterrebbe così un sistema geo-eliocentrico indistinguibile dal sistema copernicano tramite l'osservazione dei soli moti planetari.

Questo sistema è oggi legato al nome dell'astronomo danese Tycho Brahe, che sviluppò strumenti accurati di osservazione astronomica e li utilizzò per molti anni raccogliendo i dati, che consentirono al suo discepolo Keplero di formulare le sue tre famose leggi.

Il rapporto con la Chiesa[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivoluzione astronomica.

Il sistema geocentrico fu accettato per quasi due millenni, ma alla fine esso fu sostituito a causa della rinascita dell'osservazione empirica (ad es. con Tycho Brahe) e dell'adozione del metodo scientifico. Le orbite dei pianeti non potevano essere adeguatamente spiegate ricorrendo a puri cerchi (nonostante il metodo degli epicicli di Ipparco e Tolomeo). Esso fu superato non solo con l'adozione del sistema eliocentrico, ma anche con l'abbandono delle orbite circolari a favore di quelle ellittiche. In realtà la combinazione di un moto circolare con un epiciclo retrogrado produce esattamente un moto ellittico. Esso, però non rispetta le leggi di Keplero perché la Terra sarebbe posta al centro dell'ellisse e non in uno dei fuochi.

Questo processo non fu privo di vittime: la Chiesa cattolica difese strenuamente il sistema geocentrico, giungendo nel 1600 alla condanna al rogo come eretico del filosofo Giordano Bruno (reo, oltre che di aver abbracciato la teoria copernicana, di aver definito le stelle come angeli e corpi dotati di anima razionale, di aver ascritto alla Terra un'anima sensitiva e razionale e di aver sostanzialmente negato la creazione divina, l'immortalità dell'anima e l'unicità dell'uomo nell'universo attraverso diverse proposizioni filosofiche contestategli nel processo ove fu condannato) e, a distanza di qualche decennio, costringendo Galileo Galilei ad abiurare le proprie opere. Teologicamente la Chiesa basò la difesa del sistema geocentrico soprattutto sull'autorità di versetti biblici dell'Antico Testamento[5], ma contestarono a Galileo anche aspetti scientifici indimostrabili della sua teoria, e il fatto che il Pisano aveva rifiutato di confrontarsi nel Dialogo sopra i massimi sistemi anche col modello Ticoniano. Infatti gli astronomi gesuiti avevano elaborato un sistema astronomico basato sul modello Ticoniano che rispondeva alle osservazioni e alle predizioni possibili con gli strumenti dell'epoca. Galileo invece non poteva spiegare con la sua teoria né risolvere con il suo cannocchiale il problema della parallasse stellare.

Questa questione determinante per la scelta fra sistema ticoniano e sistema copernicano, trovò soluzione grazie ad un astronomo pontificio, Eustachio Manfredi. Manfredi nella Specola pontificia di Bologna, nel 1729, diede la prima dimostrazione empirica del moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole, già postulata teoricamente dall'inglese James Bradley nel 1728[6]. In seguito a questa scoperta, la Chiesa ammise la scientificità del sistema galileiano e rimosse dall'indice molte opere di Galileo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Klostermeier 2001, pag.191.
  2. ^ All'epoca erano considerati pianeti i corpi celesti la cui posizione mutava rispetto a quella delle "stelle fisse". Essi comprendevano quindi la Luna ed il Sole, ma non la Terra. Inoltre Urano, Nettuno, Plutone e tutti gli altri corpi del Sistema Solare non erano noti, o (nel caso delle comete) erano considerati fenomeni atmosferici.
  3. ^ Ad esempio i moti retrogradi di Marte, Giove e Saturno, ovvero il fatto che circa una volta l'anno ognuno di questi pianeti sembra invertire la direzione del proprio moto sulla volta celeste, per riprendere a muoversi nella direzione consueta dopo un breve periodo. I moti di Venere e Mercurio sono ancor più complicati.
  4. ^ Ad esempio, l'eliocentrismo di Aristarco da Samo fu considerato empio dai sacerdoti pagani greci.
  5. ^ Giosuè 10:12 (Allora Giosuè parlò al Signore, il giorno che il Signore diede gli Amorei in mano ai figli d'Israele, e disse in presenza d'Israele: «Sole, fermati su Gabaon, e tu, luna, sulla valle d'Aialon!»): l'intimazione al Sole di fermarsi implica che esso sia in moto e che la Terra sia ferma.
  6. ^ Eustachio Manfredi e la prima conferma osservativa della teoria dell'aberrazione annua della luce di A. Gualandi e F. Bonoli, Dipartimento di Astronomia, Università degli Studi di Bologna. URL consultato il 29/03/2009.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Klaus K. Klostermeier, Piccola enciclopedia dell'induismo, Edizioni Arkeios, 2001, ISBN 978-88-86495-59-2.

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