Cielo (religione)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Nei vari culti religiosi il cielo, inteso sia in senso fisico che prettamente spirituale, ha una grande importanza.

Esso è la sede delle divinità oppure una divinità stessa; talvolta il cielo stesso presta alla divinità stessa alcuni suoi attributi.[1] Presso i popoli primitivi la divinità celeste s'identifica in genere con quella suprema,[1] mentre quella sotterranea, ctonia, ne è in qualche modo nemica o contrapposta. Fin dall'antichità quindi il cielo era il luogo della trascendenza; vasto e sconfinato, dava l’idea dell’immensità di spazio, dell’universalità di pensiero, della pienezza del sentimento, della dolcezza e della grazia, della beatitudine.Le prime divinità furono quelle del cielo (come ad esempio il dio dei tuoni o Zeus)

Etimologia[modifica | modifica wikitesto]

Il termine cielo viene dal latino caelum, forse da *kaid-lom "(regione) tagliata e delimitata)".[2] La parola greca che indica il cielo è οὐρανός ouranós, sia in senso fisico che spirituale.[3] In alcune lingue antiche e moderne si usano due parole differenti per i due significati. In inglese sky (di origine nordica) è il cielo in senso comune o scientifico e heaven è il cielo in senso religioso. In ebraico i ḫamayīm – i cieli al plurale – hanno un riferimento religioso e raqia è il firmamento.

Cielo e paradiso[modifica | modifica wikitesto]

Comunemente cielo in senso religioso e paradiso sono considerati la stessa cosa; più precisamente cielo si riferisce alla manifestazione del Paradiso e alla sua organizzazione (il Paradiso di Dante, per esempio è diviso in nove cieli ai quali si deve aggiungere il Paradiso terrestre o Eden e l'Empireo). Non mancano però paradisi (intesi come luoghi di beatitudine per le anime rette) che non si trovano in cielo: un esempio sono i Campi Elisi o lo stesso Eden.

Una distinzione ulteriore tra cielo e paradiso emerge in sant'Agostino: il cielo è la dimora attuale di santi e beati ma la loro condizione è provvisoria: la beatitudine piena si avrà solo dopo il Giudizio e la parusia, con la risurrezione dei corpi. Solo allora santi e beati potranno accedere al cielo sommo, che Agostino chiama appunto paradiso. Questa posizione è criticata da Giovanni Scoto Eriugena, che si appella a Massimo il Confessore e a Gregorio di Nissa per ribadire che non si può determinare la futura dimora dei corpi dei beati, dato che la condizione paradisiaca non si applica a un luogo definito in senso spazio-temporale ma piuttosto a una differente condizione esistenziale.[4]

Struttura dei cieli nella teologia cristiana[modifica | modifica wikitesto]

Basandosi sulla cosmologia tolemaica, i teologi cristiani identificarono sette cieli fondamentali, corrispondenti alle orbite dei pianeti visibili a occhio nudo. Costituiti da una sostanza eterea e priva di ogni difetto, contenevano il pianeta ad essi associato incastonato come una gemma. Di questi, il più elevato era quello di Saturno (donde l'espressione essere al settimo cielo, nel senso di raggiungere una grande felicità). A essi si aggiungeva un cielo delle stelle fisse o Firmamento e un Primo mobile (Primum mobile) che dava il moto a tutti gli altri. Vennero poi aggiunti (talvolta) due cieli cristallini e la sede di Dio (il cielo fisso detto Empireo) che portavano il computo finale a 12, numero importante per la mistica cristiana.[5]

L'esegesi moderna[modifica | modifica wikitesto]

Dal momento che la rivoluzione copernicana prima e l'esplorazione dello spazio poi hanno reso irrealistica l'idea di cieli composti da sfere orbitanti come sede di anime beate, l'esegesi moderna tende a considerare il cielo come un luogo immateriale o comunque appartenente a una realtà completamente differente da quella fisica tridimensionale (o dello spaziotempo quadridimensionale). Questa immagine ricorda almeno in parte l'episodio del martirio di Stefano, nel quale il Santo vede i cieli aperti, τοὺς οὐρανοὺς ἀνεῳγμένους toùs ouranòus aneōigménous (At 7,55-56), riferendosi quindi a una realtà non immediatamente visibile all'osservazione comune.

Il cielo come concetto interiore nel cristianesimo[modifica | modifica wikitesto]

Per il cristiano, che vuole vivere la sua fede in modo più alto, è riduttivo riferirsi al cielo come collocazione della divinità e guardare alle nuvole o alle stelle in modo stereotipato. Il cielo può essere anche nel profondo. Il latino altus significa sia alto che profondo (vedi la frase: nell’alto dei cieli). La migliore espressione cristiana del cielo è spiegata da San Paolo (1 Cor 15, 47-49): Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste...

I Fioretti di San Francesco[modifica | modifica wikitesto]

I Fioretti di San Francesco ricordano più volte il cielo. Il Poverello pregava così: O Signore mio del cielo e della terra, io ho commesso contra a te tante iniquità e tanti peccati... (IX). La santità di frate Bernardo invece consisteva nel dover sostenere numerose battaglie spirituali che avrebbe superate per esercizio di virtù e corona di meriti... perché era uno de’ commensali del reame del cielo (VI). La povertà – diceva Francesco – è quella virtù la quale fa l’anima, ancor posta in terra, conversare in cielo con gli Agnoli. Questa è quella ch’accompagnò Cristo in sulla Croce; con Cristo fu soppellita, con Cristo resuscitò, con Cristo salì in cielo... e in questa vita concede all’anime che di lei innamorano, agevolezza di volare in cielo (XIII). Un giorno San Francesco e frate Ruffino ignudi predicarono in Assisi in una chiesa dove la gente pensava che fossero impazziti per la troppa penitenza. Frate Ruffino diceva: Carissimi, fuggite il mondo e lasciate il peccato; rendete l’altrui, se voi volete schifare lo ‘nferno; servate li comandamenti di Dio, amando Iddio e ‘l prossimo, se voi volete andare al cielo; fate penitenza, se voi volete possedere il reame del cielo. Anche San Francesco sul pulpito cominciò a predicare così maravigliosamente dello dispregio del mondo, della penitenza santa, della povertà volontaria, del desiderio del reame celestiale e della ignudità e obbrobrio della passione del nostro Signore Gesù Cristo, che tutti quelli ch’erano alla predica, maschi e femmine in grande moltitudine, cominciarono a piagnere fortissimamente con mirabile divozione e compunzione di cuore...(XXX).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Nuovissima Enciclopedia Universale Curcio, Roma, Armando Curcio, 1971–1973, III, 1658.
  2. ^ Giacomo Devoto, Avviamento all'etimologia italiana, Milano, Mondadori, 1979, p. 4.
  3. ^ Franco Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino, Loescher, 1995.
  4. ^ Enciclopedia Garzanti di filosofia, Milano, Garzanti, 1993, p. 833.
  5. ^ Enciclopedia Motta, Milano, Federico Motta, 1960, II, 510.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Dizionario dei concetti biblici nel Nuovo Testamento, Bologna, Edizioni Dehoniane, 1976.
  • Roberto Di Marco (a cura di), I Fioretti di San Francesco, Bologna, Cappelli Editore, 1973.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Ebraismo

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]