Peccato

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In alcune religioni, si parla di peccato come di un atto in contrasto con la coscienza e con i principi riconosciuti dalla persona o dalla sua comunità religiosa. Esso produce un stato di malessere che si può suddividere in senso di colpa oppure l'effetto negativo proprio causato dal peccato.

In alcune religioni l'atto peccaminoso consiste generalmente nel superare, anche involontariamente, i limiti posti dalla sfera delle cose sacre e quella delle cose profane. In tale caso più che riprovevole moralmente, il peccato è considerato pericoloso perché può attirare sul peccatore e su tutta la comunità la maledizione della divinità offesa e perciò richiede una qualche sorta di espiazione affinché l'equilibrio turbato sia ristabilito.

In altre religioni il peccato attiene alla sfera morale e alla volontà ed è strettamente individuale, sebbene possa avere anche delle ripercussioni sociali.

Il peccato nel Buddhismo[modifica | modifica sorgente]

Nel Buddhismo esiste una “Teoria di Causa-Effetto”, nota come coproduzione condizionata, che si applica sul karma inteso come azione volitiva. In generale, il Buddhismo illustra le intenzioni come la causa del karma, classificate come buone, cattive o neutrali. Inoltre, molti pensieri nella mente di un qualsiasi essere vivente possono essere anche loro negativi, costituendo questi un karma mentale invece che verbale o fisico.

Vipaka, il risultato o la conseguenza del proprio karma, può comportare una bassa qualità della vita, distruzione, malattia, stress, depressione e tutte le possibili disarmonie della vita, come può invece generare una buona vita, felice e armoniosa. Le buone azioni producono buoni risultati, mentre quelle cattive producono cattivi risultati. Il karma e il vipaka sono le proprie azioni e il loro risultato.

I cinque precetti (pañcasīla nella lingua pāli) costituiscono il codice fondamentale dell'etica buddhista per i laici, che sono accettati per libera scelta da quanti intendono seguire gl'insegnamenti di Gautama Buddha. È una comprensione di base degli insegnamenti buddhisti su come porre fine alla sofferenza:

  1. accetto la regola di astenermi dal distruggere creature viventi;
  2. accetto la regola di astenermi dal prendere ciò che non mi è dato;
  3. accetto la regola di astenermi da una cattiva condotta sessuale;
  4. accetto la regola di astenermi dal parlare scorrettamente;
  5. accetto la regola di astenermi dall'uso di sostanze intossicanti che alterano la lucidità della mente.

Questo conduce ad evitare le più immediate cause della sofferenza e a potersi dedicare con maggior profitto alla pratica di profonda visione e di raccolto acquietamento, il cui frutto finale è l'uscita dal saṃsāra, il ciclo della rinascita. Dopodiché, si raggiunge il nirvāṇa, la liberazione definitiva, nel Buddhismo primitivo. Nella successiva sezione degli insegnamenti, il concetto di peccato si lega sempre al karma e contempla una sofferenza che la persona vive nel presente, causata dalla sua stessa negligenza. Il peccato più grave è la convinzione di non possedere la natura di Buddha, quindi di essere vittime delle casualità e non fautori del proprio destino. Tutto diventa negativo e la persona perde ogni controllo di sé e del proprio ambiente.

Il peccato nella tradizione cristiana (Bibbia)[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Caduta dell'uomo.

Nella visione cristiana, il peccato è la disubbidienza ad una legge. La Chiesa Cattolica riconosce tre leggi: legge naturale, legge antica e legge nuova o evangelica. La legge naturale è una legge che è iscritta in ogni uomo e ci permette di comprendere le azioni buone da quelle malvagie. La legge antica è la legge mosaica con tutte i suoi articoli e commenti della torah, la legge ebraica. Infine la legge nuova o evangelica è quella insegnata da Gesù Cristo. La prima legge, che vale per ogni uomo, se non viene rispettata produce malessere. La seconda, quella dell'antica alleanza, se rispettata promette protezione, forza e vittoria da parte di Dio. Quella evangelica, quella propria del cristianesimo, se rispettata produce felicità al credente.

Il concetto di peccato è strettamente collegato a quello della Legge di Dio, legge definita nelle Sacre Scritture. Per trasgressione si intende non solo ciò che si commette (commissione) ma anche ciò che si omette (omissione) di fare. È quindi un atto consapevole e responsabile, compiuto volontariamente dalla creatura umana, e quindi è assente il concetto di colpa involontaria. Esso viene definito come un solo atto che ha la sua origine nel cuore stesso dell'essere umano.

Alienazione da Dio. Per i profeti dell'Antico Testamento il peccato è l'interruzione di un rapporto personale con il divino.

La corruzione del cuore. I peccati derivano essenzialmente dalla corruzione interiore del nostro cuore (Genesi 6:5; Isaia 29:13; Geremia 17:). Il peccato (`αμαρτία) secondo Paolo: « Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia » (Rm 5,20). La grazia però, per compiere la sua opera, deve svelare il peccato per convertire il cuore. Come un medico che esamina la piaga prima di medicarla, Dio, con la sua Parola e il suo Spirito, getta una viva luce sul peccato.

Universalità del peccato. La testimonianza biblica pure afferma l'universalità del peccato. Paolo afferma: "Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Romani 3:23). Ma poi dice che si è resi giusti grazie a Cristo: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio"(2 Corinzi 5:21).

La durezza di cuore. la "durezza di cuore", strettamente legata all'incredulità (Marco 16:14; Romani 2:5) appartiene all'essenza del peccato. Significa rifiutare e di credere alle promesse di Dio (Salmo 95:8; Ebrei 3:8-15: 4:7). Esso caratterizza indisponibilità ad aprirsi all'amore di Dio (2 Cronache 36:13; Efesini 4:18) ed il suo corollario – insensibilità ai bisogni del prossimo (Deuteronomio 15:7; Efesini 4:19).

Manifestazioni del peccato. Laddove l'essenza del peccato è l'incredulità o la durezza di cuore, manifestazioni principali del peccato sono i disordini sessuali e paura. Altri aspetti significativi del peccato sono l'autocommiserazione, l'egoismo, la gelosia e l'avidità.

Individuale e sociale. Il peccato è sia individuale e collettivo. Ezechiele dichiara: "Ecco, questa fu l'iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figlie vivevano nell'orgoglio, nell'abbondanza del pane, e nell'ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell'afflitto e del povero" (16:49). Secondo i profeti, non sono solo pochi individui ad essere contaminati dal peccato, ma l'intera nazione (Isaia 1:4).

Effetti del peccato. Gli effetti del peccato sono asservimento morale e spirituale, senso di colpa, male di vivere e inferno. Giacomo lo spiega così: "Ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte" (1:14,15). Nella prospettiva di Paolo: "il salario del peccato è la morte" (Romani 6:23; cfr. 1 Corinzi 15:56) inteso soprattutto come morte spirituale.

La legge lo istiga. Nella teologia paolina, la legge non è solo un freno posto al peccato, ma anche la sua istigatrice. Tanto perverso è il cuore umano che le stesse proibizioni della legge, intese per essere un deterrente per il peccato, servono per suscitare gli stessi desideri peccaminosi (Romani 7:7,8). Ma poi dice pure: "Non siete più sotto la legge ma sotto la grazia" (Romani 6:14).

L'origine del peccato. L'origine del peccato viene definito un mistero ed è legata al problema del male. Il racconto sul'uomo (Adamo) e la madre (Eva) infatti ci che il male (peccato, malessere, sofferenza) provengono dalla disubbidienza divina, causa la cessazione dell'unione tra l'Uomo e Dio. Secondo il racconto, prima del peccato originale l'uomo era immacolato e non aveva nessun bisogno di essere salvato, non era incline al male, però poteva sempre peccare in quanto libero ma non succube del male. La teologia ortodossa, sia cattolica che protestante, parla di una caduta di angeli precedente alla caduta dell'uomo e viene attribuito all'abuso fatto che ad alcuni angeli non piaceva l'idea di dover adorare Dio nelle future sembianze di un essere naturalmente inferiore ad essi cioè l'uomo, in Gesù Cristo. È consenso generale fra i teologi ortodossi che il male interiore (il peccato) metta le basi stesse del male fisico (i disastri naturali), infatti se uno prova invidia, coltivando questa emozione, porta ad uno stato di malessere mentale che poi porterà anche a stress e di conseguenza, per ipotesi, irrigidimento dei nervi, malessere fisico.

Il peccato secondo la Chiesa cattolica[modifica | modifica sorgente]

Nel cattolicesimo è peccato solo quando vi sono piena consapevolezza e deliberato consenso. Nel compendio del catechismo della Chiesa Cattolica il peccato è definito come «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna» (sant'Agostino). È un'offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. Cristo nella sua Passione svela pienamente la gravità del peccato e lo vince con la sua misericordia.

In quanto alla natura del peccato una distinzione va fatta per il peccato originale. Con un'affermazione lapidaria l'apostolo Paolo sintetizza il racconto della caduta dell'uomo contenuto nelle prime pagine della Bibbia: « a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte » (Rm 5,12). L'uomo, contro il divieto di Dio, si lascia sedurre dal serpente e allunga le mani sull'albero della conoscenza del bene e del male, cadendo in balia della morte. Con questo gesto l'uomo tenta di forzare il suo limite di creatura, sfidando Dio, unico suo Signore e sorgente della vita. È un peccato di disobbedienza che divide l'uomo da Dio. Adamo, il primo uomo, trasgredendo il comandamento di Dio, perde la santità e la giustizia in cui era costituito, ricevute non soltanto per sé, ma per tutta l'umanità: « cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta del peccato originale che sarà trasmesso per propagazione a tutta l'umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali ». Nella condizione "decaduta", la varietà dei peccati è grande. Essi possono essere distinti secondo il loro oggetto o secondo le virtù o i comandamenti ai quali si oppongono. Possono riguardare direttamente Dio, il prossimo o noi stessi. Si possono inoltre distinguere in peccati di pensiero, di parola, di azione e di omissione.

In quanto a gravità il peccato si distingue in peccato mortale e veniale. Il peccato mortale si commette quando ci sono atti di materia grave. Viene perdonato in via ordinaria mediante i Sacramenti del Battesimo e della Penitenza o Riconciliazione. Il peccato veniale si differenzia dal peccato mortale perché è commesso quando si ha materia leggera. Esso non rompe l'alleanza con Dio, ma indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per i beni creati; ostacola i progressi dell'anima nell'esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; per il perdono purificatorio la prassi è la preghiera personale e comunitaria.

La ripetizione dello stesso peccato genera il vizio. I vizi, essendo l'opposto delle virtù, sono abitudini che rendono schiavo l'uomo. I vizi più gravi sono i sette cosiddetti capitali, che sono: superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, golosità, pigrizia o accidia. Esiste una personale responsabilità nei peccati commessi da altri, quando vi cooperiamo colpevolmente. Ogni situazione sociale o istituzione contraria alla legge divina definisce una struttura di peccato, espressione ed effetto di peccati personali.

Il Catechismo Maggiore di Papa Pio X elenca:

I sei peccati contro lo Spirito Santo[modifica | modifica sorgente]

  • Disperazione della salvezza
  • Presunzione di salvarsi senza merito
  • Impugnare la verità conosciuta
  • Invidia della grazia altrui
  • Ostinazione nei peccati
  • Impenitenza finale

I quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio[modifica | modifica sorgente]

  • Omicidio volontario
  • Peccato impuro contro natura
  • Oppressione dei poveri
  • Defraudare la giusta mercede a chi lavora

I sette vizi capitali[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Vizi capitali.

I vizi secondo in Aristotele sono "gli abiti del male". Al pari delle virtù, i vizi derivano dalla ripetizione di azioni che formano nel soggetto che le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione.

Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, viene elencata una lista di sette vizi (non peccati) capitali da cui ogni buon cattolico dovrebbe guardarsi. Sono stati introdotti ufficialmente da Tommaso d'Aquino nel XIII secolo, ma l'elencazione originaria di Giovanni Cassiano prevedeva un vizio in più: Tristitia.

I sette vizi capitali hanno anche ispirato varie opere artistiche.

Peccato nell'Ebraismo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Peccato (ebraismo).

Il peccato nell'Islam[modifica | modifica sorgente]

L'Islam vede il peccato (dhanb, thanb) come qualsiasi cosa che vada contro la volontà di Allah. L'Islam insegna che il peccato è un atto e non uno stato dell'essere. Il Corano insegna che “l'anima (umana) è certamente predisposta al male, a meno che il Signore non le doni la Sua Misericordia”, e che neppure i profeti assolvono se stessi da questa colpa (Corano 12:53). Maometto diceva:

“Fai buone azioni in modo corretto, sincero e con moderazione, e gioisci, perché le buone azioni di nessuno sono sufficienti a metterlo in Paradiso.” I Compagni chiesero, “Nemmeno tu, o Messaggero di Allah?” Lui rispose, “Neppure io, a meno che Allah non doni il Suo perdono e la sua misericordia a me”.

Nell'Islam si ritiene che Iblis (il Satana della tradizione giudaico-cristiana) abbia un ruolo significativo nel tentare l'umanità verso il peccato. Quindi la teologia Islamica identifica e ci mette in guardia da un nemico esterno dell'umanità che la conduce al peccato (Corano 7:27, 4:199, 3:55 ecc). In vari versi il Corano (Corano 2:30, 7:11, 20:116) spiega i dettagli della tentazione di Iblis nei confronti di Adamo e in (Corano 7:27) afferma che lo schema di Iblis per tentare l'uomo è lo stesso usato per tentare Adamo, cioè Allah impone una legge per l'uomo ma invece l'uomo obbedisce ai suoi desideri più bassi e non si guarda dalla tentazione del suo nemico. Iblis tradisce l'essere umano offrendogli vane speranze laddove invece lo conduce all'errore, aiutato in questo dal fato. Quindi esso trasgredisce i limiti impostigli da Allah e disobbedisce ai Suoi comandamenti. Diviene quindi giustamente soggetto al giudizio e alle afflizioni impostegli da Allah. Ma come proposto dalla versione coranica della storia di Adamo, l'uomo può rivolgersi ad Allah con le parole che la divinità gli ispira dopo aver fallito nella prova imposta, perché Egli è colmo di Misericordia. (Corano 2:37).

I musulmani ritengono che Allah sia adirato per il peccato e punisce alcuni peccatori con le fiamme di jahannam (l'inferno) ma è anche al-rahman (il Compassionevole) e al-ghaffar (Colui che Perdona). Si ritiene che il fuoco di jahannam abbia una funzione purificatrice e che dopo tale espiazione un individuo che era stato condannato al jahannam può entrare nel jannah (il Giardino), se aveva avuto “un atomo di fede”. Alcuni commenti al Corano, come 'Allama Tabataba'i affermano che il fuoco non è altro che una forma trasformata del peccato umano.

Esistono visioni contrastanti nell'Islam sul fatto che se un uomo commette un peccato debba essere espulso dall'Islam.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Edition L'Harmattan, Parigi 2009 ; * Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1992. ISBN 88-209-1888-9

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