Gautama Buddha

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Dipinto raffigurante Gautama Buddha circondato dai suoi discepoli nel Parco delle gazzelle a Varanasi (dal tempio Wat Chedi Liem, Thailandia). Le mani di Gautama Buddha sono nel "gesto della meditazione" (dhyanāmudrā). La testa è circondata dall'aureola (sans. prabhā), un prestito della cultura greco battriana come la protuberanza cranica (sans. uṣṇīṣa). Siede sopra un fiore di loto (sans. padma) simbolo della purezza [1] e protetto da un albero di Ficus religiosa (sans. aśvattha).

Gautama Buddha (Lumbinī, aprile o maggio 566 a.C.Kuśināgara, 486 a.C.) è stato un religioso, monaco e asceta indiano.

Gautama Buddha, al secolo Siddhārtha[2] Gautama (sanscrito, devanāgarī सिद्धार्थ गौतम; pāli, Siddhattha Gotama), fondatore del Buddhismo, è considerato una delle più importanti figure spirituali e religiose dell'Asia. Gautama Buddha visse approssimativamente tra il 566 a.C. e il 486 a.C.. Siddhārtha Gautama proveniva da una famiglia ricca e nobile del clan degli Śākya, da cui anche l'appellativo di Śākyamuni (शाक्यमुनि).

Indice

[modifica] Un solo Gautama Buddha, diversi nomi

Il termine sanscrito e pāli Buddha indica, nel contesto religioso e culturale indiano, "colui che si è risvegliato" o "colui che ha raggiunto l'illuminazione".

Altri appellativi con cui viene spesso indicato Gautama Buddha sono i termini sanscriti:

  • Tathāgata: "Colui che va così", epiteto con cui Gautama Buddha indica sé stesso nei suoi sermoni;
  • Śākyamuni: "Il saggio dei Śākya" (riferito al clan a cui apparteneva Gautama Buddha), utilizzato soprattutto nella letteratura del Buddhismo Mahāyāna;
  • Sugata: "Colui che è andato nel bene", utilizzato soprattutto nell'ambito delle scritture del Buddhismo Vajrayāna;
  • Nella letteratura di scuola Theravāda viene indicato con il nome pāli di Gotama Buddha;
  • In cinese viene indicato come: 釋迦牟尼 Shìjiāmóuní;
  • In coreano viene indicato come: 석가모니 Seoggamoni o Sŏkkamoni;
  • In giapponese viene indicato come: 釋迦牟尼 Shakamuni
  • In vietnamita viene indicato come: Thích ca mâu ni
  • In tibetano viene indicato come : Shākya thub-pa.


[modifica] La vita di Gautama Buddha secondo le tradizioni buddhiste

Sulla vita di Gautama Buddha esistono numerose tradizioni canoniche. La più antica biografia autonoma di Gautama Buddha ancora oggi disponibile è il Mahāvastu, un'opera della scuola Lokottaravāda del Buddhismo dei Nikāya risalente agli inizi della nostra Era e redatta in sanscrito ibrido. Poi conserviamo anche il Lalitavistara, l' Abhiniṣkramaṇasūtra (di questo sutra disponiamo ben cinque versioni nel Canone cinese) e il Buddhacharita di Aśvaghoṣa. Più tarda (IV, V secolo d.C.) è la raccolta biografica, sempre autonoma, contenuta nel Mūla-sarvāstivāda-vinaya-vibhaṅga. Episodi della sua vita (ma non come biografie autonome) si conservano anche nelle raccolte dei suoi discorsi riportati negli Āgama-Nikāya. Secondo Erich Frauwallner [3]tutto questo materiale biografico (autonomo o inserito nelle raccolte dei sermoni di Gautama Buddha) farebbe parte di una prima biografia composta un secolo dopo la sua morte, e inserita come introduzione allo Skandhaka, a sua volta un testo del Vinaya. Di diverso avviso sono altri studiosi come Étienne Lamotte [4]e André Bareau [5]per i quali invece le biografie di Gautama Buddha hanno subìto una graduale evoluzione partendo proprio dalle narrazioni episodiche contenute negli Āgama-Nikāya e nei Vinaya per poi evolversi nelle raccolte autonome come il Mahāvastu.



Nel complesso queste biografie tradizionali narrano di una nascita avvenuta nel Nepal meridionale, a Lumbini, non distante da Kapilavastu), esistono numerosi racconti e leggende che hanno l'obiettivo di evidenziare la straordinarietà dell'avvenimento: miracoli che ne annunciano il concepimento, chiari segnali che il bimbo che stava per venire al mondo sarebbe stato un Buddha. La sua famiglia di origine (gli Śakya) si dice fosse ricca: una stirpe guerriera che dominava il paese e che aveva come capostipite leggendario il re Ikṣvāku. Il padre di Siddartha, il raja Suddhodana, regnava su uno dei numerosi stati in cui era politicamente divisa l'India del nord. Stando alle fonti tradizionali dopo la nascita di Siddartha furono invitati a corte brahmani e asceti per una cerimonia di buon auspicio. Durante questa cerimonia si racconta che il vecchio saggio Asita trasse, com'era consuetudine, l'oroscopo del nuovo nato e riferì ai genitori dell'eccezionale qualità del neonato e la straordinarietà del suo destino: tra le lacrime, spiegò che egli sarebbe infatti dovuto diventare o un Monarca universale (Chakravartin, sans., Cakkavattin, pāli), oppure un asceta rinunciante destinato a conseguire il risveglio, che avrebbe scoperto la Via che conduce al di la della morte, ossia un Buddha[6]. Alla richiesta di spiegazioni sulla ragione delle sue lacrime, il vecchio saggio spiegò che erano dovute sia alla gioia d'aver scoperto un tale essere al mondo, sia alla tristezza che gli derivava il constatare che la sua età troppo avanzata non gli avrebbe permesso di ascoltare e di beneficiare degli insegnamenti di un tale essere realizzato. Si fece pertanto giurare dal nipote Nālaka che lui avrebbe seguito il Maestro una volta che fosse cresciuto e che ne avrebbe imparato e messo in pratica gli insegnamenti[7].

Il padre rimase turbato dalla possibilità che il figlio lo abbandonasse privandogli del legittimo erede al trono e organizzò tutto quanto potesse impedire l'evento premonito. La madre Māyā morì a soli sette giorni dal parto e il bimbo venne quindi allevato dalla seconda moglie del re Suddhodana, Pajāpatī, una sorella minore della defunta Māyā, nel più grande sfarzo. Figlio, quindi, di un raja, cioè di un capo eletto dai maggiorenti cui era affidata la responsabilità del governo, ricevette il nome di Siddharta (="quegli che ha raggiunto lo scopo") Gautama ("l'appartenente al ramo Gotra degli Śakya"), ma in seguito sarà indicato con altri appellativi sui quali emerge quello di Buddha che significa "il Risvegliato", o "l'Illuminato".

Siddharta mostrò una precoce tendenza contemplativa, mentre il padre l'avrebbe voluto guerriero e sovrano anziché monaco. Il principe si sposò giovane, all'età di sedici anni, con la cugina Bhaddakaccānā, nota anche con il nome di Yashodharā, con la quale ebbe, tredici anni più tardi un figlio, Rāhula. Nonostante però fosse stato allevato in mezzo alle comodità e al lusso principesco e fatto partecipare alla vita di corte in qualità di erede al trono, la profezia del saggio Asita puntualmente s'avverò.

All'età di 22 anni, ignaro della realtà che si presentava fuori della reggia, uscito dal palazzo reale paterno per vedere la realtà del mondo circostante, testimoniò la crudezza della vita in un modo che lo lasciò attonito. Incontrando un vecchio, un malato e un morto (altre fonti narrano di un funerale), comprese improvvisamente che la sofferenza accomuna tutta l'umanità e che le ricchezze, la cultura, l'eroismo e tutto quanto gli avevano insegnato a corte erano valori effimeri e caduchi. Capì che la sua era una prigione dorata e cominciò interiormente a rifiutare agi e ricchezze. Poco dopo essersi imbattuto in un monaco mendicante, calmo e sereno, stabilì di rinunciare alla famiglia, alla ricchezza, alla gloria ed al potere per cercare la liberazione[8]. Secondo una delle tradizioni tramandate, una notte, mentre la reggia era avvolta nel silenzio e tutti dormivano, complice il fedele auriga Channa, montò sul suo cavallo Kanthaka e abbandonò la famiglia ed il reame per darsi alla vita ascetica[9]. Secondo un'altra tradizione comunicò piuttosto la propria decisione ai genitori e, nonostante le loro suppliche e lamenti, si rase il capo e il volto, smise i suoi ricchi abiti e lasciò la famiglia e la casa[10]. Fece voto di povertà e compì un percorso tormentato d'introspezione critica. La tradizione vuole ch'egli abbia intrapreso la ricerca dell'illuminazione a 29 anni (536 a.C.).

Dopo aver vagabondato senza meta per alcuni anni nella regione di Rājagaha, soggiornando presso i maestri Āḷāra Kālāma[11] e Uddaka Rāmaputta[12], in seguito si stabilì presso Uruvelā, dove il fiume Nerañjarā (l'odierno Nīlājanā) confluisce nel Mohanā per formare il fiume Phalgu. Qui trascorse quasi sei anni nel più rigido ascetismo, fino quasi a morirne, insieme a cinque discepoli di famiglia brahmanica: i venerabili Ajñāta Kauṇḍinya, Bharika, Daśabala-Kāśyapa, Mahānāman e Aśvajit. Quivi comprese, infine, l'inutilità delle pratiche ascetiche estreme e dell'automacerazione (tāpas) e tornò a una dieta normale[13] accettando una tazza di riso bollito nel latte offertogli da una ragazza di nome Sujatā. Ciò gli costò l'alienazione e la perdita dell'ammirazione dei suoi discepoli, che videro nel suo gesto un segno di debolezza. Desideroso di conoscere le cause della miseria presente nel mondo, capì che la conoscenza salvifica poteva essere trovata solo nella meditazione di profonda visione.

All'età di 35 anni, nel 530 a.C., dopo sette settimane di profondo raccoglimento ininterrotto, in una notte di luna piena del mese di maggio, seduto sotto un albero di fico a Bodh Gaya[14], a lui si spalancò l'illuminazione perfetta: egli meditò una notte intera fino a raggiungere il Nirvāṇa[15]. Il Buddha conseguì, con la meditazione, livelli sempre maggiori di consapevolezza: afferrò la conoscenza delle Quattro nobili verità e dell'Ottuplice sentiero e visse a quel punto la Grande Illuminazione, che lo liberò per sempre dal ciclo della rinascita (da non confondersi con la dottrina induista della reincarnazione, che fu esplicitamente rigettata con la dottrina del "non Sé", anatta[16]). Dotato di sovrumana conoscenza, trascorse le settimane seguenti a contemplare i vari aspetti del Dharma (dottrina o legge della natura) che aveva compreso e si rese conto delle Quattro nobili verità: sul dolore, sull'origine del dolore, sulla soppressione del dolore, sulla via che porta alla soppressione del dolore.

Il Buddha decise di predicare il Dharma recandosi dapprima a Varanasi (Benares) dai suoi antichi discepoli, che lo accolsero come maestro e divennero monaci; presso il Parco delle gazzelle tenne poi il suo primo sermone, in cui espose le dottrine fondamentali del buddhismo, come il principio fondamentale della "via di mezzo", disciplina monastica che equilibra gli estremi della rinuncia a se stessi e dell'indulgenza verso se stessi. Non erano in tanti a comprendere appieno il messaggio riformatore e molti, anzi, ostacolarono la sua predicazione. Correva il 529 a.C. e il brahmanesimo sembrava essere una religione molto più distante dalla gente, al confronto del buddhismo, cosicché la nuova religione iniziò ad affermarsi in modo tumultuoso e le conversioni non tardarono a presentarsi. Animato da profonda pietà per gli uomini e dal desiderio di salvarli, Siddartha si diresse verso Varanasi seguito da cinque discepoli affascinati dalla bellezza della sua dottrina e percorse per oltre quarant'anni il Nord dell'India insegnando e predicando il suo messaggio di speranza e di felicità, che si raggiunge non come dono divino, ma come conquista della propria limpidità mentale, della propria autodisciplina e dedizione. Nonostante la dottrina buddhista, come tutte le altre dottrine indiane coeve, non prenda in alcun modo in considerazione la figura di un Dio creatore e legislatore del mondo, vi si incontrano lo stesso figure paragonabili ai santi, angeli, demoni e anime del cristianesimo; così come ammette una sorta di paradiso e d'inferno, come luoghi di beatitudine e di espiazione, però temporanea. Accompagnato dai discepoli il Buddha percorse la valle del Gange, diffondendo la sua dottrina e fondando comunità monastiche che accoglievano chiunque, indipendentemente dalla condizione sociale e dalla casta di appartenenza e fondando il primo ordine monastico mendicante femminile della storia. A condizione che l'adepto accettasse le regole ferree della nuova dottrina, ognuno era ammesso.

Si stabilì quindi nel 525 a.C. a Sāvatthi (pāli, Sravasti, sans.) in un monastero donatogli da un facoltoso ammiratore, Sudatta, detto Anāthapiṇḍika per la sua prodigalità e istinto compassionevole. Sebbene i monasteri a lui ispirati sorsero numerosi nelle principali città lungo il Gange, la sua lunga carriera di maestro e di guida spirituale non fu del tutto esente da problemi anche gravi (diversi brahmani e asceti di altre dottrine cercarono con ogni mezzo di arginare la diffusione del buddhismo), tentativi di scisma e persino di assassinio. Secondo la tradizione, Siddharta Gautama morì a Kuśināgara, in India, a ottant'anni[17], nel 486 a.C. circondato dai suoi discepoli, tra i quali l'affezionato attendente prediletto Ānanda, al quale lasciò le sue ultime disposizioni. Prima di spirare, rivolgendosi ai discepoli disse: "Ricordate, o monaci, queste mie parole: tutte le cose composte sono destinate a disintegrarsi! Dedicatevi con diligenza alla vostra propria salvezza!" A quanto attestato, pare che predisse la sua morte e ne avvisò i discepoli, ma rifiutò di fornire indicazioni precise riguardo all'organizzazione futura e alla diffusione della sua dottrina, sostenendo di aver già insegnato loro tutto quanto fosse necessario per la salvezza.

[modifica] Risveglio

Prima di raggiungere l'Illuminazione o Risveglio (in sanscrito Bodhi) e intraprendere la predicazione della Dottrina (Dharma), Gautama intraprese per sei anni (così tramandano le fonti) varie forme anche estreme di ascesi (definite tāpas, forme arcaiche di meditazione e yoga). Questo periodo della sua vita segnò un punto molto importante per il suo insegnamento: il Buddha visse tutte le esperienze umane possibili: l'ascesi, il potere, la fame, la mortificazione del corpo, la povertà, la solitudine, il matrimonio e l'amore.

Il Buddha predicò una dottrina e una prassi volte all'affinamento della conoscenza e della consapevolezza fino all'estinzione (Nirvana), che si discosta dagli eccessi sensuali così come dall'ascetismo esasperato che ottunde la mente e nuoce al corpo. Suoi interlocutori principali saranno i monaci, prima compagni di ricerca e poi seguaci, che formeranno una comunità sempre più folta dotata di regole proprie. Predicò anche ai laici indicando una via di moderazione e controllo delle passioni che conduce a una migliore condizione di esistenza.

La sua predicazione segnò sotto molti aspetti un punto di rottura con la dottrina del brahmanesimo (che diverrà induismo) e dell'ortodossia religiosa indiana dell'epoca. Infatti, in maniera non dissimile da quello dei fondatori del Jainismo e del Samkhya, il suo insegnamento non riconosce esclusivamente alla casta brahmanica l'ufficio della religione e la conoscenza della verità, bensì a tutte le creature che vi aspirino praticando il dharma.

[modifica] Predicazione ed insegnamento

Negli anni successivi al nirvana, Buddha si dedicò alla predicazione e fondò un ordine di monaci. Molto frequentemente, alcuni monaci chiedevano al loro maestro che spiegasse meglio alcuni punti, soprattutto che sciogliesse alcune questioni filosofiche circa l'eternità dell'universo, la differenza o identità fra corpo ed anima. Buddha si rifiutò sempre di affrontare argomenti metafisici ed astratti, considerandoli ininfluenti davanti allo scopo finale del suo insegnamento: il raggiungimento della tranquillità necessaria per il Nirvana. Allo stesso modo il Buddha ha preferito non prendere mai una posizione netta all'interno della schermaglia fra i sostenitori dell'esistenza dell'io e della non esistenza dell'io. Anche in questo caso, l'unica soluzione alla controversia consiste nel Nirvana, esperienza ineffabile e per questo impossibile da spiegare o interpretare a parole.

[modifica] Morte del Buddha

Gli ultimi anni della vita del Buddha furono piuttosto disgraziati. Al compimento del suo settantesimo compleanno, un suo invidioso cugino, Devadatta provò ad ucciderlo attraverso degli assassini al soldo e in seguito con un elefante selvaggio. Non riuscendoci, Devadatta creò uno scisma insieme ad altri monaci, e predicò una ascesi molto più radicale di quella puramente buddhista.

Due fra i discepoli più vicini a Buddha, Sariputra e Madgalayama, riuscirono a riportare sulla strada maestra gli ex-seguaci di Devadatta. In questi anni si verificò anche la rovina del suo clan, gli Sakya e i suoi due discepoli più affezionati morirono.

Sulla morte di Buddha, così come la sua cerimonia funebre, sono stati scritti moltissimi racconti. Sembra che la causa della sua morte sia da attribuire ad un cibo che contribuì ad aggravare una malattia da cui si era appena rimesso.

La sua vita, i suoi discorsi, il ruolo monastico che ricoprì e l'influenza che ebbe in senso generale specie sulla cultura asiatica (ma anche per certi versi su quella occidentale), sono stati studiati e trasmessi ai posteri solo dopo la sua morte dai discepoli della comunità buddhista delle origini (il sangha), dapprima secondo la tradizione orale e successivamente attraverso testi più elaborati in seno alla dottrina buddhista. Il corpus letterario del buddhismo, costituito da un nucleo fondamentale e da molti testi aggiunti in seguito nelle diverse correnti, è noto con la denominazione sanscrita di tripitaka e fu tradotto in molte lingue asiatiche.

[modifica] La vita di Gautama Buddha secondo la storiografia contemporanea

Caroline Augusta Foley Rhys Davids (1857-1942), uno dei primi studiosi occidentali della figura di Gautama Buddha.

L'indagine storico-critica della figura di Gautama Buddha si avvia a partire dalla fine del XIX secolo. Studiosi come Thomas William Rhys Davids (1843-1922), Caroline Augusta Foley Rhys Davids (1857-1942) e Hermann Oldenberg (1854-1920) analizzando il Canone buddhista scritto in lingua pāli cercarono di eliminarne gli evidenti contenuti mitici per tentare una ricostruzione storica della figura del fondatore del Buddhismo. Tale approccio è tuttavia oggi ritenuto superato [18]e se anche la maggioranza degli studiosi ritiene l'esistenza storica di Gautama Buddha un fatto acclarato [19], considera estremamente difficile ricostruirne la vita e, persino, stabilire con contezza il periodo dell'esistenza.

Scarse sono infatti le testimonianze storiche circa la vita del fondatore del Buddhismo e controverse sono le stesse date. Risulta pertanto arduo separare leggenda e realtà e collocare storicamente le vicende della vita del Buddha, poiché i riscontri a noi pervenuti non sono sempre attendibili. Gran parte delle fonti, sono infatti posteriori di almeno duecento anni rispetto agli eventi della vita di Siddhartha Gautama. In più, le cronache storiche indiane non sono rigorose nel separare eventi reali dal mito e dalla leggenda.

Tutte le fonti tradizionali concordano tuttavia sul fatto che Siddhārtha Gautama sia vissuto per ottanta anni.

  • Secondo le cronache singalesi riportate nel Dīvapaṃsa e nel Mahāvaṃsa Siddhartha Gautama sarebbe nato 298 anni prima dell'incoronazione del re indiano Aśoka e morto (parinirvāṇa) 218 anni prima dello stesso evento. Queste cronache indicano come il 326 a.C. l'anno della salita al trono da parte di questo re indiano. In base a questa tradizione, diffusa nei paesi buddhisti theravāda (Sri Lanka, Thailandia, Birmania, Cambogia e Laos), Siddhārtha Gautama sarebbe nato nel 624 a.C. e morto nel 544 a.C.[20]
  • Gli studiosi occidentali e indiani, seguendo fonti greche, spostano la data dell'incoronazione di Aśoka al 268 a.C. e quindi ritengono che Siddhārtha Gautama sia nato nel 566 a.C. e morto nel 486 a.C.
  • Studiosi giapponesi e lo studioso tedesco Heinz Bechert [21]seguendo fonti indiane riportate nei canoni buddhisti cinese e tibetano che attestano la nascita di Siddhārtha Gautama 180 anni prima della incoronazione di Aśoka e la sua morte 100 anni dopo, le incrociano con le fonti greche e giungono invece a ritenere che l'anno di nascita del fondatore del Buddhismo sia il 448 a.C. mentre la morte sia avvenuta nel 368 a.C.

Altro non si può sostenere e, come ricorda Étienne Lamotte[22], il tentativo di ricostruire o tracciare la vita di Gautama Buddha è «una impresa priva di speranza».

L'unica cosa che si può affermare con contezza è quindi che il Buddha visse in India in un periodo compreso tra il VI e il IV secolo a.C. comunque proprio in quel particolare periodo a cui Karl Jaspers [23]ha dato il nome di "periodo assiale" della storia mondiale. «In questo periodo -scrive Jaspers- si concentrano i fatti più starordinari. In Cina vissero Confucio e Lǎozǐ, sorsero tutte le tendenze della filosofia cinese, meditarono Mòzǐ, Zhuāng Zǐ, Lìe Yǔkòu e innumerevoli altri. In India apparvero le Upaniṣad, visse Buddha e, come in Cina, si esplorarono tutte le possibiltà filosofiche fino allo scetticismo e al materialismo, alla sofistica e al nihilismo. In Iran Zarathustra propagò l eccitante visione del mondo come lotta fra bene e male. In Palestina fecero la loro apparizione i profeti, da Elia a Isaia e Geremia, fino a Deutero-Isaia. La Grecia vide Omero, i filosofi Parmenide, Eraclito e Platone, i poeti tragici, Tucidide e Archimede. Tutto ciò che tali nomi implicano prese forma in pochi secoli quasi contemporaneamente in Cina, in India e nell'Occidente, senza che alcuna di queste regioni sapesse delle altre.». La novità di quest'epoca è dunque, per Jaspers, quella che ovunque l'uomo prende coscienza dell' "Essere" nella sua interezza (umgreifende: ulteriorità onnicomprensiva), di sé stesso e dei suoi limiti. Viene a conoscere la terribilità del mondo e la propria impotenza. Pone domande radicali. In altri termini, nel periodo assiale, sembra che l'umanità abbia fatto un incredibile salto nell approfondimento della conoscenza di sé e si sia operata una trasformazione globale dell'essere umano a cui, sempre secondo Jaspers, «si può dare il nome di spiritualizzazione».

Premesso ciò, della vita di Gautama Buddha possiamo ricostruire solo un quadro piuttosto generico: fu un rinunciante e asceta, unitamente ad altri rinuncianti indiani ebbe una visione "critica" del mondo e delle sue "illusioni" e praticò e predicò delle tecniche meditative (yoga). Predicò anche una vita comunitaria tra rinuncianti disciplinata da alcune precise regole e raccolse intorno a sé altri monaci, ma anche laici, che ne seguivano gli insegnamenti. Fu senza dubbio una personalità carismatica.

A questo quadro, gli storici Frank E. Reynolds e Charles Hallisey[24] aggiungono alcune altre informazioni che, nella loro peculiarità e specificità, ritengono difficilmente "inventate" dalla successiva tradizione; per questi autori è molto probabile che Gautama Buddha:

  • appartenesse alla casta degli kṣatrya;
  • nacque nel clan degli Śākya;
  • fosse sposato con un figlio;
  • abbracciò la vita di asceta itinerante senza il permesso del padre;
  • andò incontro ad un fallimento quando per la prima volta comunicò la sua esperienza dell'illuminazione;
  • rischiò di perdere la guida della comunità da lui fondata a causa di un suo cugino che propose delle regole maggiormente ascetiche;
  • morì in un luogo remoto dopo aver mangiato del cibo avariato.


[modifica] Curiosità

Secondo lo storico dell'arte lituano Jurgis Baltrušaitis (1903-1988)[25], la biografia del Buddha era conosciuta in Occidente già nell'XI secolo nella forma della leggenda di Josafat (o Josaphat storpiatura del sanscrito Bodhisattva) che assieme a Barlaam è protagonista di un racconto attribuito a San Giovanni Damasceno. La storia di Barlaam e Iosafat arriva in Europa attraverso la tradizione islamica ed è una rilettura della vita del Buddha in chiave cristiana.

[modifica] Note

  1. ^
    « Come un loto puro, meraviglioso, non è macchiato dalle acque, io non sono macchiato dal mondo »
    (Anguttaranikāya, 2,39)
  2. ^ È da notare che l'errata trascrizione "Siddharta" al posto della corretta "Siddhartha" è diffusa unicamente in Italia, in seguito a un errore (in seguito mai corretto) nella prima edizione del romanzo di Hermann Hesse.
  3. ^ Erich Frauwallner. The Earliest Vinaya and the Beginnings of Buddhist Literature. Roma, 1956.
  4. ^ Cfr. Op. cit..
  5. ^ André Bareau. Recherches sur la biographie du Buddha dans les Su¯trapitaka et les Vinayapitaka anciens 2 voll. Paris, 1963–1971.
  6. ^ Suttanipāta 693
  7. ^ Suttanipāta 695
  8. ^ Nidānakathā, il "racconto introduttivo" del libro delle rinascite, Jātaka; vedasi anche Anguttaranikāya, 3 39
  9. ^ Aśvaghoṣa, Le gesta del Buddha; Nidānakathā
  10. ^ Aṅguttara Nikāya III, 38; Majjhima Nikāya 26
  11. ^ Dīgha Nikāya, 16 2 27
  12. ^ Majjhima Nikāya, 26 e 36; Dīgha Nikāya, 29 16; Saṃyutta Nikāya, 35 103
  13. ^ Majjhima Nikāya, 12 e 36
  14. ^ Tuttora presente, secondo l'opinione di molti fedeli, anche se si sa, da documenti antichi, che l'albero della Bodhi oggi presente è almeno di due generazioni successive all'originale, vedasi per esempio Hans W. Schumann, Il Buddha storico
  15. ^ Majjhima Nikāya, 36
  16. ^ la teoria della trasmigrazione delle anime, o reincarnazione, o metempsicosi era, a quel tempo, assai diffusa nel continente eurasiatico. A riprova di ciò, anche Pitagora di Samo, contemporaneo di Siddartha, la introdusse nel mondo greco dopo averla appresa dai sacerdoti della Lidia e della Frigia.
  17. ^ Mahāparinibbānasuttanta, Dīgha Nikāya, 16 II 32
  18. ^ Cfr. Frank E. Reynolds e Charles Hallisey in Buddha, Encyclopedia of Religion vol. 2 pag. 1061. New York, Macmillan, 2005.
  19. ^ Cfr. Étienne Lamotte Histoire du bouddhisme indien. Louvain, 1958, pp. 707–59.
  20. ^ Altre tradizioni offrono ulteriori datazioni:
    • secondo la cronaca tibetana Phu-lugs, Siddhārtha Gautama sarebbe vissuto tra il 961 a.C. e l' 881 a.C..
    • secondo le tradizioni giapponesi delle scuole Jodō shinshū e Nichiren shoshū, che riprendono a loro volta alcune tradizioni cinesi, Siddhārtha Gautama sarebbe vissuto tra il 1061 a.C. e il 949 a.C.
  21. ^ Heinz Bechert. The Date of the Buddha Reconsidered. Indologica Taurinensia 10, 1982, 29–36.
  22. ^ Op. cit pag. 16
  23. ^ in Vom Ursprung und Ziel des Geschichte. Artemis, Zurigo 1949; Piper, München 1949 (1983); trad. it., Origine e senso della storia, a cura di A. Guadagnin, Comunità, Milano, 1965 (1982).
  24. ^ Op. cit. pag. 1062.
  25. ^ Jurgis Baltrušaitis. Moyen Âge fantastique 1955, trad. it. Il Medioevo fantastico. Antichità ed esotismi nell’arte gotica. Milano, Adelphi, 1993.

[modifica] Bibliografia

  • Michael Carrithers, Buddha, Einaudi 2003: ISBN 88-06-16446-5
  • Karen Armostrong, Buddha. Una Vita, Rizzoli 2002: ISBN 88-17-86951-1
  • Patricia Chendi, Il Principe Siddharta, Mondadori 2001: ISBN 88-04-49075-6
  • Thich Nhat Hanh, Vita di Siddhartha il Buddha. Narrata e ricostruita in base ai testi canonici pāli e cinesi, Astrolabio Ubaldini 1992: ISBN 88-340-1076-0
  • Donald S. Lopez Jr., Che cos'è il Buddhismo, Astrolabio Ubaldini - Collana: Civiltà dell'Oriente - 2002.

[modifica] Film sul Buddha

[modifica] Voci correlate

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