Idolatria

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Adorazione del Vitello d'oro di Nicolas Poussin

Il termine idolatria (dal greco εἴδωλον, éidolon cioè idolo, e λατρεία, latréia cioè culto) indica una fase religiosa, individuata da John Lubbock[1], anteriore alla credenza in divinità creatrici e soprannaturali, durante la quale le divinità, rappresentate sotto forma di idoli, avrebbero assunto caratteri antropomorfi. Il termine con riferimento alle religioni delle popolazioni di interesse etnologico (vedi etnologia), indica in blocco le religioni pagane o idoli o feticci (vedi Feticismo) che adorano un'immagine iconografica o un oggetto.

Molte religioni non consentono questo, ricordando ai fedeli che la rappresentazione (scultorea, pittorica o musiva) è opera dell'uomo e non del Dio, mentre ciò che deve essere adorato è il Dio in sé, che non può essere rinchiuso in un manufatto.

Teologia cattolica[modifica | modifica sorgente]

Nella dottrina della Chiesa cattolica, l'idolatria è la divinizzazione di un oggetto inanimato o di un'immagine simbolica creata dall'uomo, che assume il posto del vero Dio, che non è creato dall'uomo, ma al contrario ne è il Creatore. Comunemente perciò si dice che l'idolatria è l'adorazione di oggetti ritenuti divinità o abitacoli di essa o partecipi delle caratteristiche (più precisamente dei poteri) di una divinità. In concreto, quindi, l'idolatria comporta la divinizzazione di qualcosa privo di vita, di morto, in luogo del vero e unico Dio, che al contrario è vivo ed è anche, secondo le sue stesse parole riportate nella Bibbia, "Dio dei viventi". In questo senso l'idolatria, il culto degli idoli, mortifica la vita umana, perché la mette al servizio di ciò che è morto, privo di vita.

La riflessione teologica teme anche l'adorazione esclusiva di angeli e santi, che sono creature, se questa assume più importanza della fede in Dio, che li ha creati. In generale la dottrina cattolica ritiene rischioso dare più valore alle realtà create che al Creatore stesso. Un carattere idolatrico viene anche attribuito alle ideologie che negano l'esistenza di Dio e che tendono a fornire spiegazioni della realtà che escludono Dio. Il rifiuto dell'idolatria, in particolare dell'adorazione di Satana e del potere mondano, è considerato quindi un presupposto della fede cristiana, sulla base dell'esempio di Gesù che respinge le tentazioni nel deserto. Tale rifiuto ha le sue radici nella fede ebraica (episodio del 'vitello d'oro'): nel capitolo XIV del Libro della Sapienza sono spiegate le ragioni profonde della condanna dell’idolatria, un rifiuto che caratterizzava in modo particolare, nel mondo antico, il monoteismo ebraico.

Nell'Islam[modifica | modifica sorgente]

Secondo la dottrina islamica, l'idolatria (shirk) o il politeismo costituiscono il primo peccato dell'uomo, nel senso della sua disubbidienza al volere divino. Si tratta infatti della venerazione e dell'adorazione addirittura, di altre divinità che non siano Allah.[2] Tale comportamento è imperdonabile ed è questo l'unico peccato che impedisca di definire musulmano l'idolatra.

Un aspetto interessante dell'Islam è la sua insistenza sul rifiuto di ogni rappresentazione del divino o della creazione divina, in ciò differenziandosi con l'Ebraismo (e, a maggior ragione, dal Cristianesimo), che può invece rappresentare lecitamente i prodotti della creazione: leone, candeliere, coppa…). Anche se certi tradizionisti riportano hadith che affermano un certo grado di tolleranza per la rappresentazione divina, la pratica più corrente è di vietarla rigorosamente. Ciò ha condotto a una tradizione artistica particolarmente ricca ma nella quale l'astrazione, la forma pura, i tratti geometrici, la calligrafia, anche se non escludente la rappresentazione animale e umana, ha avuto il deciso sopravvento.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Prehistoric Times, 1865; The origin of civilization, 1870; I tempi preistorici e l'origine dell'incivilimento, Torino 1875
  2. ^ Secondo quanto affermato nella Sura coranica XLVII, versetto 34.

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